Classics Revisited: De La Soul is de la style

Un fulmine a cielo sereno cui segue un rinfrescante acquazzone. Questo fu nella primavera 1989 l’avvento dei De La Soul, che con attitudine ed estetica freak ribaltarono un hip-hop fino a quel momento severa militanza o cronaca del ghetto. Non sapendo come definirli, di Pasemaster Mase, Posdnuos e Trugoy The Dove (yogurt scritto alla rovescia: capito che aria tirava?) la critica scrisse che facevano hippie hop. Tutto sommato rese l’idea, laddove è impossibile spiegare a chi non c’era lo scossone che avvolse rime e sample in acid-soul, funkadelia, umorismo surreale, fluorescenze alla Keith Haring.

Rappresentò un’alternativa al materialismo, alla violenza e alla misoginia del rap – dalle quali peraltro certo becero rock non era/è esente – che contribuì a sgretolare la residua diffidenza dei visi pallidi verso il genere. Già basterebbe, ma c’è di più. C’è un Three Feet High And Rising tuttora classico, futuribile e a sé. Se non è un miracolo questo, Fratelli e Sorelle, ditemi voi cosa lo è.

de la 3

Oltre all’ineffabile Genio, vedo delle radici in un fattore sociologico evidenziato dalla stampa statunitense. Gli anni ’70 videro una migrazione massiccia di famiglie afroamericane dal centro alle periferie di New York: di conseguenza, nella noia dei sobborghi l’immaginazione dei tre di cui sopra galoppava a briglia sciolta restando sintonizzata sulla Grande Mela. Come per il primo indie-rock, il decentramento fu la lente per osservare fenomeni e mode alla giusta distanza e ripensarli. Immagino i ragazzi che nella loro cameretta sgranano parole su vinili ipoteticamente “da bianchi” e se ne appropriano; che al liceo si fanno le ossa così presto e bene da essere notati da Prince Paul degli Stetsasonic, che li introduce nella tribù Native Tongues, assicura un contratto con la Tommy Boy e produce l’album d’esordio.

Pronti, via, Capolavoro. Tra lezioni di francese trasformate in trasmissioni radio marziane e siparietti parlati di un finto quiz televisivo, Three Feet High And Rising – titolo ispirato alla canzone di Johnny Cash – inscena un favoloso “ready made” sonoro. Grazie al detournement del campionamento, porta la materia che lo compone in contesti diversi, ne muta significati e significanti e si erge a pietra miliare. Alieno dai tratti somatici familiari che ingloba e mischia ogni cosa con levità del tocco ed economia delle forme, non discrimina tra Funkadelic, Steely Dan e Turtles. Basta che funzionino per arguti assemblaggi dadaisti e per l’aura melodica sfolgorante prossima a un’idea sixties del pop.

3 feet high

Tutto stupendo, inaudito e da qui in poi regola del gioco. Incluso l’eclettismo che ormai diamo per scontato e che nasce pure nei solchi di questo fondamentale, caleidoscopico rompicapo. Ascoltare per credere l’irresistibile My, Myself And I, le appiccicose Eye Know e Jenifa Taught Me, il caracollare stordito di Tread Water, una Magic Number palese modello per Brimful Of Asha dei Cornershop.

Altrove Eye Know porge soul pop cristallino, Change In Speak arrotonda gli spigoli di James Brown e Ghetto Thang sculetta sinuosa; Potholes In My Lawn riporta in auge lo yodel clintoniano campionando gli War, Sly Stone si aggira nella programmatica D.A.I.S.Y. Age e Say No Go poggia su I Can’t Go For That di Hall & Oates. Chiuso il cerchio con Jungle Brothers e Q-Tip nel downbeat venato jazz di Buddy, sono a bocca aperta. Ogni volta. Tuttavia…

de la trio

Tuttavia i De La Soul ottengono un successo troppo immediato (disco d’oro più primo posto nella chart R&B e ventiquattresimo nella generale) e pagano la causa intentatagli dai Turtles per un campione non autorizzato, destinata a riverberarsi sull’hip-hop tutto in termini di ritorno alla strumentazione “vera” e di ritardi nelle pubblicazioni per ottenere i regolari premessi. Sin dal seguito De La Soul Is Dead il trio inizierà ad arrancare con uscite mediocri e snaturando la leggerezza.

E’ la ferrea legge dell’hip-hop, bellezza. Poco male, alla luce di un disco sul serio rivoluzionario, nella scia del quale Arrested Development, New Kingdom, Shape Of Broad Minds, Mos Def e decine d’altri spiegheranno le vele. Senza vanagloria, i diretti interessati lo affermavano chiaro e tondo quasi trent’anni fa: “Siamo gente che vuol fare le cose per prima e vedrete molti seguirci.” Così è stato. E gloria sia.

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