Il genio e l'(a)normalità dei Polyrock

Osservata dall’esterno, quella bestia strana e in via di estinzione chiamata giornalismo musicale può apparire soggetta a periodici attacchi di instabilità. Alcuni lo chiamano “revisionismo” e, quando non è un paravento per chi ama distinguersi sparandole grosse, rappresenta comunque un atteggiamento più costruttivo dello spargere guano dal proprio orticello su ciò che non piace o che non si capisce. Per quanto mi riguarda, chi scrive di musica – di cinema, di letteratura, di arte – dovrebbe essere un appassionato di professione; un indagatore curioso e privo di preconcetti, pronto a mettere in gioco sé e la propria visione delle cose. Mai e poi mai un ultrà e/o un narcisista terminale.

Ma sto divagando. Rientro in carreggiata annotando l’ovvio, cioè come la mole di ristampe scatenata dall’avvento del CD – ricordate? il supporto dal suono perfetto che avrebbe affossato il vinile: le matte risate… – abbia causato una ridefinizione della storia del rock, mutando la classicistica visione che ne avevamo a favore di un flusso “in divenire”. L’avremmo altrimenti considerata mai influente gente come Josef K, Pylon o Polyrock? Ecco, appunto.

 polyrock

Faccenda da “Chi l’ha visto”, questi ultimi, finché nel 2007 la statunitense Wounded Bird non ne stampava per la prima volta in digitale i due 33 giri. Senza peraltro smuovere alcunché, siccome l’indifferenza fu una sgradita costante per questa formazione newyorchese sin da esordi in cui fioccavano paragoni stilisticamente poco plausibili coi Talking Heads. Tutti a guardare Philip Glass che fungeva da pigmalione, produttore e membro aggiunto à la Eno, adombrando così il suo ruolo di basilare influenza stilistica, evidente nell’ipnosi di tastiere che collidono con chitarre angolari su una solida ritmica motorika. Pagine dal manuale post-punk con appiccicate sopra melodie circolari che sono flessuose, polifoniche benedizioni dell’abbraccio tra rock e contemporanea. Uno stile conservatosi splendidamente nel tempo grazie alla sua classe e alla nicchia accademica che lo generò, le quali però hanno pure impedito una più diffusa popolarità ai suoi artefici.

Anonimo il look, al pari dei Feelies che sono sì un referente corretto, la fortuna dei Polyrock fu esigua e l’esistenza priva di aneddoti. Basta il sodo a renderli meritevoli, ché in un alveo di apparente monocromia ancora si celano fascinosi segreti e cangianti sfaccettature. Corre l’anno 1978 quando il cantante/chitarrista Billy Robertson scioglie i Model Citizen e dal Queens chiama il fratello Tommy (elettronica, violino, chitarra) e il bassista Curt Cosentino, estendendo poi la line-up con la cantante Catherine Oblasney, Lenny Aaron alle tastiere e Joseph Yannece dietro la batteria. Memore di Billy dall’epoca della sua prima formazione, Philip Glass si reca a un loro concerto ed è impressionato al punto da convincere la RCA a ingaggiarli.

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Frutto immediato del sodalizio è lo splendido Polyrock, LP dove i gioiosi ritmi pazzi per nevrotiche piste da ballo di Romantic Me e No Love Lost camminano a braccetto con la spumeggiante frenesia di Green For Go e This Song. Dove Go West è uno ska mutante e Your Dragging Feet incastra la psichedelia sul krautrock inventandosi gli Stereolab, dove #7 profuma di Neu! e Sound Alarm già destruttura in chiave “post”, dove Shut Your Face inscena un vigoroso avant-garage e Body Me ipotizza incontri tra Million & Mercer e i primi Kraftwerk. La critica più attenta applaude, il pubblico non fa una piega. L’etichetta acconsente a una replica con (vane) speranze di compromesso: nel 1981 Changing Hearts torna sul luogo del delitto con la superba trasfigurazione della beatlesiana Rain, un pizzico di rilassatezza in più e qualche assaggio di introversione albionica.

Commercialmente, scava un altro buco nell’acqua: abbandonato da Glass e da Tommy Robertson, il gruppo è messo alla porta. Dodici mesi più tardi, il mini-LP Above The Fruited Plain esce per la piccola PVC e non mi risulta disponibile su CD. Nonostante ciò, meritano la ricerca questi venticinque minuti che arrotondano spigoli, spargono aromi orientali e offrono una Working On My Love che oggi sarebbe una perfetta indie hit ma figurarsi se al tempo… Logica conseguenza il rompete le righe e l’inizio del culto, rafforzato nell’86 dal nastro ROIR No Love Lost con i demo di un terzo album perduto e scampoli dal vivo. Preparatevi a stupirvi.

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