Retronow: nothing now? Il ritorno degli Arcade Fire

In occasione della pausa estiva voglio confessarvi un segreto: all’inizio di “Turrefazioni” mi ero imposto alcune regole, e una di queste era evitare sprechi di energia e tempo scrivendo di fallimenti e delusioni. Già ci pensa la vita a gettarci addosso fango e la musica dovrebbe servire anche a ripulire le brutture, ragion per cui… Eppure la pazienza, come le persone, ha dei limiti. Avete presente quando lui o lei vi tradiscono con una sciacquetta o un burino? Ci domandiamo come sia stato possibile e, una volta passato l’impulso di sfasciare il mobilio, sentiamo di doverne parlare con qualcuno perché la pelle e l’anima bruciano. Eravamo innamorati. Lo siamo. A volte, però, l’amore fa male.

Vengo al punto: adoro gli Arcade Fire e i quattro album che sinora hanno offerto. Continuerò ad amarli, quei dischi. Nondimeno, proprio per questo Everything Now mi pare una corazzata fantozziana. Perché l’evoluzione orientata sul groove innescata tramite la fenomenale Reflektor si sfalda in una scrittura ridondante oppure bolsa e in stucchevoli formalismi. Perché, pronta alla conquista del mondo e al prossimo spot di telefonia mobile, la formazione relega i sentimenti in un angolino e cancella quella melanconia che – mescolata a un ossimoro concretizzato chiamato “epica intimista” – rendeva il loro arena-indie rock (grossomodo: gli Echo & The Bunnymen di Killing Moon che con Mike Scott e Frank Black rifanno Born To Run tra suggestioni etniche e folk) una faccenda magica e geniale.

Everything Now

Non che siano un disastro totale, questi quarantasette minuti da morto che biascica. Signs Of Life è un bel funk da Tom Tom Club muscolari e la ballata We Don’t Deserve Love regge malgrado qualche prolissità. Aggiungo lo stralunato electro-reggae Peter Pan e poi addio, mondo crudele. Caruccia e tuttavia stiracchiata Chemistry, l’esecrabile title-track suona come i Cock Robin che rifanno Alive And Kicking e la lagna Electric Blue riassume le ragioni del passo falso: Regine si infila la tutina da “disco diva” e pensa di sedurre con voce da scoiattolo schiacciato sotto una jeep.

Tra sbadigli e sguardi all’orologio non so se ridere o incazzarmi. Realizzo che siamo fuori di sesto e di contesto, che le buone intenzioni non bastano a rendere credibile un cambiamento. Ricordo la seconda metà degli anni Ottanta, allorché gruppi di valore passavano dal mondo indipendente alle major (toh: adesso gli Arcade Fire escono su Columbia) distruggendo la propria credibilità con lavori brutti e senz’anima. Un incubo.

Arcade Fire

A nulla vale ripetersi che per ogni disco tocca fare tabula rasa delle aspettative, che è sbagliato proiettavi i nostri desideri, che gli artisti sono come i figli e crescono come cazzo gli pare. Però dai cavalli di razza certi scivoloni sono inammissibili: Put Your Money On Me e Creature Comfort paiono Galeazzi sulla pista dei cento metri, Infinite Content gira a vuoto e la ripresa atmosferica del brano omonimo sa di contentino. Alla luce del fulgido passato e di un recentissimo, trascinante live milanese, mi sorge il dubbio di non aver capito nulla. Forse tra qualche mese il Fuoco si rivelerà autentico e non una mera immagine sullo schermo televisivo. Ma, in fondo, life is now e dunque…

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