Wonderboy: l’amara poesia di Ray Davies

A partire da ‘Waterloo Sunset’ ho sempre pensato alle canzoni in senso visuale, prendendo annotazioni sulle scene.“ (Ray Davies, 1983)

Al numero sei di Denmark Terrace, a Muswell Hill, Londra nord, c’era una porta con scritto sopra “Davies”. Lì è cresciuto Raymond Douglas, penultimo di un plotone dalle origini operaie composto da sei sorelle (una lo alleverà a suon di dischi: sia benedetta in eterno) più il fratello Dave. Dal chiasso quotidiano viene su da tipico introverso che guarda le cose da fuori e quanto è perfetto ciò per incubare il prototipo di scrittore di mini-drammi e commedie pop. Perché questo è Ray Davies: un osservatore che, come ogni grande narratore, della gente cattura pensieri e respiri. Prende nota dalla finestra come l’io narrante di Waterloo Sunset, che vive una malinconica gioia nelle crepe del suo isolamento un po’ misantropico – che dici al riguardo, Morrissey? – scrutando gli amanti Terry e Julie fuori dalla metropolitana.

A scuola cantavo nel coro. Poi arrivò la pop music a liberarci e la classe operaia ottenne una voce. Non c’ero solo io: c’erano John Osborne, Alan Sillitoe, gli Angry Young Men, il teatro e il cinema.“ (Ray Davies, 2010).

Di fatto, senza costui è impossibile concepire Elvis Costello e Paul Weller, Andy Partridge e Mark E. Smith, Damon Albarn e Eddie Argos. E’ qui infatti che il pop britannico inizia a sposare testo e contesto; a “vivere” se stesso nell’ambiente sociale che lo genera e che, a sua volta, da esso viene forgiato. Merito di un amabile anarco-passatista che, a suo modo rivoluzionario, si è consegnato progressivamente a un’Arcadia di tradizioni idealizzate: la provincia e i suoi lenti riti, la struttura sociale inamidata come i colletti degli impiegati ministeriali, le colonie e l’Impero decaduto.

ray-schoolboy

Un Genio così fuori sincrono con la propria epoca da saperla tratteggiare perfettamente e, no, non è un controsenso. Perché la sua scelta era di fatto l’unica via per la felicità e, allo stesso tempo, la fuga da un Dead End Street che significava essere Mick Jagger o John Lennon. C’era invece una terza opzione: mostrare che quell’epoca non era fab per chiunque. Assume così un altro significato il parallelo con Mark E. Smith, Re dei Cani Sciolti & Fustigatori d’Albione, misuratosi con Victoria e continuatore della tradizione col suo caustico humor che cancella i Gallagher e Doherty senza qualità che appestano quell’isola dove piangi quando arrivi e quando te ne vai.

Prova ne sia che, nella vicenda che sto per sintetizzare, il rock è confinato all’inizio e alla fine, come la scorza che custodisce l’aurea anima pop con la quale Ray, tra il ritratto impietoso della realtà e la sua trasfigurazione mitologica, ha offerto magia indimenticabile. Al punto che vorrei fondare una “Società per la Conservazione di Ray Davies”, perché l’uomo è diventato vecchio in fretta siccome vecchio già era da ragazzo, al punto che nel 1970 – appena ventisei le primavere! – affermava di voler ritornare scimmia. Un giovane dal cuore maturo, insomma, che proprio per questo ha scritto cose senza tempo. Cristallino, dunque, il suo ruolo di Noel Coward e/o William Hogarth della Canzone e  se pensate dunque di poterlo valutare con parametri normali, siete fuori strada. Oppure siete Piero Scaruffi e io non voglio avere a che fare con voi. All day e, ovviamente, all of the night!

 ray-old

Negli anni tra 1940 e 1950, in Inghilterra crescono un paio di generazioni che traggono forza dal secondo conflitto mondiale e dal suo dopo. Incanalando la tragedia in una serie di cambiamenti, mettono in atto un rovesciamento dal quale i giovani emergono come categoria socio-culturale e di mercato. Ray è del giugno ’44 e lo scapestrato Dave del febbraio ‘47, perciò la trafila è la solita: da Elvis Presley, Chuck Berry e il blues si ricava una palestra ingenua e utile chiamata skiffle, tenendosi stretti (per lo stile vocale e compositivo, rispettivamente) i crooner e il music-hall da impastare a rock’n’roll e soul. Al pari di tantissimi altri, i due frequentano la scuola d’arte, fanno comunella con il bassista Peter Quaife e, dopo una sequela di ragioni sociali e andirivieni, nell’estate 1964 formano i Ravens con Mickey Willet alla batteria.

