Relatively Clean Rivers (o: io sono un autarchico)

Se lo sarebbe aspettato Phil Pearlman di finire un giorno sulle pagine di cronaca, benché di riflesso? Propenderei per il no, ma di certo la storia che sto per raccontarvi è curiosa. Nel maggio 2004 l’FBI aggiunge un certo Adam Gadahn alla lista di cittadini statunitensi sospettati di terrorismo. Il trentenne era apparso in video con mitra e deliri d’ordinanza, nondimeno stupiva che prima della conversione all’islamismo e all’ingresso nelle fila di Al-Qaida avesse scribacchiato per una webzine di death metal, che fosse nipote di un medico di origine ebraica e figlio di Phil Gadahn. Scusa, Phil chi?

Ai cultori del super-sommerso in musica, il nome dirà qualcosa se accostato a Pearlman, cognome con cui Phil venne al mondo prima di diventare cristiano – vizio di casa, l’instabilità confessionale… – e di trasferirsi in un ranch senza elettricità vicino a Riverside, California. Da lì Adam fuggirà adolescente e il resto sono affari suoi: a me importa il passato di Phil, hippie oltranzista che ha sempre vissuto entusiasticamente la realtà, al netto di droghe che – stando al poco che so – mai assunse.

beatoftheearth_pic[1]

Il poco che so, ecco: i Pearlman erano un’agiata famiglia borghese di Orange County alla quale nel settembre 1965 Phil voltò le spalle per iscriversi alla University of California di Irvine. Già in carniere un bizzarro singolo surf come Phil & The Flakes, il ragazzo tende le orecchie a quanto giunge da San Francisco e, in testa una chioma lunghissima e le idee chiare, si appropria in anticipo della controcultura. Da perfetto studente d’arte, allestisce una band che sia affermazione artistica libera tanto quanto l’epoca consente. Tra la fine del ’66 e l’inizio dell’anno successivo recluta un pugno di strumentisti e battezza il progetto Beat Of The Earth, inseguendo sonorità improvvisate che per l’appunto incarnino “il battito della terra”.

Non va oltre alcune esibizioni live e cinquecento copie di un LP omonimo, recante un’improvvisazione che un po’ preconizza gli Amon Düül e un po’ si risolve in jam psych-noise stile “palla lunga e pedalare”. Poco dopo molla gli studi e se ne perdono le tracce. Nel 1970 sbuca fuori (si fa per dire) The Electronic Hole, 33 giri tirato in poco più di cento esemplari: pare sia una raccolta di demo e, in effetti, il suono è più scarno, stavolta improntato a passabili canzoni alla Velvet Underground.

Sei calendari e un’altra missiva giunge dall’universo parallelo abitato da Pearlman: quella che più interessa. Racchiusa in una copertina di Jim Evans che cita la Chocolate Watchband, Relatively Clean Rivers profuma di psichedelia sognante che, avvolta in solida stoffa roots, plana da un’arcadia dei fiori in una nuvola di sorrisi pigri e oppiacee nebbioline. Qualcosa di prossimo a Jonathan Wilson che gli Wilco hanno lodato nel 2009 in un’intervista a “Record Collector”; qualcosa che possiede il tono intimo del riflusso cantautorale dei ’70 e tuttavia ne ignora l’amarezza, preferendo un rilassato torpore parente di Gary Higgins. Lo hanno etichettato “countrydelic” e in tal senso è assai eloquente l’iniziale Easy Ride. Mi dico d’accordo e ne lodo l’economia sonora, con il nostro uomo a occuparsi di tutto tranne della batteria e di alcune parti vocali e chitarristiche.

Così come incenso una The Persian Caravan in viaggio sulle rotte mediorientali annunciate dal titolo, una Hello Sunshine ipotesi di Crosby, Stills e Nash lisergici, una Journey Through The Valley Of O poggiata sul sapiente impasto tra tessuto strumentale e melodia sinuosa. Tempo di assecondare gli scarti d’umore e passo dell’onirico folk-rock Babylon che A Thousand Years chiude i giochi in un equilibrio di effetti e plettri. Immagino i Grateful Dead che incidono American Beauty con la testa a capofitto in Live/Dead, sfoggiando un tardo stile acid-sixities mai accademico né sbrodolone e con le febbri trattenute in sottofondo. Felice e beato, riparto da capo.

ASH3007LP_CU[2]

Di quanto sopra Phil stampa mezzo migliaio di pezzi, che distribuisce girando la California in furgone o abbandonandoli nei campus universitari e nei negozi di dischi inventando il bookcrossing in chiave vinilica. E poi addio mondo consumistico, benvenuta vita agreste. A fine ’80 qualcuno scova Beat Of The Earth, fa un bootleg e dà inizio al sommesso passaparola. Alcuni collezionisti rintracciano Pearlman/Gadahn chiedendogli di frugare negli archivi. Capelli e barba ingrigiti però sempre chilometrici, lui fa spallucce ed estrae dal cassetto i trascurabili scarti datati 1967 di Our Standard 3-Minute Tune. Credete che gliene importi se nel frattempo gli hanno taroccato in digitale la discografia? Amalo, pazzo freak…

4 pensieri riguardo “Relatively Clean Rivers (o: io sono un autarchico)”

  1. Beh, come si usa dire tra noi cinquantenni: “figata di disco!” 😀 Vabbè, scherzi a parte, lavoro davvero piacevolissimo, a tratti mi ha ricordato i miei amati Kak, le atmosfere fondamentalmente appaiono proprio quelle. Grazie della segnalazione Giancarlo 🙂

    Piace a 1 persona

      1. (Ohi ohi, credo che quel dito nella tua foto profilo sia rivolto a me per l’involontario spoiler… 😀 ) Ma io mica me li scelgo ad minchiam i nickname!! 😉

        Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...