Uno nessuno cento Dylan

Dal giorno in cui si salvò con una capriola e un salto dalla motocicletta, alla sua maniera Il Bardo ci ha regalato un Capolavoro per ogni decennio. Lungo una sceneggiatura di squilibrato rigore, abbiamo inghiottito Selfportrait per scaldarci con l’amore che non è più di Blood On The Tracks, ricevuto in dote la magnificenza di Oh Mercy dopo le immersioni nell’acqua santa e guardato lo spessore di Time Out Of Mind schiacciare tanti passi svogliati. Il gioco delle contraddizioni appartiene di diritto all’unico artista che, sfaccettato all’inverosimile, è transitato dalla musica popolare alla letteratura da Maestro indiscusso. Non si incasella Dylan: è mercurio selvaggio. Come potresti, con chi si nasconde dietro le maschere perché – ipse dixit all’epoca della Rolling Thunder Revue – chi le indossa non può mentire?

Lo spiegò alla perfezione Todd Haynes, affidando a Cate Blanchett il ruolo dell’unico Bob iconograficamente fedele dello splendido “Io non sono qui”: Jokerman è una matassa impossibile da sbrogliare, dunque bisogna lasciarsene avvolgere ed è così che cogli il fascino dei “qualcosa” ancora da capire a distanza di anni, dell’estrema e dichiarata multiformità, del gusto della sorpresa. Tant’è vero che la mano di carte da applauso tardava ad arrivare in un ventennio nel quale ci siamo scervellati, accontentati e (in parallelo con Neil Young, che lo stesso giorno risponde dal passato con Homegrown) soprattutto affidati agli archivi. Eravamo quasi prossimi alla rassegnazione, finché…

bobby

Finché Rough And Rowdy Ways non ha consegnato i primi autografi dal 2012. Canzoni di ricercata asciuttezza strumentale, vocalità densa e parole che pesano tonnellate. Parole intrecciate ai suoni perché questa è musica che farebbe uno Shakespeare contemporaneo, un pistolero sagace che affida lo spirito di un’epoca a universali profondi da perdercisi dentro. Poesia? Vedo il diretto interessato sorridere sornione nel momento in cui – Giano bifronte che cita Whitman – apre il disco affermando di contenere moltitudini e confessandosi “man of contradictions”. Il che, nello specifico, significa modellare il canone occidentale e incastrarne gli ingranaggi in brani che raccontano l’uomo e la Storia. Nell’intervista al “New York Times” che ha preceduto l’album, infatti, Zimmie spiega che le canzoni nascono da sole e poi confidano sulla sua voce. Pensa a se stesso come un mezzo, non come un messaggio.

Tra certezze vestite da inquietudini e viceversa, ecco piovere blues vibranti (False Prophet, Crossing The Rubicon), valzer mitteleuropei ricamati di pedal steel (My Own Version Of You è Mary Shelley nei solchi di Rain Dogs), errebì romantici aromatizzati doo-wop con rimandi a Jacques Offenbach (I’ve Made Up My Mind To Give Myself To You), omaggi che trottano tristallegri (Goodbye Jimmy Reed). Quanto al folk eternamente reinventato, lo trovate nella delicatezza ambientale di I Contain Multitudes e in una coheniana Mother Of Muses, nella favolosa e laconica Black Rider e nel crepuscolare commiato Key West (Philosopher Pirate). Quando la “Wasteland” di Murder Most Foul – sistemata su un dischetto separato, a osservare più che a tirar le fila – avvolge con un’amarezza da camera che ricorda John Cale, capisci che Rough And Rowdy Ways scintilla qui e ora. Che è un labirinto in cui perdersi e riflettere, perché sbaglia chi in Bob Dylan cerca risposte: soffiano nel vento, le malandrine, e acchiappale tu se sei capace. A settantanove anni, Bob continua a porre domande e a sciogliersi dalle catene come Houdini. Sa che il poeta è un fingitore. Noi, invece, ancora dobbiamo farcene una ragione.

7 pensieri riguardo “Uno nessuno cento Dylan”

      1. Mi ritengo fortunato ad averlo visto a Modena nel 1987. Apertura di concerto di Roger McGuinn in solitaria; un’ora abbondante di Tom Petty & the Heartbreakers (stellari: suonavano da Dio); infine Dylan, molto rock, come si può verificare in numerose testimonianze audio e video reperibili di quel tour. E in quell’anno non mi ero fatto mancare neanche Neil Young & Crazy Horse all’Arena. Mentre scrivo mi emoziono pure. Sarà la vecchiaia incipiente.

        Piace a 2 people

  1. È chiaro che l’importanza dei dischi si pesa “ex post”, spesso dopo molti anni.
    Però la cosa impressionante di quest’ultimo album è il peso poetico delle liriche, che fanno di Dylan il più grande “maneggiatore” della lingua inglese del Novecento, insieme a T.S. Eliot e a James Joyce, e questo per la capacità di creare una commistione perfettamente coerente e credibile di cultura alta e cultura popolare, di far rimare “Leon Russel” con “John the Apostle”, di citare l’attraversamento del Rubicone (e quanti in America – ma anche in Italia, purtroppo – sanno di cosa si sta parlando?) e Scarface di Al Pacino, la guerra di Troia e il generale Zhukov, Karl Marx e Jimmy Rogers.
    Da questo punto di vista, se Dylan avesse scritto solo i testi di questo disco (dimenticamdoci di quanto aveva scritto prima) rimarrebbe comunque una delle più importanti espressioni letterarie della contemporaneità.

    Piace a 1 persona

      1. Concordo pienamente, ci sono stati momenti durante l’ascolto del disco in cui sono rimasto letteralmente stordito dalla forza e dalla bellezza delle parole. Per quel che riguarda la musica un solo ascolto è ovviamente poco, ma la prima impressione è che Bob ci abbia regalato l’ennesimo capolavoro.

        Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...