Un demo plana sulla scrivania di Shel Talmy, produttore per la Pye, ma la competizione è durissima. Si sbarazzano di Willet per il solido Mick Avory e cambiano definitivamente nome, tuttavia il primo paio di singoli cade nel vuoto: Stones, Animals e Beatles sono su un altro pianeta e manca la scintilla che faccia la differenza. Scintilla che giunge sotto forma di uno tra i riff più imitati di sempre – dal punk all’hard passando per garage e power-pop – che scatena centotrentaquattro secondi di angst adolescenziale. You Really Got Me imprime una svolta alla loro carriera e alla musica leggera saltando nel futuro dal trampolino di Louie Louie sulle ali di una selvatica distorsione. Con una Stop Your Sobbing che Costello deve aver memorizzato e i Pretenders rileggeranno, è l’unico asso di The Kinks, album d’esordio che in ottobre per il resto offre Merseybeat, blues, errebì e rock’n’roll primigenio a rimorchio di voghe rapide.

 kinks-kolour

Come peraltro è la presa di un altro singolo, che ricalcato sul precedente rende la band famosa anche negli U.S.A.: a fine annata, All Day And All Of The Night è alla seconda piazza nazionale e alla settima yankee. In tutto questo bailamme, i quattro pubblicano pregevoli EP, accumulano esibizioni e si incazzano tra loro. A inizio ’65 Kinda Kinks indica un autore in cerca di sé che attinge dalla Motown e insegue un’impossibile eterna gioventù, regalando la maiuscola Tired Of Waiting For You e piazzando sul piccolo formato l’arguzia esotica di I See Friends. Non siamo di fronte a una “two hit wonder”, insomma, come ribadiscono Kontroversy (forte della sciccosa ‘Til The End Of The Day e delle avvisaglie nostalgiche Where Have All The Good Times Gone e Ring The Bells) e l’ennesimo brillantissimo 45 giri, che su un lato irride la moda (Dedicated Follower Of Fashion) e dall’altro commenta la noia della modernità (Sittin’ On My Sofa). Serve una tegola sulla testa per tirare il fiato e approdare al Capo d’Opera: l’ennesima rissa sul palco bandisce i Kinks dagli States per un quadriennio. Stop alla mattanza “on the road” e via alla creazione del piccolo mondo antico di Raymond, che da quello attuale (rutilante e colorato, nondimeno vacuo al nocciolo) è stato cacciato. Non che se ne dolga granché, com’è del resto logico.

 face-to-face

Introspezione, acredine classista e malinconia sono gli ingredienti extra-musicali di Face To Face, scrigno con quattordici diamanti pop-art trainati dal successone Sunny Afternoon, che spodesta Paperback Writer dal primo posto in madrepatria e incarna l’epitome sonora di un paese che a luglio ‘66 è campione del mondo di calcio e detta le  regole dello stile. Manifesto dei suoi giorni tanto quanto è sempreverde (laddove il coevo Revolver è anche finestra spalancata sul domani), ospita Nicky Hopkins alle tastiere e – tra l’ironia a rotta di collo di Party Line e gli struggimenti di I’ll Remember – infila folk-beat elisabettiani (Rosy Won’t You Please Come Home, Too Much On My Mind), raga (Fancy) e accenni psichedelici (Rainy Day In June). Senza tralasciare stilettate (Dandy), omaggi (Session Man) e berline (House In The Country: ciao, Blur; Holiday In Waikiki, Most Exclusive Residence For Sale: ehilà, The Fall).

