Il mondo senza Mark E. Smith

Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.” (F.S. Fitzgerald)

Nella mia breve carriera di giornalista ho scritto solo uno di quegli articoli che passano sotto il nome di “coccodrilli”. Fu per il Grandissimo Bert Jansch e accettai di buon grado nonostante l’impaccio e una certa difficoltà latente. Il fatto è che vivo il lutto in maniera profondamente riservata. Nella vita credo non vi sia dolore più grande del distacco, dell’andare avanti con le spalle più pesanti senza qualcuno di importante. Ora il mondo è un luogo viepiù triste e noioso perché Mark Edward Smith non è più tra noi.

Non starò a ripetere quanto già saprete: i dettagli di cronaca mi interessano poco o nulla. Conta che mi senta scombussolato e confuso al punto da fare un’eccezione. Conta che lo spirito più punk di sempre sia scomparso poco prima di superare i sessant’anni. Conta che non uscirà mai più un nuovo disco della sua (e solo sua) band. Abbiamo una certezza in meno, insomma. Un album dei Fall fresco di stampa era una sicurezza come Lucy che toglie il pallone quando Charlie Brown sta per calciare o il nubifragio che arriva dopo aver lavato l’auto.

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Così la vita ci aveva illuso fino a ieri mattina. Nondimeno tocca farsene una ragione: i musicisti invecchiano e scopri che da quel punto di vista non sono semidei e che il tempo sottrae un mattone dopo l’altro alla diga del rock‘n’roll. Il groppo alla gola non accenna a diminuire, anche se la rabbia è in parte lenita dall’accettazione che le cose vanno così. Quello che davvero sconvolge è la frattura interiore creata dalla scomparsa “fisica” e dal fatto che, grazie a un dischetto metallico e a un tondo di plastica più largo, questa gente rimarrà viva finché non toccherà a me. Che scherzi giocano Arte e Destino, eh?

Ad esempio, l’amarcord che lascia addosso un dispiacere stridente, strani graffi sotto pelle, il passato che torna avvolto in una nebbia luccicante. Tuttavia in questa giostra una certezza la posseggo: cinico sin nel midollo – sospetto però che sotto la corazza nascondesse un peculiare romanticismo – Mark scatarrerebbe con il suo accento nordico e lo sguardo da monello ingegnoso su questo e su ogni altro ricordo che leggerete. Farsi sbeffeggiare un’ultima volta da uno dei miei (anti) eroi, comunque, val bene una manciata di righe ed ecco.

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Giusto così, poiché la sua essenza era badare al sodo e su tale presupposto ha costruito un jukebox ribelle minimale e aspro. Mescolanza di kraut, sixties e art-rock, il caracollare ritmico in apparenza monotono, la chitarra tagliente e la tastiera che spatola due note sorreggevano il teatro della crudeltà partecipata del Signor Smith, seduto nell’angolo del pub a mugugnare. Questo fantastico equilibrio tra irruenza e avanguardia rappresenta l’anello di congiunzione tra Monks, Can, Beefheart, rockabilly e Canterbury – avant-garage si definivano i Pere Ubu: in questo caso vale eccome – e vanta infiniti tentativi di imitazione e l’adorazione di John Peel.

Pienamente giustificata, perché siamo al cospetto di un Genio. Di uno che, raccolta la fiaccola da Ray Davies tramite taglienti ritratti di britishness e una magistrale rilettura di Victoria, ha dimostrato che si può essere intellettuali proletari pur fregandosene di gloria, onori, ricchezza. Entrare nella Storia della musica popolare e contribuire a modellarla è il vero riscatto sociale. Alla faccia di tutto e di tutti. Stammi bene ovunque tu sia, hip priest.

8 pensieri riguardo “Il mondo senza Mark E. Smith”

    1. Oltre al fatto che lo credevamo inaffondabile, il punto è anche la spaccatura che ti si apre dentro quando qualcuno non c’è più ma in qualche maniera continua a vivere. Con gli artisti succede molto spesso, ma la vita è così.

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