Beautify Junkyards: cartoline dal cosmo interiore

Come ogni musica popolare che si rispetti, il folk è un nastro di Möbius che più si avvolge su se stesso, più appare diverso. E come i personaggi di cui narrano certe tradizioni, rinasce ciclicamente nuovo ma antico: conosce le radici e per questo motivo andrà lontano mescolando presente e passato, memoria e ambizioni, nostalgia e fantasticherie. Di tutto ciò e molto altro è intessuto il policromo arazzo dei Beautify Junkyards, portoghesi in circolazione da un decennio freschi della pubblicazione di Cosmorama, quarto pannello di una serie che partiva nel 2012 con un’opera omonima di brani altrui in larghissima parte provenienti dal folk britannico d’antan. Una scelta che sin dall’inizio indicava le affinità elettive, l’estetica e il retroterra della formazione guidata dal cantante/tastierista João Branco Kyron.

Formazione che nel volgere di un triennio si spingeva un passo oltre con gli autografi di The Beast Shouted Love e poi, a una ricetta intrigante e aromatizzata di Tropicalismo, aggiungeva il passaggio alla Ghost Box (etichetta specializzata nella “hauntologia” britannica che ha intelligentemente ampliato il raggio d’azione) e l’arrivo di Helena Espvall dagli incantevoli Espers. Altri tre calendari e The Invisible World Of confermava il valore di un altro anello della catena che comprende Stereolab, Movietone, Pram, Broadcast e Vanishing Twin. Cioè di quei gruppi che in modi diversi disegnano paesaggi immaginari e costruiscono universi paralleli con brandelli di passati mai vissuti in prima persona.

Attitudine che nel caso specifico si fonde al talento per intrecciare elettrico e acustico, atmosfere filmiche ed esotismo, psichedelia ed elettronica retronuova in qualcosa che non soccombe al revival. In una personalità che nello sfuggente e mercuriale Cosmorama – il titolo si riferisce ad apparecchi ottocenteschi con cui osservare immagini panoramiche ingrandite e in rilievo: mi pare significativo – trova l’apice di maturità e allo stesso tempo un catalogo di possibili evoluzioni. Con la nuova cantante Martinez, qualche ospite (l’arpista Eduardo Raon; Nina Miranda, ex trip-poppettara con gli Smoke City; Alison Bryce, già nelle meteore neo-folk The Eighteenth Day Of May) e le idee al solito chiare, i lusitani consegnano il loro disinvolto equilibrio stilistico a una scaletta impeccabile.

Non rinunci a niente, qui, dalla magnifica Dupla Exposição che trasferisce i Can nei solchi di A Saucerful Of Secrets tra bagliori di colonne sonore horror dei ’70, ai trip-hop latini (e lisergici, e folk…) di Reverie e del brano omonimo, dal capolavoro The Sphinx – Isabelle Antena ostaggio degli Air: vi va? – al carnevale dal retrogusto malinconico di Parangolé. Se A Garden By The Sea incede con un passo da marcia classicheggiante ma non nasconde un cuore cosmico, The Collector cala un fantastico asso elettro-bossa in dub e l’inquieta Zodiak Klub tratta il krautrock come solo ai Laika riusciva. Infine, Vali è il madrigale misterioso e mistico che non può mancare, Deep Green si porge con trasognata grazia e il commiato The Fountain tira appropriatamente le fila del discorso. Magia nella magia, canzoni capaci di confortare e inquietare in egual misura diventano a un certo punto stanze di una casa stregata dalla quale non vuoi uscire. Preparatevi a gettare via la chiave.

Felt: storie di ottimisti e di poeti

Pochi hanno saputo costruire attorno a sé un alone di mistero come i Felt. Nel loro caso, l’enigma risulta inscindibile da uno stile che in parte deriva dal conflitto fra Arte e Pop vissuto da Lawrence Hayward, sensibile perfezionista che del gruppo fu fondatore e despota illuminato. Uno che voleva l’adorazione di teenager e critica ma purtroppo ha centrato solo il secondo bersaglio. Uno che ha scritto canzoni senza tempo, imbevute di un’emotività trattenuta tipicamente british e poco alla volta si è allontanato dall’astrattismo lungo un percorso di sfumature. La sua incessante, maniacale ricerca di perfezione spiega una parabola volutamente delimitata in dieci anni, dieci album, dieci singoli. Poi addio. Perché? Perché no, se il compito del Genio è anche quello di rompere le regole per stabilirne di nuove?

