I Suuns e la musica che gira intorno

Anche se ti sembra di avvertire in anticipo effluvi come di rancido o bruciato, mai giudicare un disco dalla cartella stampa. Anche se talvolta la pubblicità è l’anima del commercio e de li mortacci loro. Anche se a tutto c’è un limite. Ciò premesso, immaginatevi la reazione nell’apprendere che, a contorno di alcune tracce del terzo album su Secretly Canadian, i Suuns hanno realizzato dei video legati alla realtà virtuale e una app per android scaricabile gratuitamente. Mancava solo Renzi a sventolare l’Iphone e dire “cool” e “smart” ogni tre altre minchiate e la voglia di ascolto era svanita. Ho tirato comunque il fiato: il quartetto canadese ha sin qui dimostrato intelligenza e serietà superiori alla media, ragion per cui non si nasconde dietro a specchietti per allodole. Almeno fino a prova contraria.

In ogni caso facciamo tabula rasa, ché un disco va giudicato per la musica che contiene e solo dopo ed eventualmente per ogni sovrastruttura, marketing incluso. Siamo rocker ma pur sempre intellettuali e questo – ci piaccia o meno – è il tempo in cui viviamo. Tornando al punto e al sodo, è andata di lusso. Con crescente intensità, Hold/Still ha diradato ogni dubbio, lasciando spazio alle lodi per un cambiamento nella continuità che nell’epoca del mordi-e-fuggi è circostanza assai rara.

suuns

Nulla vietava infatti alla formazione di spingere sul pedale sulla danzabilità, rendendola più lineare fino a occupare il trono lasciato vacante dagli LCD Soundsystem. Invece no: niente asprezze levigate, però nemmeno ostentazioni di pessimo gusto stile ultimi Liars. Al loro posto, il mettersi in gioco e in discussione approfondendo un’anima sperimentale che chiede pazienza e poi ripaga con gli interessi. Del tipo che, passata una breve emicrania, ci si sente meglio. Fatto sta che i ragazzi si sono chiusi in studio a Dallas con il navigato perfezionista John Congleton al posto di Jace Lasek, e la scelta ha comportato un cambiamento “filosofico” nell’approccio alla registrazione: incise essenzialmente in diretta, le canzoni beneficiano di una botta presente anche nei passaggi più sommessi o articolati.

Corposi e dettagliati i brani, con l’eccezione della timbrica vocale il suono si è infine svincolato da talune somiglianze con i britannici Clinic. Hold/Still conferma allora i suoi artefici tra i nomi importanti dell’attualità grazie a un moderno post-punk di personalità e maturità viepiù pronunciate. Evidenti in un’opera che, divisa in metà complementari, dipinge nell’ipotetica seconda parte – siglata da Brainwash, ballata sghemba da Syd Barrett con il (dis)senno del poi – panorami lividi come Nobody Can Save Me Now e la lunga Careful. In mezzo a queste pagine di ambient malata e benedetta da spettri di Cluster e primi Kraftwerk, l’orroroso trip-hop mutante Paralyzer ti impasta le sinapsi spiegando l’aria malsana che tira.

 hold still

Laddove quanto precede non lesina certo in perspicacia e sferzate, tra risonanze dei primi Cabaret Voltaire corrette con il nerbo degli Wire più chirurgici (Fall), intuizioni degne di giovani e tenebrosi Human League (la sorniona Instrument, una Infinity che a fine programma riporta tutto a Sheffield), episodi che iniettano codeina nelle vene di Ultravox! e Radiohead (Un-No). Elettronica di silicio ruvido e tagliente decostruita con umanissimo piglio rock e temprata con bagni di acido solforico che indica quanto la sperimentazione sia viepiù convincente se legata a doppio filo con la scrittura.

A ben sentire, inoltre, il ritmo ha solo accantonato l’epidermicità obliqua del passato, che qui sarebbe stata fuori luogo. Se allora l’eccellente Resistance incastra irresistibili spire su un gioco di vuoti e pieni, Mortise And Tenon inscena alienazione in salsa elettro-rock e Translate dipana con suprema efficacia un circolare minimalismo kraut. Contemporaneamente astratto e fisico, Hold/Still è una cornucopia di idee che non fa sconti a nessuno. Qualcuno lo faccia ascoltare ad Alt-J e Black Mountain, per favore.

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