Saggio di un Talento che si permette di confinare su 7” l’inno garagista I’m Not Like Everybody Else e accidenti se è vero, sigla l’inizio dell’epoca d’oro del Raimondo, lesto ad autoesiliarsi nel “Kinkdom” celebrato (come pasticceria golosa per l’Afternoon Tea…) da Something Else. Scordatevi le tangenti acide: anche se siamo nel 1967, si narrano i drammi in sedicesimo di Death Of A Clown (con Dave, sugli scudi anche in Love Me ‘Til The Sun Shines) e del delizioso acquerello ibseniano Two Sisters. Il rock si nasconde nella dylaniana Situation Vacant e si mescola a marcette (Harry Rag, Tin Soldier Man), bossanova (No Return) e incantati stordimenti folk (Lazy Old Sun, End Of The Season). Scatola di dolciumi mai a rischio di carie, inventa i Jam tramite David Watts e termina con il racconto più fulgido del Davies, una Waterloo Sunset tra i vertici assoluti del Pop.

 kinksweb

I ragazzi intanto sono usciti dalle classifiche e dal circuito concertistico, essendo l’interesse rivolto al 33 giri quale unica forma espressiva che soddisfi appieno le aspirazioni del leader. Sono comunque bellissime le Autumn Almanac, Wonderboy e Days che chiosano il distacco agreste di The Village Green Preservation Society. Tra i concept album uno dei pochi azzeccati e opera sul serio controcorrente per come loda valori antichi allorché tutti “vogliono il mondo e lo vogliono adesso”. Spartano ma curato come l’artefice desidera, profuma di stupore (Starstruck, Monica) e minuteria gozzaniana (la title-track e la gemella più meditativa Village Green, Picture Book), di penna fragrante (la tesa Big Sky, le inquiete Wicked Annabella e Sitting By The Riverside) e arrangiamenti calibratissimi (una Phenomenal Cat con accartocciate in tasca le pagine di Lewis Carroll, il racconto in prima persona e onomatopea blues da manuale Last Of The Stream Powered Trains).

Ci sono la celebrazione, l’amarezza e l’amicizia e, più d’ogni altra cosa, il secondo masterpiece che vede la luce assieme all’Album Bianco. Intanto Peter Quaife abbandona (morirà nel giugno 2010) per John Dalton, il bando decade e si può tornare nel Grande Paese. Non prima di aver pubblicato Arthur, rock opera dall’eloquente sottotitolo “o il declino e la caduta dell’Impero Britannico”. La preferisco alla brodaglia di Tommy e tuttavia viaggia lontana dall’inarrivabile S.F. Sorrow dei Pretty Things, ma mica è colpa sua. Trattasi del concept esplicito dopo quello implicito, intessuto di riflessioni sull’Inghilterra con gli occhi (autobiografici) degli anti-eroi comuni, del quale a volte persuade poco il tono strumentale più pesante, dagli esiti a ogni buon conto preziosi in Brain Washed e Australia. Che la leggerezza non sia ancora sparita lo comprovano l’irresistibile Victoria, una mesta Some Mother’s Son, l’amara Shangri La, la delicata Young And Innocent Days e il disinvolto brano omonimo.

 village-green

L’ingresso del tastierista John Gosling non può certo iniettare nuova linfa, sebbene la sua prima apparizione sia in Lola, tenera polaroid di confusione sessuale nelle chart di ambedue i continenti e vertice di Lola Versus Powerman And The Money-Go-Round, Part One, inatteso successo al botteghino gonfio di fiele contro lo showbiz e di rock rancoroso. Altri apici la satira Apeman, il quadrato blues The Contenders, la stoniana Got To Be Free e una This Time Tomorrow liricissima, però, al di là del risultato buono ma non a caso altrove troppo rigido, preoccupa un autore che soffoca il mezzo con i messaggi. Che, esaurito il sarcasmo, fa il pieno di cinismo. Ne avrà bisogno: i Settanta sono arrivati. Lo spartiacque lascia inizialmente perplessi: Percy imita per approssimazione e fiacchezza la pellicola cui fornisce il commento.

