Robert Smith ricomincia da sé

Una delle definizioni più pittoresche di Pornography la diede David Quantick del “New Musical Express”, inventando in una recensione negativa il fantasioso “Phil Spector all’inferno”. Probabile che se ne siano ricordati in molti quando – sette anni più tardi, circa trenta or sono – apparve Disintegration. La stampa inglese si sbizzarrì di nuovo a randellare la versione malinconica e ambientata in un purgatorio reale di uno dei capolavori di Mr. Smith. Valli a capire… Ma forse sono io che ho preso un abbaglio considerandolo tra i quattro suoi dischi imperdibili, chissà. Certo è che non poche sono le affinità tra Disintegration e il 33 giri di The Hanging Garden.

Basta solo considerare i rispettivi presupposti esistenziali: là un trio allo sbando faceva i conti con l’autodistruzione indotta dagli abusi, qui una formazione più nutrita attraversa mari agitati verso una dolorosa separazione. I tempi erano però cambiati: i Cure riempivano gli stadi rischiando di smarrire il senso del proprio operato. I fatidici trent’anni dietro l’angolo e fresco di nozze con la compagna di sempre Mary Poole, l’uomo capì la necessità di una catarsi. L’artista rispose tornando all’introversione col senno di poi: ironia della sorte, l’ipotetico suicidio commerciale vendette milioni di copie. Strana la vita, eh?

Cure

Come l’amore per Mary, anche l’amicizia tra Robert Smith e Laurence Tolhurst risaliva al liceo, nondimeno “Lol” stava viaggiando a tutta verso un muro di autodistruzione. Avuta la sua parte di bisboccia, Smith era maturato abbastanza per darsi una certa regolata e capire che alcool e droga possono ostacolare la creatività. Perennemente ubriaco, Tolhurst era un peso e durante il tour di Kiss Me Kiss Me Kiss Me gli fu affiancato un altro strumentista. Risoluzione sofferta da parte del leader, che manterrà il nullafacente amico come co-autore anche per il nuovo album, cacciandolo durante il mixaggio e concludendo la guerra a colpi di carte bollate e accuse nel 2011.

Della situazione e della difficoltà di gestire la fama a modo proprio risentono canzoni che attualizzano il goth: brani lunghissimi, tessiture dilatate, tastiere “pittoriche” e un’introspezione sovente raddolcita rendono infatti l’insieme un perfetto manuale del rampante shoegaze. Gli struggimenti sparsi su settantadue minuti – durata concepita pensando al CD: dal vinile singolo e stracolmo si escluse Last Dance e Homesick – scavano tuttavia nel profondo, alternando bisturi arrugginiti a pennini intinti in un inchiostro blue. Assai meno claustrofobico di quanto si legge, Disintegration è un oceano in cui il naufragio è dolceamaro e non si affoga. Se vi piace, chiamatelo nightmare pop.

Robert

Il titolo offre un’altra chiave di lettura: “disgregazione” fu la sfida di Robert al destino, alla frattura con Tolhurst, alla constatazione di essere prossimo all’età in cui gli artisti rock hanno espresso il meglio. Autentici i turbamenti del capobanda, Disintegration pare quindi un’opera solista en travesti, non bastassero l’estrema autoanalisi delle liriche e una copertina dove il suo volto emerge da (o sprofonda in?) fiori smorti. La musica si adatta scartando rispetto ai predecessori: il clima è uniforme – autunnale o di una primavera squisitamente inglese, con le nubi che si alternano a un tiepido sole: guarda caso, la pubblicazione fu in maggio… – e la struttura pare un concept implicito che lega i brani con un senso di liberazione dolente ma necessaria.

Non è forse la pioggia invocata in Prayers For Rain l’elemento purificatore per eccellenza? E siccome un grande romanzo si apre su un capitolo al pari grande, la maestosità nel cuore dapprima di ghiaccio e poi di panna di Plainsong intreccia una melodia memorabile con arazzi di tasti e corde, prendendo forma gradualmente senza allentare la vellutata presa. L’incantata Pictures Of You si/ci strugge per sette minuti e stenti a credere che possa aver visto la luce su singolo, eppure l’accompagnarono anche il funk orroroso con sfumature esotiche di Lullaby, l’indie-pop emotivo (J. Mascis in spirito e Adele nei fatti prenderanno nota) di una Lovesong dedicata alla consorte e l’ossessione post-punk Fascination Street.

Disintegration

Tattica vincente adottata in precedenza, la variazione sul tema inserendo tracce che si staccano dall’opera conservandone il respiro evita all’ascoltatore l’asfissia. Spetta tuttavia alla seconda parte della scaletta gettare anima e corpo oltre l’ostacolo con un crescendo che per potenza suggestiva e romantica afflizione ha pochi eguali nel rock. Dalla fosca, post-psichedelica Prayers For Rain band immense come God Machine (compagni di etichetta dei Cure…) e Mogwai trarranno linfa vitale. Se la pioggia a lungo desiderata scorre nel dramma in moviola The Same Deep Water As You, la title-track scatena una tempesta tra irosi lamenti, cadenze serrate e una chitarra che infuria dalle retrovie. Poi, poco per volta, le nubi si diradano. Il viaggio al termine della notte non ci ha ingoiato e dobbiamo mettere assieme i nostri cocci in un nuovo mosaico.

Questo il significato del finale, consegnato al pianoforte più compassato che disperato di Homesick (una confessione che recita “Mi affido un’altra volta a me stesso/ solo un’altra volta /ispira in me il desiderio di non tornare a casa mai più.”) e alla luce che trapela da Untitled. Un harmonium saluta tra serenità e veli di mestizia, ma più che altro stende un ponte verso la ricostruzione del futuro. Su un accenno di speranza sospesa e potenzialmente riverberata all’infinito termina un disco di opposti che si completano. Grandioso e intimista, appartiene alla propria epoca però se ne allontana, attingendo dal personale per tratteggiare riflessioni universali. E come una fenice, rinasce Capolavoro dalle ceneri di ciò che fu.

6 pensieri riguardo “Robert Smith ricomincia da sé”

    1. In ordine cronologico: “Three Imaginary Boys”, meglio se nell’edizione americana che recupera i primi favolosi 45 giri, “Seventeen Seconds” e “Pornography”. Il mio preferito in assoluto, con una pistola alla tempia, resta il debutto.

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