Tutti gli articoli di Giancarlo Turra

Sono nato nell'anno in cui si sono sciolti i Beatles e vivo a Brescia. Da quando ero sedicenne, la musica è una ragione di vita e una passione sconfinata. Per alcuni anni ho scritto per le riviste "Il Mucchio" ed "Extra". Ho partecipato con altri tre amici e colleghi al volume "1000 dischi fondamentali" pubblicato da Giunti nel 2012 e al successivo "1000 dischi fondamentali più cento di culto", edito sempre da Giunti nel 2019. Nel 2016 ho contribuito allo speciale sui Cure per "Classic Rock". Benvenuti sul mio blog...

Dio esiste e non è sordo: Allison Run

Attorno alla metà degli anni Ottanta il dibattito sul recupero dei sixties aveva assunto toni piuttosto accesi. La neopsichedelia costituiva in effetti il filone più interessante tra quelli emersi allo svanire del post-punk e nei suoi momenti migliori aveva poco di revivalistico. A conti fatti, ridottisi drasticamente i margini di espansione creativa, girano molti più cloni adesso e in qualsiasi ambito: gente anche brav(in)a ma dedita all’esercizio di stile, alla bella ma algida calligrafia, alla copia della copia. Con poche eccezioni, il sentore – specie tra le nuove leve – è di accademismo spinto. Prima che mi accusiate di nostalgia, pensate al marchio impresso dalla new wave sulle frange più innovative del movimento. E ricordate che anche chi da noi non trafficava con la “nuova musica cantata in italiano” a volte concepiva originali sintesi del decennio favoloso.

Ecco: gli scettici hanno a disposizione ulteriore materiale per ricredersi, poiché Spit/Fire e Spittle Records (distribuzione Goodfellas) hanno replicato per gli Allison Run lo sforzo già compiuto nel 2017 con Peter Sellers And The Hollywood Party. Risultato è l’imperdibile cofanetto Walking On The Bridge, tre CD che radunano l’integrale di questi pugliesi trapiantati a Bologna guidati dal talentuoso Amerigo Verardi. Portabandiera di una psichedelia davvero “neo” che non si accontentava di pantomime retrò, consumarono la loro storia tra 1985 e 1990, cioè in significativo (quasi) parallelo a Ghittoni e soci. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei: un culto artefice di musica splendida che racconta la propria epoca mentre se ne colloca al di fuori.

Anche quelli, infatti, erano a loro modo anni formidabili. Anni in cui essere indipendenti costava fatica e sacrifici, ma mettendoci anima e cuore affrontavi l’acid-pop britannico con lo stesso approccio evoluto di Television Personalities, Robyn Hitchcock e Julian Cope. Senza sfigurare, poiché queste canzoni intelligenti, raffinate e non di rado ironiche vantano una freschezza senza tempo. Gustando gli “extra” prelevati da concerti e demo e il prezioso libretto curato da Federico Guglielmi, ascolti il trio composto da Verardi, Alex Saviozzi e Mimo Rash muoversi sicuro con il nastro Lost in a Circle, partecipare al secondo volume di Eighties Colours e nell’87 debuttare su vinile con l’EP All Those Cats In The Kitchen tra estatiche fusioni di psichedelia, indie-pop chitarristico alla Smiths, echi post-punk.

Con l’arrivo del bassista Umberto Palazzo e di Sado Sabbetta alle tastiere, gli Allison Run si misurano a testa alta con Ceremony nel già citato tributo Something About Joy; altri dodici mesi e l’unico, favoloso album God Was Completely Deaf garantisce loro un posto nel romanzo psichedelico grazie a gioielli come la stupefatta e stupefacente As We Grope, una Tangle Of Love che trasloca in California il caracollare urbano di Loaded e lo stranito carillon lisergicamente pop di Allison. Come minimo, e facendo un torto a tutto il resto. Apprezzati anche fuori dai confini nazionali, i ragazzi si sciolgono all’improvviso dopo aver inciso una cover di Edoardo Bennato. Di elevato spessore la carriera successiva di Amerigo con Lula, Lotus e in solitudine, laddove Umberto Palazzo compare nei primi Massimo Volume e poi fonda i Santo Niente. Vicende, queste, che ci portano dritti al 2020, in cui Walking On The Bridge lascia a bocca aperta con un pizzico di malinconia che scalda il cuore. Ma, più di ogni altra cosa, con meraviglie da incastrare nel nastro di Moebius che chiamiamo “attualità”. Commossi, applaudiamo.

Sull’altra riva del fiume con Terry Reid

Mi piace immaginare Terry Reid seduto sulla riva sbagliata ma in fondo giusta del suo fiume. L’ha condotto lì il destino mentre lui si assumeva delle responsabilità, dicendo “no” laddove poteva dire “sì”. Ecco. Sarà capitato anche a voi di prendere dei se e avrei dovuto e farne un falò purificatore per sentirsi meglio, perché il rimpianto è un chiodo rugginoso che dentro ti scava il freddo e il vuoto. Di rimpianti, “Superpolmoni” – come lo chiamano affettuosamente amici e fan – pare non ne abbia, e ciò fa onore a colui che replicò il “famoso” rifiuto opposto a Jimmy Page anche ai Deep Purple e a Spencer Davis.

Datemi del bestemmiatore, però vi dico: meglio così, ché altrimenti ci saremmo persi quel gioiello di River. E vi dico anche che il Bartleby melvillano qui non c’entra. Quest’uomo va fiero della propria vita e di aver contribuito ad accendere il motore del Dirigibile. Che diamine: nel 1969 aveva vent’anni e credeva in se stesso. Era stato in America di spalla a Cream e Stones e il futuro pareva così splendente da accecare. Cosa avremmo fatto al posto suo, noi sapientoni del senno di poi?

Terry Reid

Terry Reid nasce oggi settantuno anni fa nei pressi di Huntingdon, Cambridgeshire. Inizia prestissimo la carriera con i Jaywalkers, che sottraggono ai bittaroli liceali Redbeats un pischello che canta come chi non vuole la pelle nera perché già ha le corde vocali di quel colore. Nel ’66 aprono per Jagger & soci alla Royal Albert Hall, il diciassettenne si ingrazia Graham Nash degli Hollies e questi li porta alla EMI. Malgrado le buone vendite del soul-pop The Hand Don’t Fit The Glove, il gruppo si separa. Entra in scena Mickie Most e in coda ai Sessanta Bang Bang, You’re Terry Reid e un LP omonimo offrono un rock slanciato, misto di pop e soul ma propenso a impennate hard e oasi di folk acido. Guarda caso, in linea con protetti di Most come Jeff Beck Group e Donovan; guarda caso, anticipando un felice dualismo che i Led Zep renderanno stellare.

Talento Reid ne ha eccome: guida un trio inusuale (voce e chitarra, organo, batteria) lungo gli Stati Uniti raccogliendo elogi. Quando Page gli offre il ruolo di cantante dei New Yardbirds, deve onorare impegni importanti e risponde di contattare un tipo della Band Of Joy che di nome fa Robert Plant. Da gentleman consiglia anche il batterista, tale John Bonham. Il resto è storia. A fine 1969 il brillante percorso si arresta. Il mentore vuole un burattino da classifica e pubblica il secondo disco senza consultare l’artista, che serio e determinato com’è, sbatte la porta.

