Brividi e mal di pancia in pillole, 4

Basement 3 – Naturalismo! (autoproduzione)

Gruppi italiani interessanti e dove trovarli… Per esempio a pochi chilometri da casa, nella pianura dove la pianura bresciana sfuma nel cremonese. Un contesto provinciale nell’accezione più felice possibile, cioè quella di luoghi che sorprendono con il senso di rivalsa verso la metropoli e la distanza critica. Pensate a Bristol o alle scene decentrate del rock americano alternativo come Chapel Hill e Olympia ed ecco: nei Basement 3 non trovate concessioni alle mode, sbiadite fotocopie di modelli esteri o vacuo dilettantismo un tanto al chilo. Il trio ha le idee chiare, suona senza batteria intrecciando con gusto e inventiva chitarre acustiche ed elettriche, basso ipnotico ed elettronica vintage.

Artigiani sul serio indipendenti, i Basement 3 trafficano con la psichedelia da prospettive post aperte alla contaminazione e in questo secondo album si allontanano senza strappi dal già pregevole esordio Permafrost Walkers del 2019 per approdare a una forma canzone personale e non classificabile in categorie troppo precise. Riconoscibili gli ingredienti, il sapore della ricetta è ogni volta intrigante: Tabula Rasa sono Kevin Ayers e Captain Beefheart che si incontrano in una bolla a gravità intermittente, Johnny Ray e Buy A House deliziano con folk-pop immediati e colmi di emozioni, l’articolata I Have No Mouth è una pagina luccicante vicina a Snakefinger – punto di riferimento inatteso e benvenuto che torna altrove – e Labord’s Chameleon Short Lifespan un gioiellino di estatica wavedelia. Se in Humphrey Bogart i Suicide esagerano con le anfetamine e si credono i Devo, Terminal 2 cita i Velvet Underground con uno space rock barocco però pure minimale. Eccentrico, Naturalismo!, ma con i piedi piantati in terra. Proprio come la provincia e i suoi talenti.

King Hannah – I’m Not Sorry, I Was Just Being Me (City Slang)

A volte le aspettative generate dai luoghi comuni possono spiazzare. Prendete Hannah Merrick e Craig Whittle, alias King Hannah: vengono da Liverpool ma non offrono pop chitarristico o new wave immersa nella psichedelia. In ogni caso, occorre fare dei distinguo poiché la Merrick ha origini gallesi e quantunque nei King Hannah latiti l’influenza di Echo & The Bunnymen e Teardrop Explodes, è altresì innegabile che la visionarietà sia per loro un elemento fondamentale. È psichedelia anche la loro, poggiata su un torpore oppiaceo da qualche parte tra vivissimi ricordi dello slowcore (Ants Crawling On An Apple Stork, Berenson) e gli incantesimi di Opal e Mazzy Star (All Being Fine, Go-Kart Kid) e tuttavia non finisce lì. Perché il duo mescola abilmente le carte ispirandosi al desolato Neil Young di metà anni Settanta (il capolavoro The Moods That I Get In), all’eremita Jesse Sykes (la title-track, Big Big Baby), ai Portishead (Foolius Caesar), al cantautorato di P. J. Harvey (A Well-Made Woman) e Anna Calvi (It’s Me And You, Kid).

Tutti insieme appassionatamente, sono i riferimenti di una bellezza che si svela con gli ascolti e che al tratto marcato preferisce i ricami. Una bellezza minimale ma robusta che sistema chitarre traslucide su groove secchi, ipnotici e colmi di dolceamaro intontimento acid-blues, così che le canzoni paiono sempre sul punto di esplodere e invece avvolgono nella coda di una cometa. Nel suo esperanto neo-psichedelico intessuto di atmosfere insieme coinvolte e distanti, I’m Not Sorry, I Was Just Being Me non ha paura di mostrare le influenze che si cuce addosso con personalità e affidandosi a una scrittura di alto livello. Soprattutto, sparge attorno a sé un romanticismo obliquo e meravigliato al quale presto scopri di non poter più rinunciare. In una parola: splendido.

Ree-vo – Dial ‘R’ For Ree-Vo (Dell’Orso)

La regola del “dimmi da dove vieni e ti dirò che musica fai” è viceversa assai utile per inquadrare T-Relly e Andy “Spaceland” Jenks. L’ascoltatore non faticherà a cogliere l’origine del duo attivo dietro la sigla Ree-vo grazie alla tagliente caligine che avviluppa i suoni e al tono colloso e rauco con cui si sgranano rime. Naturale, se provieni da Bristol e ti dai da fare con trip e hip hop: in fin dei conti, non c’è assolutamente nulla di sbagliato nell’avere dei modelli se li tratti come punti di partenza per approdi originali. Cosa che accade con i Ree-Vo, che vantano curriculum di tutto rispetto: T-Relly è un rapper stimato attivo socialmente e Andy è in giro dagli anni ’90, nei quali i suoi Alpha pubblicavano per l’etichetta dei Massive Attack e lui era tra i DJ che costoro si portavano in tour.

Da allora si è cimentato in collaborazioni e uscite discografiche di ampissime vedute, spaziando da nomi underground a un gigante come Mark Stewart. Di conseguenza, nella mezz’ora dell’e.p. Dial ‘R’ for Ree-Vo non vi è traccia di revival e, tra un remix e un originale, si chiude il cerchio che dai Dälek conduce a Pole. Pastoso e aggressivo ma dotato di umanità lo stile di Relly, le musiche vi si sposano nel migliore dei modi: parla chiaro in tal senso Protein, riletta da Kevin Martin alias The Bug in electro-hop scalciante ma sinuoso e da Rob Smith (metà dei concittadini Smith And Mighty) avvolgendo aromi giamaicani in nervosismi latenti. E se Groove With It avanza inesorabile su una fanfara maniacale, Monitoring The Attack Of The Tamarisk Munching Beetles è dub ipnotico e i minacciosi hip-hop mutanti Fires e Combat (Surgeon Remix) sbatacchiano per la collottola. Qui si smantella la tradizione per ricomporla con lo spirito di oggi, signore e signori. Restate sintonizzati.

