Desmond Dekker dal ghetto alla vetta

Non occorre appartenere ai fan terminali dei Beatles per essersi chiesti almeno una volta chi sia il protagonista di Ob-La-Di Ob-La-Da. Harry Young, estensore nel ’92 delle note di Rockin’ Steady: The Best Of Desmond Dekker, suggeriva tra le righe che si trattasse di questo Desmond. In effetti, McCartney ammise di aver preso titolo e ritornello da una frase che l’amico percussionista nigeriano Jimmy Emuakpor soleva ripetere e si sdebitò con un assegno per l’arcinoto “Ob-la-di ob-la-da, life goes on, bra”, specificando che Desmond pareva un nome assai caraibico. Sommato al fatto che Sir Paul apprezzava Dekker, che quel brano è praticamente uno ska e che in tale materia i Fab Four non erano digiuni, vi lascio trarre qualche conclusione.

Chiudo l’angolo “Sherlock Holmes” rivelando che la suddetta antologia Rhino è uno dei rifugi per quando l’anima necessita di luce ed energia. Pur essendo un valido punto di partenza, non è comunque la più completa delle raccolte dedicate a chi spianò la strada a Bob Marley e mise la Giamaica sulla ribalta pop internazionale. Tale ruolo spetta a Anthology: Israelites, doppio Trojan del 2001 che di Dekker copre la carriera pressoché in toto, nondimeno anche di angoli del cuore si vive.

striped desmond

Che film la vita di Desmond Adolphus Dacres, nato a Saint Andrew, Greater Kingston, il sedici luglio 1941. Da piccolo frequenta la chiesa con nonna e zia e gli inni lo aiutano ad affrontare la morte della madre. A quindici anni si guadagna il pane da saldatore: ringraziate i colleghi che, sentendolo cantare, lo incitano al professionismo. Fallisce le audizioni con Coxsone Dodd e Duke Reid ma va a segno con la Beverley di Leslie Kong, bizzarro personaggio giunto alla musica dall’industria alimentare.

Nonostante l’entusiastico sostegno del campione di casa Derrick Morgan, per un biennio fa anticamera, matura e nel ‘63 ripaga Leslie spedendo l’autografo saltellare di Honour Your Father And Mother in cima alla classifica isolana. Il dado è tratto: Sinners Come Home e Labour For Learning segnano l’adozione del nome d’arte e la mano è vinta da King Of Ska, giubilante attestazione di verità con ai cori i Maytals sotto mentite spoglie. Insegna il rhythm’n’blues che un’ugola suadente rende viepiù se ben sostenuta ed ecco entrare in scena i fratelli Howard, da qui in poi The Aces.

Con loro e la house band dell’etichetta il ragazzo compone e infila un successo dietro l’altro negli estremi della travolgente Get Up Edina e dell’esuberante sentimento di This Woman. Nel ’67 Morgan lo vuole nel 45 giri Tougher Than Tough incentrato sui rude boys, giovani disoccupati che applicano il mito dei malavitosi americani alla dura quotidianità del ghetto. Lo ska prende nota: un po’ per sviluppo naturale e un po’ per agevolare le danze ai rudies, conferisce più spazio al basso, rallenta le cadenze e muta nel rocksteady.

desmond anthology

Estrazione e vocazione tengono il Nostro lontano da lidi proto gangsta però non impediscono a una 007 (Shanty Town) dal placido e irresistibile caracollare di renderlo un’icona in madrepatria e nella proletaria scena mod d’Inghilterra. Affacciatasi colà nei Top 15, essa cagiona una prima visita trionfale mentre si batte il ferro rovente con soul in levare (Keep A Cool Head, Rudy Got Soul) e messaggi stilosi (Unity, It’s A Shame, Wise Man), embrionale consapevolezza roots (Pretty Africa), echi errebì (Mother Long Tongue) e vibranti ombre (Fu Manchu).

Uomo da singoli, “Des”. Somma prova la Israelites, che – riarrangiata a misura del palato bianco – nel 1969 conquista le chart europee e americane. Ironia della sorte, dietro alla metafora della schiavitù ebraica in Egitto c’è il dramma della deportazione degli africani nel nuovo Mondo. A causa dell’accento fuori dai Caraibi nessuno capisce ma tutti si abbandonano a una carezzevole melanconia che è pianto trattenuto di ataviche sofferenze. Pur centrando ancora il bersaglio artisticamente (soprattutto con le filastrocche It’s Not Easy e A It Mek e il perfetto incastro di corde e fiati Rude Boy Train) Dekker non arriverà più così in alto. L’approssimarsi dei ‘70 segna il trasferimento definitivo nel Regno Unito e il successo – vergato da Jimmy Cliff, altro protetto di Leslie – della You Can Get It If You Really Want sfavillante ottoni e istantaneo appeal.

dekkah a singin'

Rarità nel contesto giamaicano, Desmond resta fedele a un marchio discografico fino all’agosto ’71, quando all’improvviso Kong muore per attacco cardiaco. Perso il mentore, l’uomo va in pezzi; terrorizzato, si prende una pausa, poi pubblica mediocrità fino allo ska revival. Il contratto con la Stiff porta Black & Dekker, che mescola vecchio e nuovo con i Rumour di Graham Parker, laddove nel 1981 è Robert Palmer a supervisionare Compass Point. Nulla di paragonabile non solo ai vecchi tempi, ma anche ai tanti concerti di un individuo pessimamente gestito dai manager che nell’84 dichiara bancarotta. Nuovo silenzio fino al 1990, allorché uno spot televisivo che utilizza Israelites spinge a tornare con avanzi degli Specials. Nostalgia, certo, eppure da me non leggerete nulla di male su un colosso che ci lasciava sessantaquattrenne, pronto per l’ennesimo tour. Ob-la-di, ob-la-da, life goes on, bro’…

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