Kult Korner: Bush Tetras – candeggina funk gang

Il ritorno di generi e linguaggi sonori a volte possiede anche il pregio di riaccendere l’interesse verso antesignani poco noti. In tempi a noi vicini, valgano a esempio le ristampe su DFA dei fantastici Pylon, sincero ringraziamento verso un’influenza da Mr. Murphy apertamente riconosciuta. Nonché stilisticamente affine alle Bush Tetras e al loro funk, asciutto e compresso in algide strutture secondo i dettami post punk. Così in anticipo sui tempi da godere di fortuna e notorietà scarse, complice anche una discografia esigua e sparsa su svariate etichette e lo scioglimento avvenuto nel pieno di un’interessante metamorfosi. Il tutto lungo tre anni di carriera in ogni caso bastanti a garantire loro una solida attualità.

Destino peraltro comune a chi bazzicava le inquiete strade di New York tra la seconda metà dei ‘70 e l’alba del decennio seguente. Colà Pat Place prestava un’angolosa chitarra ai Contortions di James Chance ed è piccolo il giro frequentato da questa replicante uscita da “Blade Runner”, essenzialmente loft e localacci colmi di artisti ricchi soltanto di idee. Facile per lei radunare la gente giusta quando vuole mettersi in proprio ed ecco la cantante Cynthia Sley, Laura Kennedy al basso e il maschietto Dee Pop dietro tamburi e piatti. Il quartetto si accomoda tra i nervi scoperti della wave che dice “No” e una negritudine mutant, spingendo l’avanguardia a dimenare i fianchi su dancefloor ambigui e torvi.

 bushtetras

Funky ma per niente chic: questo lo spirito dell’EP Too Many Creeps edito dalla 99 Records – Liquid Liquid ed ESG in scuderia: tutto quadra! – nel 1980. Di conseguenza, se il resto del programma unisce malumori vocali, slide ronzanti e ritmi misuratamente plastici, l’incedere della favolosa title track già sparge attorno a sé aromi LCD Soundsystem. Con Delta 5 e Au Pairs quali referenti coevi sulla sponda opposta dell’Atlantico, nel febbraio successivo si tiene un memorabile show al londinese Rainbow. Impressionato, Rod Pierce della Fetish finanzia Things That Go Boom In The Night, 45 giri dove Keith Levene e Siouxsie danzano tra scure pause dub. Poiché l’etichetta gode della distribuzione Stiff, Bush Tetras è il nome in cima alla lista quando i Clash cercano una spalla per alcune date newyorchesi.

Di costoro, Topper Headon si entusiasma al punto da produrre nell’82 Rituals, 12” su Stiff con quattro gemme che palesano il contributo dell’uomo di Rock The Casbah nella cura per il dettaglio, nel groove muscolare, in trame più epidermiche e colorate. L’innodica Cowboys In Africa, il saltellante piano del brano omonimo e le irresistibili dichiarazioni d’intenti Funky e You Can’t Be Funky (dove “if you haven’t got soul” costituisce l’altra metà dell’assioma) rappresentano al meglio la formazione. A dispetto di nuove composizioni ancor più raffinate e danzabili, Laura e Dee abbandonano. Alla batteria subentra Don Christensen, ex dei Raybeats col quale si recuperano certe iniziali ombrosità.

 bush-boom

Un ciclo sta tuttavia per chiudersi, poiché con l’imporsi di hip-hop e hardcore punk, la micro-scena in cui le Nostre operavano di fatto scompare. Il rompete le righe è ufficializzato nel 1983 dalla cassetta ROIR Wild Things: seguiranno il dimenticatoio e un altro nastro ROIR che, intitolato con perverso humor Better Late Than Never, raccoglie le meraviglie di cui sopra più qualche inedito. Acquisto obbligato nell’edizione digitale intitolata Boom In The Night (Original Studio Recordings 1980-1983). Come detto in apertura, parte prima: lo smuovere delle acque serve a rimettersi assieme e non sarà malaccio nel 1997 Beauty Lies, primo “vero” LP delle Tetras prodotto da Nona Hendryx.

In eccessivo anticipo sul revival del post-punk, tanto per cambiare passa inosservato e sancisce un nuovo scioglimento, non prima però che la band registri un altro album, il più ruvido Happy, destinato a rimanere nei cassetti fino al 2012. Come detto in apertura, parte seconda: Pat Place e compagnia sono di nuovo in pista (da ballo, va da sé) dal 2005 con la bassista Julia Murphy, rimpiazzata nel 2013 da Cindy Rickmond. Più triste il destino di Laura Kennedy, deceduta nel novembre di un lustro fa dopo una lunga lotta con un brutto male al fegato. Ricordatevi di lei, la prossima volta che suderete al ritmo di Radio 4, Rapture e Gossip. You can be funky, just for one day.

