Molto vicino, a colori: Peter Sellers And The Hollywood Party

I famigerati Ottanta. Quelli che in diretta gli Hüsker Dü definirono “importanti” e che per certi versi tali furono anche dalle nostre parti. Perché oltre a Berlusconi, Craxi e la Milano da bere c’era altro e tanto per dire: Not Moving, l’hardcore punk, Franti, la neopsichedelia… Come in America e oltremanica, quest’ultima fu una corrente sommersa, lucente e vigorosa che sovente rilesse con creatività i sixities. Il ‘77 e la new-wave avevano lasciato il segno su uno “stile acido” che guadagnò sintesi e originalità: col senno del poi, fu possibile invitare Barrett e le Maestà Sataniche alla Factory per fare festa fino all’alba. L’esempio non è casuale: Peter Sellers & The Hollywood Party erano tra i nostri nomi più interessanti in ragione di un folk-rock visionario che, venato di surrealismo e pop-art, ipotizzava i Velvet Underground del terzo LP dentro bislacchi sogni al technicolor. Sapessi com’è strano (e bello) essere neopsichedelici a Milano…

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Avrebbero fatto un figurone i ragazzi nel catalogo Creation e in effetti il bersaglio lo mancarono di poco, comparendo in un album della britannica Glass con Pastels, Jazz Butcher, Mayo Thompson, Spacemen 3. Difficile spiegare a chi non c’era il significato di siffatto traguardo e che razza di impresa fosse, tre decenni abbondanti fa, suonare quella musica in Italia. Meno male che il fresco di stampa The Early Years 1985-1988 (ri)catapulta in un mondo di fanzine carbonare e foto sgranate, di umide cantine e idee brillanti. Applausi a Stefano Ghittoni, Tiberio Longoni e Antonio Loria – nucleo storico della formazione – e alla Spittle Dust Colours (distribuzione Goodfellas) per aver radunato i primi… sketch di Peter, ovvero l’integrale uscito su formati di ormai ardua reperibilità (7”, cassette, compilation) più le versioni “live” o alternative del materiale pubblicato sull’omonimo mini-LP della Toast. Delizioso, il vinile con accluso CD è imbevuto di un’estetica e uno spirito – naif l’intento, a fuoco il risultato – che sarebbe bello poter riportare in auge.

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Nondimeno le macchine del tempo esistono giusto nella fantascienza, ragion per cui possiamo consolarci con gioielli come la dolce e stralunata The Devil And The Moon, una Stolen Letter da suscitare l’invidia dei Television Personalities e l’onirico capolavoro di rifrazione acid-folk Spun Out Of A Mind. Per tacer di trasfigurazioni che sono in realtà omaggi (I Remember Nothing dei Joy Division, intestata allo “spin-off” Magick Y & Uncle Tybia; una stonesiana Play With Fire con Nikki Sudden che è di già lo-fi), di episodi dallo sferragliare compatto però stiloso (Chaotic Shampoo & Strange Rock’n’Roll, Acid Football, Peggy’s Farm), di un paio di pepite dei Subterranean Dining Rooms, altro progetto del Ghittoni.

Infaticabile, Stefano: sua l’idea della Crazy Mannequin, etichetta che per (troppo) poco funse da bussola estetica e sue le cose migliori – Dining Rooms, Tiresia, GDG Modern Trio – successive allo scioglimento della band. Nell’89 l’album To Make A Romance Out Of Swiftness fu il preludio al rompete le righe: nei primi Novanta le cose stavano cambiavano alla svelta, salvo infine riavvolgersi su se stesse nel loop chiamato “attualità”. Anche per questo motivo – ma soprattutto per il suo fascino ruvido e spontaneo – The Early Years 1985-1988 vanta una freschezza sconosciuta a molti contemporanei. Altra stoffa, gli abiti indossati da Mr. Sellers alla festa. Pronti per saltare in piscina?

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