Ty Segall diventa (un) grande

L’ultima cosa che mi interessa al mondo è insegnare agli altri come vivere. Nondimeno, se scrivi di una forma d’arte devi prendere delle posizioni e, uh, giudicare, ma proprio perché questo verbo sa essere mostruoso e sgradevole, cerco di esercitare più cautela possibile. Venendo al punto: fino a ieri trovavo Ty Segall bravo e poco disposto a lasciarsi incasellare, tuttavia frenato da una iperproduttività un poco dispersiva che pareva modus vivendi e quindi affar suo. Sorpresa, il fresco di pubblicazione Freedom’s Goblin lo mostra svincolato dal summenzionato handicap scatenando applausi a scena aperta.

Perché sotto l’impero di internet, quando la disponibilità del passato sonoro a prescindere dal contesto storico/sociale che lo generò si risolve spesso in una sequela di formalismi, arriva un giovane a metterci il cuore oltre all’ironia, a cavare dalla mescolanza dei linguaggi un’identità con la quale vestire canzoni geniali e belle. Dimostrando così che, rimossane la storia, gli stili possono essere puri invece che vuoti. Una gran bella differenza, no?

freedom's goblin

Di conseguenza non è un paradosso se il californiano giunge in vetta a cavallo di un mastodonte di un’ora e un quarto. Trent’anni e un decennio di frenetica attività alle spalle, l’unica maniera che ha di riassumere il suo multiforme talento è forgiare un arguto post classicismo psych-rock. La forza del quale sta – oltre che in una scrittura di altissimo livello – nello scuotere il passato con brillanti riscritture creative e la consapevolezza che si progredisce incrociando il già esistente. Da sempre, e a maggior ragione oggi che si ibrida di tutto e di più. Per questi motivi, nell’epoca pre-CD Freedom’s Goblin sarebbe stato un doppio come Tago Mago o Trout Mask Replica: per la durata, ma soprattutto per il dispiego di idee e per il suo porsi da summa estetica.

Messi da parte impossibili e insensati paragoni con gli altri Capolavori su quattro facciate qui citati (comunque un buonissimo segno), quel “2018” stampato sulla copertina dona ulteriore smalto alla maturità di Segall. Lampante al proposito la scelta di sistemare a fondo corsa la And, Goodnight che estende un vecchio brano in un’eccellente epica alla Crazy Horse. Idem per quanto riguarda l’uso mai scontato dei fiati, l’affiatata squadra di sodali, il confermato Steve Albini al mixer. Indicazioni preziose di un esito che è frutto dell’equilibrio tra istinto e ragione tipico dei grandi dischi.

glam Ty

Basta infatti il poker d’apertura a spiegare l’aria che tira: Fanny Dog vede Robyn Hitchcock aggirarsi tra i solchi di Exile On Main Street scortato dai Primal Scream, in Rain i Beatles ospitano Skip Spence e un’orchestrina mariachi arrangiata da Sun Ra inventando i Radiohead, la cover di Every 1’s A Winner rifila sculettando un giro di pista ai Black Keys e per Despoiler Of Cadaver Beck resuscita Prince in abiti electro. Ah, però. Altri passi d’autore nel lucido delirio i graffi da Contortions al top di Talkin 3, l’acidula You Say All The Nice Things, un Marc Bolan fissa conclamata di Ty che funge da spina dorsale della delizia I’m Free e si trasforma in Alex Chilton lungo la struggente My Lady’s On Fire.

Si vola in cento direzioni però tutto si tiene, eccome se si tiene. Al sarcasmo hardelico di She risponde l’elaborata sarabanda glitterata 5 Ft. Tall, per una The Main Pretender traboccante torbida sensualità c’è lo scontro frontale tra Supergrass e Devo di When Mommy Kills You, il babà misto Lennon e Harrison Cry Cry Cry siede comodo accanto alla centrifuga grunge del White Album di Alta. Zibaldone visionario e policromo, Freedom’s Goblin possiede il portamento e l’attitudine che appartennero ai Royal Trux: disinvolto, se ne frega di giochi citazionisti ed esercizi di stile per emergere dalla propria epoca, fotografarla e allontanarsene. Tra fiori e rottami, gioielli e cascami, la certezza di trovarsi al cospetto di un’opera destinata a rimanere cresce un ascolto dopo l’altro. Evviva.

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