Annunci

Classics Revisited: Wonderboy – l’amara poesia di Ray Davies

A partire da ‘Waterloo Sunset’ ho sempre pensato alle canzoni in senso visuale, prendendo annotazioni sulle scene.“ (Ray Davies, 1983)

Al numero sei di Denmark Terrace, a Muswell Hill, Londra nord, c’era una porta con scritto sopra “Davies”. Lì è cresciuto Raymond Douglas, penultimo di un plotone dalle origini operaie composto da sei sorelle (una lo alleverà a suon di dischi: sia benedetta in eterno) più il fratello Dave. Dal chiasso quotidiano viene su da tipico introverso che guarda le cose da fuori e quanto è perfetto ciò per incubare il prototipo di scrittore di mini-drammi e commedie pop. Perché questo è Ray Davies: un osservatore che, come ogni grande narratore, della gente cattura pensieri e respiri. Prende nota dalla finestra come l’io narrante di Waterloo Sunset, che vive una malinconica gioia nelle crepe del suo isolamento un po’ misantropico – che dici al riguardo, Morrissey? – scrutando gli amanti Terry e Julie fuori dalla metropolitana.

A scuola cantavo nel coro. Poi arrivò la pop music a liberarci e la classe operaia ottenne una voce. Non c’ero solo io: c’erano John Osborne, Alan Sillitoe, gli Angry Young Men, il teatro e il cinema.“ (Ray Davies, 2010).

Di fatto, senza costui è impossibile concepire Elvis Costello e Paul Weller, Andy Partridge e Mark E. Smith, Damon Albarn e Eddie Argos. E’ qui, infatti, che il pop britannico inizia a sposare testo e contesto; a “vivere” sé stesso nell’ambiente sociale che lo genera e che, a sua volta, da esso è forgiato. Merito di un amabile anarco-passatista che, a suo modo rivoluzionario, si è consegnato progressivamente a un’Arcadia di tradizioni idealizzate: la provincia e i suoi lenti riti, la struttura sociale inamidata come i colletti degli impiegati ministeriali, le colonie e l’Impero decaduto.

ray-schoolboy

Un Genio così fuori sincrono con la propria epoca da saperla tratteggiare perfettamente e, no, non è un controsenso. Perché la sua scelta era di fatto l’unica via per la felicità e, allo stesso tempo, la fuga da un Dead End Street che significava essere Mick Jagger o John Lennon. C’era invece una terza opzione: mostrare che quell’epoca non era fab per chiunque. Assume così un altro significato il parallelo con Mark E. Smith, Re dei Cani Sciolti & Fustigatori d’Albione, misuratosi con Victoria e continuatore della tradizione col suo caustico humor che cancella i Gallagher e Doherty senza qualità che appestano quell’isola adorata, dove piangi quando arrivi e quando te ne vai.

Prova ne sia che, nella vicenda che sto per sintetizzare, il rock è confinato all’inizio e alla fine, come la scorza che custodisce l’aurea anima pop con la quale Ray, tra il ritratto impietoso della realtà e la sua trasfigurazione mitologica, ha offerto magia indimenticabile. Al punto che vorrei fondare una “Società per la Conservazione di Ray Davies”, perché l’uomo è diventato vecchio in fretta siccome vecchio già era da ragazzo, al punto che nel 1970 – appena ventisei le primavere! – affermava di voler ritornare scimmia. Per i suddetti motivi è cristallino il suo ruolo di Noel Coward e/o William Hogarth della Canzone. Se allora pensate di poterlo valutare con parametri normali, siete fuori strada. Oppure siete Piero Scaruffi, e io non voglio avere a che fare con voi. All day e, ovviamente, all of the night!

 ray-old

Negli anni tra 1940 e 1950, in Inghilterra crescono un paio di generazioni che traggono forza dal secondo conflitto mondiale e dal suo dopo. Incanalando la tragedia in una serie di cambiamenti, mettono in atto un rovesciamento dal quale i giovani emergono come categoria socio-culturale e di mercato. Ray è del giugno ’44 e lo scapestrato Dave del febbraio ‘47, perciò la trafila è la solita: da Elvis Presley, Chuck Berry e il blues si ricava una palestra ingenua e utile chiamata skiffle, tenendosi stretti (per lo stile vocale e compositivo, rispettivamente) i crooner e il music-hall da impastare a rock’n’roll e soul. Al pari di tantissimi altri, i due frequentano la scuola d’arte, fanno comunella con il bassista Peter Quaife e, dopo una sequela di ragioni sociali e andirivieni, nell’estate 1964 formano i Ravens con Mickey Willet alla batteria.

