Tra cinismo e umanità: Springtime

Nella storia della nostra musica, una regola non scritta – nondimeno piuttosto ricorrente – stabilisce che non tutti i supergruppi escono col buco. Che spesso la coabitazione di talenti è una faccenda complessa da gestire e può non avere esiti significativi. I contrasti di ego, un eccessivo senso di sicurezza, la comodità di offrire ciò che la gente si aspetta e cavarsela con il blasone stanno in costante agguato. Come ben sappiamo, basta poco per sprecare un’occasione, ma nulla di tutto ciò accade nell’omonimo album degli Springtime, pubblicato un paio di settimane or sono dall’americana Joyful Noise.

È infatti modernissimo il power trio “made in Oceania” in cui militano Gareth Liddiard (ex Drones, oggi in Tropical Fuck Storm), Jim White – già batterista nei sublimi pittori di malinconie Dirty Three – e il pianista Chris Abrahams dei maestri avant-garde The Necks. Tutta gente che ha costruito una carriera disdegnando le opzioni semplici e i cliché, sono artisti autentici che piacciono perché non stanno mai fermi, badano al sodo e offrono musica che dura nel tempo. Musica che nel caso specifico scava buchi nell’anima con cinismo e passione, istinto e razionalità: questi i pilastri “emotivi” che sorreggono Springtime e le sue canzoni in pellegrinaggio tra cadute nella cupezza e salvifici bagliori.

Sono canzoni che di primo acchito potrebbero risultare scontrose, per il modo in cui omaggiano le radici maltrattandole e per come camminano sul filo del rasoio fermandosi un passo prima dell’ipotetico sfascio. Ma date loro retta, e presto vi spiegheranno che esiste una zona intermedia dove le lucide riflessioni e il delirio immaginifico finiscono col confondersi. Su quella via lastricata di cocci e ruggine troverete martellanti richiami al Re Inkiostro dell’epoca d’oro (l’ipnotica, possente Will To Power), saggi di mestizia tremolante come un fantasma cordiale (la gemma Viaduct Love Suicide, vicina ai Black Heart Procession), folk trasfigurato a testa alta partendo dai classici (una splendida rilettura di She Moved Through The Fair).

Laddove la prolungata apnea jazz Jeanie In A Bottle si tuffa dove l’acqua è più scura, The Island alterna stasi, nevrosi e rumorismo, la cover di West Palm Beach omaggia Will Oldham con equilibrio e The Killing Of The Village Idiot chiude riassumendo l’estetica dell’intero progetto. Che altro aggiungere, se non che coraggio e talento vanno premiati sempre, e di questi tempi più che mai? Traete le vostre conclusioni mentre chiamo al banco dei testimoni la cartella stampa, che riporta commenti di un altro bel genio dello sconvolgimento come David Yow dei Jesus Lizard. Ne estraggo parole che racchiudono l’essenza e il valore di Springtime: “Potreste chiamarlo jazz, ma sarebbe una parola comunque poco adatta. La loro musica è sincera. È una cosa importante.” Verità di sofferto, laicissimo Vangelo che vi invito a toccare con orecchio.

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