Non solo folk. Il camaleontico, geniale Ryley Walker

Certo che ne leggi di stramberie da che, “grazie” a Internet, il livello medio del giornalismo musicale di questo paese è in picchiata. Perché sai che voglia ha la più parte di quelli che scrivono di verificare le fonti e ascoltare un disco più di tre volte quando in tasca non gli viene un euro. Di conseguenza, oltre a un italiano sovente da bastonate, in rete e purtroppo spesso pure sulla carta stampata ti imbatti in giudizi un po’ così. Del tipo che, perplesso, ti chiedi con quali orecchie sia stata mai ascoltata la musica che ne è oggetto. Vengo al punto. Per capire come è stato recepito il nuovo LP di Ryley Walker ho buttato l’occhio anche su alcuni noti siti: uno regala perle come “netto imborghesimento del suono” e “scenografia generale piuttosto scialba” riferita al “punto di vista strettamente emotivo”.

Tutto ciò da parte di chi dimentica un intero trentatré giri e considera Primrose Green l’esordio di Walker. Però. Che Onda. E che Rock, questi figli di Piero Scaruffi che avanzano! Taglio corto sullo squallore per risparmiare spazio utile a ben altro. A riferire magari che il mio apparato uditivo avverte forte e chiaro un progresso in questo nativo dell’Illinois, cresciuto nell’alveo punk-rock di Chicago e decollato da classicista folk per recapitare un moderno classico. Lo scorso anno Primrose Green si imponeva infatti tra i lavori più intensi del decennio col suo crocevia tra Tim Buckley e John Martyn, tra Van Morrison e Nick Drake.

ryleywalker

Un prodigio del quale – sorpresa! – Ryley pare non essere altrettanto entusiasta. Forse spinto dalla voglia di andare oltre, lo ritiene oggi una dimensione non “sua” e starà mica bluffando o giocando al ribasso con le attese? Nossignore: Golden Sings That Have Been Sung conferma un Talento con le idee chiare, un artista sincero cui non piace farsi incasellare e che asseconda i moti dell’umore e le pieghe del vissuto. Uno che, come cento altri, attinge dal passato però sa come incrociare tra loro epoche e stili. Così, le sue nuove composizioni partono dall’arcobaleno ’67-’72 per inoltrarsi nei Novanta, che furono sì gli anni del grunge, del crossover e dell’indie divenuto fenomeno “di massa”, ma anche l’era del post e del cantautorato depresso.

Ho scritto di inizi chicagoani e un campanello starà suonando nelle vostre teste. Sotto a quel tintinnio lasciate scorrere The Halfwit In Me, incantevole e autoironico folk che, in scia al Jim O’Rourke meno zigzagante, dispiega in apertura la metamorfosi. Non troppo lontano scorgo i sorrisi di Bill Fay e Roy Harper. Applaudo e nel frattempo immagino un songwriter giovane e tuttavia maturissimo che consuma Astral Week ed Eureka, Solid Air e Ocean Beach con la medesima passione; mi dico certo che tenga in gran conto i propri santini, pur non facendosene soffocare. Prova ne è qui un programma dove la stupefatta catatonia da “generazione X” tipica di Mark Kozelek è mescolata in un colpo di genio autoriale con l’acidulo folk-jazz che sappiamo.

golden

Apprendo che l’idea di partenza era di strutturare l’album in quattro lunghe suite e strada facendo ci si è viceversa orientati su brani un po’ più brevi. Si sente: intessuto su cadenze pacate, dilatazioni strumentali e arrangiamenti elaborati, l’insieme rimane in ogni caso capace di “respirare” poiché privo di manierismi e orpelli. Della focalizzazione su sostanza ed emotività ringraziamo anche il poliedrico Leroy Bach, coproduttore che aiuta a gestire con sapienza ed equilibrio un abbraccio fra ritmi, corde e pianoforte culminante nella chiusura Age Old Tale, tappeto post-folk-rock sistemato sulle curve della davisiana All Blues.

Meraviglia cui il resto paga pegno solo perché la cogli intenta a volare in un empireo stratosferico: sono molto più di semplici ancelle la sinuosa Funny Thing She Said e una I Will Ask You Twice all’insegna della stringatezza acustica, le The Great And Undecided e The Roundabout giocate alla pari con Jonathan Wilson, la psichedelia per nulla revivalista di Sullen Mind e le impennate di A Choir Apart. Una stella era già nata e ora splende più che mai. Il suo nome è Ryley Walker.

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