Le mini sinfonie estatiche degli A.R. Kane

La gente si aspettava che suonassimo reggae, e in cambio si beccava il feedback.”

AR Kane

L’ascolto a posteriori di 69 è un’esperienza in tutti i sensi stupefacente. Semplici, in fondo, le ragioni: la storia dell’arte è attraversata da Geni in eccessivo anticipo sui tempi, di visionari che non si limitano (si fa per dire, eh!) a cogliere lo spirito dei tempi e a tradurlo in canzoni. Alcuni vedono già il futuro e, spesso nell’indifferenza, scrivono regole che poi diverranno un patrimonio comune. Nel caso degli A.R. Kane riconosci un misto delle due cose, con un successo planetario sotto mentite spoglie a confondere ulteriormente le carte.

Per capire bisogna fare un passo indietro al crepuscolo degli anni ’80: l’ortodossia rock stava cadendo sotto i colpi del crossover spinto; “contaminazione” era la parola d’ordine pronta a riverberarsi fino ai giorni nostri. In quelli, di giorni, cadevano invece muri veri e metaforici, mentre il mondo come lo conoscevamo perdeva le certezze su cui si era basato dal dopoguerra in poi. Il pop, felicemente, gli andava dietro: presto il 1991 avrebbe fatto piazza pulita dei manichei e la musica sarebbe cambiata. Per sempre. Per fortuna.

A Londra, in un 1986 dominato da bellimbusti da classifica e da un indie-rock chitarristico dedito alla riscoperta – e, in certi casi, alla rielaborazione – dei favolosi sixties, si incontrano Alex Ayuli e Rudi Tambala. Il loro primo 45 giri guadagna per lo più spallucce e la definizione di “Jesus & Mary Chain di colore”. Cosa che in parte sono, benché più attenti alla componente ritmica (felice retaggio della negritudine…) e più “psichedelicamente” espansi rispetto ai fratelli Reid. Chiarisce in parte lo spirito e l’attitudine della coppia il passaggio dalla One Little Indian alla 4AD per l’EP Lollita, giocato su atmosfere oniriche asperse di feedback e prodotto guarda caso da Robin Guthrie dei Cocteau Twins. Ancora non lo chiamano shoegaze, però in anticipo ci siamo.

A quel punto, il capo dell’etichetta Ivo Watts-Russell li persuade a far comunella con Martyn e Steven Young dei Colourbox, l’asso della consolle Chris “C.J.” Mackintosh e il DJ Dave Dorrell. In testa hanno l’idea meravigliosa di un brano prodotto basandosi solo su campionamenti e breakbeat. Dell’epocale Pump Up The Volume si smerciano milioni di copie, portando l’avanguardia in classifica e incidendo sulle sorti della musica popolare.

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Siccome il progetto M/A/R/R/S non va oltre, dei piccati A.R. Kane approdano alla Rough Trade per un esordio che nel 1988 non tradisce le attese createsi nel frattempo. Gran parte dell’atemporalità fascinosa di 69, oltre che nel preconizzare con disinvoltura alcuni momenti chiave degli anni Novanta non rubricabili soltanto alla voce “post-rock”, sta in sonorità sospese e oceaniche.

Come dei My Bloody Valentine che trattengono le distorsioni sullo sfondo e lavorano con il ritmo, A.R. Kane porgono melodie eteree e un canto che, lambendo il Tim Buckley più trasparente, si inerpica tra volute di uno psych-funk siderale. Musica di sfere celesti, sì, ma inequivocabilmente fisica. Una tessitura di groove liquidi e di slarghi dub sciolti in patine rumoriste ma pur sempre pop.

Miracolo a sé stante, 69 rimarrà ineguagliato anche da parte dei suoi stessi artefici: l’anno dopo, i sarà ancora stimolante benché dispersivo, laddove tra ’92 e ’94 Americana e New Clear Child avranno poco da dire; al contrario imperdibile la doppia raccolta Complete Singles Collection ‎uscita su One Little Indian nel 2012. Benissimo così, siccome qui respiriamo eternità raccolta in un’estasi sensuale e insieme spirituale, in collage sonori che si arrestano un attimo prima di smarrire forma e trasporto emotivo. Anche in questo, una fulgida lezione di stile.

 

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