Retronow: i Suuns e la musica che gira intorno

Anche se ti sembra di avvertire in anticipo effluvi come di rancido o bruciato, mai giudicare un disco dalla cartella stampa. Anche se talvolta la pubblicità è l’anima del commercio e de li mortacci loro. Anche se a tutto c’è un limite. Ciò premesso, immaginatevi la reazione nell’apprendere che, a contorno di alcune tracce del terzo album su Secretly Canadian, i Suuns hanno realizzato dei video legati alla realtà virtuale e una app per android scaricabile gratuitamente. Mancava solo Renzi a sventolare l’Iphone e dire “cool” e “smart” ogni tre altre minchiate e la voglia di ascolto era svanita. Ho tirato comunque il fiato: il quartetto canadese ha sin qui dimostrato intelligenza e serietà superiori alla media, ragion per cui non si nasconde dietro a specchietti per allodole. Almeno fino a prova contraria.

In ogni caso facciamo tabula rasa, ché un LP va giudicato per la musica che contiene e solo dopo ed eventualmente per ogni sovrastruttura, marketing incluso. Siamo rocker ma pur sempre intellettuali e questo – ci piaccia o meno – è il tempo in cui viviamo. Tornando al punto e al sodo, è andata di lusso. Con crescente intensità, Hold/Still ha diradato ogni dubbio, lasciando spazio alle lodi per un cambiamento nella continuità che nell’epoca del mordi-e-fuggi è circostanza assai rara.

suuns

Nulla vietava infatti alla formazione di spingere sul pedale sulla danzabilità, rendendola più lineare fino a occupare il trono lasciato vacante dagli LCD Soundsystem. Invece no: niente asprezze levigate, però nemmeno ostentazioni di pessimo gusto stile ultimi Liars. Al loro posto, il mettersi in gioco e in discussione approfondendo un’anima sperimentale che richiede pazienza e poi ripaga con gli interessi. Del tipo che passata una breve emicrania, ci si sente meglio. Garantito. Fatto sta che i ragazzi si sono chiusi in studio a Dallas con il navigato perfezionista John Congleton al posto di Jace Lasek, e la scelta ha comportato un cambiamento “filosofico” nell’approccio alla registrazione: incise essenzialmente in diretta, le canzoni beneficiano di una botta presente anche nei passaggi più sommessi o articolati.

Corposi e dettagliati i brani, con l’eccezione della timbrica vocale il suono si è infine svincolato da talune somiglianze con i britannici Clinic. Hold/Still conferma così i suoi artefici tra i nomi importanti dell’attualità, grazie a un moderno post-punk di personalità e maturità viepiù pronunciate. Evidenti in un’opera che, divisa in metà complementari, dipinge nell’ipotetica seconda parte – siglata da Brainwash, ballata sghemba da Syd Barrett con il (dis)senno del poi – panorami lividi come Nobody Can Save Me Now e la lunga Careful. In mezzo a queste pagine di ambient malata e benedetta da spettri di Cluster e primi Kraftwerk, l’orroroso trip-hop mutante Paralyzer ti impasta le sinapsi spiegando l’aria malsana che tira.

 hold still

Laddove quanto precede non lesina certo in perspicacia e sferzate, tra risonanze dei primi Cabaret Voltaire corrette con il nerbo degli Wire più chirurgici (Fall), intuizioni degne di giovani e tenebrosi Human League (la sorniona Instrument, una Infinity che a fine programma riporta tutto a Sheffield), episodi che iniettano codeina nelle vene di Ultravox! e Radiohead (Un-No). Elettronica di silicio ruvido e tagliente, che – decostruita con umanissimo piglio rock e temprata con bagni di acido solforico – indica quanto la sperimentazione sia convincente poiché legata a doppio filo con la scrittura.

A ben sentire, inoltre, il ritmo ha solo accantonato l’epidermicità obliqua del passato, che qui sarebbe stata fuori luogo. Se allora l’eccellente Resistance incastra irresistibili spire su un gioco di vuoti e pieni, Mortise And Tenon inscena alienazione in salsa elettro-rock e Translate dipana con suprema efficacia un circolare minimalismo kraut. Contemporaneamente astratto e fisico, Hold/Still è una cornucopia di idee che non fa sconti a nessuno. Qualcuno lo faccia ascoltare ad Alt-J e Black Mountain, per favore.

