Pioneers over P(op): dB’s

La “nostra” musica abbonda di grandi artisti che la sorte confina a patrimonio di pochi. Esemplare la vicenda dei dB’s, un cocktail di sfortuna e scelte errate subite dai diretti interessati allorché di “indie” si viveva mettendoci sudore e anima. Qualcuno lo spieghi agli emaciati fighetti che ci ammorbano con le loro minestrine riscaldate: non potranno capire, ma tant’è. Tornando al punto, i dB’s pagarono lo scotto di essere fra i primi a coniugare sixties e new wave, plasmando il suono chitarristico americano degli ’80 senza cavarne monetariamente che briciole. Resta in ogni caso il gruzzolo di dischi che nel cuore custodisce due capolavori cult cui il tempo ha dato ragione. Non è poco. Come i loro fan R.E.M., i dB’s sono figli della provincia: Winston-Salem, North Carolina.

All’interno dell’intricata scena locale, a metà degli anni ’70 il cantante/chitarrista Peter Holsapple fa parte dei Little Diesel, intestatari di un disco dove alla batteria siede Will Rigby e in regia c’è Chris Stamey. Quest’ultimo smercia power pop garagista negli Sneakers assieme a Will e a Mitch Easter, futuro Let’s Active e produttore di Murmur e Reckoning. Nel ’77 si salutano, Stamey va a New York e corona un sogno suonando per Alex Chilton e pubblicando l’abbagliante Chris Bell di I Am The Cosmos/You And Your Sister. Nel frattempo incide (I Thought) You Wanted To Know e di lì a un annetto ne fa un 45 giri aggiungendo If And When, ritmica del fantasioso Rigby più il compaesano bassista Gene Holder. Lasciatosi alle spalle gli H-Bombs con Easter e un breve soggiorno a Memphis, in ottobre anche Peter si unisce a Chris Stamey & The dB’s.

Accorciato il nome, i ragazzi investono nell’attività di studio molto del denaro ricavato dai concerti. Una parte del materiale riaffiora nel ’93 grazie alla Rhino su Ride The Wild TomTom, dove l’ibrido tra solarità anni Sessanta, piglio del decennio successivo e nevrosi contemporanee è già definito. Retrogusto popedelico, echi di Move e Badfinger e la Trinità Beatles/Byrds/Big Star fanno il resto, nondimeno il disinteresse per le penne complementari di Chris e Peter dura fino al 1980, quando la Shake pubblica il 7” Black And White/Soul Kiss e il gruppo è messo sotto contratto dalla Albion. Mixato da Easter con l’ennesimo rimando remiano di un giovane Scott Litt, nel gennaio ’81 Stands For Decibels è realtà. Britannica la casa discografica, in madrepatria l’album si trova solo d’importazione ed è un peccato per uno stile che, ipotizzando Chilton a capo degli XTC, sferraglia beat modernista (Dynamite, Tearjerkin’), sparge aromi barrettiani su Pet Sounds (She’s Not Worried) e colora di tonalità pastello i Gang Of Four (The Fight).

Non valgono meno l’esotico mutant funk Cycle Per Second, una Big Brown Eyes che media Cars e Zombies, il Lennon strapazzato da Bad Reputation e preda di smanie Feelies per I’m In Love. Apice assoluto nella naturale complessità di Moving In Your Sleep, commiato dove Brian Wilson si aggira per le stanze semibuie di Sisters Lovers. Concluso un lungo giro dell’Europa, con Litt si lavora al secondo album nei prestigiosi Power Station e successivamente in Inghilterra, agli studi Air di George Martin dove l’incuriosito Paul McCartney fa capolino durante il missaggio di Repercussion. Avrà gradito il soul candeggiato Living A Lie, i Knack cupi della giostrina We Were Happy There, i Big Star post-punk di Happenstance e In Spain; non gli saranno sfuggiti il romantico latineggiare di From A Window To A Screen, la sferzante malinconia di Amplifier, una flamencata Storm Warning; si sarà invaghito di irresistibili compendi autoriali come Ask For Jill e Ups And Downs e del ruvido babà I Feel Good (Today). Un classico suggella inducendo a ripartire: preceduta dalla soffusa Nothing Is Wrong, la trascinante melodia di Neverland sarà spesso ripresa dai R.E.M. Di fatto, nel 1982 ne costituisce un evidente prototipo.

Tuttavia l’ennesimo tour è causa di stanchezza e l’etichetta lamenta le vendite esigue di un LP che, uscito sul Vecchio Continente in ritardo con copertina e scaletta differenti, ha confuso i pochi interessati. Chris abbandona, nell’83 gli altri firmano per la Bearsville ma in Like This latitano magia e smalto e problemi di distribuzione vanificano il buon riscontro presso le radio universitarie. Ventiquattro mesi di stallo e la I.R.S. pubblica il modesto The Sound Of Music, dopo di che Holder getta la spugna, il successo di Document – prodotto, colmo dei colmi, da Scott Litt… – prosciuga le forze promozionali dell’etichetta e il successore Paris Avenue vedrà la luce solo a metà anni ‘90.

Si chiude nel 1988: Holsapple offre i propri servigi a R.E.M. e Hootie & The Blowfish, fonda i Continental Drifters con la moglie Sue Cowsill e pubblica in proprio mentre Stamey produce (Whiskeytown e Le Tigre tra i tanti) e porta avanti un’apprezzabile carriera solista. Fino al 2005, quanto di più simile a una reunion sarà l’ennesimo bel disco ignoto ai più: opera di Peter e Chris, il terso folk-pop di Mavericks vede la luce in un 1991 mirabile all’eccesso. Per riallacciare i fili con tutti i membri originali bisognerà attendere il 2012 del godibilissimo Falling Off The Sky; poi, l’aprile scorso, ecco che in Our Back Pages Holsapple & Stamey si rileggono con classe. A voi ora il compito di fare un po’ di giustizia.

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