Terry Reid Backstage

Per tre anni Terry non pubblica più nulla a causa delle grane legali derivanti dal litigio. Ciò nonostante, tira dritto. A Wight e Glastonbury incassa applausi, collabora con David Lindley, si vede estromettere Without Expression da Deja Vu per i capricci di Stills. Con il bassista Lee Miles, il batterista Alan White e Lindley lavora in madrepatria sul materiale accumulato nei cassetti, poi Alan molla per gli Yes e David per Jackson Browne e l’album è terminato a Los Angeles mentre Ahmet Ertegun spalanca le porte della Atlantic. La lotta contro i dardi dell’oltraggiosa fortuna infine paga. Dal 1973 possiamo gioire di River, splendore a lento rilascio incamminato con passo più terrigno sui sentieri di Astral Weeks. Duttile e superbo, il cantato di Reid fluisce come fosse uno strumento dentro il perfetto amalgamarsi fra blues, soul, folk, rock e un Brasile assimilato grazie all’amicizia con l’esule Gilberto Gil.

Lo sostengono l’unione tra groove corposi e ipnotici (la sezione ritmica di cui sopra, oppure la batteria di Conrad Isodore e le percussioni di Willie Bobo) e gli arazzi chitarristici di Lindley, così che anche la prima facciata – più movimentata e robusta – è avvolta nel sorridente torpore che rappresenta lo spirito dell’album. Sono canzoni sorprendenti e inafferrabili Dean e Things To Try, Avenue e Live Life, tuttavia l’autentico cuore di River risieda sul lato B. Trovate lì una title-track di svagata emotività (uno Stevie Wonder tropicalista e fumato?) e le malie acustiche Dream e Milestones, dove Nick Drake insegna la saudade a Tim Buckley ed entrambi spariscono in volute di aria solida.

river

La vicenda potrebbe chiudersi su una perfezione che pochi notano e che avrà una postilla nel 2016, allorché il vaglio delle registrazioni inutilizzate porta alla luce gli inediti e le versioni alternative di The Other Side Of The River. Invece, sbrigandomela in fretta, riferisco di ulteriori sfighe. Una perplessa Atlantic straccia il contratto: sollevato e con in tasca una liquidazione di tutto rispetto, Reid si chiude in una villa californiana, mette su famiglia e dal buen retiro comunica di rado. Nel ‘76 Seed Of Memory esce la settimana in cui l’etichetta che lo pubblica, ABC, dichiara bancarotta; tre anni e la Capitol non promuove Rogue Waves, che commercialmente da qualche parte forse sarebbe giunto. Gli Ottanta scivolano via tra cameo e lavoretti conto terzi. Nel 1991 Trevor Horn confeziona il trascurabile The Driver e il resto del decennio è speso negli States con Brian Auger e Mick Taylor. Arriva il nuovo secolo: Terry collabora con DJ Shadow e Alabama 3, River esce in CD e il culto si amplia.

Vi svelo un segreto. In testa ho diversi film che non saranno mai girati. Uno finisce così: un inglese sulla settantina si appresta a salire sul palco, fisico in forma e volto simpaticamente guascone col quale Crono ha avuto clemenza. Gli si avvicina un amico grossomodo della stessa età che conserva vistose tracce dello spezzacuori che fu in gioventù, capello lungo ormai argenteo e sguardo intenso da cavaliere di Rohan. Abbraccio fraterno. Il cavaliere dice: “Lo sai che avresti potuto vivere un’altra vita?”. L’altro sistema la Gretsch davanti al petto. L’accarezza. Gli occhi fissano un orizzonte lontano. “Sì, ma ho la mia. Questo conta, alla fine.” Sui loro sorrisi quasi impercettibilmente diversi partono i titoli di coda. Buon compleanno, Superpolmoni!

Se hai stile è solo colpa tua. Un panegirico della Él Records

Sono sicuro che Oscar Wilde avrebbe amato la musica pop e soprattutto la Él. Forse avrebbe scritto un romanzo sull’argomento, dove tra motti sagaci e situazioni camp il protagonista scompare e, dopo qualche anno, torna sotto mentite spoglie per ricordare a tutti quanto era stiloso. Nella seconda metà degli anni Ottanta la Él pareva davvero sbucare da un bislacco universo parallelo con il suo (im)perfetto equilibrio tra senso dell’assurdo e decadentismo sarcastico, tra eccesso elevato ad arte e umoristico understatement. Era una cornucopia di squisita, eccentrica inglesità destinata a divenire culto, e del resto il fondatore Mike Alway vantava visione e gusto eccezionali.

Fattosi le ossa lavorando con i Soft Boys e organizzando concerti, nel 1980 Mike entra alla Cherry Red come talent scout scritturando Monochrome Set, Felt, Everything But The Girl, Marine Girls, Eyeless in Gaza. L’etichetta nasce nel 1985, quando il dandy londinese lavora anche per Blanco Y Negro, marchio parallelo frutto di un controverso accordo con il colosso Warner. Fregandosene delle leggi del mercato e delle frustrazioni che ne derivano, decide di dare ascolto ai suoi sogni in technicolor e voilà.

Mike Alway

La vita sarà breve – battenti chiusi entro un quadriennio con l’addio dei Felt – ma l’arte resta tuttora lunga. Una faccenda pazza ed estrema che folgorò chi se accorse ed ebbe risvolti importanti in Giappone, dove le stramberie trovano un terreno accogliente e dove Él accese la miccia della scena “Shibuya-kei” capeggiata dai Pizzicato Five. Un culto dalle fondamenta robuste che con largo anticipo conferì la dovuta dignità all’easy listening, alla library music e alle colonne sonore italiane dei ’60 e ’70, generi considerati tappezzeria sonora e sdoganati dalla critica soltanto nei medi Novanta. L’approccio profumava anche già di ghostalgia nel modo in cui ricontestualizzava frammenti estetici prelevati da epoche che guardavano fiduciose al domani.

Sgretolato dalla globalizzazione e dal turbocapitalismo, quell’innocente positivismo – lo stesso che ci osserva della copertina di Autobahn, per intenderci – ormai esiste nella nostra malinconica immaginazione, vicino al sorriso di Marcello Mastroianni e agli occhi di Edie Sedgwick, al Moplen e alla sedia Panton. Per questo la Él Records fu più di una curiosità. Fu un modo acuto di rendere accettabile l’eccesso. Fu il suono di un’eterna adolescenza dolce e sfrontata. Fu aristocrazia autoironica che se la ride del disastro incombente e del post-postmoderno. Fu qualcosa di troppo bello per durare a lungo.

Il logo

Bellissimo! Un breve excursus discografico

Senza del tutto recidere il cordone ombelicale con il passato, a metà anni zero Mike ha riesumato il nome specializzandosi in ristampe che puntano su un’estrosità in transito da Morricone a Gainsbourg passando per Gabor Szabo, Ravi Shankar, Edgard Varese… Giusto e coerente, diciamolo pure. E diciamo che di seguito trovate quanto merita possedere, meglio se in vinile per apprezzare vesti grafiche – curate in massima parte da Nick Wesolowski, batterista dei Monochrome Set scomparso un lustro fa – che sono importanti quanto il contenuto.

