Aztec Camera: l’impossibile leggerezza dell’essere adulti

Chissà come si sente Roddy Frame a vestire i panni dell’ex enfant prodige. Mi domando se ai ruggenti Ottanta ancora pensa quando guarda dalla finestra sul calar della sera, mentre io – per zittire un po’ il ronzio del tempo che passa – ragiono sui gruppetti odierni che franano al secondo album dopo averne confezionato uno colmo di stereotipi. Non posso spiegare quanto mi piacerebbe vedere il tenero Roddy, magari ispirato dall’amico Edwyn Collins, spazzare via le coeve nullità con un colpo di spugna. Di fatto, nella “generazione duemila” nessuno ha sinora consegnato musica che avvolga palpiti adolescenziali e ricercatezza in un sentire universale.

Musica che profumi di gioia e melanconia, di mezze stagioni e di futuri immaginari con ali da farfalla. Musica come quella contenuta in High Land, Hard Rain, capace di far sobbalzare il cuore ai teenager come agli uomini maturi. Mi sorge il dubbio che quelle gemme, sospese tra le istantanee di folk metropolitano scattate dai Velvet Underground e gli arazzi latineggianti dei Love, accechino chiunque. Ho anche una certezza, però: non sempre è colpa del Maestro se gli alunni sono mediocri.

roddy mélo

Per chi all’epoca era piccino o addirittura ancora non era, i primi due album degli Aztec Camera potrebbero essere una rivelazione. Con una modalità in largo anticipo, il nome fungeva da paravento per un (pop)songwriter nato nel 1964 a East Kilbride, sobborghi di Glasgow. Cresciuto con i gusti delle sorelle maggiori, il punk e Bowie (tuttavia adorando Fall, Al Green, Wilko Johnson, Echo & The Bunnymen, Magazine, Teardrop Explodes…) Roddy resta folgorato da Neil Young e da Forever Changes.

Il sedicenne – autodidatta: la prima chitarra imbracciata in età da asilo! – possedeva perizia strumentale e doti compositive sufficienti per mollare gli studi e girare i pub con il bassista Campbell Owens e il batterista Dave Mulholland. Estasiato, Alan Horne spalanca loro l’uscio della Postcard, etichetta fondata nella primavera 1980 che, antesignana di Creation e Sarah, fa scuola anche nell’immediato alla voce “Smiths” con un proto indie-pop a base di sixties, soul, new wave. Essendo i chiaroscuri appannaggio di Orange Juice e Jozef K., gli Aztechi ne dispiegano il lato solare nei rigogliosi 7” Just Like Gold e Mattress Of Wire.

high land hard rain

In barba all’entusiasmo della stampa e di John Peel, la formazione soffre il dilettantismo volenteroso di Horne e gli avvicendamenti alla batteria. A uno stallo annuale e all’accumularsi di brani risponde il trasferimento a Londra assieme a Ross. Nell’estate 1982 si passa alla Rough Trade, provando e riprovando con l’ex Ruts Dave Ruffy ai tamburi e il tastierista Bernie Clark il materiale che nel maggio seguente sfila su High Land, Hard Rain.

Riverniciate le ancelle dei 45 giri succitati (We Could Send Letters: arguzia di strofe cupe e squillar di ritornello e bridge; Lost Outside The Tunnel: leggiadra, tesa e memore di Da Capo), aggiunge l’irresistibile Oblivious (singolo al primo posto nella chart indipendenti; il 33 giri ventiduesimo nella generale), la tenera Down The Dip, il romantico folk-rock “con anima” Back On Board e l’innodica Walk Out To Winter. Altrove sfuma tinte pastello in toni crepuscolari (The Bugle Sounds Again) e grazia trascinante (Pillar To Post), immagina i Go-Betweens alle prese con la bossanova (Release), ritrova dietro la luna il senno di Arthur Lee (The Boy Wonders).

roddy in black

A luglio la Sire, sottomarca del colosso WEA, stampa il Capolavoro oltreoceano, Elvis Costello si unisce agli elogi e come lussuosa spalla del tour statunitense di Punch The Clock invita il trio, che poi attraversa da solo Canada e nord-est perdendo pezzi. La Rough Trade, inoltre, non ha i mezzi per capitalizzare ulteriormente il successo e Frame cede alla corte della Warner. In serbo un tesoretto composto negli Stati Uniti, ottiene l’autonomia artistica che assieme all’ascolto ossessivo del dylaniano Infidels spiega la presenza di Mark Knopfler alla regia di Knife.

knife

Nel settembre ’84 arrangiamenti ricchi ma equilibrati sottolineano l’immediatezza di Head Is Happy (Heart’s Insane) e la riflessiva complessità della title track. Allo stesso modo, il brio di Just Like The USA, Still On Fire e All I Need Is Everything bilanciano la confessione The Birth Of The True e le dolceagre The Back Door To Heaven e Backwards And Forwards. Poi qualcosa si rompe. Forse tutto è arrivato troppo presto e il giovanotto si sposa, poi sparisce fino al vacuo soul-rock di Love, AD 1987. Recuperato un po’ di terreno nel 1990 con Stray, gli servono tre anni per la noia di Dreamland e altri due per accantonare la sigla con il piatto Frestonia. Da allora appone nome e cognome su dischi carucci ma senza smalto. Superati i cinquanta, sconta un’adolescenza in stato di assoluta grazia e Canzoni che tuttora esortano ad abbracciare il mondo e desiderare che piova sotto il sole. Prove sublimi di come possa essere impossibile diventare grandi quando Grandi lo si è già.

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