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Thyme Perfumed Gardens-6: Litter

Nei momenti in cui il cosiddetto “ascolto critico” prende il sopravvento sul puro piacere auditivo, bisogna accostarsi a un disco considerandone il contesto storico e stilistico: solo così, infatti, si può in qualche modo ricostruirne l’impatto all’epoca dell’uscita. Ciò premesso, dal 1967 l’esordio a trentatré giri degli statunitensi Litter seguita imperterrito a scartavetrami il cervello con masochistico piacere. Perché se non è di rumore senza causa che le orecchie si nutrono, poche faccende coeve suonano abrasive come la rilettura di I’m A Man che lo suggella.

Come se i Litter avessero voluto esorcizzare il clima gelido della Minneapolis da cui provenivano con quantità industriali di fuzz e feedback, conditi di tutta la rabbia possibile e immaginabile; permettendoci, in retrospettiva, di tirare un incandescente filo ai concittadini Hüsker Dü e Replacements, questi ultimi dei devoti che – imitati dagli australiani Lime Spiders e dai Damned sotto falso nome – rileggeranno il classicone Action Woman. A monte di siffatto archetipo punk stavano preludi chiamati Victors e Tabs, tra le centinaia di tipiche gang che calcavano i palchi d’America, composte da giovanotti intenti a… distorcere le radici nere del rock’n’roll con tecnica approssimativa e surplus ormonali. Tanti piccoli grandi miti che chiusero il conto delle reciproche influenze, rispondendo all’invasione britannica con un garage-rock che fu tra le pietre angolari del ’77.

 The+Litter[1]

Questa la debita gavetta di Denny Waite (voce, organo) e Jim Kane (basso), come anche dei chitarristi Bill Strandlof e Dan Rinaldi e del batterista Tom Murray. Lungo il 1966 sono avvicinati da Warren Kendrick, produttore che propone loro un brano di sua composizione. Il dado è tratto: registrata a fine anno e pubblicata a 45 giri, Action Woman (sul retro la accompagna A Legal Matter in una versione più fedele all’originale di Pete Townshend) gode di buona circolazione entro i confini dello stato. Il suo sensazionale squassare di sei corde imbizzarrite, cantato roco e ritmica selvatica la inserisce immediatamente negli annali (non a caso, nel 1979 aprirà con dovizia di puntina deragliata il primo volume della serie Pebbles) e persuade la piccola etichetta Warick a investire in un album. Frattanto Strandlof è stato rimpiazzato da Tom “Zippy” Caplan, fresco di ritorno dalla California.

Con lui si entra in studio a primavera per immortalare i pezzi eseguiti in torridi live, dove tra luci stroboscopiche e fumi la strumentazione viene spesso sfasciata. Per le suesposte ragioni, Distortions consta in massima parte di cover della British Invasion, sebbene “trasfigurazioni” sia il termine più calzante. Oltre al singolo e all’annichilente orgia blues noise di I’m A Man, urgenza espressiva e spiccata personalità consegnano l’articolata I’m So Glad, una Whatcha Gonna Do ‘Bout It dall’assolo lancinante, il ruzzolone pop Somebody Help Me. Gli Who sono ulteriormente ringraziati tramite una Substitute addizionata di geniale coda acid-lounge-surf, Rack My Mind sottrae le dodici battute agli Yardbirds con mano stilosamente farabutta e Soul Searchin’, ancora di Kendrick, è muscoloso folk-rock. L’unico momento in cui peraltro tiri il fiato insieme a una Codine in bilico tra torpore e risveglio.

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Annotato che Strandlof lo potete sentire sui brani ripescati dal 7” e giustappunto in Soul Searchin’, permettetemi di stendere un’altra cordicella che da Distortions arriva sulla soglia dell’omaggio/oltraggio alle radici che, decenni più tardi, sarà caratteristico di gente brutta ma bella come Pussy Galore e compagnia. Hai detto niente. A siffatta innovativa furia, di lì a un anno il seguito su Hexagon $100 Fine risponde egregiamente insistendo su brani autografi. Piacciono la granitica Mindbreaker, le Morning Sun e (Under The Screaming) Double Eagle che tornano ai panorami dell’esordio; altrove, la fenomenale epica She’s Not There vede degli Zombies davvero tali travolti da un furibondo misto di Doors e Stooges, e in Kaleidoscope i Procol Harum mutano in una sorta di Love sfregiati.

