Tutti gli articoli di Giancarlo Turra

Sono nato nell'anno in cui si sono sciolti i Beatles e vivo a Brescia. Da quando ero sedicenne, la musica è una ragione di vita e una passione sconfinata. Per alcuni anni ho scritto per le riviste "Il Mucchio" ed "Extra". Ho partecipato con altri tre amici e colleghi al volume "1000 dischi fondamentali" pubblicato da Giunti e allo speciale sui Cure per "Classic Rock". Benvenuti sul mio blog...

Classics Revisited: Galaxie 500 – la nostra musica, oggi

Breve esercizio di scienza dell’ovvio: l’anima sonora dei Velvet Underground era duplice però complementare. Stordenti orge rumoriste e spettri folk urbani si sposavano in albe color neon tramite innocenze smarrite, seducenti ambiguità e cocci di sogni. Tra cento altre faccende, questa Arte concreta e priva di prosopopea ha dato forma alla new-wave, al pop chitarristico di scuola Postcard/Creation, al rock prefissato indie e post, a shoegaze e slowcore. E a una band americana che in coda agli ‘80 fuse o precorse tutto ciò, pescando sintassi e grammatica di discorsi personali da un’educazione sentimentale eclettica, delineata in cover che – da Young Marble Giants a New Order passando per George Harrison, Rutles, Sex Pistols, Buffy St. Marie… – erano geniali trasfigurazioni come oggi non se ne ascoltano quasi più.

I Galaxie 500 tagliavano all’osso canzoni con un’invidiabile senso della dinamica. Le costruivano su pochi accordi, una voce fragile, il melodiare condotto da un basso debitore a Peter Hook, la batteria ancorata su spazi jazz e piatti oceanici. Meraviglie di essenzialità zen pronte a mutare la quiete in maree dove naufragare è dolcissimo. Forse è questo – oltre alla conclamata Classicità – che spiega le periodiche riedizioni del catalogo, tornato disponibile nel 2010 in uscite separate a poco meno di un quindicennio dall’omnicomprensivo box 1987*1991 e dal live Copenhagen, laddove un lustro prima il CD Peel Sessions fu un gran bel regalo per noi fan.

galaxie up

Lo scioglimento del trio fu un autentico trauma per tutti, inclusi i diretti interessati che vissero sulla pelle le amicizie in frantumi (tuttora le opposte fazioni comunicano solo via e-mail: almeno ci sarà risparmiata la reunion…) e l’amara chiusura di un’avventura iniziata nell’estate 1987. Dean Wareham, chitarrista e cantante neozelandese trasferitosi adolescente in America, fonda il gruppo a Boston con i compagni di studi Damon Krukowski e Naomi Yang, lui un eclettico dietro i tamburi e lei una bassista autodidatta. Tratta la ragione sociale da un modello di auto della Ford, si fanno le ossa dal vivo finché un demo ottiene buoni riscontri presso alcune radio locali. Decisi a misurarsi col vinile, si avvalgono del geniaccio Kramer in regia per l’epocale folk-gaze Tugboat e la sommessa King Of Spain.

Un anno dalla nascita della Galassia, eccole su un 7” blu della Aurora, piccolo marchio gestito da un amico. Hanno coronato un sogno, nondimeno rientrano negli studi Noise New York dell’ex Shockabilly – ed essenziale quarto elemento – incidendo materiale bastante a un LP. Dal novembre 1988 Today custodisce così false monocromie (Flowers, Tugboat) e liquidi incastri (It’s Getting Late, Pictures, Temperature’s Rising), colpi d’ala (Oblivious: Dylan accompagnato dai Go-Betweens) e una languida narcosi che, immaginando Reed e Cale sereni coetanei dei Feelies, illumina i Modern Lovers usando alla propria maniera gli arnesi della Gioventù Sonica. Riconoscibili gli ingredienti base, la ricetta possiede un sapore straordinariamente unico.

On Fire

E’ insomma pura magia cui non sottrai una nota, una pennellata, una distorsione tanto è perfetta. Magia che ora necessita di una scuderia dalle potenzialità superiori e nell’89 spetta a Rough Trade (che aveva stampato l’esordio in Europa) benedire il Capolavoro On Fire. Dai vibranti crescendo Blue Thunder e Decomposing Trees alla filastrocca Tell Me, dalla commovente innodia di Strange all’onirico wah-wah che attraversa Snowstorm, dalla vetrosa Another Day al paisley-wave che si guarda le scarpe Leave The Planet emerge il canone che influenzerà frotte di discepoli, su tutti quei Low che presto saliranno in cattedra.

