Frammenti di un paradiso pop: Guided By Voices

Se nutri interesse per il lato visionario del pop, a Robert Pollard vuoi un sacco di bene. Nonostante tutto, perché nessuno è perfetto e tanto meno un artigenio che probabilmente batte Billy Childish quanto a (iper)produttività. Non mi sono dato la pena di controllare, ma pare che la discografia del Nostro si attesti sulle tre cifre, e comunque i conti fateli voi. A me importa lodare la band tornata in pienissima attività con un profluvio di dischi che nemmeno la pandemia ha arrestato e, quel che più conta, in buona forma.

Ho scritto “band” e tuttavia, pur senza sminuire la cinquantina di elementi transitati nelle sue fila e il braccio destro Tobin Sprout, i Guided By Voices sono Robert Pollard. Per questo, da che mise un primo punto alla vicenda non c’è stato modo di annoiarsi tra la carriera solista e svariati altri progetti: per le medesime ragioni, la rimpatriata non offre il fianco a critiche. Anzi, sottolinea l’atemporalità delle canzoni di Bob, che sono battiti di ciglia che cuciono pop, psichedelia e new wave in un fugace momento, dove ciò che per altri è abbozzo dipinge un universo compiuto.

Rimuovere il superfluo mostrando l’arguzia compositiva è il segreto di un culto per antonomasia. Di un anello mancante tra Beatles, Television Personalities e Swell Maps che, costruendo un ponte tra R.E.M. e Beat Happening, è servito da esempio per Sebadoh e Pavement. Non è poco, ne converrete. Sorrido al pensiero che Robert (classe 1958: maestro elementare, amante dei surrealismi verbali, voce al crocevia tra Paul McCartney e Michael Stipe) si sia trovato per caso in una cantina di Dayton, Ohio, a inseguire sogni. Intorno ai venticinque anni, inizia ad avvolgere un folk-rock venato di nervosismo e popedelia in brevi schegge che sbucano da una foschia sonora.

Spetta ai Fab Four della Georgia ispirare nel 1986 il mini Forever Since Breakfast, laddove nell’87 gli LP Devil Between My Toes e Sandbox indicano discrete potenzialità, confermate entro due anni da Self-Inflicted Aerial Nostalgia. Più cupo nel 1990 Same Place The Fly Got Smashed, la svolta giunge dodici mesi dopo: autoprodotto come i predecessori in poche centinaia di vinili, Propeller vede l’ingresso di Sprout, che con la sua penna bilancia lo strapotere di Pollard. Apportato un tocco di equilibrio, il cocktail di sixties, sperimentazione e ironia non sfugge alla stampa, nel ’93 Vampire On Titus esce su Scat e un gruppo cui si sono aggiunti Mitch Mitchell, Greg Demos e Kevin Fennell – con ragione, questa viene considerata la line-up “classica” – si esibisce dal vivo con maggiore frequenza.

L’asso è calato l’anno successivo da Bee Thousand, un Revolver da cantina – ascoltare per credere Kicker Of Elves, Queens Of Cans And Jars, Echos Myron – però imbevuto di freakbeat e post-punk. Solo colpi d’ala qui, dagli Wings alticci di Tractor Rape Chain alle The Goldheart Mountaintop Queen Directory e Yours To Keep sottratte allaIncredibile String Band, passando per la dolcezza svagata di A Big Fan Of The Pigpen e per il Dan Treacy abbigliato paisley di I Am A Scientist. Se Mincer Ray e Hot Freaks sono gli Wire con Stipe al microfono, le incrostazioni di Hardcore Ufo e i Gang Of Four spuri di Her Psychology Today tratteggiano un manifesto estetico che restituisce anima alla musica.

