Dio esiste e non è sordo: Allison Run

Attorno alla metà degli anni Ottanta il dibattito sul recupero dei sixties aveva assunto toni piuttosto accesi. La neopsichedelia costituiva in effetti il filone più interessante tra quelli emersi allo svanire del post-punk e nei suoi momenti migliori aveva poco di revivalistico. A conti fatti, ridottisi drasticamente i margini di espansione creativa, girano molti più cloni adesso e in qualsiasi ambito: gente anche brav(in)a ma dedita all’esercizio di stile, alla bella ma algida calligrafia, alla copia della copia. Con poche eccezioni, il sentore – specie tra le nuove leve – è di accademismo spinto. Prima che mi accusiate di nostalgia, pensate al marchio impresso dalla new wave sulle frange più innovative del movimento. E ricordate che anche chi da noi non trafficava con la “nuova musica cantata in italiano” a volte concepiva originali sintesi del decennio favoloso.

Ecco: gli scettici hanno a disposizione ulteriore materiale per ricredersi, poiché Spit/Fire e Spittle Records (distribuzione Goodfellas) hanno replicato per gli Allison Run lo sforzo già compiuto nel 2017 con Peter Sellers And The Hollywood Party. Risultato è l’imperdibile cofanetto Walking On The Bridge, tre CD che radunano l’integrale di questi pugliesi trapiantati a Bologna guidati dal talentuoso Amerigo Verardi. Portabandiera di una psichedelia davvero “neo” che non si accontentava di pantomime retrò, consumarono la loro storia tra 1985 e 1990, cioè in significativo (quasi) parallelo a Ghittoni e soci. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei: un culto artefice di musica splendida che racconta la propria epoca mentre se ne colloca al di fuori.

Anche quelli, infatti, erano a loro modo anni formidabili. Anni in cui essere indipendenti costava fatica e sacrifici, ma mettendoci anima e cuore affrontavi l’acid-pop britannico con lo stesso approccio evoluto di Television Personalities, Robyn Hitchcock e Julian Cope. Senza sfigurare, poiché queste canzoni intelligenti, raffinate e non di rado ironiche vantano una freschezza senza tempo. Gustando gli “extra” prelevati da concerti e demo e il prezioso libretto curato da Federico Guglielmi, ascolti il trio composto da Verardi, Alex Saviozzi e Mimo Rash muoversi sicuro con il nastro Lost In A Circle, partecipare al secondo volume di Eighties Colours e nell’87 debuttare su vinile con l’EP All Those Cats In The Kitchen tra estatiche fusioni di psichedelia, indie-pop chitarristico alla Smiths, echi post-punk.

Con l’arrivo del bassista Umberto Palazzo e di Sado Sabbetta alle tastiere, gli Allison Run si misurano a testa alta con Ceremony nel tributo Something About Joy; altri dodici mesi e l’unico, favoloso album God Was Completely Deaf garantisce loro un posto nel romanzo psichedelico grazie a gioielli come la stupefatta e stupefacente As We Grope, una Tangle Of Love che trasloca in California il caracollare urbano di Loaded e lo stranito carillon lisergicamente pop di Allison. Come minimo, e facendo un torto a tutto il resto. Apprezzati anche fuori dai confini nazionali, i ragazzi si sciolgono all’improvviso dopo aver inciso una cover di Edoardo Bennato. Di elevato spessore la carriera successiva di Amerigo con Lula, Lotus e in solitudine, laddove Umberto Palazzo compare nei primi Massimo Volume e poi fonda i Santo Niente. Vicende, queste, che ci portano dritti al 2020, in cui Walking On The Bridge lascia a bocca aperta con un pizzico di malinconia che scalda il cuore. Ma, più di ogni altra cosa, con meraviglie da incastrare nel nastro di Moebius che chiamiamo “attualità”. Commossi, applaudiamo.

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