Un Angel (Olsen) alla mia tavola

Talvolta anche nella musica puoi spendere la massima “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Quale sia la tua pasta, sono anche certe frequentazioni e amicizie a lasciarlo intuire, benché in fondo spetti esclusivamente a te dimostrare quanto vali. Così sinora Angel Olsen, poco meno di trent’anni e una gavetta che la vedeva esibirsi, adolescente con sei corde in grembo, nelle caffetterie della natia St. Louis (Missouri), poi a Chicago e infine prestare l’ugola a un paio di LP di Bonnie “Prince” Billy. Qui casca l’asino, siccome nello stesso periodo – primavera 2011 – la fanciulla dava alle stampe Strange Cacti, nastro su Bathetic con sei autografi folk successivamente edito anche in vinile.

Cartina di tornasole spartana che una registrazione colma di riverbero rendeva assai spettrale, consegnando echi di un passato sottratto all’ipotetico oblio per rammentarci quanto il fascino possegga radici robuste. Evidenza è che in costei la nostalgia costituisca parte integrante della bellezza. Scommetto che c’entra un bel po’ il vissuto e nello specifico l’adozione a tre anni da parte di una coppia in età avanzata. Così che quando insegui dei miti su cui costruire un’identità, può fare la differenza andare a cercarseli nel pre-war e negli anni Cinquanta.

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A maggior ragione allorché sei un tipo introverso che ascolta punk pur frequentando un liceo cristiano. Naturale che il rifugio sia lo scrivere canzoni e che qualcuno le noti, siccome questa ragazza della porta accanto dal sorriso timido però solare e lo sguardo attento riesce a tratteggiare un mosaico a sé. Nel senso che mette assieme cocci del passato e li trascende con passione e talento non comuni; nel senso che raccoglie la forma e lo spirito dei propri modelli e se ne appropria, per esempio avvolgendo la Santissima Trinità Kristin Hersh/Hope Sandoval/PJ Harvey in melodie e accordi da girl group o porgendo un country insieme ruspante e onirico.

E’ una donna e di conseguenza le cose le escono così: prendere o lasciare. Quattro anni or sono prendemmo al volo Half Way Home, debutto in lungo da qualche parte tra Will Oldham e Roy Orbison, tra Patsy Cline e Joni Mitchell. Dopo il quale Angel raccoglieva basso e batteria e passava alla Jagjaguwar per Burn Your Fire For No Witness, solido folk-(indie) rock che addirittura si affacciava nei top 200 di “Billboard”. Mancava giusto il “difficile” terzo album a completare il quadro e dallo scorso settembre lo abbiamo.

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Programmatico nel titolo e nelle tematiche che affronta, ovvero il sofferto momento dello scoprirsi adulti, My Woman è stato concepito pensando alle due metà del trentatré giri. Metafora in ciò perfetta dell’universo femminile che si prefigge di descrivere, in realtà questa decina di canzoni vive di contrapposizioni apparenti: se la prima facciata trabocca esuberanza e l’altra è consacrata all’intimismo, l’assidua frequentazione evidenzia un insieme armonico, coeso. Nel quale gli emisferi di cui sopra si compenetrano e influenzano, così che My Woman è un’anima che trova se stessa lungo il percorso. Non per caso l’asciutto dream-pop spolverato di elettronica Intern apre un cerchio chiuso tre quarti d’ora dopo tramite il raccoglimento pianistico di Pops.

Nel mezzo, saggi alternative di orecchiabilità mai scontata e sensualità a nervi tesi come Never Be Mine e Shut Up Kiss Me, le Not Gonna Kill You e Give It Up che rinfrescano l’inchiostro di Kristin Hersh e della giovane Liz Phair, una Heart Shaped Face da Mazzy Star mattinieri, la penombra lynchiana di Those Were The Days. Laddove a ratificare la maturità dell’autrice basterebbero Sister e Woman, ballate di impianto e respiro magistrali giocate tra graffi e carezze, tra crescendo e atmosfere. Una volta si diceva che era nata una stella. Sappiate che in tante cose sono un tipo all’antica, e perciò…

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