The bright side of the Moon Duo

Come ho scritto fino a sfinirmi e sfinirvi, la psichedelia è un eterno mutante. Un caleidoscopico Dr. Who che attraversa le epoche assumendo sembianze diverse e allo stesso tempo memori del passato. Questo in fondo il “segreto” di uno dei sottogeneri rock in assoluto più fecondi e avanguardistici, essendo gli altri la capacità di rivelare il lato dionisiaco sopito in noi e il saperci condurre in immaginifici altrove. Ad esempio, vi interessa viaggiare su una Autobahn che collega San Francisco a Colonia passando da New York e Londra? Il luogo di partenza non è casuale, siccome proprio dalla culla dell’acid-rock originario – e nel decennio successivo, di una peculiarissima new wave – provengono Erik “Ripley” Johnson (anche nei chitarrosi Wooden Shjips) e Sanae Yamada.

Dietro la sigla Moon Duo, da dieci anni mescolano stratificazioni di chitarre e tastiere, minimalismo, atmosfere ipnotiche e fosche. Al pari di chiunque altro, attingono da fonti ampiamente storicizzate – i Corrieri Cosmici, gli Spacemen 3, altre coppie dedite a un’elettronica oscura come Silver Apples e Suicide – ma ne rimescolano le acque con sapienza e gusto, affidandosi all’istinto e a quanto accade dentro e attorno a loro. Non fa eccezione in ciò Stars Are The Light, settima fatica di imminente pubblicazione per Sacred Bones che i Nostri dicono influenzata da cambiamenti riguardanti se stessi, la natura della loro collaborazione artistica, il mondo.

Stars-Are-The-Light

Ecco: alla luce del sorprendente risultato, mi piace pensare che Ripley e Sanae abbiano tirato fuori i pastelli per rispondere al grigiore e alle brutture dell’attualità. Si spiegano così il titolo, una copertina in stile cartone animato cult dei primi anni Settanta – fate conto “La planète sauvage” di René Laloux riverniciato dai Flaming Lips – e, soprattutto, otto canzoni di pop krautedelico estaticamente beato e incline al groove disteso però danzabile. Metamorfosi azzeccatissima esibita in apertura dall’estatica Flying, che sistema gli Air sulla prima facciata di Recurring (toh: Sonic Boom ha curato il mixaggio dell’album…) inaugurando una scaletta a lento e tuttavia inesorabile rilascio. Se infatti la deliziosa Lost Heads scorre sensualmente motorik, Fall In Your Love ipotizza Perrey & Kingsley in combutta con i Kraftwerk e l’incalzante Eye 2 Eye avrebbe fatto un figurone su Evil Heat.

Laddove le torpidezze trip-hop di The World And The Sun vorrei ascoltarle rielaborate da Andy Weatherall, mentre la title-track ed Eternal Shore tratteggiano con visionaria grazia una versione irrobustita dei Beach House che rimanda a Five Ways Of Disappearing, trascurata gemma di Kendra Smith che nel 1995 prefigurava già parecchio dream-pop odierno. Al blues acustico appropriatamente lento e oppiaceo di Fever Night spetta l’onore di suggellare un disco solido e godibilissimo, un mare colorato nelle cui onde viene spesso voglia di immergersi. Bravi, ragazzi. Per caso, non è che vi avanza anche qualche caramellina all’LSD?

Jim Carroll: Rimbaud nel campo da basket

Faccenda spinosa e annosa, la “poesia rock”. Se è decenni di ciarlatanerie ci hanno reso diffidenti, a saper cercare ci si imbatte in qualche illuminazione non dappoco. Leggete qui, parte prima: “Voglio l’angelo dagli occhi folli che prende ciò che do e non ciò che dico/ Voglio l’angelo che non sceglie mai e non torna indietro ogni volta che perde/ soprattutto, voglio l’angelo che non perde mai.“ Ora immaginatevi queste parole cantate da un maudit che sfida il mondo. Ovverosia da Jim Carroll, che ha attraversato in fretta la nostra musica da ragazzo di vita e di strada, da innocente a modo suo che, tra eccessi e brutture, carica la decadenza metropolitana di valori universali con un lirismo oggettivo degno di Lou Reed.

