Popwork orange: Campag Velocet

It’s not meant to be comfortable, because life isn’t comfortable.” (Pete Voss)

Quando si critica l’Inghilterra per certe stramberie, spesso se ne dimentica la schietta natura di isola. Di un’entità a sé, staccata dal continente ma non abbastanza da potersene dire aliena. La “giusta distanza” è anche quella che gli isolani tengono verso ospiti ai quali gradualmente si aprono per non rimanere del tutto isolati. Nonostante il grigio presente, Albione continua a essere un posto dove piangi quando arrivi e quando te ne vai. La ami, però devi abituarti a certi aspetti nel bene e anche nel male. Prendete il piatto locale che più ci piace, quella pop(ular) music figlia dell’impollinazione incrociata fra sonorità bianche e nere che oggi vive il suo “post 2.0”. Che lungo e strano viaggio è stato, vero? E che bello muoversi come Dr. Who soffiando via la polvere da certi dischi per rendergli giustizia.

Assurdo per esempio che i Campag Velocet siano culto di pochi. Proprio loro, che riassunsero un decennio al tramonto con un crossover “al quadrato” tuttora freschissimo approfittando di una particolare twilight zone (il Duemila era alle porte) dove le certezze scoloravano in nuove inquietudini. Lo trovate ancora lì, il quartetto (Pete Voss, voce; Ian Cater, chitarra e tastiere; Barnaby Slater al basso; dietro la batteria, Lascelle Gordon) che fuse Madchester, krautrock, hip-hop e shoegaze mettendo d’accordo frequentatori della pista da ballo e fan del guitar-pop. Cinici ma adorabili, immagino questi figuri intenti a schiaffeggiare quei buzzurri dei Gallagher con un tascabile Penguin di “A Clockwork Orange” e poi passare con la stessa eleganza a cose molto più serie. Tipo intrecciare intuizioni del passato in qualcosa di splendidamente personale.

fencing CV

Qualcosa di contaminato, anche, fin dalle origini in quel di Portsmouth, dove a fine ‘80 Pete e Arge fanno comunella tramite la passione per Schooly D e Public Enemy. Si spostano poi nei club londinesi e Voss tiene spiritati, eterogenei DJ set all’insegna di un’apertura mentale che torna quando nasce la band. Tratto il nome dal libro “Arancia Meccanica” e da una marca di biciclette italiane, i ragazzi ci mettono un po’ a carburare ma va benissimo così: nel novembre ’97 il 12” Drencrom Velocet Synthemesc è singolo della settimana del “New Musical Express”. Meritatamente, poiché il gioco tra esplicite citazioni da Anthony Burgess e uno stiloso assalto chitarristico apre squarci luminosi nei panorami di Metal Box. La Play It Again Sam li accoglie e To Lose La Trek graffia da bastardo di hip-hop e rock stradaiolo in anticipo sui Primal Scream di XTRMNTR. La sua minimale potenza spiega alla perfezione l’abilità con la quale i Campag Velocet armonizzano gli estremi e strapazzano cocci altrui; saldata a una scrittura di alto livello, sarà anche il basamento dell’album Bon Chic Bon Genre.

Dal 1999 questo fenomeno stringe la giugulare con un guanto di velluto. Tempo di premere “play” ed ecco un giovane Lydon che borbotta esagitato su lividi passi hip-techno nei novanta secondi della title-track e poi si concede del relativo relax capeggiando i Ride in Only Answers Delay Our Time. Se Cacophonous Bubblegum dona senso al “secondo avvento” degli Stone Roses – evocati in fogge new wave dallo strepitoso indie (acid) rock Vito Satan – in Sauntry Sly Chic gli Happy Mondays rinsaviscono con un’endovena kraut-funk. Mica finita: recuperati i singoli ed espulsa l’adrenalina, si prosegue tra sapienti dinamiche, riverberi di corde e ritmi robusti però fluidi. Tra gli Slowdive in febbri “baggy” di Skin So Soft e l’epica Pike In My Life/Schiaparelli Cat (grossomodo: Alan Vega ostaggio dei Can), tra la dubadelia di Caught Unawares e una Harsh Shark che riempie di codeina i Two Lone Swordsmen.

BCBG

Inafferrabile, visionario e coraggioso, Bon Chic Bon Genre cresce con gli ascolti ma rimette ogni volta in gioco la familiarità con sfumature inedite. A dispetto della stampa entusiasta, se lo filano in pochi e vai a sapere perché: eccessivo acume, scarsi mezzi promozionali dell’etichetta, qualche ruvidità caratteriale. Difficile dirlo. Più semplice è annotare come ridicolizzi le schiere di brufolosi ribelli(ni) dell’ultimo ventennio, primi fra tutti quei Kasabian passati alla cassa con la versione da supermarket delle medesime intuizioni.

Tornando a bomba, attenderemo cinque anni e un nuovo contratto per It’s Beyond Our Control, convincente seguito che cosparge un post-funk bianco di detriti new wave, elettronica ruvida e lisergie danzerecce. Non smuoveva granché e, sciolta la banda nel 2005, Voss ripartiva con i The Count ma di nuovo nulla da fare. Oggi il vulcanico pazzoide è titolare di un marchio di cinture fashion e sono certo che conservi lo spirito di un tempo. Lo spirito del moderno rocker mutante che scardina cliché e formule creando bellezza duratura. Perché è quella che conta davvero, e a culo tutto il resto.

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