Problemi col management bloccano tuttavia i Litter e la stanchezza ha la meglio: rifiutate le offerte di Elektra e Columbia, in estate gli esausti Waite e Caplan gettare la spugna. I superstiti li rimpiazzano con degli onesti mestieranti e cedono alla ABC l’ordinario hard rock di Emerge. Fine del decennio favoloso e della vicenda, poiché non tutti sono i Sonics e dunque preferisco soprassedere sulle rimpatriate per nostalgici. E siccome al mondo non c’è giustizia, mi tocca infine riportare che Bill Strandlof è deceduto per una leucemia nel ‘95.

Kult Korner: Come on, let’s go downunder! In lode della suora volante

Da qualche mese avverto una benefica febbre indirizzata verso l’emisfero sotto di noi. L’ago della bussola indica la Nuova Zelanda, luogo tra gli ultimi autentici Eden rimasti su questo derelitto pianeta e dove dal 1981 opera un’etichetta che molto ha dato al rock più arguto e coraggioso. I più avvertiti avranno inteso che è della Flying Nun che sto per tessere (sinteticamente) le lodi, il destro offerto dal ritorno di uno dei suoi nomi storici, i Chills, e dalla pubblicazione risalente allo scorso giugno di In Love With These Times: My Life With Flying Nun Records, tomo di memorie del fondatore Roger Shepherd. Pubblica Harper Collins ed è improbabilissima la traduzione in italiano, nondimeno i fan se lo saranno letto in un fiato e l’avranno riposto accanto a vinili nel frattempo oggetto dell’ennesimo rispolvero.

Il fatto è che a gente così vuoi bene e ai loro dischi anche di più, perché incarnano un ideale “indie” senza pose o menate artistoidi di cui senti la mancanza. Perché appartengono all’epoca in cui registrare e stampare musica costava fatica e dentro c’erano il cuore e l’anima degli artefici. Perché, infine, questi dischi sono belli e spesso bellissimi. E, tra tante altre cose, attestano anche gli effetti positivi del decentramento. Infilando perle su un’immaginaria collana mi sovvengono Bristol e la Sarah, Glasgow e la Postcard, la Dischord e Washington DC. Nel mezzo, fiera e riservata, brilla la Flying Nun.

nun logo

Trecento dollari neozelandesi: tanto bastò al giovane commesso di un negozio (indovinate un po’ di cosa…) per creare a Christchurch un marchio utile per fotografare il nuovo che avanzava. Roger Shepherd osservava uno stile del passato colorato con i pennelli del presente, che non era revival ma nemmeno nuova onda e mostrava le proprie radici mentre guardava avanti: “La spinta me la diedero le canzoni: queste erano la cosa importante che volevo documentare. Non c’era un intento commerciale, volevo coronare il sogno di appartenere a quello che stava accadendo. Il punk ci aveva dato l’idea che tutti potessimo formare una band e imparare strada facendo.” Spirito genuinamente do it yourself quello che dunque animava la comunità locale, artefice di linguaggi che l’osservazione distaccata delle mode – giunte in ritardo da Stati Uniti e Inghilterra per la distanza e rivisitate con sensibilità – ha collocato in una nicchia a sé.

Per questo suonano tuttora freschi Chills, Clean, Bailter Space e via elencando. Come per Radio Free Europe, l’effetto di Tally Ho! – il 7” di esordio dei Clean, registrato con un budget ridicolo e planato nei Top 20 nazionali – funse da traino a uno stuolo di band ingegnose spesso imparentate tra loro: “Stavamo comunicando tra amici. Ci si aiutava a vicenda senza competizione e per questo è durata così a lungo.” Una storia bella che ha per protagonista un amante della lettura e della musica che si fa in quattro non per modo di dire; che inizia a gestire l’oggetto del proprio amore nelle ore libere del lavoro e lo cresce, riverito dall’underground mondiale.

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La sede nell’appartamento passa a un ufficio sempre meno fatiscente e la scuderia aumenta in numero e popolarità. Lo stress presenta il conto, sotto forma di problemi con l’alcool e una depressione che Sheperd manda al tappeto con lo stesso vigore con cui l’amico Chris Knox, ubriaco, spediva KO un membro degli adorati Fall. Diventava importante il “Dunedin sound”, sul quale tuttavia Roger puntualizza: “A Christchurch i 13th Floor Elevators erano molto noti, ma in pochi possedevano i dischi e dovevi andare a casa di amici per sentirli. Dunedin era diversa, lì tutti sembravano i Velvet perché con il successo di Lou Reed trovavi solo i loro LP. Il ‘Dunedin sound’ in realtà non è mai esistito: c’erano diversi stili e le uniche cose in comune erano la provenienza e vaste collezioni di dischi assemblate con tempo e fatica.” Non ha davvero mai smesso di essere sfuggente e surreale quel jangle-pop percorso da smanie e storture, una seduzione di incensi e ombre dove Arthur Lee collabora con Reed e Cale dopo il ’77.