Proprio per questo ho sempre trovato irritante “Ritorno dal nulla”, la pellicola che quasi un quarto di secolo fa non restituì del suo libro “The Basketball Diaries” (da noi “Jim entra nel campo di basket”: Minimum Fax lo ristampa il prossimo ottobre)  la profondità drammatica né, soprattutto, l’intensità lirica. Per raccontare un’età adulta ottenuta in modo precoce e sofferto servirebbero Martin Scorsese o Gus Van Sant, il quale ci andò vicino all’epoca di “Belli e dannati”. Pazienza: il film possiamo girarlo noi, partendo dalle pagine e dai dischi che l’uomo ha lasciato in dote. Perché è roba che fa male ma bene, quella. Perché è davvero poesia, cazzo.

jim carroll

James Dennis Carroll nasce il primo agosto 1949 in una famiglia di origine irlandese del Lower East Side e a scuola si fa notare per i voti alti e l’abilità a centrare il canestro. Folgorato da “Sulla strada”, inizia a redigere dodicenne un diario incamminato lungo inferni di dipendenza da eroina e relative abiezioni, crimini, dolore sovente autoinflitto. La doppia vita non impedisce però a Jim di apprezzare Phil Ochs e Bob Dylan come Rilke e quell’Allen Ginsberg con cui diviene amico mentre, tra ’67 e ’72, pubblica versi apprezzati da Kerouac e Burroughs, divide un appartamento con Patti Smith e Robert Mapplethorpe e regge il microfono che cattura il velvetiano Live At Max’s Kansas City.

Dopo i volumi “Living At The Movies” e “The Basketball Diaries”, la metà del decennio lo vede in California a cercare di levarsi di dosso la scimmia. Quando nel ’78 Patti è sulla costa ovest a promuovere Easter, lui le fa da cicerone. A San Diego il gruppo spalla si rifiuta di suonare, l’amica spinge Jim in scena presentandolo come chi le ha insegnato a scrivere poesie: seguono un torrente verbale accompagnato da Lenny Kaye e soci e una platea in visibilio. Assoldato un solido quartetto locale, la Jim Carroll Band mette mano a un demo.

bd bantam

Di nuovo in quel di New York, alla Atco basta un ascolto del nastro per ingaggiare la formazione e spedirla in studio. Dal 1980 Catholic Boy offre polaroid di vita vissuta a ritmo di un rock urbano favolosamente ruvido che si porge serrato nel classico People Who Died, cinematico in una City Drops Into The Night preziosa del sax di Bobby Keys e delle tastiere di Allen Lanier, epicamente triste in Day And Night; un rock che conosce il punk e spara proiettili addosso all’Iggy Pop solista (Wicked Gravity, It’s Too Late) e a un’ipotesi di Modern Lovers irrobustiti (Crow, I Want The Angel) centrando ogni volta il bersaglio.

Il problema è che, nonostante l’entusiasmo dalla critica, il successo commerciale si nega e seguiterà a negarsi. Anche a Dry Dreams, che nell’82 ribadisce la formula wave-rock tramite le epidermiche Jody, Still Life e Work Not Play, una fremente Barricades, la confessione Rooms e la dolorosa Lorraine. Desterà invece qualche preoccupazione un biennio più tardi I Write Your Name per il capobanda sinistramente smunto in copertina e l’esito inferiore ai predecessori. La svolta è dietro l’angolo.

catholic boy

Onorato il contratto, Carroll ricade preda del vizio o almeno così pare, poiché nel resto del decennio comunicherà solo attraverso i tomi “The Book Of Nods” e “Forced Entries: The Downtown Diaries 1971-1973” (in Italia “Jim ha cambiato strada”), liriche per Blue Öyster Cult e Boz Scaggs, apparizioni negli LP parlati di John Giorno. Parlato sarà nel 1991 Praying Mantis, parziale compendio della fitta attività di chi, qualche anno dopo, incanta con la struggente 8 Fragments For Kurt Cobain. Scommetto che sul fondo del cuore il poeta stesse parlando anche di/a se stesso: se non mi credete, beh, leggete qui, parte seconda: “Non importa che ti sia sentito tradito/ questo è il prezzo/ della spietata passione di un giovane artista/ che comincia con un bacio/ e finisce in una maledizione.