Mr. Ray lascia di stucco un’ultima volta con un disco che nel ’71 varca la porta della RCA dietro cospicuo anticipo. Muswell Hillbillies racconta l’Inghilterra con i suoni dell’Ovest americano, superba chiusura di cerchio che tratteggia storie di suburbia a passo di country, jazz old time e blues-pop bolaniani. Nel compatto insieme, da citare almeno la solida 20th Century Man, il crepuscolo Oklahoma, U.S.A. e una Alcohol che è chanson folk secondo Leonard Cohen. Ultimo avamposto prima della ritirata in un carapace di ambizioni mal riposte: due anni e Everybody’s In Showbiz mescola materiale di studio e live, piazzando sulla graticola il rapporto con l’industria dello spettacolo in un calderone un po’ confuso da cui estraggo la lucidità tematica e la psicanalitica Sitting In My Hotel, una rassegnata Celluloid Heroes e una briosa Supersonic Rocket Ship.

 kinks-muswell

Il rapporto con Dave è allo stremo e regnano disincanto e magniloquenza, così che il triennio ’73-’76 porta tediose rock oper(in)e come Preservation Act (ben due tomi…), Soap Opera e Schoolboys In Disgrace, problemi di droga, depressione, una crisi matrimoniale. Brusco il risveglio nel 1976, con il passaggio all’Arista e – annusando i punk loro figli – il “lifting” che dà alla gente ciò che vuole. Ovvero hard-rock tagliato su misura per le arene americane infiammate dai Van Halen che hanno raccolto You Really Got Me facendo fortuna. Oltreatlantico, Sleepwalker sarà nel ’77 un successo replicato l’anno seguente da Misfits, e mentre Jam e Knack, Pretenders e Clash omaggiano i Nostri, Low Budget (1979) e Give The People What They Want (1981) completano la riconquista.

Nondimeno, se volete un solo LP che fotografi quel periodo, il live One For The Road che sigla il decennio è l’ideale, meglio se accoppiato a State Of Confusion dell’83, carino e trainato dall’amarcord Come Dancing, singolo con relativo video (praticamente un cortometraggio) in rotazione sulla giovane MTV. Raymond ha però ormai imboccato un tunnel di reducismo e spossatezza, alla musica preferisce il cinema e incastra un poker di LP trascurabilissimi tra la fine dell’amore con Chrissie Hynde, l’addio di Avory e il passaggio alla Columbia.

 kinks-67

Ultimo guizzo, nel 1994 To The Bone rivede i successi gloriosi in chiave unplugged. Merito dei corsi e ricorsi, se la lezione dei Kinks torna sotto i riflettori nell’anno del Britpop, allorché Davies funge da padrino a Blur, Supergrass e Oasis e promuove l’autobiografia “X-Ray”, strutturata e concepita come un romanzo. Pleonastica la sua carriera solistica, lamentatevi voi se questo Grande non ha un Time Out Of Mind all’orizzonte. Io non me la sento. Mi duole già più che abbastanza saperlo paranoico e amareggiato, anziano che non regge il peso di Cronos che, impietoso, porta via tutto. Compresi – e davvero c’è mancato pochissimo – lui stesso e Dave.

Mentre termino queste righe, i fratelli hanno riposto i coltelli in via (forse) definitiva e si mormora di una possibile reunion. Spero non si concretizzi. Mai. Preferisco tornare con la mente al festival di Glastonbury 2010, quando – dedicata gran parte della scaletta a Quaife – durante Days Raymond quasi scoppia in lacrime. Annodo quella sera al momento di Live At Kevin Hall (AD 1968) in cui la folla di adolescenti intona Sunny Afternoon al suo posto. Una morsa mi serra il cuore. Ogni cosa è illuminata. Se vi recate a Denmark Terrace, al numero sei non troverete nessuna targa. La vorremmo in tanti, però. Se possibile, d’oro zecchino.

6 pensieri riguardo “Wonderboy: l’amara poesia di Ray Davies”

  1. Bellissimo articolo.
    Spero tanto anche io che non si incrocino mai più in un disco. “Face to face”, “Something else” e “The village green…” sono da Paradiso del pop. Macchiare ulteriormente una storia tanto grande sarebbe un delitto.

    Piace a 1 persona

    1. Beh, grazie! Complimenti a te per il nick, che contiene una delle mie canzoni preferite dei Beatles… C’è da augurarsi che questa faccenda delle reunion abbia prima o poi una fine: nel caso specifico, sono assolutamente d’accordo che la faccenda sarebbe ancor più pesante da mandar giù.

      "Mi piace"

Rispondi a walrus82 Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...