Classics Revisited: Ultravox! Mon Amour

Benché il primo incontro con loro avvenne in pieno agosto, grazie a un filmato di Hiroshima Mon Amour colto casualmente in televisione, mi sorge spontaneo associare la musica dei “veri” Ultravox(!) all’autunno. A suo modo singolare, dunque, che sia stata scelta la primavera per l’ennesimo recupero del loro catalogo, stavolta affidato al quadruplo box The Island Years che ai tre album originali ri-rimasterizzati aggiunge un CD di singoli, retri e session della BBC. La spesa è modica e casomai nel 2006 vi foste persi le riedizioni digitali singole, averlo è un imperativo categorico. Magari per sostituire eventuali vinili ormai consunti e, in tal caso, queste istantanee soniche di desolazione urbana vi appariranno viepiù attuali.

Scattate in un occidente che lungo i tardi ’70 affrontava la decadenza in scenari prossimi a quelli preconizzati da Huxley, Orwell e Ballard, mostrano la mala però buona pianta del punk che, dal grigiore dell’architettura brutalista, cresce in una new-wave che dell’angoscia metropolitana farà tema ricorrente. Quando parli degli Ultravox, tuttavia, troppi pensano a una sequela di celebri e pompose vacuità. Quella è soltanto l’indegna fine della storia. Vi furono infatti giorni in cui il nome era sinonimo di un cuore palpitante tra i macchinari, di un equilibrio tra l’irruenza settantasettina e la tecnologia kraut. Di un “crash” – Ballard un autentico nume tutelare – sull’autostrada M1 tra i primi Roxy Music e la coppia Dinger-Rother con testimone il Duca berlinese. Di “dopo punk” prima che questo ancora fosse finito. Così è tuttora.

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Quattro decenni non hanno deposto rughe su LP ai cui inizi c’erano i mediocri Tiger Lily, formati a metà seventies da Dennis Leigh – studente d’arte sosia di Malcom McDowell e innamorato del Futurismo: nome d’ugola John Foxx – con il violinista Billy Currie , il chitarrista Steve Shears e la ritmica di Chris Cross (basso) e Warren Cann (batteria). Punti di riferimento il glam più raffinato, lo sperimentalismo germanico, l’impeto stradaiolo delle New York Dolls. L’unico 45 giri pubblicato serve ad acquistare un synth che, affidato a Currie, aiuta a mescolare elettronica e irruenza chitarristica in uno stile freschissimo. Cambiata la ragione sociale in omaggio ai Neu!, intensi concerti londinesi li mettono in risalto e tra i contendenti vince l’etichetta di Chris Blackwell. Il freddo inizio ’77 benedice l’esordio omonimo, dove il titolo è modellato con tubi al neon fluorescente sopra il quintetto che, in posa, cita For Your Pleasure e La Düsseldorf.

Aggiungete Steve Lillywhite e Brian Eno in regia e otterrete gli “uomini macchina” punkettari di City Of The Dead, la Life At The End Of The Rainbow squadrata ma con tastiere chiesastiche, la Slip Away glassa slanciata di Brian Ferry, il manifesto programmatico I Want To Be A Machine. Classici assoluti: il reggae mutante Dangerous Rhythm, la folk-wave The Wild, The Beautiful And The Damned, l’agrodolce alienazione pianistica sotto una fioca luce elettrica di My Sex. In quei giorni si corre veloci e ottobre già consegna il capolavoro Ha! Ha! Ha!: compatto e articolato pur senza Eno, schiaffeggia con The Frozen Ones e porge l’electro-billy RockWrok, dipinge l’epica modernista Artificial Life e dipana violini crimsoniani in Distant Smile. L’ipotesi di “Ziggy berlinese” While I’m Still Alive profuma della maturità che permette l’incalzare fumigante di The Man Who Dies Everyday e, soprattutto, il sublime e sempiterno incantesimo di tasti radenti, sax romantico e melodia dolceamara che è Hiroshima Mon Amour.