Un demo plana sulla scrivania di Shel Talmy, produttore per la Pye, ma la competizione è durissima. Si sbarazzano di Willet per il solido Mick Avory e cambiano definitivamente nome, tuttavia il primo paio di singoli cade nel vuoto: Stones, Animals e Beatles sono su un altro pianeta e manca la scintilla che faccia la differenza. Scintilla che giunge sotto forma di uno tra i riff più imitati di sempre – dal punk all’hard passando per garage e power-pop – che scatena centotrentaquattro secondi di angst adolescenziale. You Really Got Me imprime una svolta alla loro carriera e alla musica leggera in toto, saltando nel futuro dal trampolino di Louie Louie sulle ali di una selvatica distorsione. Con una Stop Your Sobbing che Costello deve aver memorizzato e i Pretenders rileggeranno, è l’unico asso di The Kinks, album d’esordio che in ottobre per il resto offre Merseybeat, blues, errebì e rock’n’roll primigenio a rimorchio di voghe rapide.

 kinks-kolour

Come peraltro è la presa di un altro singolo, che ricalcato sul precedente rende la band famosa anche negli U.S.A.: a fine annata, All Day And All Of The Night è alla seconda piazza nazionale e alla settima yankee. In tutto questo bailamme, i quattro pubblicano pregevoli EP, accumulano esibizioni e si incazzano tra loro. A inizio ’65 Kinda Kinks indica un autore in cerca di sé, che attinge dalla Motown e insegue un’impossibile eterna gioventù, regalando la maiuscola Tired Of Waiting For You e piazzando sul piccolo formato l’arguzia esotica di I See Friends. Non siamo di fronte a una “two hit wonder”, insomma, come ribadiscono Kontroversy (forte della sciccosa ‘Til The End Of The Day e delle avvisaglie nostalgiche Where Have All The Good Times Gone e Ring The Bells) e l’ennesimo brillantissimo 45 giri, che su un lato irride la moda (Dedicated Follower Of Fashion) e dall’altro commenta la noia della modernità (Sittin’ On My Sofa). Serve una tegola sulla testa per tirare il fiato e approdare al Capo d’Opera: l’ennesima rissa sul palco bandisce i Kinks dagli States per un quadriennio. Stop alla mattanza “on the road” e via alla creazione del piccolo mondo antico di Raymond, che da quello attuale (rutilante e colorato, nondimeno vacuo al nocciolo) è stato cacciato. Non che se ne dolga granché, com’è del resto logico.

 face-to-face

Introspezione, acredine classista e malinconia sono gli ingredienti extra-musicali di Face To Face, scrigno con quattordici diamanti pop-art trainati dal successone Sunny Afternoon, che spodesta Paperback Writer dal primo posto in madrepatria e incarna l’epitome sonora di un paese che a luglio ‘66 è campione del mondo di calcio e detta le regole dello stile. Manifesto dei suoi giorni tanto quanto è sempreverde (laddove il coevo Revolver è anche una finestra spalancata sul domani), ospita Nicky Hopkins alle tastiere e – tra l’ironia a rotta di collo di Party Line e gli struggimenti di I’ll Remember – infila folk-beat elisabettiani (Rosy Won’t You Please Come Home, Too Much On My Mind), raga (Fancy) e accenni psichedelici (Rainy Day In June). Senza tralasciare stilettate (Dandy), omaggi (Session Man) e berline (House In The Country: ciao, Blur; Holiday In Waikiki, Most Exclusive Residence For Sale: ehilà, The Fall).

