Son House riporta tutto a casa

Prima di essere un genere musicale, il blues risiede nel profondo dell’anima. È una condizione che ereditiamo senza quasi rendercene conto finché non ci si para di fronte in tutta la sua ineluttabilità, e proprio per questo costituisce materia perfetta di/per mitologie ed epopee. Talvolta, anche di storie che piace raccontare perché sono belle e riconciliano con il mondo come quella che vi apprestate a leggere, un tassello scintillante del mosaico dove i visi pallidi si ricongiungono ai Maestri in una serie di scambi reciproci. Una vicenda molto simile alla sceneggiatura di un film che, se venisse girato, inizierebbe la sera del ventitré giugno 1964.

Un maggiolino Volkswagen rosso si ferma davanti a un condominio di Greig Street a Rochester, nello stato di New York. Dall’auto scendono tre esperti di blues al colmo dell’eccitazione. Possiamo capirli, dato che stanno per incontrare una leggenda e terminare la ricerca che dal sud li ha condotti nella contea di Monroe. A loro pare incredibile che l’uomo seduto sulle scale abbia incrociato la chitarra con Charlie Patton, e ancor più che nel ‘43 sia giunto sulle rive del lago Ontario per lavorare in fonderia, fare il cuoco e il portantino alla stazione. Adesso è lì: un pensionato quieto e distinto che li osserva, domandandosi cosa vogliano.

Si chiama Eddie James House Jr., lo conoscono come Son House ed è un gigante come i contemporanei Charley Patton e Robert Johnson, rispetto ai quali ha però avuto la fortuna di vivere dopo l’epoca d’oro del country blues prebellico. Il suo stile è un polveroso, scuro intreccio di amore e morte, di sofferenza e fede. Un lamento granuloso e ancestrale, un patrimonio culturale e umano racchiuso in canzoni che furono raccolte negli anni Trenta dalla Paramount e, un decennio e rotti più tardi, da Alan Lomax. Canzoni che potete – anzi: dovete – ascoltare e la maniera più semplice è procurarsi un CD del 2004 intitolato A Proper Introduction To Son House: Delta Blues.

Vi ruberà subito il cuore chi nasceva nel 1902 in Mississippi da un musicista col vizio dell’alcolismo. I genitori si separano che “Son” ha otto anni e già canticchia: trasloca con la madre in Louisiana, a New Orleans sposa una donna più vecchia e sgobba nella fattoria del suocero fino al 1922. Il matrimonio in frantumi, diventa pastore episcopale ma lo cacciano presto perché donnaiolo e schiavo della bottiglia. In giro a bere, vede un tizio imbracciare la chitarra, resta folgorato e se ne procura una. Chissà che non stringa anche un patto con il diavolo, considerando che entro poche settimane è sufficientemente provetto da esibirsi nei juke joint.

Qui la faccenda prende una piega sul serio romanzesca: durante uno scontro a fuoco in un locale, Son fa secco chi lo ha ferito a una gamba. Dei quindici anni ingiunti a Parchman Farm ne sconta due, dopo di che finisce a Lula, in Mississippi, diventando amico di Charley Patton e suonando con lui. Nel 1930, la Paramount chiede a Charley altri 78 giri, ascolta House e cattura nove pezzi: tranne uno, vengono pubblicati con vendite modeste e tuttavia suscitano l’entusiasmo di Alan Lomax. Nel 1941, House (frattanto rimaritatosi) guida trattori nelle piantagioni, è contattato da Alan per un paio di memorabili sessioni, poi si sposta a Rochester e chiude con la musica. Rieccoci alla sera di inizio estate nella quale Nick Perls, Phil Spiro e Dick Waterman lo incontrano. Quest’ultimo propone di tornare sulle scene offrendosi nel ruolo di manager e House, incredulo e assolutamente ignaro del suo status, accetta. C’è però un problema: da decenni non tocca lo strumento e ha persino dimenticato il repertorio. Gli comprano una National nuova di zecca e Alan Wilson – futuro fondatore dei Canned Heat – lo aiuta a rimpadronirsi del passato con pazienza e dedizione.

Ve lo dicevo che è una bella storia, no? A fine anno Son tiene concerti, incide l’imperdibile Father Of The Folk Blues e appare su “Newsweek”. Nel circuito dei festival folk e delle università, uno che mai si era esibito per i bianchi (si) racconta e, senza saperlo, srotola un cordone ombelicale fino all’oggi. Fino a Forever On My Mind, disco che recupera una delle suddette esibizioni uscito lo scorso marzo su Easy Eye Sound, l’etichetta gestita da Dan Auerbach dei Black Keys. Siate grati a lui e a Waterman, che all’epoca metteva da parte i nastri dei concerti che ha infine deciso di rendere pubblici. Da ammiratore del bluesman, Auerbach ha svolto il compito con competenza, ripulendo le bobine di uno spettacolo tenuto in Indiana di fronte a una cinquantina di riverenti testimoni. Un pugno di classici assoluti in un’atmosfera intima e vibrante, provi i brividi di quando sei al cospetto della storia, dell’arte e del loro reciproco inseguirsi e svelarsi. Privo di qualsiasi filtro, è cinéma vérité sonoro da avere senza “se” e “ma”. Perché qui non troverete l’anima di un uomo, ma quella che appartiene a tutti noi. Troverete una voce vicina più presente che mai. E così sia.

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2 pensieri riguardo “Son House riporta tutto a casa”

  1. Ciao Giancarlo, per quanto faccia ricerche su internet non mi risulta che Son House nel 1965 (o nel 1966, o in tutta la sua carriera) abbia pubblicato un album intitolato “Father of the Delta Blues”. Intendi forse “Father of Folk Blues” (Columbia, 1965)? Grazie comunque per avermi/ci segnalato la pubblicazione di “Forever on My Mind”. Che gigante, Son House!

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