Ultravox Pictured in 1976
Ultravox Pictured in 1976 Credit: Ian Dickson / MediaPunch

Nell’armonia si sono frattanto insinuate pericolose crepe che l’EP dal vivo Retro tampona fino al gennaio 1978, allorché Robin Simon rimpiazza Shears. Si gioca un’ultima carta concependo Systems Of Romance in Germania con Conny Plank, uomo ombra di tanto kraut-rock. La copertina ostenta il cambiamento: via il punto esclamativo ed ecco un austero abbigliamento presto neo-romantico. Manco a dirlo, l’anticipo spiazza critica e fan con sonorità più algide, erette su sei corde sedate, tappeti di tastiere e compatto incedere motorik. Naturale in retrospettiva l’evoluzione che chiude il cerchio in Someone Else’s Clothes e I Can’t Stay Long, cioè le intuizioni dell’anno prima sotto sedativo; e se il magnifico apripista Slow Motion sferza brividi malinconici, il resto non sfigura, smussando angoli e ipotizzando un futuro che non sarà.

Più che altrove, nei Kraftwerk scheletricamente rockisti di Quiet Men e nella straziante chiusura Just For A Moment, con quella voce che pare muoversi nell’aria soprastante gli strumenti (Plank fece cantare John di mattina presto, in un granaio!), in una Dislocation rivolta a Oriente e nella Maximum Acceleration che fonde Heroes e Scary Monsters. L’incremento di vendite non basta a impedire il licenziamento causa eccessivo anticipo su eleganti manichini, gotici emaciati e flosci tecno-poppetari. I ragazzi si autofinanziano una visita a New York dai buoni riscontri e nonostante ciò Foxx intraprende una carriera solista ricca di soddisfazioni solo artistiche (da avere come minimo The Garden). Gli altri convocano Midge Ure – tu sì che “mean nothing to me”, baffetto… – e schizzano in classifica. Preferisco fermarmi un passo prima, sull’ultima frase di Just For A Moment: “Quando le strade saranno tranquille, ce ne andremo in silenzio.

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Thyme Perfumed Gardens-8: Faine Jade

E’ un venerdì tredici del duemilatredici, ma non è una serata che porterà (doppia) sfortuna. Anzi, qualcuno potrà anche dire di aver vissuto un momento di storia dell’underground al concerto decembrino in cui a un certo punto gli MGMT accoglievano sul palco Chuck Laskowski. In tutta risposta, immagino silenzi inframezzati da bisbigli del tipo “Chuck cosa?” e “ma chi cavolo è?”. Dopo di che Ben Goldwasser e Andrew VanWyngarden ci riprovavano: “Signore e Signori, siamo orgogliosi di presentarvi Faine Jade!” Mi chiedo quali altre reazioni possa aver avuto la nutrita platea. Forse qualche intenditore si sarà ricordato del “Barrett d’America” e avrà gioito nel vederlo eseguire con la fedele chitarra Hagstrom Introspection, la sua composizione riletta dai newyorchesi sul terzo album.

In precedenza era infatti accaduto che Chuck l’avesse ascoltata e apprezzata: il tour del duo nelle vicinanze, inoltrava un’educata richiesta di biglietti gratuiti. Biglietti che, in caso di rifiuto, avrebbe comunque comprato. Si ritrovava viceversa invitato sul palco e, oh fratelli, che bizzarra la vita a volte! Come molti oscuri manufatti psych, le copie originali di Introspection: A Faine Jade Recital passano di mano a cifre esose: nondimeno il disco è da possedere per una popedelia ruvida e riverberata in distorte bolle multicolori con le quali giurerei si siano baloccati in tanti, dagli Steppes a Jacco Gardner passando per Green Pajamas e Morgan Delt. Sappiate che è disponibile con una spesa contenuta in un CD Big Beat e su vinile Sundazed. A voi la scelta, ché se la psichedelia è il vostro pane, non vi dovreste rinunciare.

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Avere vent’anni nei ‘60 e non suonare garage: vi pare plausibile? Questo faceva giustappunto Laskowski, trasferitosi dodicenne da Brooklyn a Long Island e transitato in una sfilza di formazioni, apice quei Rustics in combutta col fratello Jeff il cui singolo Look At Me/Can’t Get You Out Of My Heart (recuperato nel ‘92 su It Ain’t True con altri juvenilia niente male) spingeva l’etichetta Laurie a ingaggiarlo in qualità di autore insieme all’amico Nick Manzi. A fine 1966 costui fonda i sulfurei Bohemian Vendetta e Laskowksi (ribattezzatosi Faine Jade dopo che il nome gli era apparso in sogno…) pubblica su Providence il 45 solistico Love On A Candy Apple Day/It Ain’t True. Un anno ancora e con la band dell’ex socio incide i demo che assicurano l’accordo con la piccola RSVP di Manhattan.