Saggio di un Talento che si permette di confinare su 7” l’inno garagista I’m Not Like Everybody Else e accidenti se è vero, sigla l’inizio dell’epoca d’oro del Raimondo, lesto ad autoesiliarsi nel “Kinkdom” celebrato (come pasticceria golosa per l’Afternoon Tea…) da Something Else. Scordatevi le tangenti acide: anche se siamo nel 1967, si narrano i drammi in sedicesimo di Death Of A Clown (con Dave, sugli scudi anche in Love Me ‘Til The Sun Shines) e del delizioso acquerello ibseniano Two Sisters. Il rock si nasconde nella dylaniana Situation Vacant e si mescola a marcette (Harry Rag, Tin Soldier Man), bossanova (No Return) e incantati stordimenti folk (Lazy Old Sun, End Of The Season). Scatola di dolciumi mai a rischio di carie, inventa i Jam tramite David Watts e termina con il racconto più fulgido del Davies, una Waterloo Sunset tra i vertici assoluti del Pop.

 kinksweb

I ragazzi intanto sono usciti dalle classifiche e dal circuito concertistico, essendo l’interesse rivolto al 33 giri quale unica forma espressiva che soddisfi appieno le aspirazioni del leader. Sono comunque bellissime le Autumn Almanac, Wonderboy e Days che chiosano il distacco agreste di The Village Green Preservation Society. Tra i concept album uno dei pochi azzeccati e opera sul serio controcorrente per come loda valori antichi allorché tutti “vogliono il mondo e lo vogliono adesso”. Spartano ma curato come l’artefice desidera, profuma di stupore (Starstruck, Monica) e minuteria gozzaniana (la title-track e la gemella più meditativa Village Green, Picture Book), di penna fragrante (la tesa Big Sky, le inquiete Wicked Annabella e Sitting By The Riverside) e arrangiamenti calibratissimi (una Phenomenal Cat con accartocciate in tasca le pagine di Lewis Carroll, il racconto in prima persona e onomatopea blues da manuale Last Of The Stream Powered Trains).

Ci sono la celebrazione, l’amarezza e l’amicizia e, più d’ogni altra cosa, il secondo masterpiece. Intanto Peter Quaife abbandona (morirà nel giugno 2010) per John Dalton, il bando decade e si può tornare nel Grande Paese. Non prima di aver pubblicato Arthur, rock opera dall’eloquente sottotitolo “o il declino e la caduta dell’Impero Britannico”. La preferisco alla brodaglia di Tommy e tuttavia viaggia lontana dall’inarrivabile S.F. Sorrow dei Pretty Things, ma mica è colpa sua. Trattasi del concept esplicito dopo quello implicito, intessuto di riflessioni sull’Inghilterra con gli occhi (autobiografici) degli anti-eroi comuni, del quale a volte persuade poco il tono strumentale più pesante dagli esiti a ogni buon conto preziosi in Brain Washed e Australia. Che la leggerezza non sia ancora sparita lo comprovano però l’irresistibile Victoria, una mesta Some Mother’s Son, l’amara Shangri La, la delicata Young And Innocent Days e il disinvolto brano omonimo.

 village-green

L’ingresso del tastierista John Gosling non può certo iniettare nuova linfa, sebbene la sua prima apparizione sia in Lola, tenera polaroid di confusione sessuale nelle chart di ambedue i continenti e vertice di Lola Versus Powerman And The Money-Go-Round, Part One, inatteso successo al botteghino gonfio di fiele contro lo showbiz e di rock rancoroso. Altri apici la satira Apeman, il quadrato blues The Contenders, la stoniana Got To Be Free e una This Time Tomorrow liricissima, però, al di là del risultato buono ma non a caso altrove troppo rigido, preoccupa un autore che soffoca il mezzo con i messaggi. Che, esaurito il sarcasmo, fa il pieno di cinismo. Ne avrà bisogno: i Settanta sono arrivati. Lo spartiacque lascia inizialmente perplessi: Percy imita per approssimazione e fiacchezza la pellicola cui fornisce il commento.

Mr. Ray lascia di stucco un’ultima volta con un disco che nel ’71 varca la porta della RCA dietro cospicuo anticipo. Muswell Hillbillies racconta l’Inghilterra con i suoni dell’Ovest americano, superba chiusura di cerchio che tratteggia storie di suburbia a passo di country, jazz old time e blues-pop bolaniani. Nel compatto insieme, da citare almeno la solida 20th Century Man, il crepuscolo Oklahoma, U.S.A. e una Alcohol che è chanson folk secondo Leonard Cohen. Ultimo avamposto prima della ritirata in un carapace di ambizioni mal riposte: due anni e Everybody’s In Showbiz mescola materiale di studio e live, piazzando sulla graticola il rapporto con l’industria dello spettacolo in un calderone un po’ confuso da cui estraggo la lucidità tematica e la psicanalitica Sitting In My Hotel, una rassegnata Celluloid Heroes e una briosa Supersonic Rocket Ship.

