Vaselines: perché low-fi?

A volte serve tempo per vedersi riconoscere dei meriti. Magari deve tessere le lodi un nome “importante” ed ecco cani e porci saltare sul carro. Così va il mondo, amen. Dando per scontato che chiunque conosca Unplugged dei Nirvana, sottolineo che solo un vero punk come Kurt Cobain poteva inserire in scaletta una serie di brani altrui che erano atti di riconoscenza e amore: accanto al Leadbelly straziato e straziante, a dei Meat Puppets conclamati classici e a un Bowie elevato a nuova e altra Immortalità, ecco una ballata vibrante e innodica sino ad allora patrimonio di pochi cultori. Tra luce di quelle candele, Jesus Doesn’t Want Me For A Sunbeam è cosa Maiuscola. Di tale “pubblicità”, Eugene Kelly – autore del brano e, con Frances McKee, anima dei Vaselines – ha tuttavia beneficiato solo in termini di royalties, senza oltrepassare il culto.

Eppure il leader dei Nirvana (ipse dixit: “i miei compositori preferiti al mondo”) non fu l’unico a trarre ispirazione: nell’elenco vanno inclusi la K Records, Beat Happening, Sebadoh e un’ampia fetta del low-fi statunitense dei ‘90. Di conseguenza, anche chi in epoche più vicine ha memorizzato il manuale “C86”, per esempio Veronica Falls (che dei Vaseslines hanno inciso una cover) e le Girls prefissate Dum Dum e Vivian. Influente  Eugene Kelly lo è. In un modo sommerso che si confà a lui e all’amico Stephen Pastel, l’altro scozzese portabandiera del guitar-pop amabilmente ruvido e citazionista dei secondi anni Ottanta.

Vaselines

Corre l’anno 1986 quando in un pub edinburghese Eugene e Frances fondano i Vaselines, raccogliendo più tardi alla batteria l’altro Kelly, Charles, e il bassista James Seenan. L’amico Stephen ha messo su l’etichetta 53rd And 3rd (ah, Ramones!) e gli offrono la prima session in studio, Son Of A Gun. Brano spettacolare che farà scuola per verve melodica, minimalismo tagliente e ruvido, possiede un’espressività brada e schietta che mostra un embrione dei Nirvana – il feedback iniziale, quel canto annoiato, l’aprirsi del ritornello – mentre le ancelle dell’ottimo EP porgono folk elettrificato e una canzone di Divine (!) in salsa techno-pop garagista.

Il successivo 7” Dying For It approfondisce invece il legame con i Velvet Underground (sia per il tramite generazionale di Psychocandy che per il versante torbidamente quieto) in Molly’s Lips e nell’originale Jesus Doesn’t Want Me For A Sunbeam, in punta di viola e cuore aperto. Da avere anche l’album Dum Dum – che dicevo su ragazze e ispirazione? – che nell’89 varia gli schemi con le tastiere (Slushy) e anticipando lo yé-yé da motociclisti dei Raveonettes (Monsterpussy), dandosi al countrybilly (Oliver Twisted) e a filastrocche disturbate (The Day I Was A Horse), incrociando i fratelli Reid e i Television Personalities (Bitch, Dum-Dum), strapazzando polaroid della California (Lovecraft) e del Greenwich Village (Let’s Get Ugly).

the way of

La storia (inclusa quella d’amore tra Eugene e Frances) finisce nella settimana in cui l’LP è nei negozi. I Vaselines si ritrovano solo nel 1990 per aprire la data cittadina dei Nirvana. Due anni e Incesticide recupera le Molly’s Lips e Son Of A Gun nirvaniane, la Sub Pop paga pegno con la raccolta The Way Of The Vaselines e Kelly torna con gli Eugenius, dopo che il 12” Flame On a nome Captain America ha causato beghe legali con la Marvel. Oomalama si adatta all’epoca con suoni induriti e una produzione più cristallina, recupera l’EP incriminato e chiude il cerchio rifacendo Indian Summer di Calvin Johnson. Non male, però vende poco e si chiude bottega dopo un mini dal vivo e il mediocre Mary Queen Of Scots.

Avanti veloce sul trascurabile seguito fino all’estate 2006, quando la coppia torna per un concerto di beneficenza. Altri due calendari via dal muro e, con un’altra sezione ritmica, gli spettacoli proseguono sempre meno in sordina, apici la prima data americana (a Hoboken: mi piace credere che gli Yo La Tengo fossero in prima fila) e la festa del ventennale della Sub Pop. Seguono l’antologia Enter The Vaselines, il Primavera Sound, l’All Tomorrow’s Parties e un paio di album – Sex With An X (Sub Pop, 2010); V For Vaselines (Rosary Music, 2014) – nei quali ritrovo le psicotiche nenie e i ruvidi babà pop che risuonano lungo l’ultimo trentennio indie. Mica male per degli artigiani, no?

2 pensieri riguardo “Vaselines: perché low-fi?”

  1. C’è sempre stata una forte componente controcorrente nella musica indipendente scozzese: non potrebbe essere altrimenti vista la geografia e la sua storia! 
    Quello staccarsi idealmente e culturalmente (non potendolo fare fisicamente) dall’isola, soprattutto dalle movenze più cosmopolite del rock/pop/punk inglese.
    I Jesus and Mary Chain imbracciarono delle chitarre ruvide e distorte quando tutti gli altri le toglievano dalle loro composizioni; quel lo-fi dinoccolato (twee-pop?) dei Pastels o dei Vaselines così embrionale da essere poi “disciplinato” da Stuart Murdoch o “elettrificato” dai Teenage Fanclub.

    Nel loro piccolo, gli scozzesi forse avevano già anticipato il brit-pop, ove la componente “pop” rispetto all’originale aveva una valenza completamente diversa…

    Piace a 1 persona

Rispondi a Charles Poisonheart Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...