Cars: dandies in the U.S.A.

Penso che per tutta la carriera un musicista scriva la stessa canzone e il suo scopo sia migliorarla.

Così parlò Mr. Ocasek, quando da un decennio andava dimostrando l’assioma suesposto e smantellando l’idea secondo la quale ciò che si smercia in milioni di copie sia spazzatura. Mica vero: insegna Simon Reynolds che esiste cultura media e cultura media. Per ogni Muse ci sono dei Radiohead e per ogni Foreigner dei Cars, ovvero gente capace di Canzoni che durano nel tempo e che scardinano i cliché. I Cars erano insomma come Andy Warhol: serialisti eleganti nello spazio palindromo dove art-pop confina con pop-art. Se non avete l’età per ricordare un nome che fu celeberrimo (e che ha influenzato Prince e Tom Petty; in tempi recenti, anche i primi e migliori Weezer, prodotti da Ric) o se li snobbate, concedete un ascolto a cinque LP freschi come solo il Pop più nobile sa essere. Casomai vogliate poi unirvi alla festa per il quarantennale dell’esordio e l’ingresso nella “Hall of Fame”, sarete benvenuti. Noi intanto iniziamo…

the cars

Senza far torto agli altri, il vero motore delle Automobili era Ric Ocasek. Genio ironico e poliedrico che amava anche libri e pennelli, nasceva Richard Otcasek nel 1949 a Baltimora. Mollata l’università per fare il songwriter, combina poco fino ai primi ’70, allorché a Cleveland incontra Benjamin Orzechowski. Per comodità chiamato Orr, bassista/cantante/star di un programma televisivo per teenager che si sposta con lui nei pressi di Boston; nel 1973 pubblicano un LP come Milkwood, robetta in scia agli America che cade nel vuoto. Con il tastierista Greg Hawkes e il chitarrista Elliot Easton girano come Cap’n Swing senza smuovere alcunché ma Ric non molla. Siamo ormai al ’76 quando l’esperto batterista Dave Robinson (Modern Lovers, DMZ, The Pop) arriva a trasfondere entusiasmo e svecchia l’immagine dei ribattezzati Cars. L’Elektra si interessa a questo culto bostoniano aggiudicandosi il suo primo complesso new wave. Come Elvis Costello, i ragazzi verranno colà inclusi in mancanza di caselle adatte; allo stesso modo, faranno Storia a sé.

Lunga la gestazione, The Cars può vantare tratti maturi e seducenti: ricami tecnologici, chitarre di un rock qui “roll” e là “hard”, ritmi asciutti, melodie che sgranano Buddy Holly sull’ironico singultare del damerino androide Brian Ferry. Equilibrio perfetto nell’innodia stilosa dei singoli Good Times Roll, My Best Friend’s Girl e Just What I Needed mentre I’m In Touch With Your World ipotizza dei Devo rasserenati, in Don’t Cha Stop respiri frenesia richmaniana e al David Byrne beat futurista di Bye Bye Love fa eco una Moving In Stereo memore di For Your Pleasure. Il successo rimanda di mesi un seguito che non deluderà. Ennesimo omaggio a Eno e Ferry, la copertina di Candy-O è del grafico di “Playboy” Alberto Vargas, laddove il contenuto centra nel ’79 platino e stadi tramite Let’s Go, rinfresca i Sessanta con You Can’t Hold On For Too Long e It’s All I Can Do, accasa Bolan nei Mysterians per Dangerous Type. Altrove porge una convulsa scheggia degna del primo lato di Low (la title-track) e Shoo Be Doo, in scia a quei Suicide che il leader si apprestava a supervisionare.

Panorama

Panorama chiude i Settanta reagendo al successo proprio con un’elettronica “rockista” introspettiva e cupa che reinterpreta le lezioni di Vega & Rev (Up And Down, i fifties mutanti di Getting Through) e dei fratelli Mael (il brano che intitola l’opera). Ciò mi spinge a considerarlo il capolavoro del quintetto e idem gioielli come una Running To You di nuovo strappata al Duca berlinese e la sospesa You Wear Those Eyes, come le sfrontate Don’t Tell Me No e Up And Down e il bubblegum intelligente Touch And Go. Splendore che vende meno dei predecessori e di Shake It Up, nell’autunno 1981 prosecuzione della vena modernista con apici in This Could Be Love, Since You’re Gone, nei T.Rex aggiornati della title-track, nella trasparente I’m Not The One. Frattanto Ocasek mette le mani sul secondo LP dei Suicide, su Rock For Light dei Bad Brains, sui Romeo Void e – toh! – sul Vega versione elettrobilly.