Primo avvertimento: il catalogo annovera qualche scivolone, perdonabile e comunque fisiologico se si traffica con l’anticonformismo spinto. Secondo e ultimo: chi all’epoca non c’era faticherà a cogliere in pieno l’impatto estetico/sonoro di una figura come King Of Luxembourg allorché U2 e Simple Minds dominavano la terra. Si era nel campo dell’ineffabile, allora come ora. Ora come allora, i dischi sono una goduria assoluta. (Ri)ascoltare per credere.  

Poker

The King Of Luxembourg

Fate arrangiare Marc Bolan da un Bacharach schizzato ed ecco il Re del Lussemburgo, A/K/A Simon Fisher Turner: pop star adolescente, collaboratore di Derek Jarman e, nello specifico, colui che incarnò alla perfezione l’estetica dell’etichetta. Royal Bastard è un Pin-Ups che “él-izza” brani altrui e in un elegante manifesto svela le radici del progetto, da una Poptones dei P.I.L. per voce e piano (!) alla spigliata Liar Liar dei Castaways, dalla Something For Sophia Loren griffata Henry Mancini alle frizzanti riprese di A Picture Of Dorian Gray, Happy Together e Valleri. Al pari riuscito il successivo Sir, concepito in combutta con Louis Philippe tra melodie e arditezze, echi di Van Dyke Parks e T.Rex, cambi d’umore e costume con apici nell’imprendibile Penny Was A Tomboy, in una Her Eyes Are A Blue Million Miles scippata a Beefheart, nel sarcastico e corale vaudeville The Virgin On The Rocks, nell’autoironia di Battle For Beauty.

Louis Philippe

Dal monarca di Lussemburgo a quello di Normandia. Da là proviene Louis Philippe Auclair, pasticcere nel mondo “reale” e sopraffino autore/arrangiatore per la maison di Mike Alway. In un terzetto di album dediti a un pop raffinato e ricercato che però non viene mai a noia, Philippe coniuga un’inconfondibile francesità con la melanconia teen di Brian Wilson, del quale non a caso rilegge Guess I’m Dumb. Inaugurata nell’86 con Appointment With Venus e chiusa da Yuri Gagarin, la sua carriera è proseguita fuori del reame di Alway, ma il suo capolavoro rimane il pannello centrale del trittico: pubblicato nel 1988, Ivory Tower vanta classe cristallina e gioielli della caratura di Night Talk, Domenica, Chocolate Soldiers.

Would-Be-Goods

Mike Alway procurò alle sorelle Jessica e Miranda Griffin una backing band coi fiocchi – i Monochrome Set – per The Camera Loves Me. Mossa azzeccata che le rendeva delle stelline nel Sol Levante in virtù di deliziose ipotesi di Aztec Camera femminili con in tasca il santino delle Shirelles. Ideale compagno di soleggiati pomeriggi tardo primaverili, l’album ha probabilmente ispirato anche etichette come Marina e Apricot: ragione in più per mandarlo a memoria e pontificare su titoli come “Il taccuino di Cecil Beaton” e “Io e Velazquez”.

Momus

Il poliedrico genio scozzese Nicholas Currie (alias Momus) debutta da solista su Él un’efficace rinnovamento del cantautorato colto à la Leonard Cohen. Passato alla Creation, ne escogita la versione folktronica con altri ottimi lavori e nei ’90 fa intermittente ritorno da Mike Alway. Benché lontani dal kitsch, i suoi primi passi sono imperdibili: splendidi i 12” The Beast With Three Backs e il tributo a Jacques Brel di Nicky, memorabile l’LP Circus Maximus che in copertina lo ritrae nei panni di San Sebastiano, offrendo canzoni acustiche dal sentire languido e torbido rese ulteriormente preziose da testi di rara profondità.

Would-Be-Goods

Tris d’assi

Always

Pseudonimo dell’inglese Kevin Wright, intestatario dell’album Thames Valley Leather Club e di un paio di EP che trovano ispirazione nelle atmosfere più lineari dei Felt e in una certa emotività tipica della Postcard. Aggiungete al cocktail la grana vocale del giovane Tom Verlaine, shakerate e mandate giù d’un fiato un guitar-pop estatico e cristallino come si conviene.

Anthony Adverse

L’attrice e cantante Julia Gilbert (il nome d’arte deriva dall’omonima pellicola del 1936 di Mervyn LeRoy) si cimenta con colonne sonore immaginarie in tempi in cui giusto Barry Adamson e Bill Nelson si avventurano in analoghe imprese. Più dello slavato Spin edito nell’89, merita il debutto di un anno precedente Red Shoes, un “film per le orecchie” scritto e arrangiato da Monsieur Auclair. 

Marden Hill

In Cadaquéz i Marden Hill riportano alla luce le sonorità dei nostri Umiliani, Cipriani e Morricone. Tra fughe di tastiere e flauti, cori e coretti, acid jazz e lounge, la ricetta oggi può parere scontata ma non lo era nel 1988. Ascoltarli vi farà tornare ancor più indietro nel tempo, bambini ipnotizzati dal monoscopio che giocano fischiettando quel jingle che fa “bidibodibu, bidibodiye.”

Louis Philippe

Il mazzo

Se state ancora leggendo siete senza dubbio seguaci del “trash intellettuale”. Potrete quindi apprezzare i 12” di Shock Headed Peters I, Bloodbrother Be e Imp Of The Perverse e trovare interessanten Choirboys Gas delle Bad Dream Fancy Dress, coatte appena uscite dal pub che intonano sguaiatezze sotto la supervisione di King Of Luxemboug. Fuori da ogni logica comunemente intesa è anche A Perfect Action dei Perspico Acumine (Holdings)/Cavaliers, articolato su sonorità fra gotico, cameristico e funk da colonna sonora nostrana dei Settanta. Da avere inoltre i due tomi delle raccolte di singoli London Pavilion – in alternativa, un’analoga coppia postuma intitolata Bellissimo! – che, accanto ai nomi succitati, vedono sfilare Florentines, Gol Gappas, Mayfair Charm School, Cagliostra, Rosemary’s Children, James Dean Driving Experience…

I Cold Sun e la mistica psichedelica

Volevo che i Cold Sun piacessero alla gente del domani.” (Bill Miller)

Scava e riscava, nella miniera dei fab sixties qualche manufatto sorprendente e di pregio lo trovi ancora. Così fu una dozzina d’anni or sono per chi scrive con la psichedelia ombrosa e avveniristica concepita dai Cold Sun, una faccenda che – per citare il loro amico, compaesano nonché collega di scorribande soniche Roky Erickson – vive in un tempo tutto suo, nel quale la West Coast del ’67-’68 si salda alla New York del decennio successivo e, non contenta, lambisce territori abitati da Velvet Underground, Peter Hammill, Ash Ra Tempel. Curiosi? Seguitemi in quel di Austin, Texas, dove Bill Miller e Tom McGarrigle sono fan dei 13th Floor Elevators che con Mike Waugh (basso) e Hugh Patton (batteria) hanno fondato i Couldron, presto divenuti Amethysts. Miller è cresciuto nella cartina di tornasole emotiva del deserto adorando Del Shannon e Joe Meek e canta accompagnandosi con l’autoharp, arnese della tradizione folk appalachiana in teoria assai lontano dal rock.

