Galaxie 500: la nostra musica, oggi

Breve esercizio di scienza dell’ovvio: l’anima sonora dei Velvet Underground era duplice però complementare. Stordenti orge rumoriste e spettri folk urbani si sposavano in albe color neon tramite innocenze smarrite, seducenti ambiguità e cocci di sogni. Tra cento altre faccende, questa Arte concreta e priva di prosopopea ha dato forma alla new-wave, al pop chitarristico di scuola Postcard/Creation, al rock prefissato indie e post, a shoegaze e slowcore. E a una band americana che in coda agli ‘80 fuse o precorse tutto ciò, pescando sintassi e grammatica di discorsi personali da un’educazione sentimentale eclettica, delineata in cover che – da Young Marble Giants a New Order passando per George Harrison, Rutles, Sex Pistols, Buffy St. Marie… – erano geniali trasfigurazioni come oggi non se ne ascoltano quasi più.

I Galaxie 500 tagliavano all’osso canzoni con un’invidiabile senso della dinamica. Le costruivano su pochi accordi, una voce fragile, il melodiare condotto da un basso debitore a Peter Hook, la batteria ancorata su spazi jazz e piatti oceanici. Meraviglie di essenzialità zen pronte a mutare la quiete in maree dove naufragare è dolcissimo. Forse è questo – oltre alla conclamata Classicità – che spiega le periodiche riedizioni del catalogo, tornato disponibile nel 2010 in uscite separate a poco meno di un quindicennio dall’omnicomprensivo box 1987*1991 e dal live Copenhagen, laddove un lustro prima il CD Peel Sessions fu un gran bel regalo per noi fan.

galaxie up

Lo scioglimento del trio fu un autentico trauma per tutti, inclusi i diretti interessati che vissero sulla pelle le amicizie in frantumi (tuttora le opposte fazioni comunicano solo via e-mail: almeno ci sarà risparmiata la reunion…) e l’amara chiusura di un’avventura iniziata nell’estate 1987. Dean Wareham, chitarrista e cantante neozelandese trasferitosi adolescente in America, fonda il gruppo a Boston con i compagni di studi Damon Krukowski e Naomi Yang, lui un eclettico dietro i tamburi e lei una bassista autodidatta. Tratta la ragione sociale da un modello di auto della Ford, si fanno le ossa dal vivo finché un demo ottiene buoni riscontri presso alcune radio locali. Decisi a misurarsi col vinile, si avvalgono del geniaccio Kramer in regia per l’epocale folk-gaze Tugboat e la sommessa King Of Spain.

Un anno dalla nascita della Galassia, eccole su un 7” blu della Aurora, piccolo marchio gestito da un amico. Hanno coronato un sogno, nondimeno rientrano negli studi Noise New York dell’ex Shockabilly – ed essenziale quarto elemento – incidendo materiale bastante a un LP. Dal novembre 1988 Today custodisce così false monocromie (Flowers, Tugboat) e liquidi incastri (It’s Getting Late, Pictures, Temperature’s Rising), colpi d’ala (Oblivious: Dylan accompagnato dai Go-Betweens) e una languida narcosi che, immaginando Reed e Cale sereni coetanei dei Feelies, illumina i Modern Lovers usando alla propria maniera gli arnesi della Gioventù Sonica. Riconoscibili gli ingredienti base, la ricetta possiede un sapore straordinariamente unico.

On Fire

E’ insomma pura magia cui non sottrai una nota, una pennellata, una distorsione tanto è perfetta. Magia che ora necessita di una scuderia dalle potenzialità superiori e nell’89 spetta a Rough Trade (che aveva stampato l’esordio in Europa) benedire il Capolavoro On Fire. Dai vibranti crescendo Blue Thunder e Decomposing Trees alla filastrocca Tell Me, dalla commovente innodia di Strange all’onirico wah-wah che attraversa Snowstorm, dalla vetrosa Another Day al paisley-wave che si guarda le scarpe Leave The Planet emerge il canone che influenzerà frotte di discepoli, su tutti quei Low che presto saliranno in cattedra.