Spiace quindi che, come gli altri Venerati Maestri Go-Betweens, i Felt abitino ancora in un “limbo underground”. In un universo parallelo, lo schivo dandy Hayward è famoso quanto Moz e Jarvis Cocker, ma nel nostro mondo ci consoliamo con una musica di virile poesia e rimandi illustri. Musica giunta dalle Midlands operaie e per la precisione da Birmingham. Lawrence Hayward vi nasce nel 1961 per venir su in un borgo di periferia dal dickensiano nome di Water Orton. Esteta taciturno folgorato tredicenne da Ziggy e T.Rex, trova nel Settantasette la manna dal cielo e venera Television, Velvet Underground, Eno, Patti Smith, Swell Maps. Nel microcosmo di case di mattoni, querce e giorni che fingono di non passare incontra il virtuoso chitarrista Maurice Deebank. Intanto accantona il cognome – come Morrissey: però in anticipo e “a rovescio” – e bazzica la scena punk cittadina detestandone il dilettantismo ma non la risolutezza ad autogestirsi. E nella sua cameretta, scrive e suona.

Gary Ainge e Lawrence a Londra, febbraio 1982. Fotografia di David Corio/Redferns

In coda al decennio i Felt sono il paravento di un solista obbligato al salto allorché “Sounds” elegge singolo della settimana l’autarchico rumorismo di Index. Convocati Deebank, il batterista Gary Ainge e il bassista Nick Gilbert, il ragazzo pesca ragione sociale e voce dall’idolo Tom Verlaine e le intreccia a melodie di laconica efficacia, a corde che saldano Marquee Moon con l’estrazione classica di Deebank, al tambureggiare ipnotico di una Maureen Tucker sedata. Unicità che nel 1980 profuma anche di shoegaze e post-rock. Incredibile, eh? Come incredibile è che la Postcard rispedisca indietro un nastro perché suona “troppo alla Velvet” e che Mark E. Smith in persona risponda a una lettera di Nick invitando degli sconosciuti a Manchester per aprire un concerto dei Fall. Piacciono parecchio e si replica a Liverpool e Londra, dove Mike Alway li accasa alla Cherry Red.

Preceduto dal 7” Something Sends Me To Sleep e prodotto da John Rivers, nel marzo 1982 Crumbling Of Antiseptic Beauty stupisce per una maturità che attenua la tensione dei Television in chiave bucolica attraverso il viluppo Evergreen Dazed, una visionaria Templeroy, gli arabeschi Fortune e I Worship The Sun, le elegiache Birdmen e Cathedral. Lo notano in pochi e sarà una costante della compagine che rimpiazza Gilbert con Mick Lloyd e per due anni non cambia. La stabilità giova all’incontro Orange Juice/Love di My Face Is On Fire e alla straordinaria gemma pop-wave Penelope Tree, ispirata all’omonima modella dei ’60 e risultato “spirituale” dell’infatuazione di Lawrence per Bob Dylan. L’influenza affiorerà più avanti, ché The Splendour Of Fear risponde al debutto con toni seppiati e concedendo più spazio a strumenti e complessità strutturale. In copertina, il manifesto di Alan Aldridge per il film “Chelsea Girls” girato da Andy Warhol annuncia una mesmerica trama di new wave, psichedelia, premonizioni dream-pop, echi del West immaginario di Morricone con apici in The World Is As Soft As Lace, Mexican Bandits e The Stagnant Pool.

Tramite il solistico Inner Thought Zone, Deebank sfoga il surplus creativo e affronta il rapporto difficile con chi gestisce ogni aspetto della band e concepisce i singoli come parentesi pop tra LP più sperimentali. La dicotomia viene sciolta nell’autunnale The Strange Idols Pattern And Other Short Stories accostando concisione e linearità a un’indolenza seducente. John Leckie subentra per sigillare i Byrds post-punk – roba fina da suscitare l’invidia di Johnny Marr – come Roman Litter e Sunlight Bathed The Golden Glow, il Lou Reed barocco di Spanish House, preziosi legami con il recente passato e azzeccati omaggi ad Arthur Lee e Go-Betweens. La metamorfosi procede grazie anche a Robin Guthrie, che si porta i Nostri in tour con i Cocteau Twins ed è scelto come produttore. Ignorate i mugugni del leader, obbligato per contratto a non impicciarsi nel mix: nell’agosto 1985 l’ultraterrena Primitive Painters in duetto con Elizabeth Fraser scaglia oltre il cielo un mulinante crescendo di pura, ineffabile emozione.

