Bim Sherman oltre l’arcobaleno

Da ateo razionalista vivo abbastanza felicemente e ciò nonostante alcuni eventi continuano a essere inspiegabili. Ha ragione William Shakespeare, quando fa dire ad Amleto – o è forse il contrario? – che in cielo e terra ci sono più cose di quante ne sogni la filosofia. Per coerenza non dovrei credere nei miracoli perché, anche se non siamo in grado di vederla, ogni cosa ha una spiegazione. Tuttavia sono convinto che nell’Arte sia molto più sensato abbandonarsi all’estasi dell’ignoto e lasciare la mente libera. I prodigi qui esistono: in attesa sui nostri scaffali, basta ascoltarli per riceverne poesia indenne alle ingiurie del tempo e della vita. Ecco, la vita. Certo non è stata clemente con Barret Lloyd Vincent, ma un po’ consola che quest’uomo, scomparso di cancro a cinquant’anni e noto agli amanti del reggae come Bim Sherman, ci abbia lasciato un Capolavoro giustappunto intitolato “Miracolo”. Nessuna vanteria, poiché la sua Bellezza è concreta come terra arata e sfuggente come brezza primaverile. Lo sarà in eterno.

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Non fu semplice giungervi per la voce più dolce e pura di Giamaica. Un’ugola di seta che si conficca subito nel cuore è il dono di chi nasce nel 1950 a Westmoreland e, siccome la passione per la musica divampa presto, si sposta a Kingston spaccandosi la schiena con i mestieri più disparati ed esordisce su vinile diciottenne. Lo assiste Sid Bucknor, che rivedremo sul tris d’assi Catch A Fire’/Burning/Natty Dread e in curriculum già vanta produzioni per Toots & The Maytals, Desmond Dekker, Ken Boothe e decine di altri. Del 45 giri Love Forever, Sid è colpito per la qualità ma principalmente per la determinazione con la quale Sherman vuole controllare la propria carriera.

Sottraendosi al piratesco mercato locale, per le strade vende una serie di singoli in bello stile roots; alla fine dei ’70 ne raccoglie una decina sull’LP Love Forever, affidato alla britannica Tribesman in cerca di sbocchi più ampi. Mossa successiva un trasloco in Inghilterra e l’incontro, propiziato dall’amico comune Prince Far I, con Adrian Sherwood. Fan sfegatato, costui lo accoglie a braccia aperte presso la On-U Sound: presenza ricorrente nei lavori di New Age Steppers, Singers & Players, Justice League Of Zion e Dub Syndicate, nel 1982 Bim consegna prove tecniche di grandezza in Across The Red Sea e non è affatto male anche il gruzzolo di 33 giri su Century, altra griffe autarchica che lo confina al culto.

Miracle

È da qui che con una felice casualità si entra nella Storia. Ai Manor Studios, un giorno del 1994 Sherman reincide alcuni suoi classici in chiave “unplugged” assieme al chitarrista Skip McDonald e al percussionista indiano Talvin Singh. Tale la bontà dell’esito che si prosegue a sperimentare con il bassista Doug Wimbish, i cori di Carlton Ogilvie e la preziosa supervisione del mago Adrian. A Bombay vengono aggiunti gli archi della Studio Beat Orchestra, stratificando e intrecciando le trame con la stessa naturalezza che appartiene alla mirabile commistione di stili e all’interazione fra elettronica e strumenti organici.

A rendere Miracle un vertice assoluto è in ogni caso la voce di Sherman, anima di un uomo che in un’ora scarsa disegna mondi meravigliosi dove il Gange sfocia nei Caraibi (Golden Locks, Simple Life, Can I Be Free From Crying) e il reggae, scivolando pigro lungo tangenti dub, si colora di soul orchestrale (Bewildered, Must Be A Dream, Just Can’t Stand It) e immagina un Forever Changes pacificato e terzomondista (Over The Rainbow, My Woman, Lover’s Leap). Tempo dei pleonastici remix di It Must Be A Dream e della discreta replica What Happened? e siamo al drammatico addio. Poche settimane dopo la diagnosi, Sherman muore a Londra. A pensarci ancora non mi pare vero, ma talvolta i miracoli si negano. Così purtroppo è la vita.

Salute, efficienza, genio: This Heat

Nei giorni in cui scrivo queste righe i britannici Black Country, New Road sono il nome del momento. Portabandiera del “post-rock 2.0”, posseggono il minimo sindacale di umanità sufficiente a scansare l’approccio tutto tecnica e zero emozione di troppi colleghi e pertanto paiono promettenti. Tra i riferimenti centrifugati dai ragazzi saltano all’orecchio i This Heat, dimostrando quanto fu forte a suo tempo il legame tra rock progressista e new wave e come quella “alleanza” si sia riverberata su chi ha raccolto il testimone. Un robusto filo rosso lega infatti Van Der Graaf Generator, King Crimson, P.I.L., Pere Ubu, Slint e June Of ’44 ai Black Country, New Road: nel mezzo, la cerniera post tra punk e rock dei This Heat è un “a sé” di sconcertante contemporaneità con un cuore umano nascosto sotto la potenza dello stile e delle idee.