 kinks-muswell

Il rapporto con Dave è allo stremo e regnano disincanto e magniloquenza, così che il triennio ’73-’76 porta tediose rock oper(in)e come Preservation Act (ben due tomi…), Soap Opera e Schoolboys In Disgrace, problemi di droga, depressione, una crisi matrimoniale. Brusco il risveglio nel 1976, con il passaggio all’Arista e – annusando i punk loro figli – il “lifting” che dà alla gente ciò che vuole. Ovvero hard-rock tagliato su misura per le arene americane, infiammate dai Van Halen che hanno raccolto You Really Got Me facendo fortuna. Oltreatlantico, Sleepwalker sarà nel ’77 un successo replicato l’anno seguente da Misfits, e mentre Jam e Knack, Pretenders e Clash omaggiano i Nostri, Low Budget (1979) e Give The People What They Want (1981) completano la riconquista.

Nondimeno, se volete un solo LP che fotografi quel periodo, il live One For The Road che sigla il decennio è l’ideale, meglio se accoppiato a State Of Confusion dell’83, carino e trainato dall’amarcord Come Dancing, singolo con relativo video (praticamente un cortometraggio) in rotazione sulla giovane MTV. Raymond ha però ormai imboccato un tunnel di reducismo e spossatezza, alla musica preferisce il cinema e incastra un poker di LP trascurabilissimi tra la fine dell’amore con Chrissie Hynde, l’addio di Avory e il passaggio alla Columbia.

 kinks-67

Ultimo guizzo, nel 1994 To The Bone rivede i successi gloriosi in chiave unplugged. Merito dei corsi e ricorsi, se la lezione dei Kinks torna sotto i riflettori nell’anno del Britpop, allorché Davies funge da padrino a Blur, Supergrass e Oasis e promuove l’autobiografia “X-Ray”, strutturata e concepita come un romanzo. Pleonastica la sua carriera solistica, lamentatevi voi se questo Grande non ha un Time Out Of Mind all’orizzonte. Io non me la sento. Mi duole già più che abbastanza saperlo paranoico e amareggiato, anziano che non regge il peso di Cronos che, impietoso, porta via tutto. Compresi – e davvero c’è mancato pochissimo – lui stesso e Dave.

Mentre termino queste righe, i fratelli hanno riposto i coltelli in via (forse) definitiva e si mormora di una possibile reunion. Spero non si concretizzi. Mai. Preferisco tornare con la mente al festival di Glastonbury 2010, quando – dedicata gran parte della scaletta a Quaife – durante Days Raymond quasi scoppia in lacrime. Annodo quella sera al momento di Live At Kevin Hall (AD 1968) in cui la folla di adolescenti intona Sunny Afternoon al suo posto. Una morsa mi serra il cuore. Ogni cosa è illuminata. Se vi recate a Denmark Terrace, al numero sei non troverete nessuna targa. La vorremmo in tanti, però. Se possibile, d’oro zecchino.

Thyme Perfumed Gardens-9: Mandrake Memorial

Avete presente il momento in cui l’appassionato dalle idee un po’ nebbiose tira fuori la “psichedelia dei Settanta” e confonde l’espansione della coscienza con le pippe? Sarà capitato anche a voi, suppongo. Siccome sono un tipo educato, faccio finta di niente e distolgo il discorso. A casa, poi, rammento che gente per la quale nutro massima stima ama con la medesima intensità Rattus Novergicus e Foxtrot. Un nesso esiste e mi piace chiamarlo musica “progressista”: semplificando un po’, è quella vena che allargò i confini del rock conservando il legame evolutivo con la stagione psichedelica di cui era figlia; quel nuovo che avanzava in coda ai Sessanta, che in mancanza di meglio fu chiamato underground e degenerò ben presto in solipsismi e baracconate. Provo a spiegarmi meglio consigliando i Mandrake Memorial, bell’esempio di come si possa dondolare spigliati sulla cuspide progedelica. Se aggiungo “Pavlov’s” e “Dog” ci capiamo al volo, no? Bene.

