Oltre il tempo: quarant’anni di Wire

Non ho mai ascoltato una nostra copia che fosse anche solo vagamente convincente.” (Colin Newman, 2010)

Che puoi fare, a un certo punto di una carriera di altissimo livello e con innumerevoli tentativi di imitazione? Volendo – soprattutto, potendo – ti reinventi. Ancora. Come ogni Maestro, dopo quattro decenni nessuno è gli Wire più degli Wire stessi. Ovvero gente che non si è seduta sugli allori e alle soste sul viale dei ricordi preferisce il movimento continuo, perché un gruppo rock che si rispetti filtra la realtà e ne restituisce una visione universale. Sempre. E quando non ci riesce più, dovrebbe sciogliersi.

Si chiama buonsenso d’Artista, benché per primi Colin Newman, Graham Lewis e Robert Grey scatarrerebbero su certe parole. Salvo ammettere subito, con un sogghigno da genuino intellettuale, che un contributo all’evoluzione della musica popolare l’hanno dato, senza attaccarsi al barcone dell’ennesimo revival new wave, loro che non sono “ritornati” per la semplice ragione che mai sono andati via. Una logica minimale e inconfutabile. Una logica squisitamente Wire.

wire

Non vai da nessuna parte senza una ragione. Se quella ragione riguarda l’arte, che senso ha se non hai nulla di nuovo da proporre?“ (Colin Newman, 2010)

 Consci che Entertainment!, Y e Marquee Moon appartengono tanto all’oggi quanto a un’epoca precisa e proprio per questo sono Capolavori come i loro primi tre LP, non vi appongono inutili postille e usano l’energia per andare avanti. Ne ho la prova buttando un orecchio a chi, lungo il nuovo secolo, replica(va) banalmente stilemi di Cure e Banshees, di P.I.L. e Joy Division, ma soprattutto a chi merita elogi per aver ibridato tra loro quelle e altre estetiche. Dei messaggi lanciati dalla formazione britannica, è proprio questa lezione metodologica e filosofica a conficcarsi nell’eternità e nel “qui e ora”, intimamente connessa al riassumere la propria epoca anticipando il futuro.

Perché la nostalgia conduce al coma artistico, il gusto medio allarga progressivamente le sue maglie e le rivoluzioni le inneschi una sola volta. Di conseguenza, a quel punto di una parabola artistica, tutto si gioca sul limite entro il quale muti restando fedele alle tue motivazioni originarie. Capito, U2? Altra cosa gli Wire, benissimo focalizzati su qualsivoglia presente da aver costantemente conferito alla loro Genialità forme diverse e ciò nonostante riconoscibili.

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Non ci sentiamo a nostro agio col revival, siamo troppo interessati alle novità. Essere pezzi da museo deve essere un tale tedio…” (Colin Newman, 2010)

Dunque, come rispondono i nostri Signori all’ingresso del Settantasette negli “anta”? Senza patetiche retroguardie e/o lacrimevoli amarcord. In loro vece, ciò che (la lingua come d’abitudine puntata nella guancia) definiscono post-punk psichedelico del ventunesimo secolo. Ecco: oltre a idee e vigore, Silver/Lead contiene anche questo. Esce sul mercato tramite canali assolutamente DIY e, testimone la definitiva integrazione del giovane Matt Simms, vede strumenti e ritmi saldarsi nell’alveo produttivo gestito da Colin Newman. Attenzione al dettaglio, senso della misura, dialogo tra muscoli e cervello i pilastri su cui poggia l’organismo Wire, più che mai dacché le forme sono classiche però non museali.

Parlano allora chiaro un post-pop chitarristico secco e rutilante che scatta l’ennesima polaroid all’occidente (Short Elevated Period), l’omaggio sagace al caracollare dei T.Rex (Diamonds In Cups), la riscrittura della grammatica di Drums And Wires (Brio) e marchi di fabbrica perfetti (Sonic Lens, il brano omonimo, An Alibi). Laddove la splendida Sleep On The Wing è apice intimista incamminato su inediti sentieri Go-Betweens e il resto trasforma i primi Roxy Music da antefatto della new wave a una delle sue possibili conseguenze. Silver/Lead è un saggio di stile, coerenza e grandezza. E il vostro corrispondente è felicissimo di raccontarvelo.

2 pensieri riguardo “Oltre il tempo: quarant’anni di Wire”

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