Un equilibrio raro tra avanguardia e umanesimo, il loro, cui va aggiunto uno spruzzo di caustica ironia per tracciare un parallelo con i Faust: che il collettivo di Wümme fosse un modello dichiarato per i This Heat è la logica chiusura del cerchio e la conferma del carattere duraturo e autorigenerante delle migliori musiche di ricerca. Lo sapeva bene John Peel quando sottolineava l’unicità di una band che, formatosi nella scena di Canterbury, non cedette all’onanismo ma preferì indagare grigi panorami urbani e annunciare apocalissi a venire tenendosi stretti il look falsamente casual, la coerenza, il gusto per la provocazione. Come per gli Henry Cow, chiamatelo avant rock in opposizione.

Attivi dagli albori del decennio con il progetto impro Dolphin Logic, i due Charles (Bullen: fiati, chitarra, viola) e Hayward (batterista proveniente dai Quiet Sun di Phil Manzanera) incontrano nel ’75 il “non musicista” Gareth Williams, lo sistemano a basso e tastiere e sperimentano nel disastrato sud di Londra ricavando uno studio da una cella frigorifera. Tra le mura del Cold Storage – afferrata l’ironia, vero? – sfogano la creatività e, pensando ai Can e all’Inner Space, smantellano le convenzioni tra stratificate tessiture, oggetti trovati e un approccio che tratta luogo e atto della registrazione come strumenti. Dopo una parentesi a nome Friendly Rifles e il cambio di ragione sociale suggerito dalla torrida estate 1976, Peel ascolta un demo casalingo e nel marzo Settantasette convoca gli sconosciuti senza contratto a registrare una session che in piena apoteosi punk offre sonorità fantasticamente innovative.

Esemplare il capolavoro Horizontal Hold, che anticipa la meglio gioventù di Louisville tra slarghi krauti, matematica frippiana e funk industriale. Otto minuti e mezzo che, previa una leggera sforbiciata, avranno l’onore di aprire il primo LP e qui garantiscono di già gli annali a chi rincara la dose con l’ambient malata di Not Waving e una The Fall Of Saigon cupa e trafitta da clangori tipicamente June Of ’44; sei mesi e un altro mazzetto di brani si cimenta con ispido pseudo jazz industriale, scontri frontali Shellac/Liars, anticamere di Immagine Pubblica, parafrasi audio del test di Rorschach. La faccenda è così avanti che servono due anni per un album, inciso con calma e pubblicato dalla neonata Piano di Chris Cunningham. Noto anche come “blue and yellow” per la minimale confezione, This Heat dispiega le 24 Track Loop e Testcard che prefigurano la techno più astratta e l’isolazionismo, una rediviva Not Waving colma di malinconia wyattiana, l’omaggio a Tago Mago di Water e una Twilight Furniture che viaggia verso la rarefazione; altrove, l’orrorosa Diet Of Worms risponde all’esplicativa Music Like Escaping Gas e una The Fall Of Saigon viepiù livida riordina il caos di Rainforest. Ascolti e non ci credi che abbiano più di quattro decenni sul groppone.

Mentre il management prova a trasformare il trio in una sorta di Pink Floyd per le nuove generazioni, nel 1980 il 12” Health And Efficiency conduce a estreme conseguenze la manipolazione di nastri con una Graphic/Varispeed suonabile a 16, 45 e 33 giri, ma recapita anche una formidabile title-track che preconizza i Battles sposando krautrock, rumorismo e melodia. Su tali basi un anno dopo Deceit segna il passaggio a Rough Trade innestando sapori etnici sul tronco di brani obliqui eppure solidi che reinterpretano i Talking Heads e indicano la via ai Savage Republic. Di un album che guarda al debutto nel jazz mitteleuropeo Triumph e nella serrata Paper Hats persuadono inoltre le moderate progressioni cantabili (apice l’immane A New Kind of Water) e una fermezza che fonde slancio, raffinatezza, trasversalità. Nonostante rimanga molto da esplorare, dopo una breve e poco convincente esperienza senza Williams nel 1982 ci si separa e partono le rispettive carriere soliste.

Dei This Heat si torna a parlare sottovoce nei medi Novanta, quando la These, etichetta legata al gruppo, immette sul mercato Repeat, che a Graphic Varispeed i rabbrividenti bordoni da rituale Gamelan di Metal. Altri tre anni e il fondamentale Made Available recupera le incisioni per la BBC accompagnando la definitiva consacrazione del post-rock con l’effetto collaterale della (ri)scoperta della band e un riaffacciarsi sulle scene interrotto dalla morte di Gareth nel dicembre di vent’anni fa. A tirare le somme nel 2006 Out Of Cold Storage, imperdibile box con l’integrale discografico e inediti, poiché non si va oltre quel trio. Da un lustro infatti Bullen e Hayward si esibiscono dal vivo con la sigla This Is Not This Heat, ospitando spiriti affini come Thurston Moore e Alexis Taylor. Non riesco a immaginare un modo migliore di restare fedeli a se stessi e onorare la memoria dell’amico scomparso. Avanguardia e umanesimo, fino alla fine.