Tuttavia le incomprensioni tra lo scostante Wareham e una coppia frattanto unitasi nella vita degenerano in rancore. Delle tensioni This Is Our Music non reca traccia. Di fascino maturo sì, specie negli incanti Fourth Of July e King Of Spain Part 2, nelle ipnosi Summertime e Melt Away, nelle bucoliche Hearing Voices e Way Up High, nella superba rilettura di Listen, The Snow Is Falling della vedova Lennon. Il precario equilibrio regge fino alla primavera ’91: in corso trattative con la Columbia, all’improvviso Dean lascia.

galaxie b & w

Mentre Geoff Travis salta in aria, gli uni curano le ferite e una propria casa editrice. Tornano come Pierre Etoile – “rock star” in francese: non lo trovate spiritoso? – per un estemporaneo, pregevole EP; poi, oltre la parentesi Magic Hour con ex membri dei Crystalized Movements, si dedicano alla meravigliosa folkadelia di Damon & Naomi. L’altro abbiglia i Luna con l’apprezzabile stoffa post-velvetiana proposta anche nei lavori assieme alla consorte Britta Phillips, pubblicati a nome Dean & Britta in un parallelo che non so se ironico, rancoroso o freudiano…

Confesso che a volte immagino di esserci stato anch’io all’asta per il fallimento di Rough Trade. In fondo alla sala, osservo Damon riscattare i master originali a mo’ di risarcimento per le royalties mai ricevute. Seppur con un velo di amarezza, sorrido. Perché so che questo è il giorno in cui i Galaxie 500 entrano definitivamente nella Storia. Venerati Maestri di una statura che cresce anno dopo anno con sussurrata costanza, ci hanno consegnato sfoglie emotive nelle quali perdersi come dentro certi abbaglianti tramonti d’inverno. Impossibile non amarli, se si ha un cuore.

 

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Il futuro, che bella ipotesi

Terzo anno di blog alle spalle e terza lista di preferiti. Mai avrei pensato né sperato di spingermi così in là eppure eccoci, care lettrici e cari lettori, a tirare le fila di altri dodici mesi. Mesi che hanno offerto una vendemmiata copiosa e succosa come non ne ricordavo da lungi e tale da imporre scelte drastiche per il giochino del meglio di. Il finale di decennio è insomma esaltante non solo facendo la “tara” sull’attualità: iniziati in sordina, gli anni ‘10 hanno alzato testa e asticella tornando a versare umanità nella musica. Forse perché nella babele contemporanea ci si è resi conto che l’ironia post non basta più. Forse perché il tempo stringe. Forse perché si tratta di un’ultima fiammata o dell’ennesimo ciclico risveglio della bestia rock. Staremo a vedere.

Di fatto, riemerge il desiderio di comunicare che – annotava Tolstoj a fine Ottocento – sta alla base dell’arte. Gioisco e rimango in ambito letterario citando William Faulkner, secondo il quale il passato non muore mai. Interpreto il tutto come una conferma che lo ieri è il propellente nella corsa verso un avvenire e non una zavorra colma di nostalgia canaglia. Sessant’anni di popular music lo dimostrano, siccome (a prescindere da linguaggi, epoche, stili) nel cuore e nella mente resta ciò che intreccia l’esistente con una visione ampia, cristallina. E con la forza con la quale racconta: lo stato del mondo, dei sentimenti, del tempo che scorre impietosamente o di se stesso, non importa. Importano il gesto e l’esito. Importa ricordare che senza radici non ci sono né tronco né rami.

magoo best 2018

Ragion per cui, in un elenco lievemente allargato per i suesposti motivi – e meno male che sugli scaffali c’è posto per tutti – trovate decostruzionismo dopo-rock, etnotronica militante, zibaldoni psichedelici, folk geneticamente mutato e modernamente classico, Grandi vecchi, giovani e di mezza età, Signore e Signorine che si beffano degli stereotipi. Traete le conclusioni che riterrete più consone, e magari poi ragioniamoci sopra assieme.