Il parallelo con l’ensemble di Pampered Menial sta nel fatto che i Mandrake erano prog come solo degli americani potevano, cioè rimanendo fedeli a un’essenzialità sulla quale innestare soluzioni per nulla tradizionali (dimostrazioni al contrario: Vanilla Fudge e Kansas…). Li aiutava anche il “ritardo” rispetto all’acid-rock primigenio, siccome è a fine ‘67 che un locale di Philadelphia incarica il produttore Larry Schrieber di assemblare una house band. Alla bisogna, Larry ingaggia il folksinger Michael Kac e il batterista Kevin Lally, un ex Novae Police; a costoro si aggiungono lo studente Craig Anderton all’altra chitarra e Randy Monaco, bassista/cantante anch’egli già nei  newyorchesi Novae Police.

mandrake-round

Garantitasi salario fisso ed esibizioni ogni weekend, la band sviluppa alla svelta uno stile e un seguito. Una sera li avvicina un rappresentante della R.M.I. proponendo il Rock-Si-Chord, prototipo di piano elettronico che a breve Terry Riley utilizzerà per A Rainbow In Curved Air. Kac capisce di poterne cavare qualcosa, molla la sei corde e i ragazzi danno punti a molte celebrità cui fanno da spalla: motivo in più per battere da soli il nord-est ed è così che li nota la Poppy. Nel 1968 un LP d’esordio omonimo vende bene sulla costa orientale grazie a canzoni solide e un gustoso equilibrio di armonie vocali e intrecci strumentali. L’anno seguente ha buone fortune anche l’ombrosa variazione sul tema Medium, tuttavia spetta al terzo album consegnare i Mandrake Memorial agli annali.

Disco sul serio “difficile”, perché Kac sbatte la porta e nell’estate ‘69 gli altri volano a Londra per registrare un lavoro acustico con Shel Talmy e girare l’isola insieme ai concittadini Nazz. Il sindacato britannico dei musicisti scatena però una vertenza e il relativo embargo impedisce qualsiasi concerto. Ciliegina sull’amara torta, l’etichetta rifiuta un trentatré giri unplugged sin troppo in anticipo. Senza perdersi d’animo, a casa si riparte dal materiale scartato con coro, orchestra e la regia dell’esperto Ronald Frangipane. Avrebbe potuto essere un disastro epocale, Puzzle: invece dal 1970 è un’opera fascinosa che sorprende e svela dettagli a ogni passaggio, giocando con la percezione come fosse la versione sonora del quadro di Escher raffigurato sulla splendida copertina.

mm-puzzle1

In cinquanta sontuosi e immaginifici minuti che guadagnarono il plauso del compositore Seiji Ozawa ci si muove disinvolti lungo dilatazioni controllate, ricercatezze mai fini a sé stesse, suggestioni cinematiche e classiche. Bucket Of Air è A Saucerful Of Secrets suonato da dei concisi Grateful Dead; Earthfriend e Hiding mescolano crescendo maestosi ed estatici rapimenti; la ballata lisergica Ocean’s Daughter ondeggia inquieta. Se le tre versioni della breve Just A Blur conferiscono ulteriore unità, Tadpole distilla tesa malinconia e Volcano, Children’s Prayer e la title-track sposano magistralmente ambizione e visionarietà. Oggi parleremmo di svolta “alla Radiohead”, con la differenza non trascurabile che Puzzle vende pochissimo e le spese di lavorazione sono ingenti.

Si butta fuori un 45 con Something In The Air dei Thunderclap Newman che è un flop e l’ultimo chiodo sulla bara del gruppo. Tra ‘71 e ’73 Anderton accompagna la chitarrista Linda Cohen, poi – da geniaccio dell’elettronica – progetta e costruisce effetti, pedali e synth per importanti case produttrici e pubblica libri e articoli sull’argomento. Michael suona pure lui con la Cohen e lavorerà all’università di Minneapolis. Kevin Lally finisce sul libro paga dei londinesi Lloyd e nei primi ’80 apre un’affermata agenzia assicurativa a New York. Più sfortunato Monaco che, schiavo della bottiglia, fallisce nel rimettere in piedi la formazione, milita nei 1910 Fruitgum Company e nel 1983 muore di cirrosi. Sorti beffardamente diverse per chi nella somma degli elementi aveva un’altra fonte di grandezza.