Da costa a costa, la febbre di David Wiffen

Passami la bottiglia. Dammela. Ci sono un sacco di ragioni per svuotarla. Lenire il dolore, forse persino uccidermi. Giù un altro, vai.” Nella sua fredda lucidità, è un ritratto impietoso che oscilla tra l’ammissione di colpa e la rassegnazione di quando non ne puoi più e l’unica cosa che vorresti dire è “basta”. Ti aspetti che chi ha scritto queste parole (sistemandole su una musica al contrario briosa) abbia alle spalle una vita di cadute. Invece, More Often Than Not David Wiffen l’ha pubblicata poco prima di compiere trent’anni. Si trova su un album omonimo – secondo in ordine di pubblicazione, primo a essere stato registrato in studio – che poggia mezz’oretta di country e folk su una penna raffinata, sonorità elaborate e il baritono di David. Cercatelo, se amate Lee Hazlewood e Fred Neil.

Fuori nel 1971, non va da nessuna parte e l’artefice resterà un culto nonostante le riletture di Tom Rush e Byrds, di Jerry Jeff Walker e Ian & Sylvia, di Eric Andersen e persino Harry Belafonte. Più recentemente Cowboy Junkies, Jayhawks e Rich Robinson hanno omaggiato un talento consegnatosi in un (mica tanto) piccolo capolavoro di quella che oggi chiamiamo Americana. Citato nel novero de songwriter canadesi, in realtà David è nato in Inghilterra nel 1942 e ha attraversato l’Atlantico a sedici anni, dopo alcuni traslochi che dalla fattoria della zia – dove cresce con la madre mentre il babbo ingegnere è al fronte – lo hanno portato a Claygate. A scuola milita in un gruppo skiffle e in Canada bazzica le caffetterie del folk revival, spostandosi con l’autostop a Toronto, Edmonton, Calgary.

Da costa a costa, debutta su disco a Vancouver nel 1965 in circostanze singolari: lo invitano a una compilation dal vivo, il giorno dell’incisione è l’unico a presentarsi ed ecco un David Wiffen At The Bunkhouse Coffeehouse, Vancouver BC del quale non si accorge nessuno. Cambiati i tempi, gioca la carta del gruppo: combinano poco i Pacers, ma tramite i Children diventa amico di Bruce Cockburn e Richard Patterson. Li rincontra nei Three’s a Crowd, che nel ’68 consegnano un passabile pastiche di acid-folk barocco e sunshine pop in Christophers Movie Matinee, poi attraversano una serie di vicissitudini e rimpasti fino allo scioglimento. Mentre lotta contro l’alcool, David continua a esibirsi e nel ‘71 spunta un contratto con la Fantasy. Il resto lo sapete.

Anzi, no: due anni dopo il Nostro cala l’asso Coast To Coast Fever anche grazie alla United Artists e al valore aggiunto di Cockburn, che produce e maneggia le chitarre. Sulla copertina delle successive ristampe del disco, David è mollemente adagiato su una sedia, come un cowboy che riposa dopo un lungo viaggio. Adeguatamente oppiacee e rilassate, le atmosfere mescolano country, folk e rock dentro l’alone di stordimento dei primi anni Settanta, allorché la controcultura si allontana dalla realtà mentre torna alla tradizione con il senno del poi. Oltre a ciò, Coast To Coast Fever brilla per il concept implicitamente autobiografico e arrangiamenti asciutti ma attenti al dettaglio. Soprattutto per le canzoni: svelte a imprimersi e preziose di un timbro da crooner in blue(s) che le avvolge di malinconia crepuscolare e allo stesso tempo terrigna, virile, pure un po’ svagata.

Non rinunci a nulla, qui: non a favolose ipotesi di un James Taylor rustico (White Lines, scritta da Willie P. Bennett; il florilegio acustico Climb The Stairs), non alla sognante Skybound Station dall’incedere torpidamente folk-rock che, tra corde e percussioni, apre una vena di gospel bianco, non al Lucifer’s Blues attraversato da un sax soul che sul finale osa un’impennata jazz. Altrove, il caracollare e la slide della Up On The Hillside offerta da Cockburn ricordano Beggars Banquet, episodi pianistici come la vibrante You Need A New Lover Now cortesia di Murray McLauchlan e il commiato Full Circle – qualcosa di David Ackles, nel suo dramma trattenuto – non sfigurerebbero sui primi lavori di Jackson Browne e nei solchi del coevo Closing Time, la raccolta amarezza di Smoke Rings e una meditativa We Have Had Some Good Times stendono un ponte tra l’autore di The Dolphins e il Terry Reid di River.

E poi? Poi quella bellezza se la filano in quattro gatti. Wiffen si ritira guadagnandosi da vivere come autista e, vinta la battaglia contro l’alcolismo, nel 1999 ricompare con il discreto South Of Somewhere e nel 2015 recupera in Songs From The Lost And Found vecchi brani che credeva perduti. Da poco ha tagliato il traguardo degli ottant’anni e gli auguro tutto il bene possibile. Sappia che la sua febbre era buona e qualche cuore lo ha scaldato. Grazie infinite, amico.