Thyme Perfumed Gardens-3: Kak

L’acid-rock è come il nero: sta bene su tutto. O quasi, perché il rischio di sbrodolare è dietro l’angolo se l’attitudine “espansiva” non possiede strutture solide – leggasi: canzoni – a sostegno. Quando difetta la penna, non bastano la palla lunga delle dilatazioni e il pedalare di wah-wah. Altrimenti, quei fulgidi giorni californiani tra ’67 e ’69 avrebbero partorito solo Geni. Pensandoci bene, la realtà non è comunque lontana: lo dimostrano i nomi di vaglia che formano l’iceberg sotto la Santissima Trinità Quicksilver/Grateful/Airplane. Gente spesso sfortunata o poco avvezza a gestire una carriera e, di conseguenza, riverita solo a posteriori.

Ad esempio, pochi ricordano i Kak per l’unico LP omonimo pubblicato nel 1969, citandoli giusto come fulminea “anticamera” del Gary Lee Yoder pre Blue Cheer. E benché Kak non offra copernicane riscritture della storia, vale la pena averlo nel caso in cui nutriate un interesse non superficiale per la psichedelia. Divenuto subito una rarità sovente taroccata, ha saputo scavarsi una nicchia nel cuore di appassionati e studiosi in virtù di una natura assai meno derivativa di come la si dipinge: qui estatica e incantata, là nevrotica e scalpitante, mai dimentica delle sorgenti – folk, blues, country – da cui attinge. Forse, in epoche più vicine alle nostre, allorché il concetto di scena provinciale ha goduto di interesse critico e successo commerciale, i Kak avrebbero ottenuto di più. L’avrebbero meritato. Nel 1967, però, per combinare qualcosa, dovevi trasferirti da Davis, California, a San Francisco. Cosa che i ragazzi fecero, ma che a nulla valse anche per questioni di spiccata “attitudine” freak…

Kak[1]

Un passo indietro: nell’Estate dell’Amore il cantante e chitarrista Gary Lee Yoder è reduce dagli Oxford Circle, pionieri di una psichedelia furente e muscolare che, tuttavia, raggranellarono solo il 45 giri acid-garage Foolish Woman/Mind Destruction e palchi condivisi con la Joplin, i Grateful Dead e i Jefferson Airplane (saggi del loro valore in Live At The Avalon 1966, CD Big Beat del ‘97). Siccome di stare con le mani in mano non vuol saperne, organizza eventi artistici e concerti cercando di scuotere la cittadina dal torpore. Una sera gli si para davanti tal Gary Grelecki, il quale afferma di essere un suo fan e che peccato che gli Oxford Circle si siano sciolti. Già che ci siamo, ti piacerebbe essere sul libro paga della CBS? Certo, amico: ecco il mio numero. Due mesi dopo squilla il telefono e quel pazzoide informa Yoder di aver ottenuto la firma promessa, grazie al padre ammanicato con il talent-scout della Epic, Chuck Gregory. Viva il nepotismo, una tantum.

Inizialmente progettano una corsa solitaria, optando però quasi subito per una band a tutti gli effetti. Saggiamente, visto che le When Love Comes In e I Miss You incise da Gary Lee per il demo portato da Grelecki alla Epic sono esercizi di rock bluesato di scarsa personalità. Il giovanotto però nel cassetto ha pezzi di livello superiore e altri ne sta scrivendo con il compare. Mancano ancora le persone giuste, trovate a inizio Sessantotto nell’esperto bassista Joe-Dave Damrell, nel batterista e tastierista di estrazione classica Chris Lockheed, nell’ex sei corde degli Oxford Circle Dehner Patten. Tutti si conoscono, stanno combinando poco e l’occasione è ghiottissima. Eccoli poco dopo a San Francisco, ospiti in una villa di amici del Grelecki a lavorare duro su arrangiamenti e composizione.

Una prima serie di registrazioni produce per lo più seccature con Gregory, che viene allonato. A settembre ci si riprova in uno studio di Hollywood adibito a trasmissioni radiofoniche. Con l’aiuto di una statua di Budda, dei Kak (parole loro) “più in aria degli aquiloni” si fanno bastare una settimana per confezionare la scaletta, solida ed eseguita con piglio vibrante. Dalla copertina, sulla quale un groviglio alla Max Ernst incornicia la doppia esposizione fotografica dei Nostri, splendono in eterno nove iridescenti pepite di elevata caratura. HCO 97658 accoglie con un’entusiastica pallottola di ottanta secondi, Everything’s Changing cavalca esaltata ed esaltante in sella ai Moby Grape per lande di assoli lussureggianti, in Electric Sailor Patten presta l’ugola a un’innodia elegante e possente.

Nel prosieguo si strapazza il rhythm’n’blues con classe (Disbelievin’), porgendo poi un traslucido, pacato country-rock (I’ve Got Time) e omaggiando Donovan nell’incantata estasi Flowing By. Tiri il fiato e Bryte ‘N’ Clear Day riparte al trotto, spianando la strada all’articolato capolavoro Trieulogy, che transita dai Love più mestamente hendrixiani a slanci folk-rock innervati di groove e, infine, plana dentro un Happy Trails rasserenato. In chiusura, sinuosa e sardonica come il Brucaliffo, Lemonaide Kid orientaleggia tra volute di fumo fuorilegge. Alla faccia dei minori

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Ciò nonostante i Kak si sfasciano. Mancando un vero manager, dal vivo suonano raramente (una dozzina i concerti in totale!), cazzeggiano, si sballano con l’erba. All’etichetta frega poco e, a un certo punto, uno stanco Damrell saluta. Con lui finiscono l’alchimia e questa vicenda. Gary Lee pubblica un fiacco singolo a suo nome, poi si unisce ai Blue Cheer con Paul Wahley, altro ex del Circolo di Oxford. Kak si trasforma in reliquia fino al primo CD ufficiale del 1992 e all’edizione “filologica” su Big Beat di sette anni posteriore, reintitolata Kak-Ola e allungata da svariati bonus comprendenti le succitate prove di Yoder e versioni alternative del già noto. Frattanto, un’altra formazione aveva (ri)collocato Davis sulle mappe dell’acid-sound. Si chiamavano Thin White Rope.

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2 pensieri riguardo “Thyme Perfumed Gardens-3: Kak”

  1. ” il rischio di sbrodolare è dietro l’angolo se l’attitudine “espansiva” non possiede strutture solide – leggasi: canzoni – a sostegno ”

    Oooohhh quanta verità in queste parole! Dovrebbero essere l’incipit di ogni libro sul progressive/acid/trip/etc etc…

    Piace a 1 persona

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