Intanto vi saluto con un paio di annotazioni. Low e Dirtmusic sono qualcosa di più che splendidi dischi. Rappresentano ciò che ci spinge a parlare di musica come di una forma di cultura viva. Sono la colonna spinale e sonora dei nostri giorni: simboli di un’era tribolata alla quale oppongono la propria Bellezza. E poi e infine: alcuni titoli appartengono ad artisti con l’età dei miei genitori e/o zii. Superata l’amarezza di cosa attende “in prospettiva” e l’intensità – talvolta quasi intollerabile – del passare al setaccio il proprio passato tramite le canzoni, sorrido. Ho la conferma che si può essere brand new e retro nello stesso istante, espanso oltre la finitezza della vita. E dunque, fratelli e sorelle, vi auguro un felice 2019.

turnable blonde

 

Del mio meglio, Vol. 2018

A Hawk And A Hacksaw – Forest Bathing

Neneh Cherry – Broken Politics

Ry Cooder – The Prodigal Son

Elvis Costello – Look Now

Dirtmusic – Bu Bir Ruya

Field Music – Open Here

Julia Holter – Aviary

Low – Double Negative

Nap Eyes – I’m Bad Now

Oneida – Romance

Red River Dialect – Broken Stay Open Sky

Ty Segall – Freedom’s Goblin

Spiritualized – And Nothing Hurt

Trembling Bells – Dungeness

Ryley Walker – Deafman Glance

 

Un mazzetto di ristampe

Gene Clark – Sings For You

Martin Newell – The Greatest Living Englishman

Tom Petty – An American Treasure

Peter Sellers & The Hollywood Party – The Early Years 1985-1988

Neil Young – Tonight’s The Night Live

 

Premio della critica “as time goes by”:

Marianne Faithfull – Negative Capability

Premio della critica “livin’ blues”: 

Mark Lanegan & Duke Garwood – With Animals

 

 

 

Classics Revisited: la voce della tartaruga

Lo conoscete il verso della tartaruga? John Aloysius Fahey ha provato per tutta la vita a dargli forma. Non contento, vi ha eretto intorno una muraglia che seleziona gli ascoltatori più tenaci. Insieme colonna portante e sabbia negli ingranaggi dell’American primitive guitar, si abbeverò alle fonti di folk, gospel e blues e altre se le inventò d’insana pianta. Avvolte da metafisica di gusto europeo, le dita tessevano favolosi arazzi chitarristici nella terra di nessuno – di lui solo, cioè – tra Charlie Patton, Harry Partch e Igor Stravinsky e la mente riversava sulle note di copertina flussi di (in)coscienza che mescolavano post-moderno e simbolismo, Pynchon e Joyce. Mentre l’artista si beffava di accademismi e convenzioni, una musica miracolosamente ancorata alla nuda terra da cuore e cervello consegnava le chiavi per Meraviglie somme. Nondimeno serve tuttora pazienza perché il meccanismo scatti. Lì molti si perdono. Gli altri amano John alla follia (in tutti i sensi…) sforzandosi di capirlo fino in fondo.

faheyturtleguitar

Tuttavia confesso che odio vedere gli uccelli rinchiusi nelle voliere. Lo stesso per Fahey: va lasciato pulsare sotto pelle e respirato con l’anima. Solo allora la sua obliqua purezza viene a galla come il Celacanto, un pesce del Cretaceo ritenuto estinto che riapparve all’improvviso. Oltre che dalle tartarughe, John era affascinato da quella creatura che poteva vivere cent’anni. Sfuggente per natura come il Capolavoro The Voice Of The Turtle, che dal ’68 rappresenta un tuffo ellittico nelle profondità dell’io e del tempo. L’io risale dai cori tibetani e dal trapestio di corde di A Raga Called Pat, Part III e accompagna 78 giri altrui, inanellando tante “F” che stanno per “falso” e per “Fahey”. Il tempo fonde presente e passato nel booklet (dodici pagine di (auto)mitologico collage visivo/testuale) e in registrazioni di varia provenienza.