Se non che gli Elevators hanno dato l’esempio suonando addirittura un’anfora e perciò, ispirato dal ronzante Clavioline di Meek, il ragazzo elettrifica e manipola (“Avevo in testa l’idea di un piano segato a metà, con pick-up magnetici come ricevitori a transistor e corde come antenne in parte antiche e in parte tipo vettori spaziali.”). Cavandone suoni che ricordano uno spettrale organo o pianoforti sull’orlo del collasso, scrive assieme a Tom canzoni complesse con referenti coevi nella gang di Roky (“Rappresentavano la massima espansione del formato rock fuori dal mainstream.”) e nei Velvet, per i quali i Nostri aprono alcune date locali. Il risultato è personale, avvolto in un bizzarro gotico “delle sabbie” e percorso dalla tensione estatica dei Television e di certa post-psichedelia. Siamo però al tramonto dei ’60 e, no, questa non è una puntata di “Ai confini della realtà”.

Nel 1970 la band incide negli studi della Sonobeat un master che il capo dell’etichetta vuole piazzare alla Columbia come ha appena fatto con Johnny Winter. Tuttavia non si va oltre le registrazioni e il quartetto, ribattezzatosi Cold Sun, resiste fino al ’73 e poi si trasforma negli Aliens, chiudendo un primo cerchio a fianco dell’Erickson solista. Nel frattempo Michael Ritchey, bassista nell’ultima line-up, recupera i nastri che sedici anni dopo proporrà a Rich Haupt e Mike Migliore della Rockadelic. Le mascelle sul pavimento dallo stupore, costoro chiedono il “si stampi” a Bill, che dalla California in cui si è trasferito concede un’esigua tiratura che va subito esaurita. Ormai materia per collezionisti danarosi, nel 2008 la World In Sound la sistema sul CD Dark Shadows aggiungendo due brani dal vivo risalenti al 1972.  

Se la psichedelia è il vostro pane, procuratevelo. Sarebbe da pazzi rinunciare alla South Texas che decora country-rock in vena di blues acido con un assolo singhiozzante, a una For Ever da Black Sabbath strafatti e persuasi di essere i Grateful Dead, all’ottundente ipnosi Twisted Flower, alle dodici battute declinate secondo Lou Reed & Sterling Morrison di See What You Cause. Spetta comunque agli episodi più dilatati decollare lungo traiettorie imprendibili: un’inquieta Fall fa strame di Easter Everywhere con parentesi qui meditative e là febbrili, l’ansiogena allucinazione Ra-Ma mescola del garage mutante all’amaro lirismo del krautrock, in Here In The Year i Van Der Graaf Generator smantellano Ride Into The Sun con accelerazioni, oasi rumoriste, aperture liriche in anticipo su Tom Verlaine. Avanti veloce all’aprile 2011: i Cold Sun salgono sul palco dello “Psych Fest” di Austin prima di Erickson e dell’attrazione principale, i Black Angels. Quello un altro cerchio chiuso, e il momento nel quale Bill Miller è giunto fisicamente nel futuro in cui la sua mente aveva sempre vissuto.

Pioneers over P(op): dB’s

La “nostra” musica abbonda di grandi artisti che la sorte confina a patrimonio di pochi. Esemplare la vicenda dei dB’s, un cocktail di sfortuna e scelte errate subite dai diretti interessati allorché di “indie” si viveva mettendoci sudore e anima. Qualcuno lo spieghi agli emaciati fighetti che ci ammorbano con le loro minestrine riscaldate: non potranno capire, ma tant’è. Tornando al punto, i dB’s pagarono lo scotto di essere fra i primi a coniugare sixties e new wave, plasmando il suono chitarristico americano degli ’80 senza cavarne monetariamente che briciole. Resta in ogni caso il gruzzolo di dischi che nel cuore custodisce due capolavori cult cui il tempo ha dato ragione. Non è poco. Come i loro fan R.E.M., i dB’s sono figli della provincia: Winston-Salem, North Carolina.

All’interno dell’intricata scena locale, a metà degli anni ’70 il cantante/chitarrista Peter Holsapple fa parte dei Little Diesel, intestatari di un disco dove alla batteria siede Will Rigby e in regia c’è Chris Stamey. Quest’ultimo smercia power pop garagista negli Sneakers assieme a Will e a Mitch Easter, futuro Let’s Active e produttore di Murmur e Reckoning. Nel ’77 si salutano, Stamey va a New York e corona un sogno suonando per Alex Chilton e pubblicando l’abbagliante Chris Bell di I Am The Cosmos/You And Your Sister. Nel frattempo incide (I Thought) You Wanted To Know e di lì a un annetto ne fa un 45 giri aggiungendo If And When, ritmica del fantasioso Rigby più il compaesano bassista Gene Holder. Lasciatosi alle spalle gli H-Bombs con Easter e un breve soggiorno a Memphis, in ottobre anche Peter si unisce a Chris Stamey & The dB’s.

Accorciato il nome, i ragazzi investono nell’attività di studio molto del denaro ricavato dai concerti. Una parte del materiale riaffiora nel ’93 grazie alla Rhino su Ride The Wild TomTom, dove l’ibrido tra solarità anni Sessanta, piglio del decennio successivo e nevrosi contemporanee è già definito. Retrogusto popedelico, echi di Move e Badfinger e la Trinità Beatles/Byrds/Big Star fanno il resto, nondimeno il disinteresse per le penne complementari di Chris e Peter dura fino al 1980, quando la Shake pubblica il 7” Black And White/Soul Kiss e il gruppo è messo sotto contratto dalla Albion. Mixato da Easter con l’ennesimo rimando remiano di un giovane Scott Litt, nel gennaio ’81 Stands For Decibels è realtà. Britannica la casa discografica, in madrepatria l’album si trova solo d’importazione ed è un peccato per uno stile che, ipotizzando Chilton a capo degli XTC, sferraglia beat modernista (Dynamite, Tearjerkin’), sparge aromi barrettiani su Pet Sounds (She’s Not Worried) e colora di tonalità pastello i Gang Of Four (The Fight).

Non valgono meno l’esotico mutant funk Cycle Per Second, una Big Brown Eyes che media Cars e Zombies, il Lennon strapazzato da Bad Reputation e preda di smanie Feelies per I’m In Love. Apice assoluto nella naturale complessità di Moving In Your Sleep, commiato dove Brian Wilson si aggira per le stanze semibuie di Sisters Lovers. Concluso un lungo giro dell’Europa, con Litt si lavora al secondo album nei prestigiosi Power Station e successivamente in Inghilterra, agli studi Air di George Martin dove l’incuriosito Paul McCartney fa capolino durante il missaggio di Repercussion. Avrà gradito il soul candeggiato Living A Lie, i Knack cupi della giostrina We Were Happy There, i Big Star post-punk di Happenstance e In Spain; non gli saranno sfuggiti il romantico latineggiare di From A Window To A Screen, la sferzante malinconia di Amplifier, una flamencata Storm Warning; si sarà invaghito di irresistibili compendi autoriali come Ask For Jill e Ups And Downs e del ruvido babà I Feel Good (Today). Un classico suggella inducendo a ripartire: preceduta dalla soffusa Nothing Is Wrong, la trascinante melodia di Neverland sarà spesso ripresa dai R.E.M. Di fatto, nel 1982 ne costituisce un evidente prototipo.