Lo stile definito dal sardonico leader lo-fi arena rock impressiona la Matador ed ecco Alien Lanes riassumere un linguaggio che ora possiede anche la compattezza per imporsi nel panorama indie. Applausi agli incroci di Pixies e Beatles (As We Go up We Go Down, A Salty Salute) o di Move e Fall (Pimple Zoo, Watch Me Jumpstart), a 45 giri dimenticati nel cassetto da Pete Townshend (Closer You Are) e scivolati via da Document (Stripes White Jets), a ipotesi di Zombies in overdose di elio (Chicken Blows), agli omaggi alla Flying Nun (Blimps Go 90) e ai Soft Boys (Alright), alla sintassi matura e mirabile di Motor Away, Game Of Pricks e My Valuable Hunting Knife. Dopo l’ingresso nell’élite alternativa, Under The Bushes Under The Stars soffre però una certa stanchezza.

Il rischio dello stereotipo dietro l’angolo, nel 1997 Pollard rinnova la compagine assoldando i veterani Death Of Samantha, frattanto ribattezzatisi Cobra Verde. Si spiegano così le trame strumentali più robuste di Mag Earwhig!, evoluzione che colloca tra Big Star, Badfinger e Posies la bellezza di I Am A Tree, Bulldog Skin, Not Behind The Fighter Jet e Now To War. Logico a quel punto tentare il salto di categoria, però Ric Ocasek non trova la quadra di uno standard compositivo inusualmente basso: continuamente rinviato, Do The Collapse esce su TVT nel ’99 lambendo il fondo dei Top 200 con una blanda e stralunata parafrasi degli Weezer. Mentre dei Cobra Verde rimane solo il prezioso Doug Gillard, il periodo negativo prosegue con il divorzio del nostro eroe, che tuttavia trova la forza di reagire e recupera terreno in Isolation Drills.

Scarse le vendite, rientra alla Matador per Universal Truths And Cycles, Earthquake Glue e Half Smiles Of The Decomposed che, a inizio del nuovo millennio, coniugano inventiva e verve. Si chiude su una nota alta: una maratona di quattro ore e sessantatré (!) canzoni, tenuta il 31 dicembre 2004 al Metro di Chicago e immortalata dal DVD The Electrifying Conclusion. Come accennato in apertura, lo spazio verrà colmato da un profluvio di sigle e imprese solitarie da setacciare in cerca di gioiellini. Infine, la nostalgia una tantum non canaglia riallaccia i fili del discorso dal 2010 al 2014. Infine, sei anni fa Robert ha riaperto i cancelli del suo bizzarro e bellissimo mondo. Un mondo che somiglia a un paradiso per atei. Siate i benvenuti.

4 pensieri riguardo “Frammenti di un paradiso pop: Guided By Voices”

  1. Finalmente qualche anima pia che in Italia si accorge dei gbv, la band più criminalmente sottovalutata degli ultimi 40 anni (nemmeno titolari di uno straccio di monografia su ondarock, nessuna recensione italiana degli ultimi 2 lp, giusto per dare un’idea…) Unico neo, se proprio devo trovarne uno, è una mancata valutazione delle successive line-up e la mancanza di qualsivoglia accenno agli ep (caratteristici soprattutto del periodo 92-96, ascoltare static airplane jive x avere un’idea…) e ad alcuni lavori solisti di pollard non inferiori al livello dei gbv come kid marine, speak kindly…, coreographed man of war, nonché il capitolo boston spaceships. Ma sarebbe volere troppo..grazie cmq x la recensione, anche se under the bushes.. è il loro lavoro più maturo e consistente/solido imho

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  2. Prego! In realtà l’idea era di fare un articolo focalizzato sul loro periodo ‘classico’ ed evitare elenchi di dischi un po’ tediosi, data la mole della produzione. Nonché qualcosa che potesse risultare gradito ai fan e stuzzicante per tutti gli altri.

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    1. Sono d’accordo, in fondo si parla di una realtà che annovera più brani di who, beatles, stones, dylan, floyd, zeppelin, byrds, move, bowie, t rex e velvet messi insieme, già riuscire a inoculare una qualche curiosità è un’impresa di questi tempi…btw non credo che il seppur leggendario billy childish arrivi alla metà dei 1700 pezzi (ma mentre scrivo sono aumentati) registrati ufficialmente dal maestro di Dayton, e cmq non con l’impressionante varietà di registri utilizzati da pollard…il fatto è che, oltre alla quantità spesso c’è anche la qualità. Cmq grazie, ti considero un eroe postmoderno

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