Poi c’è lo spirito che unifica e consolida e infine avvolgerà l’artefice a mo’ di sudario. Il giorno del funerale, la frase sul retro dell’album “e la voce della tartaruga si ode nella nostra terra” (tratta dal biblico “Cantico dei Cantici” storpiando l’inglese di Re Giacomo: turle significa turtle dove, cioè tortora e non tartaruga; sublime errore, se tale fu) fungerà da epitaffio per il discolo che mezzo secolo fa pubblicò due versioni dell’LP col medesimo artwork ma scalette differenti (l’edizione digitale sistema le cose o quasi) e aveva nel frattempo ricevuto gli onori dai figliocci del post-rock.

Turtle

Mi piace crederla gradita, quell’epigrafe, all’enigma burbero che dal 2001 non è più tra noi. I romantici lo immaginano trasmigrato altrove attraverso le onde radio di “Zabriskie Point”, lui che per sempre sarà un bandolo del quale la musica riflette i nodi dorati. Tali sono qui la falsa serenità di A Raga Called Pat, Part IV e i Gastr Del Sol onirici di The Story Of Dorothy Gooch, Part I, una lieve Lewisdale Blues e la seppiata “old time” Train, le danze antiche di Bill Cheatum e la Je Ne Me Suis Reveillais Matin Pas En May restituita a Harry Smith. Quando Lonesome Valley chiude e riconduce all’inizio su un sinistro rintoccare, scorgi una luce.

Eccola brillare anche se non hai letto James Agee, non hai visto le foto di Walker Evans, non ti sei smarrito nelle pagine di William Faulkner (di sicuro A Raga Called Pat, Part III rimbalzava già nella testa del Vardaman Bundren di “Mentre Morivo”). A inizio carriera, con dovizia di documenti fasulli Fahey creò tal Blind Joe Death, un bluesman che “suonava” con lui nei dischi, questo incluso. Finì per celarsi dentro invece che dietro quell’amico immaginario esorcizzando ciò che amava per raccontarlo a modo suo. Da Lazzaro fiero, tormentato e indipendente quale era, c’è riuscito. Fare forward, voyager.

Classics Revisited: Lovin’ Spoonful – cucchiaiate di talento.

Nella popular music c’è chi riesce a essere piacevole e a lasciare il segno conservando freschezza. Considerati Beach Boys e Byrds soprannaturali “a sé”, lanciati in alto nel sole e ancora più su, i newyorchesi Lovin’ Spoonful furono tra i primi che nei Sessanta risposero alla British Invasion, assieme a quei Beau Brummels dislocati sulla costa opposta con i quali condivisero inoltre la sufficienza di certa critica. Come se sfornare hit di peso e pregio fosse un male e al proposito basterebbe ricordare l’orientamento del mercato di allora. Sottolineando subito dopo l’ammirazione di McCartney (Good Day Sunshine risultò dal tentativo di scrivere qualcosa che somigliasse a Daydream, 45 giri degli Spoonful presente anche nel jukebox di casa Lennon…) e dei fratelli Davies.

Quando poi basterebbe accostarsi sereni a canzoni colme dell’innocenza fiduciosa di un’epoca in cui anche la musica di enorme successo edificava sogni e speranze. Il segreto va cercato nella levità di tocco e nel solido, policromo background delle personalità complementari di John Sebastian e Zal Yanovsky. Classe 1944 entrambi, uno figlio d’arte (papà armonicista classico, mamma autrice per la radio) che cresce nel Greenwich Village e giovanissimo partecipa al folk revival; l’altro un chitarrista canadese, pure lui folkettaro però simpaticamente svagato.

Lovin'

Mito vuole che si conoscano la sera in cui i Beatles conquistano l’America ospiti di Ed Sullivan, il 9 febbraio 1964. Sebastian – già apprezzato turnista, in carniere un 33 giri con la Even Dozen Jug Band – si reca dall’amica Cass “presto sarò Mama” Elliot per assistere allo spettacolo televisivo e incontra Zal. Scattata l’intesa, presa la ragione sociale da Mississippi John Hurt e reclutati Steve Boone al basso e Joe Butler alla batteria, nel ’65 i Lovin’ Spoonful sono realtà. Risolto un litigio di prelazione tra Elektra e Kama Sutra in favore della seconda, a luglio Do You Believe In Magic vola alto con pieno merito. Erik Jacobsen in regia, l’album dal medesimo titolo bilancia hit e traditional, il Fred Neil di Other Side Of This Life e il robusto Night Owl Blues. Frenetico il 1966: manita di singoli in classifica e tre LP nei negozi!

