Tutti gli articoli di Giancarlo Turra

Sono nato nell'anno in cui si sono sciolti i Beatles e vivo a Brescia. Da quando ero sedicenne, la musica è una ragione di vita e una passione sconfinata. Per alcuni anni ho scritto per le riviste "Il Mucchio" ed "Extra". Ho partecipato con altri tre amici e colleghi al volume "1000 dischi fondamentali" pubblicato da Giunti e allo speciale sui Cure per "Classic Rock". Benvenuti sul mio blog...

Retronow: Pram – musica credibilmente strana

Lo scorso maggio è caduto il 160° anniversario della nascita di Albert Robida. Ehm, scusa, di chi? Dell’autore dei “Viaggi straordinarissimi di Saturnino Farandola nelle cinque o sei parti del mondo e in tutti i paesi visitati e non visitati da Giulio Verne”, romanzo fantastico-avventuroso del 1879 (qualcuno ricorderà lo sceneggiato RAI dei Settanta) che ispirò i registi Georges Méliès e Marcel Fabre. Robida era un tipo poliedrico: illustratore, umorista e architetto, animò il cabaret parigino “Le Chat Noir” con spettacoli di teatro delle ombre, tra cui l’apocalittico “La Nuit Des Temps” che vedeva la capitale distrutta in una battaglia aerea.

Vi pare bizzarro? Sappiate che per l’Esposizione Universale del 1900 ricostruì sul lungo Senna i quartieri medioevali demoliti da Haussman… Facile dunque che nei Pram riconoscerebbe degli eredi per la propensione naturale a (ri)costruire passati verosimili con giochi di specchi e messe in scena dove il confine tra reale e fantastico è piuttosto labile. E se esiste un sottogenere che evoca una nazione e il suo spirito come l’Americana, possiamo legittimamente ipotizzarne la versione d’oltremanica e chiamarla – se vi piace – “Vittoriana”.

Meridian

Tuffarsi nell’oceano di suono dei Pram significa anche nuotare in un immaginario adatto a emuli britannici di Robida, Verne e Salgari. Si viaggia con la mente, certo, ma pure con la memoria e la nostalgia di ricordi non vissuti. In modo simile ai più krauti compagni Stereolab e Broadcast – prima ancora a Young Marble Giants e Antena, cui un po’ somiglia nei momenti quieti – dal 1990 la band di Birmingham si è ritagliata un ruolo di antesignana della ghostalgia, avvolgendola in surrealismi d’avanguardia e rimasugli new-wave, in esotismi e jazz, in stravagante library music e in trip-hop da bar sotto il mare.

A un certo punto, come fanciullini temprati da serenità e stridori, i Pram hanno diluito l’attitudine post con dosi di dolceagra umanità. Poi sono spariti per un decennio abbondante. Quando stavo archiviarli definitivamente, Across The Meridian me li ha restituiti in ottima forma. Tra un lavoro dalle nove alle cinque e l’altro, hanno salutato la cantante Rosie Cuckston e si sono reinventati affidandosi all’etica creativa “democratica” che li contraddistingue sin dagli inizi. Parliamo pur sempre di chi confronta le idee e non ostenta il talento in vacui proclami. Di chi si fa fotografare mascherato per non distogliere da una musica alla quale dedica cura e attenzione.

Pram b & w

Lo comprova una fresca dozzina di brani ricavata da improvvisazioni registrate in Galles e poi rielaborate con sovraincisioni, editing, auto-campionamenti. Ciò che i diretti interessati chiamano “collagismo” restituisce l’arguta fusione di cui sopra, insistendo su jazz esotico e/o urbano (seppiato in Ladder To The Moon, inquieto per Shimmer And Disappear, dinamicamente lunare all’altezza di Footprints Towards Zero) e acute mutazioni errebì (The Midnight Room), su dolcezze che spiegano benissimo l’aggettivo “eerie” (Mayfly, Where The Sea Stops Moving) e colonne sonore immaginarie ispirate ai maestri italiani (Doll’s Eyes, Thistledown).

