Shannon Wright: un’americana a Parigi e Roma

Shannon Wright non è più un nome emergente, né un’eterna promessa come tante ne esistono. Dalla fine degli anni Novanta, con meno glamour ma pari autorevolezza di molte colleghe, si aggira per l’affollato panorama del “nuovo cantautorato femminile” e nondimeno da allora è confinata nel tipico limbo dell’artista di culto. Peccato, perché grazie al talento e all’iniziale militanza nelle Crowsdell, la ragazza possiede un’indole e un linguaggio riconoscibili, intrisi dei tormenti elettrici e delle oasi meditative che traspongono in musica la mutevole complessità dei sentimenti.

Anche quei lontani trascorsi da indie rocker sono responsabili dell’approccio “post folk” che la avvicina a una PJ Harvey nata in America e che al cambiamento continuo preferisce la lenta evoluzione. All’incirca. L’introversa Shannon possiede un proprio segreto per donare forme insolite alle radici e spalanca il cuore con rara onestà. Dunque, dopo anni di concerti esaltanti e una discografia immacolata (apice, fino a due settimane fa, l’album omonimo del 2005 con Yann Tiersen…) sarebbe ora di più vasti riconoscimenti. Chissà che il ruolo di ambasciatore non spetti a Division, undicesimo lavoro pubblicato a inizio febbraio dalla francese Vicious Circle e figlio di peculiari circostanze.

smiling-shannon

Circostanze nelle quali anche l’Italia ha un ruolo, dal momento che una parte di queste otto canzoni è stata scritta e registrata a Roma, nello studio dell’affermata pianista francese Katia Labèque. Folgorata da un’esibizione dal vivo della Nostra, costei le si era in precedenza avvicinata per complimentarsi e invitare Shannon nella Città Eterna. Colta in un momento di sconforto, l’americana ne usciva tramite il provvidenziale incontro con una rinnovata fiducia in sé e nei propri mezzi. Passato del tempo, durante un tour italiano coglieva l’occasione e, grazie all’atmosfera e a pianoforti di qualità eccelsa, buttava giù in poche ore una manciata di brani.

Il resto veniva messo a fuoco in seguito con passione, intuito e la collaborazione del produttore David Chalmin tra la nostra capitale e la Francia. Non pensate tuttavia a un risultato frammentario, poiché spetta a un’intensità e una maturità in passato mai così spiccate fungere da filo conduttore. In un album che rappresenta allo stesso tempo il riassunto di una cifra autoriale e l’ipotesi di futuri sviluppi, la vena in perenne bilico tra iconoclastia e introspezione raggiunge vette di compiutezza assoluta.

division

C’è una bellezza sincera, qui. Ci sono spigoli e carezze. C’è una penna in stato di particolare grazia che benedisce intuizioni cameristiche tanto delicate quanto è graffiante un dopo-rock che spesso e volentieri alza la testa. Più che altrove, nella sensazionale anima spezzata e ricomposta di Soft Noise e in una title-track che in apertura confonde le carte su quanto segue, tutta passo squadrato e melodia sghemba. Laddove suscita applausi immediati l’elettronica minimale che si integra perfettamente all’insieme.

Aggiungete una struggente The Thirst, i Portishead tagliati dentro al carveriano midollo per Wayward, il cyber-folk estatico e a suo modo sensuale di Accidental, l’avvolgente e sospeso carillon Seemingly, la malinconia in toni seppiati che avvolge Iodine. Mezz’ora e spiccioli dopo, Lighthouse (Drag Us In) raccorda e riepiloga domiciliando Debussy sull’asse Chicago-Louisville, come dei Rachel’s spartani solcati da un’ugola indecisa tra blandizia e sferzate. Division è uno di quei dischi preziosi e sempre più rari da cui non vorrei mai separarmi. Perché mai dovrei? Un Capolavoro è per sempre.

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