Daydream aumenta la notorietà europea (la title-track svetta sulle composizioni autografe ora prevalenti) tonificando l’impasto di folk, pop, country, blues e rock che la stampa battezza “good time music” ispirandosi a un loro brano. Prescindibile il commento al film di Woody Allen “What’s Up, Tiger Lily”, Hums Of The Lovin’ Spoonful rappresenta viceversa “il” disco dei Lovin’ Spoonful. Qui la celeberrima Summer In The City, la scintillante giostra pop Full Measure, un’esplicativa Nashville Cats, l’acquerello Rain On The Roof. Qui la dolcezza di Darlin’ Companion, l’altro tributo a Neil della sospesa Coconut Grove, una 4 Eyes memore di Bo Diddley, il blues asciutto Voodoo In My Basement. Qui la maturazione di un stile che sta per fare i conti con la realtà.

spoonful

Sulla band iniziano a piovere pietre: l’arresto di Boone e Yanovsky per possesso di marijuana e la sostituzione di costui con Jerry Yester, Jacobsen che se ne va, gli hippie che li schifano. A fine ‘67 John saluta dopo la colonna sonora del coppoliano “You’re A Big Boy Now” e il più che dignitoso Everything Playing. Butler traghetta la sigla a fine decennio tramite l’inferiore Revelation: Revolution ’69, Sebastian inaugura a Woodstock la carriera solista, Yanovsky produce con Jerry Happy Sad di Tim Buckley, registra il folle Alive And Well In Argentina e poi va in Ontario a gestire un ristorante.

I membri originali si ritrovano nel ‘79 per la pellicola “One-Trick Pony” di Paul Simon e nel 2000, accolti alla “Rock And Roll Hall Of Fame”. Dai primi Novanta gira una formazione con Boone e Butler (John si è sempre rifiutato; idem Zal, morto d’infarto nel 2002; fino a un paio d’anni fa e a una storiaccia di porno-pedofilia, Yester era invece della partita) che mi sforzo di ignorare. Preferisco pensare alla magia in cui tantissimi tuttora credono. Una magia che coglie appieno lo spirito di un preciso momento storico e sociale mentre si rivela eterna. Non erano – non sono – solo canzonette. Ascoltare per credere.

Kult Korner: molto vicino, a colori – Peter Sellers And The Hollywood Party

I famigerati Ottanta. Quelli che in diretta gli Hüsker Dü definirono “importanti” e che per certi versi tali furono anche dalle nostre parti. Perché oltre a Berlusconi, Craxi e la Milano da bere c’era altro e tanto per dire: Not Moving, l’hardcore punk, Franti, la neopsichedelia… Come in America e oltremanica, quest’ultima fu una corrente sommersa, lucente e vigorosa che sovente rilesse con creatività i sixities. Il ‘77 e la new-wave avevano lasciato il segno su uno “stile acido” che guadagnò sintesi e originalità: col senno del poi, fu possibile invitare Barrett e le Maestà Sataniche alla Factory facendo festa fino all’alba. L’esempio non è casuale: Peter Sellers & The Hollywood Party erano tra i nostri nomi più interessanti in ragione di un folk-rock visionario che, venato di surrealismo e pop-art, ipotizzava i Velvet Underground del terzo LP dentro bislacchi sogni al technicolor. Sapessi com’è strano (e bello) essere psichedelici a Milano…

phhp band (1)

Avrebbero fatto un figurone i ragazzi nel catalogo Creation e in effetti il bersaglio lo mancarono di poco, comparendo in un album della britannica Glass con Pastels, Jazz Butcher, Mayo Thompson, Spacemen 3. Difficile spiegare a chi non c’era il significato di siffatto traguardo e che razza di impresa fosse, tre decenni abbondanti fa, suonare quella musica in Italia. Meno male che il fresco di stampa The Early Years 1985-1988 (ri)catapulta in un mondo di fanzine carbonare e foto sgranate, di umide cantine e idee brillanti. Applausi a Stefano Ghittoni, Tiberio Longoni e Antonio Loria – nucleo storico della formazione – e alla Spittle Dust Colours (distribuzione Goodfellas) per aver radunato i primi… sketch di Peter, ovvero l’integrale uscito su formati ormai di ardua reperibilità (7”, cassette, compilation) più le versioni “live” o alternative del materiale pubblicato sull’omonimo mini-LP della Toast. Delizioso, il vinile con accluso CD è imbevuto di un’estetica e uno spirito – naif l’intento, a fuoco il risultato – che sarebbe bello poter riportare in auge.