Dopo una pausa, alla fine del 1983 il gruppo riparte da Londra con John “Mutt” Lange. Heartbeat City farà il botto grazie alle hit planetarie You Might Think, Magic, Drive ed Hello Again, il video della quale è girato da Warhol chiudendo un cerchio. In tutta quell’esuberanza anni Ottanta a svettare sono nondimeno la raffinatezza d’insieme e, soprattutto, la sublime leggiadria di una malinconica traccia omonima. Ultima fiammata o forse presagio, ché nell’87 Door To Door è mediocre preludio alla fine della corsa. Ric l’unico a mantenere uno standard qualitativo degno, Orr cede nel 2000 alla pancreatite e un decennio più tardi si racconterà piuttosto gustoso Move Like This, frutto di una estemporanea rimpatriata. Dei New Cars, allestiti nel 2005 da Easton e Hawkes con Todd Rundgren e il caritatevole benestare di Ric – scomparso all’improvviso nel settembre 2019 – confesso di non essermi proprio accorto. Ero impegnato ad ascoltare un’ennesima volta dischi che, citando Nick Lowe, sono puro pop per la gente di oggi. Anzi, no: di sempre.

 

9 pensieri riguardo “Cars: dandies in the U.S.A.”

  1. Ovviamente quella sui Cars sì e i Foreigner no è la solita frecciatina da kritiko, su cui quello che andava detto è stato detto e di cui chi ascolta perlopiù sa individuare i moventi. Per il resto, l’articolo è scritto bene come al solito, e quindi un applauso come al solito.
    Ciao.

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    1. I Muse, per fortuna, non li difende nessuno. Poi, ecco, lo sappiamo che l’AOR è cosa più complessa e non da denigrare in toto. Però il nome che ho citato non l’ho mai sopportato e dunque all’occorrenza… 😃😃

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      1. Legittima idiosincrasia di gusti, sui quali notoriamente altri non è titolato a pronunciarsi. Però, da persona intelligente e critico preparato, ti rendi conto anche tu che l’affermazione dell’articolo è quantomeno un’esagerazione.
        Il tutto rilegato dall’ironia della sorte per cui Mutt Lange lega tre dei quattro nomi che hai fatto (e se nemmeno lui è riuscito a salvare i Muse…) 🙂

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      2. Detto che un blog è per definizione parziale, pur con tutta l’apertura mentale di questo mondo i Foreigner proprio ‘non riesco a’. Così come svariati altri gruppi in altri contesti e stili, beninteso. In ambito di band americane coeve che vendevano moltissimo, mi parevano esemplari di certo rock stereotipato.

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      3. Lo stereotipo racchiude inevitabilmente un nucleo di verità, però. Sempre che lo stereotipo non venga confuso con il modello da cui poi sorge lo stereotipo.
        In ogni caso, nessuno ti chiede di apprezzare i Foreigner (ma poi, di quali Foreigner parli? Quelli tardo-prog non senza soluzioni Sixties pop dei primi due LP o quelli da altissima classifica da “4” in poi?), o simili; né, come scrivevo sopra, potrebbe beninteso costringerti. Dico solo che, da un punto di vista critico e non kritiko, l’AOR, e in questo caso i Foreigner come suoi rappresentanti di prima fascia, non è necessariamente il male musicale incarnato. Il tutto, concedimi una ripetizione, al netto dei gusti personali, inattaccabili.

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      4. Parlavo ovviamente della versione ‘piani alti delle classifiche’. Sul fatto che generi ampiamente vituperati come prog o AOR non siano il male incarnato hai ragione. Come del resto il techno pop, per non dirne che uno sul quale nel tempo ho cambiato idea (per ogni Erasure esistono i Pet Shop Boys). Ci vuole serenità di giudizio e ampiezza di visione, poi è chiaro che ci sono cose che ognuno trova indigeribili nella propria idea di ‘popular music’. Il dibattito è bello per questo: scatena idee e (ri)ascolti, per cui grazie a te 😀

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