Jim Ford: Kentucky soul brother

Fino al 2011, quando mi sentivo in vena di soulmen dal viso pallido bussavo alle porte dei gentiluomini sudisti Bobby Charles, Eddie Hinton e Tony Joe White. Quello stesso anno però Light In The Attic ristampò Harlan County, solo e unico album di Jim Ford che da allora è nel novero degli amici fidati con i quali consolarmi. Cercando informazioni sull’artefice mi imbattevo in un’altra ristampa, per Bear Family e risalente a quattro anni prima, con la scaletta allungata e il titolo modificato in The Sounds Of Our Time mentre Light In The Attic optava per la grafica originale e una rimasterizzazione. L’aspetto spiacevole della faccenda fu invece scoprire che Ford era già deceduto, sessantaseienne, il diciotto novembre 2007.

Tempismo amaro, considerato che dietro l’angolo attendeva un concerto in terra britannica per raccogliere fondi e mandarlo in studio con quel geniaccio – riposi in pace anche lui, che compiva gli anni tre giorni fa – di Jim Dickinson. Vaffanculo, destino. Potevi sforzarti e conservare ancora un po’ tra i mortali chi venne portato in palma di mano da Sly Stone e Bobby Womack e che Nick Lowe (curiosate nei crediti di Jesus Of Cool…) considera influenza principale; chi aveva ascoltato le proprie composizioni sgorgare dalle ugole di Bobbie Gentry, Aretha Franklin e dei Temptations; chi era idolatrato da Ronnie Wood e dal pub rock britannico.

jim ford

Impreco di rabbia al pensiero e ancor più riascoltando Harlan County. Perché questo sincero soul campagnolo al crocevia tra gli Stones e il Van Morrison più negroide avrebbe meritato il plauso del mondo intero. Invece no: solo scampoli di gloria postuma. Così vanno le cose, così non dovrebbero andare. Mai. Qualche spicciolo biografico, ora. Jim nasce nell’estate 1941 nella contea di Johnson, Kentucky. Tra povertà e violenza l’unica fonte di felicità è la musica suonata a tutto volume dalla radio di una vicina poco più grande, una certa… Loretta Lynn. Logico che il ragazzino scappi dall’inferno in terra recandosi nell’ordine dal padre biologico in Michigan, a New Orleans per suonare (e vivere) in strada, a zonzo per l’America in autostop. Trascorso poi un biennio sotto le armi, quando nel ’58 arriva a Los Angeles ha vissuto un bel po’  e nemmeno è maggiorenne (!).

Entrato subito nel “giro” grazie a P.J. Proby, lungo i sixites Ford sfora hit conto terzi e a un certo punto vuole fare da sé. Con la sezione ritmica dei Redbone, Dr. John, Jim Keltner e James Burton (chitarrista del “tardo” Elvis) confeziona la mezz’ora scarsa oggetto dei questo panegirico. Fuori in agosto su Sundown – marchio creato appositamente, distribuito dalla White Whale dopo il tentennamento della Atlantic – Harlan County resta schiacciato in un 1969 stellare. Siccome Jim detesta il palco, la frittata è servita. Dissolvenza. Nel 1971 un tentativo londinese con i Brinsley Schwarz viene accantonato e il nostro uomo sparisce. Parecchio tempo dopo un giornalista svedese lo stana in una roulotte nella quiete di Fort Bragg e apprende che, tra una traversia e l’altra, ha continuato a scrivere per puro diletto.

Harlan County LP

Il resto l’ho raccontato qui sopra nella speranza di accendere la vostra curiosità. Chi tra di voi è al corrente avrà magari rimesso sul piatto o nel lettore un album che ogni volta suona fresco come al primo incontro. Gli altri non esitino a procurarsi una festa (talvolta dolcemente mesta) a base di errebì, country, rock vibranti e turgide ballate. Si innamoreranno seduta stante dell’autobiografica, sarcastica title-track che citando Swing Low Sweet Chariot cammina in anticipo nelle lande di Exile On Main Street, della rilettura inzuppata nel funk di Spoonful, della sensualità guascona di I’m Wanta Make Her Love Me, del romanticismo di Love On My Brain e Changin’ Colors.

Ancora non basta? Benissimo: ecco To Make My Life Beautiful, la firma di Alex Harvey in calce a un melò degno di Hardin e Rose, un’esuberante Dr. Handy’s Dandy Candy, il boogie Long Road Ahead strappato ai coniugi Bramlett per inventare i Black Crowes. E se Under Construction plana dai solchi di Beggar’s Banquet, Workin’ My Way To L.A. vede i Little Feat prendere in ostaggio proprio Mick Jagger. Tutte canzoni belle, sincere e preziose. Canzoni che il fato non potrà cancellarvi dalla testa e dal cuore. Amen.

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