Tuttavia l’ennesimo tour è causa di stanchezza e l’etichetta lamenta le vendite esigue di un LP che, uscito sul Vecchio Continente in ritardo con copertina e scaletta differenti, ha confuso i pochi interessati. Chris abbandona, nell’83 gli altri firmano per la Bearsville ma in Like This latitano magia e smalto e problemi di distribuzione vanificano il buon riscontro presso le radio universitarie. Ventiquattro mesi di stallo e la I.R.S. pubblica il modesto The Sound Of Music, dopo di che Holder getta la spugna, il successo di Document – prodotto, colmo dei colmi, da Scott Litt… – prosciuga le forze promozionali dell’etichetta e il successore Paris Avenue vedrà la luce solo a metà anni ‘90.

Si chiude nel 1988: Holsapple offre i propri servigi a R.E.M. e Hootie & The Blowfish, fonda i Continental Drifters con la moglie Sue Cowsill e pubblica in proprio mentre Stamey produce (Whiskeytown e Le Tigre tra i tanti) e porta avanti un’apprezzabile carriera solista. Fino al 2005, quanto di più simile a una reunion sarà l’ennesimo bel disco ignoto ai più: opera di Peter e Chris, il terso folk-pop di Mavericks vede la luce in un 1991 mirabile all’eccesso. Per riallacciare i fili con tutti i membri originali bisognerà attendere il 2012 del godibilissimo Falling Off The Sky; poi, l’aprile scorso, ecco che in Our Back Pages Holsapple & Stamey si rileggono con classe. A voi ora il compito di fare un po’ di giustizia.

Brividi pop maniacali: That Petrol Emotion

A noi romantici piace voler bene a certi gruppi ignorati da fama e fortuna. Perché molto spesso non riesci a incasellarli, ti conquistano con idee limpide e belle canzoni, precorrono i tempi e infine si collocano in una bolla di classicità eterna, a rafforzare la convinzione che lo spirito multiforme per comodità chiamato “rock” possegga ancora delle potenzialità. Per forza di cose meno oggi che nei pieni anni Ottanta, dove tra banalità modaiole e avanzi di antichi fulgori un underground genuino scriveva capitoli importanti ovunque. In Inghilterra, gli esemplari That Petrol Emotion ebbero infatti un successo più modesto rispetto a nomi come Smiths e Jesus And Mary Chain e paiono rimossi o quasi. Lontani dalla provocazione gratuita e dal ribellismo teatrale, pagarono prese di posizione sociopolitiche chiare e scomode, rimanendo sulla soglia di un’esplosione definitiva che non giunse.

Tanto per dire: rifiutarono due volte l’offerta degli U2, che li volevano come spalla dal vivo, perché a loro avviso Bono e soci potevano fare di più per la questione irlandese. Ma diciamolo pure: chi può andare in giro ancora a testa alta? Ecco, appunto. Nobile lignaggio quello dell’Emozione di Benzina, per due quinti discendente in linea diretta dagli Undertones. John O’Neill ne era chitarrista e autore, e dopo lo scioglimento traffica nella natia Derry (Irlanda del Nord) su un nuovo progetto con Raymond O’Gormain, anch’egli chitarrista. La cosa assume forma più definita nell’autunno 1984 con l’altro O’Neill (Damian: sei corde solista nei punk preferiti da John Peel, qui imbraccia il basso) e Ciaran McLaughlin dietro tamburi e piatti.

TPE

Traslocati a Londra, trovano un cantante nell’americano Steve Mack ed entrano nel circuito concertistico sfruttando il nome ancora caldo degli Undertones. Buono il riscontro per sonorità nelle quali impegno politico e ruvida poesia si saldano a un peculiare gusto melodico e all’esecuzione abrasiva e vigorosa. Un filo acerbo il 7” di debutto Keen, nel settembre 1985 l’autoprodotto EP V2 è il passo avanti che procura un contratto con la Demon. La primavera successiva saluta l’avant pop capolavoro di Manic Pop Thrill, che con la supervisione dell’esperto Hugh Jones porge chitarre mulinanti (Cheapskate), ipotesi di Fall virtuosi (Fleshprint, Circusville) e saggi di naturale complessità (Lettuce, Lifeblood).

La raffinata irruenza di Can’t Stop e i Television asciutti di It’s A Good Thing pongono in risalto la quieta Blindspot e il delizioso valzer Natural Kind Of Joy, ma è l’intero programma a vibrare di un fervore creativo che trasforma la new wave e i suoi antesignani (A Million Miles Away è seducente folk velvetiano, Mouth Crazy un vigoroso post-garage) nel punto di partenza per una fusione assai originale tra istinto e cerebralità. Entusiasta la stampa, il disco raggiunge la cima della chart indipendente inglese, fa capolino nei Top 100 generalisti e apre la caccia delle major. A spuntarla è la Polydor e l’aprile ’87 saluta il sensazionale indie-funk Big Decision, che occhieggiando al rap traina l’LP Babble alla trentesima piazza. Confezionato nelle pause tra due tour col produttore Roli Mosimann, enfatizza l’impatto ritmico e divide viepiù gli oneri compositivi alternando l’orecchiabilità obliqua di Swamp, Spin Cycle e Belly Bugs al cupo lirismo che avvolge For What It’s Worth e Inside.

manic pop thrill

Di nuovo, nessun compromesso: se la busta interna del predecessore riportava un saggio sul feudalesimo in Irlanda, qui condanna le leggi antiterrorismo di Sua Maestà. Sovversivi nel sistema? Troppo bello perché duri. All’ostracismo radiofonico l’etichetta risponde chiedendo hit: grazie a un cavillo contrattuale, i ragazzi passano alla Virgin pubblicando poco ma bene. Il singolo Genius Move, interventi su tributi a Beefheart e Johnny Cash e il mini Live non possono comunque smuoverli da uno spossante stallo. La lavorazione del “difficile terzo album” ha luogo in un clima di tensione crescente e alla fine John getta la spugna. La defezione non sarà indolore. End Of The Millennium Psychosis Blues chiude gli eighties confermando Mosimann e la congenita impossibilità del gruppo a essere normale. Accolto con qualche mugugno, apparecchia invece una saporita sorpresa che aggiunge elementi funk, hip-hop e dance alla collaudata ricetta.

Groove Check spedisce al tappeto i B.A.D., Here It Is…Take It! omaggia Sly & The Family Stone, la meravigliata Cellophane concede influenze celtiche e Tired Shattered Man scopre venature jazz. Tuttavia i That Petrol Emotion sono precursori sin troppo perfetti e anticipano il fenomeno “Madchester” – ascoltare per credere Sooner Or Later e Tension – senza poterne cavare benefici commerciali. Il timone passa a McLaughlin e O’Gormain e i ’90 si aprono sul più levigato Chemicrazy, ma neppure la regia di Scott Litt evita l’ennesimo buco nell’acqua e il licenziamento. Un triennio e Fireproof chiude discretamente i giochi con un’autoproduzione e un nuovo primato di vendite indie. Lo zoccolo duro dei fan non basta più, ci si saluta amichevolmente e sarà di scarsa rilevanza quanto pervenuto dagli ex membri e dalla reunion (senza John O’Neill) del biennio 2008/2009. Faccende pleonastiche, laddove i primi tre dischi suonano tuttora unici. It’s a good thing, oh sì!