Ma non solo: un catalogo ampio che i neofiti sono invitati a scandagliare attentamente, oltre alla lista che segue estraggo le contorsioni new-wave dei Gordons e l’acidulo folk urbano degli Able Tasmans. Per dire. La formula conserverà il livello qualitativo nei ’90, scansando i cliché e aprendosi a rumorismo, elettronica, post-rock. Il nuovo secolo vedrà invece la fusione con la Mushroom e l’acquisto da parte del gruppo Warner. Cinquanta e rotti anni, moglie e due figlie, Sheperd non molla: ricompra la sua creatura e si adatta, spostando la sede a Auckland e facendosi aiutare a dirigerla. Soprattutto, seguita a sfornare materiale interessante (vi regalo tre nomi: Zen Mantra, avoid!avoid, Ghost Wave) fedele alla filosofia che lo muove sin dall’inizio: nessuno diventerà ricco ma si ascolteranno gran dischi. Hai visto giusto, Roger.

DIECI LEZIONI PER INIZIARE A VOLARE

 Bailter Space – Tanker (1988) Sorto dalle ceneri dei Gordons, il power-trio guidato da Alister Parker si appropriò della lezione dei Sonic Youth con un’attenzione per la forma e la scrittura cui Moore e soci sarebbero approdati di lì a poco. Devastanti dal vivo quanto a piglio e volumi, in studio privilegiavano stratificate ipnosi nell’orbita dei Loop. A dir poco fenomenale l’agitato mantra Grader Spader.

Bats – Daddy’s Highway (1986) Formati dall’ex bassista dei Clean nel 1982 e tuttora attivi, i Bats inanellavano tre pregevoli mini prima di questo LP, che li imita tratteggiando favoloso folk-rock su fondali di nevrotica elettricità. Lo struggente incantesimo North By North libera la memoria dei Josef K. nelle pieghe di Fables Of The Reconstruction e il resto non vale certo di meno.

Chills – Kaleidoscope World (1990) Martin Phillips sarebbe un Re del Pop se le calamità patite dai Chills non ne avessero impedito l’ascesa. Nulla da stupirsi alla luce della penna che chiude il cerchio tra ’60 e ’80 negli EP qui recuperati (apici l’abbraccio tra Byrds e Joy Division Pink Frost e i pastelli di Rolling Moon) e nell’album dell’87 Brave Words. E con ulteriore maturità in Submarine Bells, edito dalla Slash nel 1990.

Clean – Compilation (1986) Capostipiti della “scena”, i Clean di David Kilgour fondono i fermenti del primo post-punk con la fedeltà spirituale agli anni Sessanta. Ne risulta un obliquo folk-rock a mollo nella new wave che, piazzando Roger McGuinn negli Swell Maps, inventa Pavement e Sebadoh. In questa panoramica aperta dall’epocale Tally Ho c’è di che innamorarsi in eterno.

Dead C – Eusa Kills (1989) Non solo acquerelli: This Kind Of Punishment e soprattutto Dead C sono stati influenti sul rock e sul folk prefissati free, legando in chiave post-apocalittica recitativi, tribalismo e feedback nel granitico Harsh ‘70s Reality (Siltbreeze, 1992). I due antesignani su Flying Nun – questo il secondo – sono al pari riusciti con un filo di potabilità in più.

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Jean Paul Sartre Experience – Love Songs (1986) Miniature in un crepuscolo di mezzi toni, le canzoni dei Jean-Paul Sartre Experience poi divenuti JPSE quando gli eredi dello scrittore intenteranno causa. Incarnazione terrena e altrettanto meditativa dei Felt, ricamavano minimali trame chitarristiche che poi abbracceranno la distorsione. Qui prevale il loro lato migliore, onirico e deliziosamente visionario.

Sneaky Feelings – Positively George Steet (1999) Che Dunedin sia stata fondata da immigrati in gran parte scozzesi lo provano alla loro maniera Mike Bannister e i saggi di scuola Postcard contenuti in questa antologia. Ogni elemento, dalle sei corde asciutte alla calligrafia vivace ma velata di tiepida malinconia, è dosato con gusto in… cartoline degne di Orange Juice e Aztec Camera.