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Nondimeno le macchine del tempo esistono giusto nella fantascienza, ragion per cui possiamo consolarci con gioielli come la dolce e stralunata The Devil And The Moon, una Stolen Letter da suscitare l’invidia dei Television Personalities e l’onirico capolavoro di rifrazione acid-folk Spun Out Of A Mind. Per tacer di trasfigurazioni che sono in realtà omaggi (I Remember Nothing dei Joy Division, intestata allo “spin-off” Magick Y & Uncle Tybia; una stonesiana Play With Fire con Nikki Sudden che è di già lo-fi), di episodi dallo sferragliare compatto però stiloso (Chaotic Shampoo & Strange Rock’n’Roll, Acid Football, Peggy’s Farm), di un paio di pepite dei Subterranean Dining Rooms, altro progetto del Ghittoni.

Infaticabile, Stefano: sua l’idea della Crazy Mannequin, etichetta che per (troppo) poco funse da bussola estetica e sue le cose migliori – Dining Rooms, Tiresia, GDG Modern Trio – successive allo scioglimento della band. Nell’89 l’album To Make A Romance Out Of Swiftness fu il preludio al rompete le righe: nei primi Novanta le cose stavano cambiavano alla svelta, salvo infine riavvolgersi su se stesse nel loop chiamato “attualità”. Anche per questo motivo – ma soprattutto per il suo fascino ruvido e spontaneo – The Early Years 1985-1988 vanta una freschezza sconosciuta a molti contemporanei. Altra stoffa, gli abiti indossati da Mr. Sellers alla festa. Pronti per saltare in piscina?

Classics Revisited: mezzo secolo Bianco

They say it’s you birthday, we’re gonna have a good time.

Nella vita arriva un momento in cui ti stupisci di quanto tempo è trascorso da certi avvenimenti che hanno lasciato il segno. Grossomodo, coincide con lo scorrere sempre più rapido della sabbia nella clessidra, quando non sai più se sia questione di percezione o se davvero le cose viaggino a doppia velocità. I pomeriggi infiniti di quand’eri ragazzino non possono essersi dissolti così, lasciando il posto a giorni che in un lampo scivolano nelle settimane e settimane che si trasformano in mesi e mesi in anni. O forse sì. Quando poi nella giostra sai che è uscita l’ennesima versione “deluxe” di un disco che ami, qualcosa capisci. Capisci che l’Arte è una barriera contro Crono; che quando tutto è fruibile simultaneamente, spesso le cose sono fraintese per mancanza di prospettiva e un contesto non ricostruibile a posteriori; che il mezzo secolo resta comunque un traguardo importante nella cultura pop.

beatles garden 1

Nel novembre di cinquant’anni fa, il Gruppo più grande di gesù tirò le fila di ciò che aveva in larga parte plasmato. Lo fece con quattro facciate di vinile che scagliavano strampalate, lucenti biglie in tantissime direzioni. Tuttora strabilia il White Album, per come è enciclopedicamente riassuntivo ma anche avant mentre mostra quattro icone restituite a se stesse. Prodigiosa parabola, la loro, compressa in uno spazio dove in fretta dei ragazzi divennero Cesari moderni. Il doppio bianco lo trovate là, in cima, ennesimo Capolavoro nel percorso iniziato dal beat allo stato dell’arte di Rubber Soul e proseguito con il domani a chiare lettere di Revolver e lo snodo lisergico tra sogno e incubo di Sergent Pepper’s….

