Movietone: il mare dentro

Il Movietone è una tecnica inventata quasi cent’anni fa per registrare immagini e sonoro in sincronia. Anche se fu scelto per caso, trovo che si leghi bene alle suggestioni evocate da una formazione che con Stereolab e Pram appartiene al club degli “Hauntologi” ante litteram, indagatori del monoscopio atavico della memoria che ognuno possiede. Con diverse sfumature, sono i capostipiti della tradizione che, passando attraverso i Broadcast e il “giro” Ghost Box, sfocia nell’attualità di Vanishing Twin e Beautify Junkyards: “Non saprei dire se la nostra musica sia cinematica o evochi un passato immaginario. Se accade, è una fortunata coincidenza. In ogni caso, molte canzoni sono ispirate dai film: Jean Luc Godard ha influenzato profondamente il silenzio e la struttura dei brani, e anche la scena con la casa che esplode in ‘Zabriskie Point’.“ Sono trascorsi anni, ma i Movietone li ricordo nitidamente che iniziano un concerto da punti diversi del locale coinvolgendo gli astanti in un magico gioco. Penso ai significati del verbo “play” e tutto quadra.

Del resto quadrava anche nei medi anni Novanta a Bristol, dove Kate Wright (che ringrazio per le dichiarazioni che leggete qui), Rachel Brook e Matt Elliott militano nei Lynda’s Strange Vacation: “Ci incontravamo ai concerti e frequentavamo la Cotham, una scuola superiore vicina al caffè dove ci ritrovavamo abitualmente e al negozio di dischi dove lavorava Matt Elliott.” Oltre al Brit-pop, impazza un trip-hop del quale nella nuova avventura trattengono la lentezza e il senso per le atmosfere, benché i loro gusti – eterogenei ma in fondo complementari – vadano dai Velvet Underground a Nick Drake e Tim Buckley passando per krautrock, shoegaze, new wave, indie-noise, jazz, tropicalismo, slowcore e altro ancora. Di sì vasto campionario, nel loro suono rinvenite scaglie e aromi impastati con una malinconia da spiagge di inizio/fine stagione, quando con poca gente intorno e un clima più fresco ti rilassi per davvero.

Nella “mini scena” di Bristol parallela a Massive Attack e dintorni, l’iperattivo trio – Rachel era nei Flying Saucer Attack, Matt opera anche come Third Eye Foundation – accoglie alla batteria Matt Jones A/K/A Crescent e il marchio cittadino Planet battezza i primi passi: “Matt Jones rispose a un annuncio e presero i Crescent. Siccome cercavano una band con ragazze, io e Rachel formammo i Movietone e fu naturale coinvolgere gli altri. Alcuni di noi andavano all’università e appena possibile tornavamo a Bristol per le prove: in treno lavoravo sulle canzoni, che si adattavano al paesaggio che vedevo dal finestrino.“ Lungometraggio e colonna sonora virtuali in un colpo solo, insomma, offerti con inventiva già dalla “quiete rumorosa” del 45 giri She Smiled Mandarine Like/Orange Zero.

Nel 1996 replica l’umbratile gemma Mono Valley/Under The 3000 Foot Red Ceiling, anticipando un LP omonimo ruvido e naif ma complessivamente riuscito. Oltre alle ripescate Orange Zero e Mono Valley piacciono la velvetiana Chance Is Her Opera, il folk ombroso Green Ray e quello cristallino Late July, l’estatica 3 AM Walking Smoking Talking. Entro un biennio Day And Night lascia affiorare la voce della Wright, lima gli spigoli ed è il capolavoro di chi frattanto è passato alla Domino: “Matt Jones aveva acquistato un otto piste con il quale incidemmo gran parte del disco. Ha il suono che preferisco, le canzoni posseggono spazialità e credo trattenga la nostra essenza.” Un insieme minimale, raccolto e attento all’intarsio benedice l’incanto Blank Like Snow, il jazz-folk Sun Drawing, la sinuosa Night Of The Acacias ispirata da Alice Coltrane e i viluppi di Noche Marina. Se Blank Like Snow plana da un rasserenato Pink Moon, Useless Landscape, Summer e l’ipnotica The Crystallisation Of Salt At Night padroneggiano il lessico di Mark Hollis.

Scrosciano gli applausi, tuttavia non sono da meno i successori The Blossom Filled Streets e The Sand And The Stars. Il primo compensa nel 2000 il forfait di Elliott con nuovi compagni, una tavolozza espansa e panorami in cui è dolce naufragare: “Fu un disco molto personale, con testi importanti e composizioni difficili da concretizzare per la complessità strumentale.“La costa britannica diventa uno stato della mente popolato da inquietudini (Hydra, 1930’s Beach House), ricami (Star Ruby, Night In These Rooms) e stratificazioni (Year Ending, il brano omonimo). The Sand And The Stars chiude una pausa triennale spesa sugli altri progetti disegnando una mappa dell’anima del gruppo, sia nell’artwork che nella scelta di suonare davanti al mare: “Il feeling generale è più ampio. Invitammo degli amici in una casa sulla scogliera e registrare al buio sulla sabbia fu di grande ispirazione, nonostante il problema di portare contrabbasso e batteria lungo un sentiero ripido.

Accanto ai classici acquerelli (In Mexico, We Rode On, la title-track) sfilano i Galaxie 500 albionici di Ocean Song, una popolaresca Pale Tracks, lo splendore sospeso Snow Is Falling, la polaroid Near Marconi’s Hut e la festa mesta Beach Samba. E poi stop, fine delle trasmissioni. Concluso l’impegno contrattuale c’è chi mette su famiglia, chi si occupa d’altro e il tempo non basta: le strade si dividono artisticamente e gli amici rimangono tali. Lo sguardo fisso in un orizzonte dove acqua e cielo si confondono, non resta che aggiungere al quadro l’ultima pennellata The Movietone Peel Sessions 1994-1997, edito in questi giorni dalla Textile. Perché questa non è “solo” bellissima musica, questa, ma un’oasi di riservata bellezza in cui rifugiarsi. Qualcosa di necessario, in tempi bui.

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