Perfetti ma non troppo: l’ode alla strada di Lou Reed

Lou Reed l’ho creato io. Non ho nulla in comune con quel tizio, ma posso interpretarlo davvero bene.

Nessuno ha mai saputo quale fosse il vero Lou Reed, né se sia mai esistito alcunché di simile. Penso a quanto tutto ciò sia intimamente umano, ricordando che una delle definizioni che meglio lo fotografa dal punto di vista attitudinale è il “cerebrale primitivismo” uscito dalla penna di David Fricke. Un finto ossimoro che si applica anche alla New York delle mille luci – e ombre – da cui Lou è inseparabile nello stesso modo in cui non scindi William Faulkner dal profondo Sud e James Joyce da Dublino. Da habitat che in realtà sono squarci di mondo prima descritti e successivamente investiti di ecumenico sentire. Poi c’è l’autodefinizione: quell’acuto e sarcastico transformer indice di una vocazione al cambiamento cui Lou Lou si è sempre attaccato con tenacia. Come ogni Genio, era figlio di un’epoca e di altre ha plasmato e colto anima, umori, aspirazioni. Ogni volta ha consumato un travestimento per non soccombere.

Ad ascoltarla di seguito, questa successione di maschere/dischi è un Grande Romanzo Americano dove ogni LP incarna un capitolo. Sempre il diretto interessato ad affermarlo e mi piace pensarle, quelle immaginarie pagine, gradite a Philip Roth. Per il percorso di successi e disfatte e per l’immagine di un bardo del Grande Paese che, dalla Metropoli per eccellenza, insegue una frontiera da superare. In quella ricerca, assecondando la tensione tra estremi alla base del suo essere, Reed lavorava su contrasti e reazioni con i suoi sé per ricavarne Arte imbevuta di vita vera convertita in trascendenza. Chitarra elettrica a tracolla, un po’ Charles Baudelaire e un po’ Lenny Bruce, ha offerto più domande che risposte e se questo lo rende un “poeta rock”, così sia. L’importante è ricordare che il poeta è un fingitore. Un trasformista.

street hassle

Tra pensiero ed espressione, per Lewis Allan esisteva comunque una salvezza chiamata rock‘n’roll. Se a un certo punto qualcosa lo ha deviato dal viale del tramonto, è essere stato riconosciuto “padrino” dai David Byrne, Joey Ramone e Tom Verlaine incontrati al CBGB’s. Seduto da semplice avventore, Lou tastava colà il polso al presente e il confronto gli chiarì le idee, spingendolo verso la propria concezione di qualcosa che comunque era in grandissima parte suo sin dall’epopea Velvet. Per questo reagì da Venerato Maestro: a cose fatte, quando il punk aveva trovato un “post”. Entrambi erano affare anche suo.

Il febbraio di quaranta anni fa salutava così il sottovalutato Street Hassle, che del punk tratteneva fierezza e atteggiamento incompromissorio. Inedito invece il senso di autocritica che traspare dalla contagiosa apertura di Gimmie Some Good Times che parodia Sweet Jane ed è fuso al vuoto emotivo lasciato dall’addio alla compagna di allora, il trans Rachel, e all’impiego dell’avanguardistica registrazione binaurale. Catturati in parte i brani sul palco e rielaboratili in studio, Reed si assicurò in tal modo una tela robusta sulla quale sperimentare con rinnovato stato di grazia, cavandone quello che ritengo il suo primo album da mettersi in casa dopo il “blocco” dei Capolavori assoluti.

lou reed

Le premesse e il titolo che gioca sull’assonanza tra hassle (incidente, fastidio) e asshole (signorilmente lo rendo con “feccia”) preannunciano gli umori della martellante Dirt (anche qui una fugace citazione: I Fought The Law), del blues urbano teso però guizzante I Wanna Be Black e della Real Good Time Together riportata a casa con intelligenza dopo la cover di Patti Smith. Se poi Shooting Star e l’abrasiva Leave Me Alone chiudono il cerchio con l’emergente new wave dentro echi del Bowie berlinese, i ‘50 rimodernati tra ancheggiamenti e sorrisi di Wait salutano con estro convenientemente ambiguo.

Tra i classici siede comunque l’omonima suite, elegia urbana che narra una vicenda in stile “Ultima fermata a Brooklyn”. Impreziosita dal cameo vocale di Bruce Springsteen e poggiata su archi minimali, centra un apice di virile, innodica malinconia custodita dagli Spacemen 3 e consegnata al dopo-rock. Tanto basterebbe, ma c’è altro. Street Hassle rappresenta un punto di svolta catartico per l’artefice: cancellato l’individuo che giocava con la vita come un personaggio dei suoi stessi racconti, Lou Reed da qui in poi recita da libero individuo. Di tale libertà saprà fare sovente splendido uso fino alla fine dei suoi giorni. Sha-la-la-la…

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6 pensieri riguardo “Perfetti ma non troppo: l’ode alla strada di Lou Reed”

    1. Stiamo pur sempre parlando di uno dei pilastri del songwriting rock, ma in fin dei conti non è poi così voluminoso: in ordine cronologico, personalmente dico “Transformer“, “Berlin”, “Rock ‘n’ Roll Animal”, “New York”, “Magic And Loss”. Più “Songs For Drella” con John Cale.

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