L’inquietudine del cantautore solitario: John Murry

Quanto è bello il rock quando con un sorriso ti culla nell’illusione di averle sentite tutte e poi ti svela un talento fino a poco prima sconosciuto. Espletata la formalità del “mea culpa”, peraltro comprensibile nel folle marasma odierno, hai un nuovo tesoro da custodire e che felicità! I lettori di questo blog saranno a conoscenza del fatto che c’è stato un tempo in cui il sottoscritto (coronando un sogno cullato fin dall’adolescenza) collaborava con una nota, gloriosa rivista musicale che nel frattempo è divenuta la succursale hipster di “Vanity Fair”.

Ciò mi permise di intervistare artisti ammirati da sempre, rivelatisi inoltre squisiti dal punto di vista umano. Ad esempio: veri Signori i Breathless, con cui parlai nel novembre di diversi anni fa. Da quella telefonata, Ari Neufeld e Dominic Appleton mi inviano regolarmente graditissimi cadeaux editi sul loro marchio discografico Tenor Vossa ed è stato così che ho scoperto John Murry. In ritardo, che volete farci. Del resto appartiene ad altre epoche anche la maniera con la quale il suo nuovo LP si apre all’ascoltatore.

John Murry

A Short History Of Decay è infatti un autentico slow burner dove abitano Mark Eitzel, Kurt Wagner, Mark Linkous. E’ una faccenda romantica e bella e non potrebbe darsi altrimenti, siccome John – subito glielo leggi, nello sguardo – ha alle spalle una vita che lo ha preso un bel po’ a calci. Con il pizzico di gotico sudista che non guasta, nasceva nel 1979 in quella Tupelo e dite se non è un segno come l’attuale domicilio in Irlanda. Nel mezzo di tutto e di più: una parentela tramite adozione con la famiglia Faulkner, l’autismo non diagnosticato, la folgorazione per Tom Petty.

E poi: un adolescente che si fa le ossa a Memphis, le decine di band, il trasloco a San Francisco per la carriera solista assistito da Chuck Prophet e Tim Mooney, batterista degli American Music Club, infine la tossicodipendenza. Su tutto, un album bello da far male ma bene, The Graceless Age, che nel 2012 incassava gli elogi di “Mojo” e “Uncut” e conteneva una Little Colored Balloons bastante da sola a giustificare una carriera. Il relativo tour era un ulteriore mettersi a nudo, la pelle strappata sera dopo sera sul palco, ma all’improvviso Mooney moriva e di nuovo era il caos a regnare. Quanto costruito con pazienza svaniva: moglie, figlia, l’esistenza intera.

A-Short-history-of-Decay

Per fortuna, lungo la sua traiettoria impazzita Murry si è imbattuto in Michael Timmins, letteralmente folgorato a Glasgow da un’esibizione di spalla ai Cowboy Junkies. Fatta la conoscenza, i due si scrivevano regolarmente e a un certo punto saltava fuori l’idea di un disco. Il resto è cronaca della settimana scorsa: un titolo che omaggia Emil Cioran e dieci canzoni – nove autografe, più una rilettura stellare posta in chiusura di What Jail Is Like degli Afghan Whigs – avvolte con Timmins in arrangiamenti misurati e spontanei.

Canzoni che camminano sicure nel perimetro stilistico di cui sopra senza (s)cadere nella fotocopia, più che altrove nella Silver Or Lead che aggiunge aromi di primi Tindersticks, nell’acusticheggiare alla Springsteen di Wrong Man, nelle trasparenze raccolte dagli Sparklehorse per When God Walks In. Se Come Five & Twenty si porge insieme virile e delicata, Defacing Sunday Bulletins toglie catrame dalla gola di Mark Lanegan e Under A Darker Moon e Countess Lola’s Blues (All In This Together) le vorresti programmate ogni giorno sulle onde FM del globo. Mi piace credere che tu sia una fenice, John. E che non ci deluderai mai.

3 pensieri riguardo “L’inquietudine del cantautore solitario: John Murry”

  1. tutto giusto, ma il riferimento più corretto mi pare sia il Daughn Gibson di dischi sofferti come “me moan” o , più per il precedente che per questo nuovo, Stone Jack Jones di ” Ancestor “.

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