Dalla cima della classifica indie saluta inoltre l’arrivo del giovanissimo Martin Duffy, tastierista provetto – tra i primi a riscoprire l’Hammond dopo i Prisoners: i fan Charlatans prederanno nota – destinato a incarnare il nuovo asse sonoro. Entra comunque in punta di piedi nel meraviglioso Ignite The Seven Cannons, dove Robin cristallizza romanticismo (My Darkest Light Will Shine, The Day The Rain Came Down, Caspian See) e introversione (Scarlet Servants, Black Ship In The Harbour) tra anticipi di Pulp (I Don’t Know Which Way To Turn), neo-psichedelia (Elegance Of An Only Dream) e aperture estatiche (Serpent Shade, Southern State Tapestry). Quando Deebank molla definitivamente, Martin colora la svolta definitiva che trasloca il Dylan elettrico nei solchi di The Velvet Underground.

Non sarà per la Cherry Red, siccome il colosso Warner foraggia un marchio satellite (Blanco y Negro) per potersi assicurare Everything But The Girl e Jesus & Mary Chain. Rimasti fuori dal gioco, nell’86 i Felt passano alla Creation con l’eccelso 12” Ballad Of The Band, nel quale brillano l’incalzante inno omonimo, una I Didn’t Mean To Hurt You younghiana con sentimento e un paio di sublimi notturni pianistici. Ti aspetti un altro LP capolavoro, ma Lorenzo il Magnifico Bizzoso rifila i brevi bozzetti strumentali di Let The Snakes Crinkle Their Heads To Death. Poco importa se sia un capriccio d’autore o un modo per sviare le attese, perché ai primi freddi Forever Breathes The Lonely Word palesa il cambiamento già in un artwork che cita il warholiano scatto del debutto però rimpiazzando Hayward con Duffy.

Da qualche parte tra un Lloyd Cole elegantemente maudit e dei Green On Red albionici, una manciata di vivaci acquerelli (Rain Of Crystal Spires, Down But Not Yet Out, Grey Streets) e sfoglie malinconiche (September Lady, All The People I Like Are Those That Are Dead, Hours Of Darkness Have Changed My Mind) stabilisce impareggiabili standard indie-pop. Per qualche mese Lawrence frequenta Sarah Cracknell, futura cantante dei Saint Etienne alla quale dedica la She Lives By The Castle che illumina Poem Of The River. Lavoro dalla genesi tormentata, questo, per il quale McGee impone la produzione dello svagato Mayo Thompson e Hayward vorrebbe gettare i master nel Tamigi per lo sconforto. Finiti i soldi, l’album esce rattoppato da Guthrie e malgrado il titolo sarcastico convince in pieno con un personale approccio vicino al Paisley Underground e il fantastico apice Riding On The Equator. Che nel 1987 la forma sia eccellente lo ribadisce il lirismo tenebroso dell’EP The Final Resting Of The Ark.

I primi scricchiolii si avvertono l’anno seguente. Di The Pictorial Jackson Review piace la musica, articolata su una prima facciata di canzoni più del solito ruvide (trattasi di demo: Lawrence andrà su tutte le furie) che garagizzano Blonde On Blonde e un retro crepuscolare dominato da Duffy. A spiazzare è l’elegiaco cinismo scolorito in livore e stanchezza. Prova ne sia l’inutile cocktail jazz di Train Above The City, riscattato nell’EP Space Blues con i Suicide gonfi di codeina della title-track. La storia termina in cerchi concentrici: Creation non può espletare il “piano decennale” e nell’89 si torna alla corte di Alway per Me And A Monkey On The Moon, piuttosto fiacco nonostante la regia di Adrian Borland. Hayward sa che i tempi stanno cambiando e in dicembre saluta con un concerto a Birmingham. Maurice è tra il pubblico e finale più letterario non poteva darsi.