Saranno ancora i Bohemian Vendetta – Manzi addirittura co-firma buona parte della scaletta – più Bruce Brandt all’organo e Randy Skrha alla batteria ad affiancare Chuck negli Ultra Sonic Studios frequentati da Iron Butterfly e Vanilla Fudge. Merito anche delle necessità imposte da un budget non ampissimo se pompa magna e sbrodolate brillano per assenza in Introspection: A Faine Jade Recital, fascinoso e percorso da echi di quei Pink Floyd che l’autore ritiene essere un accostamento assai lusinghiero, sottolineando di averli in ogni caso ascoltati solo dopo la pioggia di paragoni. Gli credo, perché oltreoceano The Piper At The Gates Of Dawn fu una faccenda per carbonari ed è ragionevole pensare che lo spirito dei tempi abbia aggiunto qualcosa al suo talento.

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Dal 1968 Introspection: A Faine Jade Recital brilla di uno stile che – venato di garage e folk-rock, costellato da trucchi sonori e stridori – vanta spiccato carattere nel piglio yankee con cui tratta l’inglesità. Al netto di due interludi strumentali, sono deliziosi il misconosciuto classico acid-jangle-pop della traccia semiomonima, una Dr. Paul Overture sospesa tra Piper… e Revolver, il Syd che pasticcia felice con David Crosby lungo On The Inside There’s A Middle. Per tacer della storta e anfetaminica Ballad Of The Bad Guys, di una Cold Winter Sun Symphony In D Major che addirittura preconizza i Galaxie 500 e di A Brand New Groove, decollo tra polaroid di Stones s(tra)fatti e atterraggio nel dopodomani degli Only Ones. Ascoltare per credere. E per applaudire anche una Stand Together In The End pescata dal lisergico asilo Magical Mystery Tour, l’intricato telaio percussivo di People Games Play, l’epidermica I Live Tomorrow Yesterday, il proto-Paisley Don’t Hussle Me.

Chiudono i cinque minuti e mezzo di Grand Finale tra improvvisazioni, rumorismo, effetti. Di successo commerciale non se ne parla. A fine decennio Laskowski si trasferisce a sud e collabora con i Second Coming, ormai pronti a divenire Allman Brothers; nei ’70 riunisce Manzi e Brandt sotto i Dust Bowl Clementine per il country-rock di Patchin’ Up, apre uno studio di registrazione e lavora per la Buddah. Infine si sposa, va a stare nei pressi di Woodstock e buon per lui che nel frattempo non ha fatto la fine del Testamatta di Cambridge. Siete pronti a sorprendervi?

Retronow: Nick Cave e la cognizione del dolore

Ci sono dischi che non possiamo ascoltare distrattamente o con il cinismo e il disincanto che abbiamo noi che crediamo di averle sentite tutte. Perché sono degli “a sé” che mettono a nudo spirito, cuore e orecchie e ci piazzano di fronte ai massimi sistemi. Per esempio, con una Tragedia e la successiva catarsi che riflette sui colpi bassi tirati dalla sorte in questa valle di guano. La storia dietro Skeleton Tree la conoscerete e perciò la riassumo brevissimamente: mentre Nick Cave lavorava all’album nel luglio 2015, suo figlio quindicenne Arthur periva cadendo da una rupe. La faccenda prendeva ben altra piega, giacché se c’è uno che da sempre mette il sangue e la faccia nella propria Arte, quello è Re Inkiostro.

E benché sia assai moderno nel linguaggio sonoro che adotta, Skeleton Tree si racconta antico per il modo in cui rivela un’anima lacerata e per l’intensità con la quale affronta l’accaduto. Al punto che, trascorsi quaranta minuti, avverti la necessità di fermarti in una specie di apnea emotiva. Come nel documentario “One More Time With Feeling” che accompagna il disco, tiri il fiato, perché – con i sussulti di pudore che le disgrazie altrui impongono – ti pare di aver violato oltremisura l’intimità di un uomo. Anche se è lui stesso ad avertela offerta. Anche se tutto assume colorazioni di portata universale. Anche se in fondo il dolore appartiene a tutti.

