Pop Field (Music) forever

Prima della globalizzazione potevo dirmi all’incirca sicuro di un retaggio sonoro al quale, inconsapevolmente o meno, le band erano solite rifarsi. Ancora oggi sono certo dell’esistenza di quella trama, che è più sottile della contrapposizione tra “sostanza rock” e “apparenza pop” in cui tanti indulgono. Aspetti che mi pare sbrigativo considerare come opposti, così che preferisco studiarli nelle zone grigie dove bisticciano e fanno pace, finché i reciproci confini trascolorano in un terreno comune che spesso è meraviglia. Sì, perché si dice che in Inghilterra prevalga la canzone come comunicatore sociale e in America vinca la concretezza di chi ha distillato il rock’n’roll. Verissimo. Però le cose stanno anche così, quindi c’è di che riflettere.

Giusto per fare qualche esempio: i Beatles si nutrivano a Stax e Motown, a Buddy Holly e Chuck Berry, a Little Richard e folk e cabaret, che amalgamarono in qualcosa di unico ed esemplare; David Byrne, Tom Verlaine e Ric Ocasek devono tantissimo al robodandy Bryan Ferry; i giovani R.E.M. intrecciavano Gang Of Four e Byrds… Esiste insomma una memoria di stili che altri linguaggi utilizzano a mo’ di piattaforma per nascere e svilupparsi in una catena di mutamenti e scambi transoceanici. Oggi, allorché il passato è a portata di un click e lo puoi sovrapporre come ti garba, la faccenda è ancor più complessa. Nel caos e nella dispersione, tuttavia, trovi ancora della grazia che smantella i cliché. Basta sapere dove andare a cercarla.

field music

Provate magari a fare un salto in quel di Sunderland, dove dietro la sigla Field Music i fratelli David e Peter Brewis trafficano con strutture di matrice progressive e melodie mai scontate. Per la scena albionica sono autentiche mosche bianche: ironici ma schivi, sono venuti su a rock classico e indie, a jazz e classica e blues trasversali, digeriti e riformulati con spirito critico e autenticamente creativo nella provincia che a Swindon mantenne in incubazione gli XTC, loro riferimento principale per le evidenti affinità. Alla maniera di Partridge & Moulding, infatti, anche i loro orizzonti sono vasti e policromi.

Privi di pacchianerie o esibizionismi, tracciano un “complesso minimalismo” che – tra mille altre sfaccettature – inanella omaggi a Skylarking, libera Kinks e Zombies nei meandri della new-wave, sparge inchiostri di Steely Dan sul diario di Paddy McAloon. Una giostra vorticosa che conosce la prima perfezione in Tones Of Town, LP che nel 2007 seguiva un promettente esordio omonimo. Troppo “avanti” per il mondo indie volubile e modaiolo, i Brewis rischiavano subito di saltare in aria. Ripensandosi come “azienda” alla P.I.L. e grazie a una salutare pausa, ripartivano nel 2010 con Measure, corposa e brillante mescolanza di acustico ed elettrico; nel volgere di un biennio, Plumb rimarcava quanto il duo fosse un preciso riassunto estetico e attitudinale dell’epoca in cui viviamo.

 Commontime

Un compendio che fortunatamente possiede solo pregi e la voglia di stupire con naturalezza uno tra i più rilevanti. Chiusa la parentesi Music For Drifters (colonna sonora di un documentario uscita in poche copie per il “Record Store Day” dello scorso anno), Commontime abbraccia dunque il cocktail tra anima bianca e nera che – Simon Reynolds docet – presiede al migliore pop britannico. Aperto da una The Noisy Days Are Over appiccicosa e fantastica fusione a caldo tra Hot Chip, Talking Heads e fiati elegantemente nervosi, regala nel prosieguo congetture su degli Scritti Politti mai decaduti in macchietta (Disappointed); spalanca universi paralleli dove Prince condensa Purple Rain, Around The World In A Day e Parade in un unico album (How Should I Know If You’ve Changed?) e collabora con i Roxy Music (It’s A Good Thing); spedisce spavalde ed effervescenti cartoline agli Sparks (Indeed It Is).

Se in Same Name scorgi dei Gang Of Four pacificati, That’s Close Enough For Now libera una citazione situazionista di Neil Young e But Not For You trattiene l’eco dei Cars. Spetta infine a saggi di classe sopraffina completare il mosaico: l’elegia capolavoro The Morning Is Waiting è Brian Wilson che rinsavisce aiutato dai Left Banke e magistrali sono sia i ceselli di They Want You To Remember che il gioco di tensione e quiete in Trouble At The Lights. “La cosa più difficile è trovare il modo di realizzare ciò che ci gira in testa.”, mi rivelò anni or sono in un’intervista David Brewis. Tranquilli, cari pop brothers: missione compiuta anche stavolta. Con il vostro disco più bello. Scrosciano gli applausi.

4 pensieri riguardo “Pop Field (Music) forever”

  1. Ma solo io, ascoltandolo, ho avuto l’impressione che ai Field Music piacciano tanto, ma tanto, gruppi quali Pearlfishers e High Llamas? Comunque positivamente sorpreso, gran bel dischetto. Ed a brani come “I’m Glad” non si può resistere 🙂

    Piace a 1 persona

    1. Apprezzo moltissimo quei gruppi, in particolare High Llamas; trovo che i Field Music siano mooolto XTC epoca post “English Settlement” (qui con Sean O’Hagan ci siamo) e risentano meno (direi quasi nulla) della scuola Postcard. Lo stampo del pop arguto è multiforme, per fortuna, e perciò ci delizia nei secoli dei secoli…

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