L’alchimista tropicale Jorge Ben

Certi dischi entrano nella vita come le persone delle quali ti innamori: un caso colto al volo, l’irrazionale e irripetibile colpo di fulmine, la conoscenza comune che funge da tramite. Se parliamo di musica brasiliana, per me vale la terza opzione e anche qui ringrazio David Byrne. Comperata per cinquemila lire nei primi ‘90, la compilation Brazil Classics 1: Beleza Tropical (numero uno del catalogo Luaka Bop, tramite il quale l’ex Testa Parlante propone cose buone dal mondo) fu la pietra filosofale che mutò in oro quanto, stupidamente, associavo a oleografia. Nei miei venti-e-qualcosa fu una benedizione capire che dietro le cartoline c’erano autentiche meraviglie, e in tal senso Beleza Tropical parlò subito chiaro con il funk carioca Ponta De Lança Africano (Umbabarauma) e un’ipnosi che si impadronì di gambe e stomaco disegnando un’epifania coloratissima.

E multiforme è la carriera del suo artefice, Jorge Duilio Lima Menezes in arte Jorge Ben, che ha attraversato le rivoluzioni musicali/culturali del Brasile come un “a sé”. Dalla bossa nova al Tropicalismo passando per la Jovem Guarda, nel mio pantheon siede per il best seller África Brasil e per il meno celebrato – da noi: in madrepatria lo considerano giustamente un capolavoro – A Tábua De Esmeralda, gioiello di folkedelia oppiacea e surreale che discetta di alchimia, estasi amorosa e identità meticcia con la leggerezza di Italo Calvino. Andiamo con ordine, però. Jorge nasce il 22 marzo 1942 a Rio de Janeiro da un suonatore di pandeiro (una percussione simile al tamburello) e dalla donna di origini etiopi che gli donerà il nome d’arte. Affronta la povertà impratichendosi con lo strumento paterno e cantando in chiesa, militando giovanissimo nei Turma Do Matoso con Tim Maia e Roberto Carlos e imparando la chitarra elettrica da autodidatta.

Più avanti alterna le passioni per Joao Gilberto, il calcio e il rock’n’roll a esibizioni in locali jazz e bossa e nel 1963 la Philips lo persuade a pubblicare Mas Que Nada. Il successo del 45 giri impone di battere il ferro un album dopo l’altro, tuttavia l’artista vuole crescere seguendo l’istinto e i tempi. Attorno al ’65 lo “iê-iê-iê” traduce in Brasile la lezione beatlesiana scatenando polemiche tra generazioni che non si capiscono. Il ragazzo, piedi nella samba e lo sguardo al rock, è presenza gradita nel programma televisivo “O Fino da Bossa”. Quando accetta di esibirsi anche all’iconoclasta “Jovem Guarda” lo cacciano e lui aderisce al movimento “samba giovane” mentre Mas Que Nada vola nella classifica statunitense grazie alla cover di Sergio Mendes, imitato da José Feliciano (Nena Naná) e Herb Alpert (Zazueira).

Dopo un inevitabile litigio con la casa discografica, l’uomo per un po’ resta in disparte: pubblica poco ma bene – nel ‘67 O Bidu, Silencio No Brooklin ne fa un idolo della scapigliatura tropicalista – e compone per altri finché Gilberto Gil e Cateano Veloso non lo riportano all’ovile. In coda al decennio mescola samba, rock, errebì e creatività libera in un eccelso LP omonimo che ospita il Trio Mocotó e Rogério Duprat vantando gemme della caratura di Descobri Que Eu Sou Um Anjo, País Tropical e Charles Anjo 45. Poi la dittatura cala la scure, gli amici finiscono in galera e in esilio. A Jorge va meglio: nonostante qualche canzone bandita dalle radio, a metà Settanta l’interesse per l’esoterismo sfocia in A Tábua De Esmeralda. Ispirata dall’alchimia sia nei temi che nell’incantata e incantevole fusione sonora, annunciata da un titolo che cita la tavola di smeraldo (il testo sapienziale più celebre fra gli scritti ermetici) e da una copertina trecentesca di Nicholas Flamel, questa dozzina di canzoni poggia melodie dolci e svagate su una fluida complessità che intreccia corde, percussioni, archi.

Le parole comunque faticano a rendere conto di un disco che come pochi altri riesce ad armonizzare gli opposti. Un disco che conquista con brani stralunati però ariosi – sì: da Paracelso alle prese con il pop – come Os Alquimistas Estão Chegando…, Eu Vou Torcer e Hermes Trismegisto E Sua Celeste Tábua De Esmeralda. Lo stesso O Homem Da Gravata Florida e quella sensualità esuberante intrisa di folk acidulo, per la Menina Mulher Da Pele Preta che parte sinuosa e arriva frenetica, per la gioiosa Minha Teimosia, Uma Arma Pra Te Conquistar, per le atmosfere alla Forever Changes di Zumbi, incentrata sul leader di una repubblica formata da schiavi fuggiaschi nel diciassettesimo secolo. Se Errare Humanum Est inscena una mini odissea spaziale con gli arnesi della psichedelia, Brother è ruvido gospel-rock cantato in inglese e Cinco Minutos riassume tutto in un bilico tra estasi e nervi scoperti che anticipa il Byrne solista. Sedotto a vita, frequenti questa bellezza enigmatica e cangiante decine di volte senza mai venirne davvero a capo. È magia pura, insomma.

Più “terreno” e altrettanto sensazionale, África Brasil nel ’76 rinsalda il cordone ombelicale con le origini rielaborando in maniera radicale tre vecchi brani (la title-track è Zumbi, che qui domicilia a Rio una Stax lisergica) e approfondendo lo studio sul ritmo, rafforzando le strutture e insistendo sull’elettricità. Aperte le danze con la fenomenale Ponta De Lança Africano (Umbabarauma), sgrana i groove samba-funk di O Filósofo, Camisa 10 Da Gávea e Meus Filhos, Meu Tesouro accanto a premonizioni di Talking Heads (Hermes Trismegisto Escreveu, Cavaleiro Do Cavalo Imaculado), disco sculettante (Taj Mahal: quattro anni prima era un’incredibile acid-jam; A História De Jorge), sentimentalismo profondo (O Plebeu, pescata dal secondo LP; Xica Da Silva). Un triennio e Rod Stewart si appropria del ritornello di Taj Mahal per l’atroce Do Ya Think I’m Sexy?, il brasiliano intenta causa e vince; negli anni ‘80 cambia nome in Jorge Ben Jor, onde evitare che le royalties dovute vengano erroneamente pagate a George Benson. Lo so, state ridendo. Mi aggrego alla dilagante, guascona ilarità annotando infine che il Nostro tuttora pubblica album, va in tour, scrive conto terzi e si gode la terza età da moderno alchimista che ha ottenuto fama e onori. Evviva.