Forse si era rivisto nelle pozze di malanima che erano gli occhi di Kurt e gli era tornata voglia di musica. Prova ne sia che nel ’95 collabora con Rancid e Truly e nel ’97 ringrazia Jack Kerouac sul tributo Kicks Joy Darkness, (ri)uscendo allo scoperto a fine millennio con il più che discreto Pools Of Mercury. Impressi sul viso i solchi scavati da una cruenta lotta contro l’esistenza, il ragazzo cattolico seguita a scrivere finché un infarto non lo coglie alla scrivania in un “nine eleven” del 2009. Voglio credere che in quell’istante si sia finalmente pacificato con i suoi demoni.

Post-rock 2.0: il vuoto del millennio

Ci voleva Geoff Barrow per farmi vedere la luce. Tranquilli, nessuna crisi mistica di mezz’età: si tratta del sospetto e delle perplessità con cui accolgo certe band contemporanee che, pur dotate di talento, falliscono in qualcosa. Ora quel qualcosa ha dei tratti definiti ed è in parte riconducibile al vuoto dentro l’anima e il cuore delle nuove generazioni. La scintilla è stata il tweet provocatorio ma ampiamente condivisibile pubblicato alcuni giorni fa dal fondatore dei Portishead.

Parlando dei Black Midi, giovanissimi suoi connazionali che in tanti portano in palma di mano, Barrow ha sibilato un “Riassumono tutto ciò che vi è di sbagliato nelle scuole di musica” e d’improvviso quelle parole hanno spazzato via un po’ di nubi che mi offuscavano la vista. Ringrazio perciò l’amico Ettore Craca – vi confido un segreto: a lui devo anche il nome di questo blog – per la notizia, per il dibattito che ha sollevato e le riflessioni che vado qui a sintetizzare.

black midi

Non ho niente contro i Black Midi, così come non ho niente contro un’altra formazione emblematica della nostra epoca come gli Housewives. E sono certo che neppure Barrow li detesti. Semmai, non li sente. Non è questione di gap generazionale: Schlagenheim offre un suono interessante, idee, una tecnica esecutiva notevole. E poi? E poi basta. Spero di non risultare paternalistico quando affermo che questo famolo strano non sa di vita vissuta e, benché apprezzabile, tenta di stupire senza anima. Da un post-rock iper riccardone, insomma, emerge l’estetica di una generazione spasmodica e spesso superficiale. E fa riflettere anche che siano dei giovanissimi a incappare nel virtuosismo, quando quello è stato per lo più prerogativa di musicisti più attempati. Come se il punk fosse stato ribaltato per qualche bizzarro scherzo prospettico.

Ecco. Se lo stile non conquista, almeno spinge a ragionare. Ad esempio, sulla percezione del reale di chi ha affrontato e affronta un’esposizione a tecnologia e media che non conosce precedenti; di chi, in ragione di ciò, ha tutto a portata di mano e non sa cosa siano la magia e il mistero della scoperta. Le emozioni latitano perché i ragazzi non ne avvertono la necessità, trattandole in fondo con l’annoiata bulimia con la quale affrontano tutto il resto. Quanto alla famigerata vita vera, Instagram e Snapchat li proteggono finché il grande nulla sbatterà giù le pareti delle loro camerette virtuali, lasciandoli a fare i conti con la brutale materialità dell’esistenza. Da soli.

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Chi ha una certa età ricorderà benissimo nottate insonni a inseguire la radio e tradurre testi, battute di caccia in negozi dove conoscevi gente e scambiavi opinioni, lettere scritte a mano alle etichette… Di quella fatica a ottenere e di quelle imprese romanticamente naif serbiamo giusta nostalgia, perché quando ascoltare e incidere musica costava caro, noi eravamo lì. A crescere assieme ai dischi, a costruirci un’identità e diventare adulti. Da che la Rete ha preso il controllo, però, la necessità non funge più da madre all’invenzione e il suo posto è occupato da un asettico accumulo compulsivo. I risultati li ascoltiamo ogni giorno, controprove incluse (penso a Suuns e These New Puritans, che sono di un generazioni immediatamente precedenti: si sente).