A proposito di libri: vi rimando a “Ballad of the Fan” del francese JC Brouchard e a “Felt” del capobanda per mitologia e dettagli, annotando la bontà del documentario “Lawrence of Belgravia” uscito nel 2011 e ricordando che Martin Duffy ha fatto fortuna nei Primal Scream e Lawrence, tra alti e basi esistenziali, ha proseguito la carriera con i Denim e i Go Kart Mozart. Oggi un artista serio e coscienzioso convive con il maniaco delle simmetrie che nel 2018 ristampa il catalogo alterando mix e scaletta di Ignite The Seven Cannons… Sorrido e mi tengo stretti originali che conosco a memoria. Anzi, come dicono oltremanica, by heart. Giusto così, perché venti pezzi di vinile e di vita sono una questione di cuore. A metterli in fila, compongono un romanzo cui manca solo il titolo: “La ballata di un Genio incompreso”.

Isole nella corrente: addio, 2020!

Ora che i “nostri” anni dieci si sono chiusi con un bisesto assurdamente funesto, possiamo dirci la verità. La svolta ipertecnologica ha cambiato le nostre vite, però non nel senso che credevamo o speravamo: invece di unire, alla fine ci ha diviso. Parallelamente alla nascita di nuovi sistemi di fruizione della musica – arte immateriale che necessita da sempre di un medium che la “congeli” oltre il momento dell’esecuzione – il nuovo millennio ha compiuto un progressivo isolamento dell’individuo. Pur cercando di evitarlo, ci troviamo dietro/dentro scudi più o meno virtuali mentre la cultura pop si frammenta ancor più in parrocchiette separate una dall’altra come vasche dei pesci.

Lì in mezzo ci siamo noi, isole nella corrente che sarebbe giusto tornassero a formare un continente e in qualche modo si può, come accenno in chiusura. Nel panorama sopra descritto, intanto, chi è ossessionato dall’essere à la page soccombe alla bulimia e trincia giudizi; altri selezionano, ponderano, ricordando come si stava meglio quando si credeva di stare peggio e annotano la scarsa persistenza di tante opere fresche d’uscita.

best 2020

Sarà successo anche a voi di realizzare che tante pubblicazioni odierne lasciano in testa solo vaghe tracce. Così l’estrema frammentazione mostra il suo volto e sorge un dubbio: colpa dell’attenzione che si riduce o di una congenita mediocrità? Assodato il naturale ridursi dei margini di progresso creativo mano a mano che passano i decenni, è un fatto che la sovrapproduzione appiattisca la media. Come è un fatto che si reagisca guardando a epoche meno affollate e più ricche di contenuti, mentre nostalgia rima con retromania e rischiamo di sminuire anche quanto di bello e significativo vede la luce. Il quesito, insomma, resta aperto. 

Certo è che la Bellezza vada preservata, perché forse ci salverà. Per questo servono prudenza e giudizio nel contestualizzare i dischi. Bisogna ascoltarli davvero, a lungo e con attenzione. Questo l’approccio che spiega il mio fior da fiore 2020, dritto da un setacciare meticoloso che opero anche in altri aspetti della vita. Meno è più: più soddisfatti, più felici, magari anche un poco più sereni. Sappiatemi dire, dilette lettrici e diletti lettori. Nell’attesa, vi abbraccio più calorosamente che mai.

japanese best 2020

My Bunch Of Sweeties

Algiers – There Is No Year

Terry Allen – Just Like Moby Dick

Dream Syndicate – The Universe Inside

Bob Dylan – Rough & Rowdy Ways

Bill Fay – Countless Branches

Flaming Lips – American Head

Gurubanana/Nana Bang – Ear Refill/Life Of An Ant

Heliocentrics – Infinity Of Now

Holy Fuck – Deleter

Mourning (A) BLKstar – The Cycle

Run The Jewels – 4

Wire – Mind Hive

Blasts From The Past

Allison Run – Walking On The Bridge

Free Design – Are Free: The Original Recordings 1967-72

Jon Hassell/Farafina – Flash Of The Spirit

Ennio Morricone – Morricone Segreto

Tom Petty – Wildflowers & All The Rest

Prince – Sign o’ The Times (super deluxe)