A sangue freddo: Johnny Thunders

Nella “nostra” musica pochi si sono votati all’autodistruzione come Johnny Thunders. Fa male scriverlo, perché detesto il falso mito del “bello e perdente” e non trovo davvero nulla di romantico in chi soccombe alle proprie debolezze. Prima che mi diate del moralista, sappiate che l’essenza del rock per me sta altrove, in primis nell’espandere gli orizzonti espressivi e nell’eternare un’epoca in una canzone. Che in tale impegno si possa morire, rientra nella (cazzo di) vita della quale ognuno dispone come crede e come può. Così che per i Keith Richards e Iggy Pop dalla scorza durissima esiste un John Anthony Genzale Jr. sopraffatto da intime fragilità e dall’eccesso di identificazione con il lato oscuro. Anche lui va ricordato per le illuminazioni sparse lungo il sentiero degli eccessi: i vizi, per favore, si accomodino fuori.

Con quel cognome, John non poteva che nascere (sessantotto anni fa oggi) nella Grande Mela. La dieta del ragazzino del Queens consiste in British Invasion e girl groups, errebì e blues, Bob Dylan e Rolling Stones. Conseguito il diploma, gli Actress sono il primo complesso serio in cui suona la chitarra: nel ‘71 adotta lo pseudonimo che sappiamo, mentre le “attrici” divengono New York Dolls con l’arrivo del cantante David Johansen e della sei corde di Sylvain Sylvain a fianco del bassista Arthur Kane e del batterista Billy Murcia. La pittoresca combriccola si rivelerà fondamentale nel servire da cerniera tra un oltraggioso glam da bassifondi e presagi di punk fusi in un impasto fragoroso e beffardo. Solido il seguito nel Lower East Side, incidono demo in seguito editi dalla ROIR in Lipstick Killers e sostituiscono Murcia (annegato nella vasca da bagno causa mix di droghe e alcolici) con Jerry Nolan.

JT playing

L’accordo con la Mercury arriva nel 1973. Prodotto da Todd Rundgren, a fine luglio il capolavoro New York Dolls sancisce il vero inizio dei Settanta in America. Il Nostro cofirma quattro brani e sforna un riff dietro l’altro, la critica recepisce il messaggio ma il pubblico è tiepido. Conseguenza ne è che il navigato George “Shadow” Morton supervisiona Too Much Too Soon: ancora scarse le vendite, il risultato è artisticamente inferiore e l’etichetta molla una formazione ormai preda di eccessi. Prendendo appunti per l’immediato futuro, Malcolm McLaren cerca di tramutarli in fenomeni situazionisti ricorrendo ad abiti in pelle rossa e bandiere comuniste sul palco. Non può funzionare. A metà decennio Thunders e Nolan (non più tra noi, idem Kane) sbattono la porta e la casa delle Bambole chiude fino alla patetica rimpatriata degli anni zero.

Johnny e Jerry riemergono poco dopo negli Heartbreakers con il chitarrista Walter Lure (scomparso nell’agosto di questo 2020 maledetto) e Richard Hell, lesto a lasciare il basso nelle mani di Billy Rath per la classica storia dei galli e del pollaio. A mezza via tra i Ramones e un deragliante aggiornamento delle Dolls, il quartetto spicca nella scena gravitante attorno al CBGB’s: già con l’agenzia MainMan che curava il Bowie versione Ziggy, nell’autunno ’76 Leee Childers li aggrega al famigerato “Anarchy Tour” con Sex Pistols, Clash, Damned. Ed è in Inghilterra che gli Spezzacuori registrano L.A.M.F., acronimo di un like a mother fucker che, profano vangelo secondo il Settantasette, inquadra alla perfezione un lavoro crudo e ruvido. Da ascrivere agli annali come minimo il “manifesto” Born To Lose, il torrido e tossico inno Chinese Rocks cortesia di Dee Dee Ramone, la beffarda I Wanna Be Loved e la martellante One Track Mind. A voi scegliere il fangoso originale oppure Revisited, che nell’84 migliorava il mix rivoluzionando la scaletta.

johnny

Sono proprio i contrasti sulla produzione e il mastering dell’LP a causare lo scioglimento della band, così che Thunders si ferma a Londra per giocare nel ’78 la carta solista So Alone. Il primo album a suo nome resterà anche il migliore grazie alla felice unione fra il punk e un rock urbano dalle robuste venature blues, gli ospiti prestigiosi (tra gli altri Steve Marriott, Phil Lynott, Chrissie Hynde) e una scaletta solida con apici nell’indimenticabile struggimento You Can’t Put Your Arms Around A Memory, in una Pipeline girata hard, nella trascinante London Boys e nel glam moderno alla Only Ones – ci suonano infatti sia Peter Perrett che Mike Kellie – Ask Me No Questions. Invece di capitalizzare, l’uomo trasloca con moglie e figli a Detroit sperperando l’occasione Gang War con l’ex MC5 Wayne Kramer, riformando più volte gli Heartbreakers e vendendo le chitarre per la roba.

Quando durante un tour viene arrestato, gli danno infine una ripulita. Gli anni Ottanta raccontano un reduce che in coda al decennio ha un’impennata d’orgoglio ed entra in riabilitazione. Vuole allontanarsi dalla matrigna New York e provare a rifarsi una vita, ma il destino dispone diversamente. Il ventitré aprile 1991 Thunders muore a New Orleans in circostanze mai chiarite. Trentasei ore prima aveva reinciso con i Die Toten Hosen il manifesto Born To Lose: poi dice che uno è segnato, che se le cerca. La verità è che siamo tutti barche contro la corrente, Johnny boy, e i ricordi sono importanti. Grazie di avermi insegnato senza volerlo ad abbracciarli.

Uno nessuno cento Dylan

Dal giorno in cui si salvò con una capriola e un salto dalla motocicletta, alla sua maniera Il Bardo ci ha regalato un Capolavoro per ogni decennio. Lungo una sceneggiatura di squilibrato rigore, abbiamo inghiottito Selfportrait per scaldarci con l’amore che non è più di Blood On The Tracks, ricevuto in dote la magnificenza di Oh Mercy dopo le immersioni nell’acqua santa e guardato lo spessore di Time Out Of Mind schiacciare tanti passi svogliati. Il gioco delle contraddizioni appartiene di diritto all’unico artista che, sfaccettato all’inverosimile, è transitato dalla musica popolare alla letteratura da Maestro indiscusso. Non si incasella Dylan: è mercurio selvaggio. Come potresti, con chi si nasconde dietro le maschere perché – ipse dixit all’epoca della Rolling Thunder Revue – chi le indossa non può mentire?