Retronow: il mondo modernista di Tim Gane

Ma che meraviglia, gli Stereolab! La band art-pop per eccellenza che, al contempo cantabile e sperimentale, metteva in connessione reciproca decine di anelli del passato cui in precedenza non avevamo pensato. Un mosaico coloratissimo di musica per intellettuali senza spocchia – cioè del tipo che bada al sodo e sa divertirsi – in cui trovavi di tutto e di più: Piero Umiliani e Os Mutantes, Free Design e Neu!, Brigitte Fontaine e Steve Reich, marxismo e situazionismo. Solida dal punto di vista compositivo la spina dorsale, i coniugi franco-britannici Tim Gane e Laetitia Sadier seppero essere favolosi maniaci del retro quando ciò ancora non era sinonimo di moda o di paravento per la mancanza di idee.

Nel 2004 terminava la loro storia d’amore e nel giro di un lustro il progetto veniva messo a riposo. Bravina la Sadier a destreggiarsi in una carriera solistica in ogni senso discreta, dall’inverno di quattro anni fa l’ex marito affida un’anima quel tot più sperimentale ai Cavern Of Anti-Matter, allestiti a Berlino con Joe Dilworth – già dietro la batteria nel Laboratorio Stereofonico – e al tastierista “ti cermania” Holger Zapf. L’attitudine è quella di un tempo e per questo mi piace: il precedente Blood Drums è stato registrato in un analogico mono poi digitalmente “ricreato” in stereo; la manciata di 12” più un singolo che lo ha seguito ha visto la luce in edizioni limitate su etichette ogni volta differenti fino all’autarchico approdo chez Duophonic.

coam3[1]

Ovviamente, nulla di quanto sopra è stato ripescato nel corposo programma (si lambisce l’ora e un quarto) di Void Beats/Invocation Trex. Il quale è bello assai e aperto coraggiosamente sui dodici minuti della citazione da “Dr. Who” – per me parti benissimo, fratello Tim – di Tardis Cymbals. Echi intermittenti di Delia Derbyshire e del BBC Radiophonic Workshop sospesi nell’aria pressurizzata, i puzzle pop del passato sono sbriciolati da un passo slanciatamente motorik, dove tuttavia il dinamismo ipnotico è prossimo più a Immer Wieder che a Hallogallo. Questa per sommi capi la differenza nei Cavern Of Anti-Matter: maggiore focalizzazione sulla spazialità del suono, più arnesi di elettronica, atmosfere velate di introversione anche se ritmicamente esuberanti.

Non pensate però a calligrafismi senza causa né senso, poiché il tono e la scrittura sono ancora fedeli a un umorismo sottile e a contrapposizioni stilistiche che si integrano. Di conseguenza, Blowing My Nose Under Close Observation è la techno “intelligente” dei Novanta ricondotta sulle rive del Reno che contribuì a generarla; Echolalia e Melody In High Feedback Tones incarnano gli episodi più vicini agli Stereolab; le tessiture di Hi-Hats Bring The Hiss fondono i Chemical Brothers con le cupezze dei Two Lone Sworsdmen; Pantechnicon ricorda gli Orbital dei giorni migliori. Ah, però.

cavern

E se Black Glass Actions raccoglie Jan St. Werner dei Mouse On Mars raccordando Autobahn ai momenti più distesi di Neu! 75, i brani cantati appongono la ciliegina su una torta dai sapori forti però equilibrati e un retrogusto che cresce pian piano. Planetary Folklore spedisce disturbate cartoline cosmico-germaniche sulle quali Sonic Boom declama parole di Vasarely pensando a Lord Krishna Von Goloka; in una viceversa concisa Liquid Gate, è Bradford Cox a ritornare con passo più deciso tra i panorami dell’ottimo Fading Frontier. Concluso il… trip sugli archi meditativi e melancolici di Zone Null (al pianoforte un’altra vecchia conoscenza: Sean O’Hagan) viene voglia di partire da capo, con la certezza che – tra il gioco di specchi e di rimandi, tra il classicismo illuminato della mezza età e l’affiorare di influenze che mai avresti detto o forse sì – le cose appariranno diverse. Ma che squisita, questa retrodelia d’autore!

Kult Korner: la predicatrice Lyn Collins

Quasi un anno di “Turrefazioni” e con stupore mi accorgo di non aver ancora scritto di black. Materia per la quale nutro un amore sempiterno che si spinge oltre la sublime bellezza della musica, siccome qui i dischi e l’esistenza si intrecciano più profondamente che altrove, rappresentando la colonna sonora di gioie e dolori, di redenzioni e cadute, di lacrime e risate che appartengono a un intero popolo. I fatti, sovente, finiscono per diventare tasselli di un romanzo fiume, di una mitografia che in realtà è desiderio di fuga da una vita grama. Magari da ingiustizie perpetrate da un Fato che ti strappa dal mondo quando iniziavano a giungere i dovuti riconoscimenti. Amen.