Un percorso da Divinità che nel ‘68 affrontano la crisi e l’unità che si sgretola attorno e dentro, però traendo energia da contrasti, delusioni e incazzature reciproche. La band si era infranta contro la realtà e un’intera epoca, con le sue aspettative e i suoi ideali, si apprestava suo malgrado allo stesso destino. Nondimeno, lo sfascio fu apparente: i Sessanta rappresentano ancora il monolito nero del Novecento perché in noi perdura l’eredità del loro benefico, pirotecnico impatto. Per fortuna. Lo stesso vale per un’opera che si poneva come una tabula rasa sin dal “non titolo” e da una copertina totalmente bianca. Gesto che traduco in una tela affidata all’ascoltatore, in un punto a capo di già punk a capo. Le enciclopedie non vantano copertine colorate, giusto? E non è forse il futuro un’ipotesi da riempire di idee e visioni? Ragion per cui…

white album

Ragion per cui tutto quadra. Quadrano il collage fotografico allegato in un richiamo visuale delle sonorità; quadrano i ritratti dei Beatles separati, accigliati, calati nell’introspezione e nel privato reso pubblico dei ‘70. Finita l’era del we all live in a yellow submarine, la “revolution” scandaglia l’io e, pur senza dimenticare il mondo circostante, si fonde all’ansia di fine decennio. Da qui l’alienazione sorridente e gli stridori latenti e pertanto ancor più inquietanti che vengono a galla. Da qui l’abilità a sfruttare l’imprevisto. Da qui pagine straordinarie che inventano Hüsker Dü (Helter Skelter) e slowcore (Long Long Long), preconizzano la new wave (la complessa frenesia di Everybody’s Got Something To Hide… un’anticamera dei Feelies; l’assonnata, irresistibile I’m So Tired), il college-rock (del nonsense pythonesco Wild Honey Pie i Pixies incrementeranno squilibrio e volume; le Breeders riveriranno Happiness Is A Warm Gun), le melodie sghembe di Nirvana e Soundgarden. Assume così un altro senso l’evidenza che il Bianco sia l’album beatlesiano più venduto negli Stati Uniti.

Aggiungete un profondo senso della Storia e il saper padroneggiare linguaggi distanti con piglio da Maestri ed ecco cortocircuiti che sottraggono Chuck Berry ai fratelli Wilson (Back In The U.S.S.R.), psichedelia West Coast (un’immensa Dear Prudence ripresa da Siouxie e camuffata dagli Smiths) oppure britannica (Cry Baby Cry cammina sull’asse Lewis Carroll/Syd Barrett, Glass Onion profuma di XTC maturi), schizzi giamaicani (Ob-La-Di Ob-La-Da), pessimismo barocco (Piggies), vibrazioni errebì (Savoy Truffle, Why Don’t We Do It In The Road?).

E ancora: dolcezza acustica (I Will, Julia), satire di cantastorie americani (The Continuing Story Of Bungalow Bill, Rocky Raccoon) e del country (Don’t Pass Me By), dodici battute esistenzialiste (Yer Blues), hot jazz e vaudeville (Honey Pie), un rock che rolla trascinante (Birthday), si racconta sardonicamente impegnato (Revolution 1) e addolora, sublime (While My Guitar Gently Weeps). Se le magnifiche oasi folk Mother Nature’s Son e Blackbird rappresentano l’humus della Perfezione Pop di Martha My Dear e Sexy Sadie, l’hollywoodiana Good Night chiude la porta delle milioni di case in cui ha fatto irruzione lo Stockhausen di Revolution 9.

fighting beatles

Casomai quanto sopra non dovesse parervi geniale, arrivederci e grazie. Benissimo così, il mondo è vario e comunque non mi fido di chi non apprezza i Beatles. Mi fido del White Album e di una Bellezza viva e pulsante con la quale salutarono l’istante lunghissimo che avevano vissuto, costruito, sopportato. Dopo di che toccherà all’elevata accettazione di Let It Be e Carry That Weight scrivere la fine. Sigillata la cronaca, nasce il Mito. Intanto, un disco perennemente cangiante e fedele a sé si espande dentro un goccia spezzata in quattro. Una goccia che, a ben ascoltare, si ricompone nell’eternità.

Classics Revisited: Dr. Voodoo

C’era una volta in America una città sorta su un meticciato di culture attorcigliate come mangrovie. Una città dal sapore unico figlio di tanti e diversi ingredienti, un po’ come il gumbo che è tra i suoi piatti tipici. Una città dove secoli fa gli schiavi potevano riunirsi a percuotere i tamburi e viaggiare con mente e anima fino alla Madre Africa. Una città in cui pare sia nato il jazz. C’è ancora, la chiamano New Orleans oppure “The Big Easy” per la pigra sensualità che la caratterizza. Un fascino che ha resistito pressoché a tutto e lo stesso dicasi per la favolosa tradizione musicale e le sue leggende.

