K. McCarty e l’intrattenitore desolato (come ho conosciuto Daniel Johnston)

Do yourself a favour / Become your own saviour.”

Appassionato o critico, hai a (spesso inconsapevole) disposizione mille modi per imbatterti in un artista del quale ti innamori. Succede anche tra esseri umani: una sera apparentemente come tante incroci uno sguardo e la tua vita non è più la stessa. Arrivo al punto, tranquilli. Per anni ho avuto un’idea vaga di chi fosse Daniel Johnston e mi limitavo a osservare una buffa rana sulle magliette che Kurt Cobain sfoggiava con signorilità punk. Ancora non mi ero accostato alla sua musica e giuro che ho dimenticato se per timore o distrazione.

Qualcosa imponeva di attendere il momento giusto e il momento giunse nella primavera 1996, dalla vasca degli usati di un negozio, rischiarando un’esistenza sospesa dentro il limbo che talvolta precede l’ingresso nel mondo reale. Un CD a poco prezzo, artefice sconosciuta e l’intrigante sottotitolo songs of Daniel Johnston. Ma sì, proviamo. Due giorni dopo – l’anima rivoltata come un calzino, il cuore lacrimante gioia – avevo un nuovo amico.

songs of dj

Come tanti suoi colleghi, Daniel Johnston è stato, fino alla sua dipartita nel 2019, in parte vittima di un malinteso. Nel senso che l’eccentricità non è un lasciapassare per altri mondi e il disagio a monte del Genio non spiega davvero la tenerezza commovente delle sue canzoni sublimi. C’è dell’altro che si spinge molto in profondità. C’è un linguaggio sbilenco, ineffabilmente fulgido e magico, tipico di chi cammina sul rasoio della vita e ne coglie l’essenza dolceamara. Di chi desidera il midollo perché l’osso non basta più. Di gente come Syd Barrett, Mark Linkous, Tom Waits, Jeff Mangum, Mark Oliver Everett.

Semplice la ragione: le canzoni possono  salvare la vita a chiunque. Basta capirlo, poi incastonarle con i loro significati nella giostra quotidiana del vivere. Dunque, se di Daniel nulla possedete, consiglio umilmente di partire da Dead Dog’s Eyeball, l’album di K. McCarty oggetto dell’amarcord di cui sopra. Kathy è una ragazza texana che militava in tali Glass Eye: sciolta la band, nel ’94 pubblicava su Bar/None una generosa manciata di composizioni dell’amico cavandone un disco di “culto al quadrato”. Uno specchio deformante in positivo, che dagli originali rimuove le molle rotte e le corde scordate conservando luccicanze, sfumature, tonalità.

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Grazie a un toccante gesto di riconoscenza – cucito con stoffe indie rock di alta qualità intessute di folk, lounge jazz e pop psichedelico – vi sarà più facile risalire agli LP originali, dai rifiniti Artistic Vice, Fun e Fear Yourself ai più ruvidi Continued Story, Yip Jump Music e Hi, How Are You. Mi accodo al corteo di fan – tanti anche eccellenti, com’è giusto – confermandoli colmi di splendori disarmanti che ragionano sui miti (The Beatles, Casper The Friendly Ghost) e offrono vie di fuga (Rocket Ship, Speeding Motorcycle, I Am A Baby In My Universe), che sfoggiano lucidità come una seduta psicanalitica giammai potrà (Story Of An Artist, Sorry Entertainer) e si pronunciano sui massimi sistemi (Living Life, I Live For Love), oscillando tra i margini di melodie così pure che canticchi in un attimo a dispetto di forme spesso out there.

Che te ne fai comunque della “normalità” al cospetto di un capolavoro assoluto come True Love Will Find You In The End? Ecco. Fino all’ultimo, Daniel è stato un timido che scrutava il mondo e, con un sorriso naif, spargeva – spargerà per sempre, anzi – semi di tenerezza nel nostro spirito . L’uomo che ha scritto “seppelliscimi nel tuo cuore e là io rimarrò, senza andare in decadenza” era uno di noi: se fu un pazzo, allora lo siamo tutti. Uno di noi: lì, forse, sta il segreto. La fatica e il disagio che avvertiamo al primo incontro con Daniel derivano anche dall’accettare che lui sedeva già nel nostro intimo giardino. Entrato in punta di piedi, si è accomodato per rendere questo sciocco mondo un posto migliore. Spero tu possa trovare la vera pace, alla fine, caro sorry entertainer.

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