Tuttavia le incomprensioni tra lo scostante Wareham e una coppia frattanto unitasi nella vita degenerano in rancore. Delle tensioni This Is Our Music non reca traccia. Di fascino maturo sì, specie negli incanti Fourth Of July e King Of Spain Part 2, nelle ipnosi Summertime e Melt Away, nelle bucoliche Hearing Voices e Way Up High, nella superba rilettura di Listen, The Snow Is Falling della vedova Lennon. Il precario equilibrio regge fino alla primavera ’91: in corso trattative con la Columbia, all’improvviso Dean lascia.

galaxie b & w

Mentre Geoff Travis salta in aria, gli uni curano le ferite e una propria casa editrice. Tornano come Pierre Etoile – “rock star” in francese: non lo trovate spiritoso? – per un estemporaneo, pregevole EP; poi, oltre la parentesi Magic Hour con ex membri dei Crystalized Movements, si dedicano alla meravigliosa folkadelia di Damon & Naomi. L’altro abbiglia i Luna con l’apprezzabile stoffa post-velvetiana proposta anche nei lavori assieme alla consorte Britta Phillips, pubblicati a nome Dean & Britta in un parallelo che non so se ironico, rancoroso o freudiano…

Confesso che a volte immagino di esserci stato anch’io all’asta per il fallimento di Rough Trade. In fondo alla sala, osservo Damon riscattare i master originali a mo’ di risarcimento per le royalties mai ricevute. Seppur con un velo di amarezza, sorrido. Perché so che questo è il giorno in cui i Galaxie 500 entrano definitivamente nella Storia. Venerati Maestri di una statura che cresce anno dopo anno con sussurrata costanza, ci hanno consegnato sfoglie emotive nelle quali perdersi come dentro certi abbaglianti tramonti d’inverno. Impossibile non amarli, se si ha un cuore.

 

6 pensieri riguardo “Galaxie 500: la nostra musica, oggi”

  1. Che gruppo meraviglioso, i Galaxie 500! Li scoprii grazie ad un articolo del Venerato Maestro Cilìa sulle pagine del mai abbastanza rimpianto Velvet (grazie, Eddy!) e mi innamorai perdutamente dei loro primi due dischi. Ammetto di aver poi smesso di seguirli, probabilmente per via del fatto di non essermi mai imbattuto in recensioni entusiastiche (positive magari si, ma motivi pecuniari mi hanno sempre costretto ad essere mooolto selettivo) di “This Is Our Music” e dei lavori a nome Damon & Naomi, Luna e Dean & Britta. Ora, però, mi sorge il dubbio che mi sia perso qualcosa. Puoi consigliarmi, se c’è, qualche articolo da recuperare assolutamente?

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    1. Per Damon & Naomi sono scandalosamente di parte, ma valgono assolutamente la pena. Inizierei con “More Sad Hits” e “Damon & Naomi With Ghost”, assieme al gruppo psichedelico giapponese, ambedue splendidi e il secondo il particolare. I Luna li trovo meno brillanti, magari parti dal “Best Of” che – bellissima la copertina – ha una buona scelta di brani (esiste anche in versione doppia, con un CD tutto di cover). Di Dean & Britta l’unico lavoro che mi piace è “13 Most Beautiful… Songs For Andy Warhol’s Screen Tests” del 2010, davvero niente male con i suoi echi di Velvet, Spacemen 3 e Primal Scream.

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  2. OK, eccomi. Ascoltati più volte “This Is Our Music”, “More Sad Hits” e “Damon & Naomi with Ghost” devo dire che, anche se continuo a ritenere “Today” ed “On Fire” i due dischi da avere assolutamente di questo giro di musicisti, di emozioni hanno saputo regalarmene eccome. Soprattutto il terzo dei Galaxie 500, che ha probabilmente il solo torto di andare dietro a due dischi inarrivabili e “More Sad Hits”, mentre ho trovato il disco con i Ghost un po’ noiosetto. Grazie di nuovo per avermi fatto passare, come tuo solito, un tot di ore, ovviamente replicabili, di assoluta piacevolezza. Di questi tempi, non è poco.

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