Domanda da “Rock Trivia”: cos’hanno in comune Bruce Springsteen e Ludacris? Faraonici conti in banca esclusi, entrambi si sono avvalsi di un campionamento di Lyn Collins. Di chi? Tranquilli, l’avete ascoltata di sicuro. Chiedete ai Twenty 4 Seven da dove hanno pescato il campionamento del tormentone trash I Can’t Stand It, oppure su cosa Rob Base e DJ E-Z Rock hanno costruito It Takes Two. Fate anche un paio di domandine a Snoop Dogg, LL Cool J, EPMD, Eric B. & Rakim, Big Daddy Kane, Jay Z, Nas, Public Enemy… Per caso, è la vostra mascella quella che tonfa sul pavimento? Pronti a vederla cadere diverse altre volte?

lyn-collins

Gloria Lavern Collins nasce in Texas nel giugno 1948 e inizia la carriera a quattordici anni. Non è granché più vecchia quando sposa un promoter locale che nel 1968 spedisce un demo a James Brown, ricevendo in risposta l’invito a sostituire la dimissionaria Marva Whitney nella sua live band. L’abilità nel cogliere l’attimo fa il resto: rientrata Vicki Anderson a corte, Lyn è spedita in Georgia a registrare qualcosina. Dei cinque brani messi su nastro nel febbraio ‘71, una Wheel Of Life robustamente degna di Aretha Franklin e il post doo-wop Just Won’t Do Right appaiono su un 45 giri People, marchio voluto da James con la distribuzione della Polydor. Frattanto anche Vicki lascia e sul palco si libera il posto di favorita. Degli anni colà trascorsi, Madame Collins dirà: “Avrei preferito gridare meno e cantare di più.” Metto su Think (About It) in un vinile planatomi in casa intonso dal 1972 e dico che per me quel tempo fu speso benissimo.

La voce di gola piena da chiesa traslocata nei vicoli che le valse il soprannome “female preacher” è travolgente, perfettamente saldata alle trame stese dai J.B.’s comandati a bacchetta dal Padrino Soul, infaticabile che stampa l’album, siede in regia e qui e là canticchia. In apertura la title-track ostenta la propria statura di classico, scheletrico – però possente, elegantissimo – funk femminista che si arrampicherà alla nona piazza della classifica errebì di “Billboard”. Non da meno il resto, dal recupero integrale del succitato singolo all’emozionante ed emozionato slow Women’s Lib, da una bacharachiana Reach Out For Me morbida il giusto a riletture di Ain’t No Sunshine (suprema l’intensità della performance vocale) e Never Gonna Give You Up e una serrata Things Got To Get Better. Dopo la chiusa irruenta ma al contempo stilosa di Fly Me To The Moon, a mo’ di ipotetico bonus piazzo il 7” coevo dove Me And My Baby Got A Good Thing Going e I’ll Never Let You Break My Heart Again dispensano brio e groove.

lynn-lp

Oltre la ferrea disciplina e l’appropriarsi di brani non composti da lui, Mr. Dinamite suole anche stipendiare l’entourage con (belle, per l’epoca) cifre fisse e la ragazza vede pochi frutti del successo. Resta comunque in squadra e risplende a fianco del boss nella Mama Feelgood custodita in Black Caesar e nel duetto What My Baby Needs Now Is A Little More Loving. Nel ’75 l’ottimo Come Check Me Out If You Don’t Know Me By Now replica tra soul sudista e “made in Philly”, tra ballate e sexy funk.

Poi basta. Lyn si stabilisce a Los Angeles, tira su due figli e presta la voce a Dionne Warwick, Rod Stewart, Al Green. Negli Ottanta canta per la televisione e il cinema finché, in chiusura al decennio, l’etichetta belga ARS la riporta davanti a un microfono per la danzabile Shout. Quando Rob Base e E-Z Rock colgono il successone di cui sopra, si scatena la febbre del sampling: la “predicatrice” diventa la donna più campionata dell’hip-hop e nel ’93 è ospite della stellina dancehall Patra nella cover di Think (About It). Il nuovo millennio porta prestigiosi palcoscenici europei e pensi che infine sia ora di un po’ di fama. Poiché nulla è così cinicamente e sommamente figlio di troia come il destino, un’aritmia cardiaca stronca Lyn nel marzo del 2005. Aveva solo cinquantasei anni.