Una riuscì a centrare il Capolavoro al primo colpo, è tuttora in vita e oggi compie gli anni, ragion per cui tanti auguri, Dr. John. Quello il nome che campeggia sul 33 giri Gris Gris – nel vudù, l’amuleto che allontana la sfortuna – tramite il quale l’artista nato Malcolm John Rebennack si presentava al pubblico rock nel 1968. Da allora, ogni volta che poggi la puntina sui solchi iniziali o premi il tasto “play”, lui si premura di confermartelo a voce aggiungendo di essere “the night tripper”. In questo caso fidarsi è bene. Eccome se lo è.

Dr-John-77[1]

Rebennack all’epoca aveva sulle spalle ventotto anni fitti di avvenimenti. Anni in cui cresce circondato da parenti musicisti e, poiché i genitori gestiscono un negozio di elettrodomestici con regolamentare reparto dischi, ha per compagni di giochi King Oliver, Louis Armstrong, Little Richard, Guitar Slim. Logico che presto suoni di tutto, strabilia che sedicenne (!) lavori all’etichetta Ace in qualità di A&R e produttore, frequenti il liceo gesuita e la sera si esibisca nei locali. Quando a scuola lo obbligano a decidere, non esita. Abbandonata in via provvisoria la chitarra a causa di una ferita rimediata difendendo l’amico Ronnie Barron, il pianoforte è scelta felice e idem l’ispirarsi a Professor Longhair e Huey Smith.

Non si fa mancare nulla, Malcom John: scontati due anni per droga in Texas, nel ‘65 va a Los Angeles e diventa turnista della Wrecking Crew. Un giorno, libero da impegni, con il compaesano Harold Battiste alla regia e alcuni fidati strumentisti originari della Louisiana scolpisce l’idea meravigliosa – sempre quella: hoodoo – che ha in testa. Crea inoltre un pittoresco personaggio che incarna lo spirito dei luoghi natii, lo offre a Barron ma costui rifiuta. Mac decide di indossare le vesti del “viaggiatore notturno” et voilà, la prima ricetta del Medico è una saporitissima zuppa di gergo e salsa di palude.

gris gris

Siatele grati, ché rendono la vita migliore a chiunque il blues mannaro in anticipo su Tom Waits Gris-Gris Gumbo Ya Ya, l’ipnosi zingaresca Danse Kalinda Ba Doom (dice niente, fan dei Gun Club?), le serenate all’amore fisico del seduttore qui desideroso di groove (Mama Roux) e là in attesa all’angolo male illuminato della via (Danse Fambeaux). Cambi facciata e lo stranito guizzare psych-jazz di Croker Courtbuillon mostra venature barocche però pure exotiche e Jump Sturdy intinge le dodici battute in un gioioso vaudeville. Apice nell’apice I Walk On Guilded Splinters: otto minuti di chiamata & risposta tra ugole lascivamente striscianti e base scarna, mesmerica. Un gioiello insieme ancestrale e moderno che è stato più volte oggetto di rilettura e campionamento, ha stregato tra i tanti Paul Weller, Beck, Jason Pierce (che inviterà Dr. John in Ladies And Gentlemen…) e Bobby Gillespie.

Non senza ottime ragioni. Di fatto, questa musica esuberante e misteriosa dona dipendenza e non conosce epoche ma un solo luogo. Avrete inteso quale. Dopo aver consigliato a eventuali neofiti anche gli standard errebì contenuti in Dr. John’s Gumbo, il vibrante funk alle spezie di In The Right Place e la sensazionale summa Locked Down prodotta nel 2012 da Dan Auerbach, vi racconto un’ultima storiella. Dr. John era un guaritore di colore giunto a New Orleans verso metà Ottocento da Haiti, dedito al vudù e legato a tale Pauline Rebennack. Non m’importa se sia realtà o fantasia. Come chiusura di cerchio la trovo perfetta e tanto basta. Sorridendo, vorrei telefonare a Mac, fare la vocina di Bugs Bunny e dire “What’s up, Doc?”. Sono sicuro che apprezzerebbe.