La psichedelia sincretica di Jacco Gardner

Da sempre la psichedelia è un muta-forma che sfugge a etichette troppo rigide e ogni volta affascina, che si porga coloratissima e solare oppure cupa e caliginosa. Evidenza ulteriore il fatto che ogni generazione escogiti una sua concezione di abbandono dionisiaco sonoro: dal love-in al rave il passo è più breve di quanto si creda e la differenza tra Chemical Brothers e Grateful Dead è faccenda meramente formale. Genere modernissimo, la psichedelia, proprio per il perenne movimento col quale si appropria di altri linguaggi innestandoli sul tronco originario.

Il quale, escludendo per un momento dall’orizzonte il garagepunk e semplificando brutalmente, differisce da una sponda all’altra degli oceani. Con le dovute eccezioni: blues-rock chitarristico dilatato e dilaniato da jam modali in California, più disposto a goticismi e contaminazioni elettroniche sulla costa est americana, inzuppato in un pop sognante ma stridente e incline a svolazzi nel Regno Unito. Ed è giustappunto in panorami da favola deviata – alla Lewis Carroll, per intenderci – che si aggira Jacco Gardner.

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Olandese classe 1988, polistrumentista per educazione familiare, Jacco appartiene alla propria epoca per la disinvoltura con cui mescola tutto lo scibile rock a disposizione. Si definisce neo-psych/baroque pop e potremmo finirla qui, aggiungendo che per lui tutto è cominciato dal Syd Barrett che ne ha formato il modo di scrivere, cantare e arrangiare. Però: ridurlo a epigono del Diamante Pazzo è, oltre che ingiusto, un errore di prospettiva. Un volersi fermare alla superficie come negli anni ’80 accadde con Paul Roland, geniale menestrello psico-gotico britannico che pubblicò un lavoro semiomonimo all’esordio su LP di Gardner, Cabinet Of Curiosities. Allo stesso modo in cui il DNA di Roland tratteneva le impronte di Mr. Barrett ma pure quelle di Marc Bolan e di H.P. Lovecraft (lo scrittore, non il gruppo), il nostro giovanotto esibisce trame folk quel tot più lineari e un senso per il groove filmico prossimo agli Stereolab. In lui cogli i Sixties e l’inizio del decennio seguente, la lezione del krautrock e dei nostri Umiliani e Piccioni.

Gardner dispone insomma di vastissime suggestioni da cui pescare, le quali non varrebbero tuttavia nulla se non vi fosse dalla sua parte l’abilità a maneggiarle e riassumerle in una forma canzone equilibrata. Troppi negli “anni zero” puntano a stupire con sonorità mirabolanti e crossover arditi, nondimeno pochi conservano le energie necessarie a scrivere brani di peso. E ricordiamoci che un nonnulla separa pastiche da pasticcio. Queste le premesse che nel 2013 consegnavano Cabinet Of Curiosities e un visionario folk-pop indice di un talento assai promettente. Lo scorso anno, il gioiellino Hypnophobia si spingeva ben oltre, recapitando un manipolo di missive acide ancor più persuasive e sovente addirittura esaltanti. Rivelatore il titolo, siccome l’ipnofobia è la paura di addormentarsi e cedere a un sonno che nasconde la parte di noi che fatichiamo a controllare e conoscere.

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Da meandri nascosti della mente, come ombre che giocano a rimpiattino con la percezione giungono infatti sfoglie emotive preziose di un gusto melodico ancor più ricco e di atmosfere in adeguato bilico tra sogno e realtà. Ciò che parrebbe una contraddizione in termini è, invece, la forza di ipotesi minimaliste dei Left Banke (Face To Face, Grey Lanes), di sortilegi elettroacustici (le trasparenze Make Me See e Brightly; una Outside Forever che sposa Love e July), di giostre stupefatte (il Brian Wilson in estasi lisergica di All Over; l’innodica, marziale ed elegante Find Yourself). E poi: Before The Dawn sono otto fenomenali minuti in cui gli Stereolab si reincarnano nelle ESG, Hypnophobia sgrana magnetismi sensuali però inquieti, la circolare Another You vede i Broadcast alle prese con la colonna sonora di un horror di serie b. Tanto più brand new quanto è (falsamente) retro, Jacco Gardner è qui per stupirci a lungo. Scommettiamo?

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