Straitjacket Fits – Hail (1988) Con l’EP Life In One Chord (AD 1987) Shayne Carter e Andrew Brough cominciavano a distillare caramello noise-pop corretto da robusto shoegaze. Ricetta che il primo lavoro sulla lunga distanza conduceva alla perfezione, laddove il successivo Melt smarrirà un po’ di esuberanza mentre i ragazzi diventavano un piccolo culto americano. In questi solchi sognante rima sempre con dissonante.

Tall Dwarfs – Weeville (1990) Moderno uomo rinascimentale, Chris Knox: grafico, produttore, regista e guida dei The Enemy, banda punk che sconvolse Roger Sheperd. Spetta ai Tall Dwarfs in coppia con Alec Bathgate – e alla dolce Not Given Lightly, sul solistico Seizure del ’90 – raccontare un genio dada-pop che nemmeno un ictus del 2009 ha fermato. Follia eletta a metodo sia in questo debutto che nei successori Fork Songs e Hello Cruel World.

Verlaines – Bird-Dog (1987) Leader assoluto dei Verlaines, Graeme Downes frequentava il conservatorio quando fu istigato da Dylan e dai Ramones a misurarsi con il pop. Approfittando dell’estrazione colta, la trilogia che pone lo sfavillante Bird-Dog tra gli aurei Hallelujah All The Way Home e Some Disenchanted Evening delizia con un personale e ricercato (folk) rock d’autore che all’accademia preferisce i lamenti del popolo al pub.

Classic Revisited: i Beau Brummels e le estati dell’anima

Poche band dei sixties incarnano il sapore esaltante e tuttavia dolceamaro di certe estati “dell’anima” come i Beau Brummels. Tra i coevi direi Lovin’ Spoonful e Beach Boys però non i Byrds, pura trascendenza scagliata più in alto del sole e ancora più su. Ascoltate per credere, e nel frattempo riflettete su come nel rock le questioni su chi abbia fatto cosa per primo siano sovente di lana caprina. Mettendo da parte i plagi e le ruberie, della nostra musica cogli in pieno l’evoluzione accettando che alla sua base vi siano perenni rielaborazioni. Il discorso vale anche per l’elettrificazione del folk, attribuita alla cover byrdsiana di Mr. Tambourine Man quando Judy Henske aveva pubblicato High Flying Bird un anno prima, se non che Dylan riporterà tutto a casa pungolato dai Beatles e… Scusa, ma i Beau Brummels?

Pensi “San Francisco” e vengono in mente assoli fiammeggianti e fiumi lisergici, benché da sempre questo luogo all’estremo del continente sia (stato) asilo e incubatrice per spiriti liberi – la Beat Generation in primis – e dunque costituirà a breve il terreno ideale per la rivoluzione giovanile dei ’60. Ronald Charles Elliott di ciò non si cura e nel quartiere di North Beach cresce tranquillo ascoltando country, George Gerswhin, Glenn Miller. Genitori musicisti e studi classici fanno sì che maneggi diversi strumenti in gruppetti che si esibiscono ai matrimoni. Riallaccia così i contatti con Salvatore Spampinato, in arte Sal Valentino, cantante di ventiquattro mesi più vecchio con in carniere un 45 giri twist. Tipo sveglio, spiega l’avvento dei Beatles a Ron, totalmente all’oscuro perché – incredibile, amici – non accende mai la radio. Estraneo al rock‘n’roll con l’eccezione degli Everly Brothers, presta orecchio ai Fab Four e capisce al volo.

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Nel ‘64 i Beau Brummels sono realtà con John Petersen alla batteria, Ron Meagher al basso e il chitarrista di passaporto irlandese – nonché iniziale responsabile del repertorio – Declan Mulligan. Restano una leggenda locale finché incontrano Tom Donahue e Bobby Mitchell, scafati dj che in tal modo ampliano il catalogo della loro Autumn Records. Una vera manna, ‘sti ragazzotti che in piena Beatlemania sono così bravi da sembrare britannici: mandiamoli a registrare con Sylvester Stewart, l’abile produttore di casa che ancora non si fa chiamare Sly Stone. Lo splendido impasto tra l’ugola di Valentino, la ritmica puntuale e gli intrecci chitarristici e vocali del primo singolo Laugh, Laugh tocca nel gennaio ’65 la quindicesima piazza di “Billboard”.