Da quasi cinquantenne che cerca di capire i “giovani d’oggi” e intanto ricorda quando era giovane lui,  vi dico che mi piacerebbe molto vedere i Black Midi maturare. Gli auguro insomma di aprire l’anima e farci entrare aria fresca. Non parlo di quell’autenticità che, spesso malintesa o usata come paravento, non ha più significato nella popular music. No. Parlo del cinismo ottimistico e del distacco apparente che sono forme nascoste di passione e per questo hanno mutato il corso della Storia. Parlo dello spirito che accomuna Velvet Underground, Can, Aphex Twin e diversi altri Geni. Parlo di ciò che può salvarci, perché un altro mondo è possibile ma non ancora per molto.

Una rosa senza spine: These New Puritans

Sorprendono sempre con cognizione di causa, George e Jack Barnett. Originari della provincia inglese, hanno da non molto tagliato il traguardo del decennio di attività concedendosi con oculata parsimonia e mostrando idee chiare e voglia di mettersi in gioco. Attributi rari nell’era triste dell’ascolto mordi-e-fuggi e dunque applausi “a prescindere” per chi esordiva giovanissimo nel 2008 con Beat Pyramid, lavoro promettente in cui la riscoperta della new wave vantava non solo una scrittura sopra la media, ma anche la forza comunicativa tuttora inalterata che coinvolge persino nei momenti più cerebrali.

Un biennio e Hidden transitava coerente dal post-punk al post-rock fregiandosi della coproduzione di Graham Sutton, leader di quei Bark Psychosis frattanto divenuti un bel punto di riferimento. Nel 2013 il capolavoro Field Of Reeds consegnava i gemelli Barnett agli annali attraverso cinquanta minuti di tensione creativa capaci di mescolare indistinguibilmente Talk Talk, Tuxedomoon e Bark Psychosis, di rendere più terrigni David Sylvian e i Sigur Rós e di immaginare dei Tortoise umanisti.

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Soprattutto, com’era ed è loro costume, i These New Puritans rendevano omaggio ai propri numi tutelari mentre li trasfiguravano in altro: nel loro caso, infatti, ogni riferimento estetico finisce per essere solo la mappatura generale di un talento cristallino. Un talento per nulla intaccato dai sei anni trascorsi dall’ultima fatica in studio, intervallata nel 2016 con la colonna sonora di una trasposizione teatrale de “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley che ha senza dubbio influito sulla successiva metamorfosi.

Dalla scorsa primavera Inside The Rose incarna pertanto l’ennesimo, inatteso scartare di lato dei ragazzi, che ora ricordano la versione contemporanea di un altro favoloso duo d’oltremanica, i mai abbastanza celebrati Associates: per talune affinità metodologiche, certo, e poi per l’aura di malinconica decadenza che ne caratterizza l’avanguardistico post-pop. Queste ultime parole incarnano la chiave di accesso a sonorità che, concesso un briciolo di fruibilità in più, si muovono tra avvolgenti spire di archi e fiati, percussioni ed elettronica per trasfigurare il romanticismo raffinato e meditabondo codificato dalla 4AD.

TNP

Splendida dimostrazione del (misurato) orientamento arty della coppia, il packaging restituisce dignità al supporto fisico con il quale fruire la musica e rappresenta l’introduzione perfetta a Infinity Vibraphones, sei minuti e mezzo dove pulsazioni ritmiche e suggestioni minimali/cameristiche rivestono una scheggia piovuta da Brilliant Trees. Sedotto l’ascoltatore con il primo brano, il programma lo conquista in via definitiva con altre meraviglie: in Beyond Black Suns gli intrecci vocali transitano da gorgheggi white soul a suggestioni operistiche senza scadere nel kitsch; Anti-Gravity, Where The Trees Are On Fire e la title-track sono i Depeche Mode – altri figli dell’Essex – in combutta con Scott Walker e un onnipresente Sylvian; la convulsa Into The Fire si avvale dell’ospite d’onore David Tibet per elargire autentici brividi; sul finale, A-R-P accende con un’obliqua impennata danzabile la sua anima distesa e Six è commiato sospeso e onirico che nondimeno esorta a ricominciare da capo. Più e più volte. Figlio di un mirabile equilibrio fra razionalità e istinto, Inside The Rose vi offre il suono di ieri, oggi e domani. Sarebbe una follia ignorarlo.