Dirtmusic: il nomadismo nell’anima

A raccontarla senza sapere chi vi è coinvolto, la faccenda potrebbe quasi sembrare una versione intellettualoide di certe trite barzellette. Dunque… ci sono un culto underground che dall’Oregon si è trasferito in Slovenia, un ottimo cantautore australiano che ha militato nei Bad Seeds, un leggendario chitarrista statunitense capace di brillare con lo slowcore e con reinvenzioni rumoriste delle dodici battute. Mancano giusto il papa e l’aeroplano e siamo a posto.

Un accidente. Questo è un progetto serissimo che lega esperienze artistiche ed esistenziali (anche questa una parte del segreto) tra loro distanti solo in teoria, infondendo modernità in un rock che affronta il “dopo” mentre rimescola passato e presente e trae linfa dalla contaminazione. Facile a dirsi, tuttavia la realtà è più complessa, siccome servono talento, equilibrio, curiosità. Doti che ai tre di cui sopra certo non sono mai mancate e insomma un indizio l’avete.

Bu Bir Ruya

Per i più distratti, ricordo che sulla carta d’identità costoro recano scritto Chris Eckman, Hugo Race e Chris Brokaw; e che, partiti un decennio abbondante fa da un’Americana gotica, nel Mali incrociavano i Tamikrest raccogliendo l’illuminazione “etnodelica” poi concretizzata nel 2010 con l’esaltante BKO. Due altri lavori nel mezzo, Bu Bir Ruya oggi svela panorami mutati e nondimeno lo spirito continua. Assenti Brokaw e i Tamikrest, l’Africa a tratti aleggia nell’aria anche se la bussola ha condotto in un garage di Istanbul adibito a studio di registrazione.

Con esiti altrettanto sensazionali quando addirittura non superiori, Race ed Eckman hanno incontrato nuovi compagni – Murat Ertel, virtuoso di saz che guida gli acidi Baba Zula; il percussionista Ümit Adakale – in un clima teso causato dall’instabilità politica turca. Pertanto viene naturale tracciare un parallelo tra le atmosfere cupe ma fiere del disco, la congiuntura storica e il tema (più ampio il respiro, l’attualità comunque strettissima) dei profughi e dell’innalzarsi di inique barriere tra i popoli.

dirtmusic

Su ciò riflettono liriche rivestite da sonorità che disegnano un Leonard Cohen maturo incamminato verso Oriente assieme a Massive Attack e Transglobal Underground. Da sette tracce di primissimo acchito uniformi emergono presto intensità umanista, ricchezza di accenti, poesia militante: Bi De Sen Söyle tinge il blues di electrodub, Outrage è allucinazione che ipnotizza e seduce, The Border Crossing sparge pece funk-wave, Safety In Numbers farebbe un figurone su Mezzanine, Go The Distance cavalca un beat sostenuto sfociando dentro liquide sospensioni.

Tuttavia non ci si “limita” a offrire musica bellissima e ingegnosa. No: i Dirtmusic raccontano le vicende di chi soffre schiacciato da poteri più grandi, sistemando ad apparenti poli opposti – facce della stessa moneta, in realtà – la dolcezza gassosa e avvolgente di Love Is A Foreign Country (Gaye Su Akyol splendida ospite al microfono) e un inquietante brano omonimo che, a fondo corsa, come un’apocalisse incombente rimane a dondolare sopra la testa dopo l’ascolto. Perché lo stato del mondo è un problema che riguarda chiunque. Perché, in fondo, tutti siamo nomadi. Bu Bir Ruya è qui a ricordarcelo.

 

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