Tutti scambiano i Brummels per inglesi, siccome i suddetti marpioni li abbigliano in stile beat e alimentano la diceria allorché l’eccelsa Just A Little (numero otto in classifica: il loro record) spiana in aprile la strada all’esordio Introducing The Beau Brummels. Album solido che logicamente scivola solo sulle due cover, essendo la penna uno dei pilastri dei californiani: Oh Lonesome Me sarà indimenticabile con Neil Young ma qui è un po’ caciarona e Ain’t That Loving You Baby non decolla proprio. Altra faccenda l’innocenza irripetibile di Just Wait And See, I Would Be Happy e Not Too Long Ago, il romanticismo pastello di I Would Be Happy e il garage in versione “light” That’s If You Want Me To. Dopo di che Mulligan saluta per divergenze artistiche ed Elliott, diabetico e stressato dai tour, è rimpiazzato da Don Irving e si tappa in casa a scrivere.

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Anche per questo Volume 2 in autunno svela l’accorata You Tell Me Why, la traslucida Sad Little Girl, le virili e inquiete I Want You e Don’t Talk To Strangers. Affidata la serenità al trittico conclusivo, gli azzardi sono una stranita Can It Be e la Sometime At Night che anticipa Arthur Lee. Intanto i brani si accumulano, l’etichetta fa bancarotta ed è stata debole nella distribuzione. Un terzo album rimane incompiuto, dato che la Warner ha rilevato marchio e roster e Donahue si è tenuto i diritti sulle pubblicazioni. Impossibilitati a stampare materiale autografo, i Nostri ripiegano con Beau Brummels ’66, inutile sfilata di successi altrui cancellati dall’omaggio a Zimmie One Too Many Mornings, ultimo 45 giri nelle chart.

Petersen (mancato nel 2008) preferisce gli Harpers Bizzare e la scena psichedelica si gira dall’altra parte: mescolando Forever Changes e Revolver, il gruppo reagisce con un Capolavoro orgoglioso e concentrato sulle possibilità offerte dallo studio. Nel 1967 Triangle custodisce sentimentalismo e visionarietà limpidi, frutto dell’integrazione tra la calligrafia di Elliott e la maturità interpretativa di Valentino. In un’aura di mistero supervisionata dall’acuto Lenny Waronker, questo folk-pop orchestrale sedotto da campagna e psichedelia spazia dal favolistico (il brano omonimo, Painter Of Women) al terreno (la ripresa di Nine Pound Hammer, una Old Kentucky Home cortesia di Randy Newman), dal mistico (The Keeper Of Time, Magic Hollow: ospite Van Dyke Parks) all’esuberante (Are You Happy?, And I’ve Seen Her) sistemando in vetta il meraviglioso dramma The Wolf Of Velvet Fortune.

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In parallelo con i Byrds, il ’68 fotografa i superstiti Ron e Sal intenti a riscoprire la tradizione. Di Bradley’s Barn si dichiareranno entusiasti per gli eccelsi strumentisti, per la coordinazione di Waronker e per l’atmosfera dello studio di Nashville il cui nome non a caso battezza l’opera. Terrigna eppure sognante, vive di canzoni policrome però prive di orpelli come le Jessica e God Bless California (ancora Newman) che ipotizzano un Pet Sounds delle praterie, come la Cherokee Girl che maneggia sublimi cambi di passo e la Turn Around che suggerisce profondi brividi. Se I’m A Sleeper è tutta un saliscendi e Little Bird degna di Fred Neil, il resto si porge pigro (An Added Attraction, Loneliest Man In Town), epidermico (Deep Water, Long Walking Down To Misery), ombroso (Love Can Fall A Long Way Down) conservando ogni volta fascino. Un settembre sonoro dell’anima? E sia.

Il sodalizio si scioglie poco dopo: Sal entra negli Stoneground, il leader lascia il segno su Roots degli Everly e chiude discorso e decennio con il solistico The Candlestickmaker. Starà a fianco di Van Morrison, Randy Newman e Little Feat fino alla reunion di metà Settanta e a un lavoro omonimo insignificante, come del resto nel 2013 Continuum e l’intermittente attività dal vivo. Poiché ci sono incanti che durano in eterno, meglio investire sulle collezioni di inediti e rarità From The Vaults (Rhino, 1982) e San Fran Sessions (Sundazed, 1996).