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Sulle prime avresti pertanto definito un controsenso il gesto di affidare la sofferenza più profonda che (non) si possa immaginare a un mezzo “popolare” per definizione. Non è così. Come insegna Lou Reed, se stai da quella parte della barricata devi crescere in pubblico. Quindi che altro deve fare l’Artista ferito se non riflettere con noi? Collocare la sofferenza sotto quella lente d’ingrandimento è di conseguenza una mossa di estrema coerenza. Specie da parte di chi spesso e volentieri si è sradicato da solo allo scopo di mettere rizomi nuovi e freschi.

Stavolta, però, le radici gliele ha strappate brutalmente il destino infame e Nick Cave ha reagito con un’opera in cui nulla deve distrarre dal succo – nero, amaro, precario – della vita. Un’opera in cui accanto alla cangiante maturità dell’autore scorgi nitidi l’ultimo Leonard Cohen e il John Cale di Music For A New Society: minimale un artwork che cita Fear Of Music, gli arrangiamenti ruotano attorno a strumenti fantasma (eccetto il fondamentale Warren Ellis, i Bad Seeds sono defilati) e, tra loop e drones, incorniciano parole da preghiera laica. A volerci forse rammentare che il ruolo più arduo spetta a chi rimane a proseguire il cammino con in spalla il peso di memorie e assenze.

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Altrove ho letto di “cantautorato ambient” e trovo la definizione azzeccata per austere sculture dove ballate pianistiche si sfilacciano in canoni post-rock trattenendo umanità (Jesus Alone, Magneto, la vetrosa Girl In Amber), accogliendo groove essenziali (Rings Of Saturn, una jazzata Anthrocene) e cercando barlumi di speranza. Accade negli ultimi tre brani dal taglio (quasi) classico, dunque mi piace pensare che questo sia il valore aggiunto della melodia che in I Need You strizza via le ultime lacrime, del duetto con Else Torp Distant Sky e della mestizia vespertina della title-track, strumentalmente più piena e non a caso sistemata alla fine del lavoro.

Il quale taglia fin dentro alle ossa ed è da prendere o lasciare già sapendo che la seconda opzione sarebbe un errore. Per il semplice motivo che queste canzoni sono qui anche per ricordarci quanto la sofferenza sia una parte ineluttabile della vita e quanto le disgrazie ci lascino senza difesa, davanti al significato ultimo della nostra umanità. Anche per questo, dietro il sottile guscio di ritrosia in cui è racchiusa, la bellezza di Skeleton Tree ha bisogno di voi. E voi presto non potrete più farne a meno.

Kult Korner: i trip e i sogni di Witthüser & Westrupp

Lo sapevate? Nelle sue mille imprese, a un certo punto Renzo Arbore ha avuto a che fare persino con il krautrock. In maniera marginalissima, d’accordo, ma a bocca aperta ci si resta. I lettori più attempati ricorderanno il contenitore “L’altra domenica”, col quale Renzo rivoluzionò l’intrattenimento televisivo del pomeriggio festivo a botte di umorismo surreale. Era il ’77 e per un po’ mamma Rai fu spaghetti punk: sotto quel tendone passò di tutto, dal giovane Benigni in versione critico cinematografico demenziale al trio (trans) canterino Sorelle Bandiera, da una Isabella Rossellini inviata a New York ai busker Otto e Barnelli.

Immaginatevi il tonfo della mascella nell’apprendere, allorché cercavo del materiale per questo articolo, che Bernd Witthüser è quel Barnelli! Tutto quadra, in effetti: dal folk acido di Trips & Träume all’esibirsi per strada, il filo rosso è un’anima libera nel senso pieno del termine, mai doma e felice della propria indipendenza. Dai festival pop anni Settanta alle piazze sotto la luna, dal clamore catodico nostrano a un casolare della Maremma, Herr Witthüser ha sempre chiuso il cerchio con coerenza. Che bello, poi, scoprirlo gentile e squisitamente disponibile a rilasciare le dichiarazioni che state per leggere.

