L’unico avvento degli Stone Roses

Chiamatemi pure snob. Datemi del vecchio barbogio quanto vi pare. Siamo in democrazia ed è un vostro diritto. Però provate a convincermi – e, magari, a convincervi – che gli Stone Roses non siano stati faccenda da un solo disco. Il primo, ovviamente, perché Second Coming dimostra che non viviamo nel migliore dei mondi possibili. Serve un’altra controprova, Herr Leibniz? Eccola: le reunion, con pochissime eccezioni patetiche pantomime gonfie di nostalgia canaglia. Dunque, caro Ian Brown, sapere che oggi il mondo può ascoltare nuova musica degli Stone Roses non mi fa né caldo né freddo. Per la semplice ragione che quella musica non la voglio sentire: benché tu e i tuoi compari dobbiate pur campare, faccio finta di niente da che vi siete rimessi assieme. Siamo in democrazia e ne ho pieno diritto.

Mi infastidisce giusto quel “it will be glorious“ con cui lo scorso marzo guarnivi la notizia per la gioia della stampa britannica. Perché sempre tu nel dicembre 1989 affermavi di cantare nel gruppo più importante del mondo, quello che non aveva neppure iniziato a mostrare di cosa fosse capace. Non serve che ti ricordi com’è finita, vero? Tanto lo sappiamo entrambi che esistono magie così favolose da cancellare tutto ciò che seguirà, che sono sempre loro a garantirtio gli annali e a rivelarsi ogni volta fresche come la prima. Perché se un disco è un autentico Capolavoro, lo rimane.

StoneRoses 2

Vengo al punto: con l’omonimo dei La’s, The Stone Roses è l’ultima pietra miliare dell’universo indie britannico anni ‘80. E, allo stesso modo di certe opere che vedono la luce alla fine di un decennio, rappresenta insieme un riassunto di classicità e una finestra sul domani. Così il quartetto di Manchester ha giocato un ruolo importante anche nella rivoluzione screamadelica: ai margini della pista da ballo, osservava con rispetto e traeva indicazioni utili per mescolare fulgido guitar-pop e sperimentazione attorno a una sezione ritmica da urlo (Gary “Mani” Mounfield al basso, in seguito non a caso nei Primal Scream; Alan “Reni” Wren dietro tamburi e piatti) e alla sei corde di John Squire, minimale e immaginifico discepolo di Johnny Marr. Quanto l’LP sia in sé perfetto, lo ribadì una sontuosa riedizione del ventennale che tra singoli, demo e lati B non offriva ulteriori rivelazioni.

Evidenza definitiva che quel forziere di echi sixties rivisitati con gusto e intelligenza (in regia il navigato John Leckie gestisce da maestro una filigrana di spazialità, effetti e scricchiolii a volte subliminali: ascoltare in cuffia per credere) è eternamente tondo come una “O” di Giotto. Grazie a una penna caleidoscopica che scaglia in cielo l’inno Made Of Stone, dispensa la dolcezza melanconica di (Song For My) Sugar Spun Sister e vortica colori sfolgoranti in She Bangs The Drums; che altrove dipana invece la lieve però pigra Shoot You Down e i giochi di pieni e vuoti di This Is The One. Per tacer del jingle-jangle funk Waterfall, dell’ironica Don’t Stop e della rincorsa a perdifiato tra chitarra e basso nell’euforica Bye Bye Badman.

 Stone Roses lp

Anche se, in realtà, tutto è già chiaro all’inizio, dalla I Wanna Be Adored che prende forma dal nulla per esplodere sublime nel cuore e infine dissolversi di nuovo nel nulla. Genio puro, a farla breve, riassunto in chiusura con l’epopea I Am The Resurrection: ritmo secco e battente, ritornello stellare, coda su un groove acidulo tra Can e Funkadelic. Il funk mutante tornerà in Fool’s Gold e One Love, coppia di assi su 12” uscita prima di un lunghissimo stallo causato da grane contrattuali con l’etichetta Silvertone che sbriciolerà l’armonia.

Più di Second Coming, uscito nel 1994 dopo un anno di lavoro e anticamera dello scioglimento, più delle insignificanti carriere soliste di Squire e Brown, meritano interesse Turns Into Stone, che nei primi Novanta raccoglieva i pregevoli quarantacinque giri pre e post album e The Remixes, in grado nel duemila di mostrare la danzabilità “nascosta” e obliqua di materiale su cui, tra gli altri, mettevano mano 808 State e Grooverider. Detto ciò, da una lontana eppur vicinissima estate non ho mai smesso di frequentare assiduamente questa Bellezza. Del tipo che possiede il suono di un mattino radioso trascorso nelle braccia della persona che più ami al mondo. That is the (only) one.

2 pensieri riguardo “L’unico avvento degli Stone Roses”

  1. “Boriosi stronzetti” li aveva etichettati un Maestro a caso 😉 ed in effetti… Però che razza di disco erano riusciti a tirar fuori! Ti credo che non siano stati in grado di bissarlo, certe magie rimangono davvero uniche come hai giustamente scritto.

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