Lo spiegò alla perfezione Todd Haynes, affidando a Cate Blanchett il ruolo dell’unico Bob iconograficamente fedele dello splendido “Io non sono qui”: Jokerman è una matassa impossibile da sbrogliare, dunque bisogna lasciarsene avvolgere ed è così che cogli il fascino dei “qualcosa” ancora da capire a distanza di anni, dell’estrema e dichiarata multiformità, del gusto della sorpresa. Tant’è vero che la mano di carte da applauso tardava ad arrivare in un ventennio nel quale ci siamo scervellati, accontentati e (in parallelo con Neil Young, che lo stesso giorno risponde dal passato con Homegrown) soprattutto affidati agli archivi. Eravamo quasi prossimi alla rassegnazione, finché…

bobby

Finché Rough And Rowdy Ways non ha consegnato i primi autografi dal 2012. Canzoni di ricercata asciuttezza strumentale, vocalità densa e parole che pesano tonnellate. Parole intrecciate ai suoni perché questa è musica che farebbe uno Shakespeare contemporaneo, un pistolero sagace che affida lo spirito di un’epoca a universali profondi da perdercisi dentro. Poesia? Vedo il diretto interessato sorridere sornione nel momento in cui – Giano bifronte che cita Whitman – apre il disco affermando di contenere moltitudini e confessandosi “man of contradictions”. Il che, nello specifico, significa modellare il canone occidentale e incastrarne gli ingranaggi in brani che raccontano l’uomo e la Storia. Nell’intervista al “New York Times” che ha preceduto l’album, infatti, Zimmie spiega che le canzoni nascono da sole e poi confidano sulla sua voce. Pensa a se stesso come un mezzo, non come un messaggio.

Tra certezze vestite da inquietudini e viceversa, ecco piovere blues vibranti (False Prophet, Crossing The Rubicon), valzer mitteleuropei ricamati di pedal steel (My Own Version Of You è Mary Shelley nei solchi di Rain Dogs), errebì romantici aromatizzati doo-wop con rimandi a Jacques Offenbach (I’ve Made Up My Mind To Give Myself To You), omaggi che trottano tristallegri (Goodbye Jimmy Reed). Quanto al folk eternamente reinventato, lo trovate nella delicatezza ambientale di I Contain Multitudes e in una coheniana Mother Of Muses, nella favolosa e laconica Black Rider e nel crepuscolare commiato Key West (Philosopher Pirate). Quando la “Wasteland” di Murder Most Foul – sistemata su un dischetto separato, a osservare più che a tirar le fila – avvolge con un’amarezza cameristica tra Randy Newman e John Cale, capisci che Rough And Rowdy Ways scintilla qui e ora. Che è un labirinto in cui perdersi e riflettere, perché sbaglia chi in Bob Dylan cerca risposte: soffiano nel vento, le malandrine, e acchiappale tu se sei capace. A settantanove anni, Bob continua a porre domande e a sciogliersi dalle catene come Houdini. Sa che il poeta è un fingitore. Noi, invece, ancora dobbiamo farcene una ragione.

Nick Haeffner in tempo per il tè

La natura di un cult record è sfuggente e curiosa. Dove sta il segreto di dischi che, mancato il successo, esercitano un’influenza sotterranea ma persistente e vantano fan che li considerano un pezzo delle proprie vite? Forse nella sconsiderata genialità che si fonde con una dimensione “moderatamente collettiva”, intrecciando la coperta di Linus sotto la quale ci riconosciamo tra carbonari salvati da un pezzo di vinile. Anche per questo tanti ricordano la neopsichedelia con profonda emozione e vi racconteranno che una parte di quel movimento approdò su lidi sixties mai esistiti. Che colse lo spirito di un’epoca vissuta di riflesso, rendendola una faccenda attuale.

Accadeva dappertutto, da Los Angeles a St. Albans, Hertfordshire. Colà Nick Haeffner (classe 1959) cresce con Beatles e Stones, Leonard Cohen e Incredible String Band, Led Zeppelin e Fairport Convention. A sedici anni imbraccia la chitarra da autodidatta e a venti scrive canzoni per sé e per tali Clive Pig & The Hopeful Chinamen. Il concittadino Phil Smee, che dirige la piccola etichetta Waldo’s, li affianca in scuderia ai punkettari The Bears e quando costoro diventano Tea Set, Nick entra nei ranghi come chitarrista. Una session per John Peel attrae l’attenzione di Hugh Cornwell degli Stranglers e la EMI finanzia un singolo. Nondimeno, l’inesperto quartetto e un Hugh troppo meticoloso dilapidano il budget in un mezzo disastro e il gruppo si scioglie.

 

Fortuna vuole che Nick mantenga i contatti con Smee, frattanto specializzatosi nel recupero di manufatti anni Sessanta con il marchio Bam Caruso: questi soppesa i brani ed espande la visuale del ragazzo passandogli dischi di John Cale, Captain Beefheart, Nick Drake, Van Dyke Parks, Beach Boys. Nei medi ‘80 Phil decide di arricchire il catalogo con qualche novità e un 33 giri di Haeffner è la scelta più naturale. Le registrazioni sono spalmate su nove mesi, approfittando dei ritagli di tempo e facendo di necessità virtù con pochi amici e il produttore Brian Marshall. Chiare le idee e sufficienti i mezzi, nel 1987 The Great Indoors può stupire da gioiello che, ben presente la new wave, distilla i DNA di Ayers, Barrett e Drake pur non fermandosi lì e costruendo un universo a sé, indenne al tempo e alle mode. Un universo difficile da raggiungere fino allo scorso anno, quando la spagnola Hanky Panky ha ripubblicato il disco in un doppio CD colmo di rarità e inediti. 

Il piatto forte restano comunque i dieci brani originali, che dalla copertina in perfetto stile psichedelico conducono lungo un’arcadia eccentrica da osservare a occhi spalancati. Tutti e tre, ovviamente. Ci si perde dentro strumentali bucolici (la bossanova omonima; You Know I Hate Nature, che scivola da Bryter Later con ironia) e l’irresistibile pop acidulo di The Sneaky Mothers e The Master risvegliandosi con l’Africa mutant alla Brian Eno di Breaths – cover degli Sweet Honey On The Rock – e una Don’t Be Late in cui un Barrett rasserenato capeggia i Love; e se in Furious Table i Can trafficano con storture wave-funk, i Devo albionici di The Earth Movers precorrono Jacco Gardner. Un delizioso aroma di britishness aleggia ovunque e più che altrove nei due apici collocati quasi in chiusura, il lisergico bignè beatlesiano Back In Time For Tea e l’acusticheria malinconica Steel Grey.

 

Tutto molto bello e che si perderà nel nulla. Le vendite dell’album bastano giusto a pareggiare i costi, il nostro eroe tiene pochissimi concerti e a inizio 1988 la Bam Caruso fallisce. Subentra la Demon, non interessata a un seguito del quale esistono già il titolo (uno spiritoso Dali Parton), alcuni demo e l’ipotetica supervisione di Andy Partridge; peccato, perché quanto riaffiora dalla ristampa meritava una sorte diversa. Dopo una comparsata con gli Psychic TV, invece, Haeffner accantona la musica e termina gli studi. Fino all’estate 2017 insegna arte e cinema all’università, scrive saggi e cura mostre, poi lascia il lavoro e nel 2019 ecco un disco nuovo, significativamente intitolato A New Life Awaits You. Bene, ora che Nick è tornato, vado a mettere su la teiera e preparare torte e pasticcini. Tra poco arrivano i nostri chuckaboo Alice e il Cappellaio Matto. Da gentleman, ci tengo a fare bella figura.