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Facciamo un passo indietro. Nel giugno 1969 Bernd (classe 1944, cantante e chitarrista attivo nel circuito folk politicizzato di Essen) fonda con Walter Westrupp (cantante e polistrumentista in formazioni barocche e skiffle nato nel ‘46) il W&W’s Pop-Cabaret per fare teatro-canzone in tedesco. Subito accorciano la ragione sociale in Witthüser & Westrupp e il primo disco esce nel marzo 1970 su Ohr: Lieder von Vampiren, Nonnen und Toten è accreditato solo a Berndt per un probabile errore del grafico e offre uno stralunato, minimale “teuto-folk” a base di humor nero, testi autografi e poesie di Novalis e Heinrich Heine. Bizzarria che rappresenta il trampolino di lancio per quanto dodici mesi dopo li consegna al culto. Nel suo alveo di sorridente torpore dopato, Trips und Träume suona freschissimo anche a prescindere dal recente revival psych-folk per lo stile, nel quale confluiscono tentazioni cosmiche, tradizione popolare e un respiro stupefatto però umoristico.

Sono davvero i “trip e sogni” annunciati nel titolo, questi brani pastorali e freak dalle venature orientaleggianti e gli intarsi ricercati. Innegabilmente ipnagogici e out, risultano tuttavia più terreni rispetto alle coeve imprese di Yatha Sidra, Bröselmaschine ed Emtidi, pervasi come sono da un’ironia tipicamente tedesca – pensate a certe foto e copertine dei Kraftwerk – e da un approccio consapevolmente deviato: “Il primo LP fu composto e suonato bevendo caffè e birra. In Trips und Träume si aggiunsero altri “mezzi” come marijuana e LSD… Quanto all’ironia, eravamo gli outsider del movimento perché non prendevamo tutto così sul serio.“ Più sinceri di così… Del resto la dicevano lunga i volti fusi assieme sulla busta del trentatré giri, caratterizzato da una scrittura brillantissima ben assistita dalla produzione di Rolf-Ulrich Kaiser (“Rolf aveva i soldi e comandava, ingaggiava i musicisti e teneva il morale alto.“) e dal missaggio di Dieter Dierks.

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Esemplare l’attacco Lasst Uns Auf Die Reise Gehn, progressione melodica di una leggiadra malinconia che ritrovi in apertura di seconda facciata con la Illusion 1 poi ripresa in Tarot da Walter Wegmüller. Per arrivarci dovrete attraversare i panorami di Trippo Nova – nove fantastici minuti in cui i Faust si trasferiscono sulla West Coast a mescolare psichedelia e flamenco – e il visionario madrigale Orienta. Poi Karlchen racconta una favola avvolta in echi da fanfara medievale e la scheggia Englischer Walzer incede ebbra e deliziosa verso il finale Nimm Einen Joint, Mein Freund, sorta di Don’t Bogart That Joint teutonica dalla sagace coralità.

Ottenuta una certa notorietà in madrepatria, il duo schiaccia a fondo il pedale della stravaganza. Nel ’71 Der Jesuspilz è un concept che impasta funghi allucinogeni e vangelo; un altro anno e Bauer Plath si ispira a Tolkien e Castaneda con gli strumenti dei Wallenstein. Poi le strade si dividono: “Avevamo portato a termine il contratto con Ohr/Pilz e Kaiser per quattro album in un biennio. Con Walter non andavo più molto d’accordo e Kaiser era diventato troppo esoterico per me. Mi misi per conto mio come Bermelli One Man Band e a Berlino, nel ’77, conobbi Otto. Gli chiesi di suonare con me un paio di settimane e finimmo per stare assieme venticinque anni.“ Notati da Arbore ad Arcidosso e prontamente assoldati, arriva il successo.

Tanta acqua è passata sotto i ponti da allora: Westrupp vive in Germania e milita in una band skiffle; Witthüser/Barnelli, innamorato del nostro paese, vi risiede e seguita a suonare da solo assecondando la propria indole anticonvenzionale: “La differenza era che Witthüser & Westrupp eseguivano una scaletta definita in un tempo e un programma precisi. Otto & Barnelli si esibivano più o meno a piacimento in luoghi o contesti che potevano scegliere: strade e piazze diventavano la scaletta, a diretto contatto col pubblico!” In mezzo, come un ponte, quella Gioia dell’arte spontanea che profuma di vita vissuta. Come si dice nella sua lingua, vielen Dank, Bernd!