Il tutto reso viepiù prezioso da un piglio ritmico deciso eppure raffinato e dal personalissimo, ineffabile fascino che avvolge la retrotronica da manuale di Wave Of Translation e permette a una sciantosa fantasma di misurarsi disinvolta con Erik Satie (Electra) e ondeggiare tra Berlino e Bristol (Shadow In Twilight). Bene, bravi. Adesso però non fatemi aspettare altri undici anni, per favore.

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Retronow: lo spazio alla fine del mondo

La ricorrenza oggi inevitabile è il Sessantotto che compie mezzo secolo. Circondato da sfacelo e orrori, evito la retorica chiedendomi cosa resti di quell’anno sul serio mirabile. Non passa molto che, forte e chiara, avverto tutta la Bellezza che non ha mai smesso di offire. Il ’68 è il monolito nero del Novecento e se c’è un “altrove” in cui immagino Jason Pierce, è proprio la stanza alla fine di “2001: Odissea nello spazio”. Anzi: sono convinto che nel profondo della sua anima tormentata ne esista una sorta di equivalente.

La musica che giunge da là è infatti un miracolo di estremi teorici – fisicità e spirito, gioia e dolore, istinto e ragione – che dialogano sublimi. Siccome armonizzare gli opposti rientra senza dubbio tra i doveri del Genio, ancor più degli Spacemen 3 gli Spiritualized rappresentano un felice “umanesimo post-modernista” con il quale Pierce crea dai frammenti dei (tanti) dischi che ama, però mettendoci sé stesso. Hai detto niente.

b&w Jason

Nel calderone dove mescola acid-pop, soul, psichedelia, krautrock, jazz liberato, minimalismo colto e impatto orchestrale ogni elemento è legato da un cuore pulsante sangue e spine. Il suo. Per questo un ventaglio ampissimo di influenze vanta il sapore dell’unicità e per questo il vissuto dell’artefice risulta da esso inscindibile. E poiché il vero coraggio è dichiararsi vulnerabili, voglio bene al Signor J anche per una sincerità pressoché totale.

Una parte dello splendore di Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space risiede nel trasformare pene d’amore private in riflessioni universali, perciò assume un significato speciale apprendere che i concerti per il ventennale di quel Capolavoro hanno spinto Pierce in studio. E che le avversità – i demo iniziali poco persuasivi, il budget esaurito – sono state cagione di un metodo inedito: incidere (quasi) tutto in perfetta solitudine a casa, su un computer.

jason car

Di conseguenza And Nothing Hurt recapita polaroid di umanità viepiù intima ed emozionante. Presto fiducia a chi afferma che “un disco deve riflettere ciò che sono, non ciò che ero” e orgoglioso sputa (un esempio da imitare, oh sì) sulla reunion dei Tre Astronauti. Parole e fatti contano. Un fatto è che gli Spiritualized sono divenuti gradualmente più terreni trattenendo l’afflato cosmico. Un fatto è che la vita ha spesso schiaffeggiato il nostro navigatore. Un fatto è che costui ha risposto cavando le cose migliori dalla sofferenza.

Basta e avanza. Poi arrivano le canzoni a spazzare via la banalità di tanto rock contemporaneo: il valzer in popedelico sboccio A Perfect Miracle e la Let’s Dance sdraiata sotto l’arcobaleno di un lisergico Pet Sounds, l’innodia raffinata del crescendo Here It Comes (The Road) Let’s Go e il vigoroso soul con melanconici occhi azzurri I’m Your Man, il languido country Damaged e una The Morning After da Velvet Underground in gita a Detroit con Ornette Coleman.

ANH

Pierce ha lasciato intendere che And Nothing Hurt potrebbe sancire un addio, ma chissà come e quando e se. In ogni caso tutto quadra, compreso girare attorno e compendiare in scioltezza un canone oramai classico attraverso forme e durate relativamente più concise. Da oggi, comunque, il futuro è un’ipotesi sigillata dallo scintillante neo-gospel Sail On Through e da quel “non fossi così gravato, proseguirei a navigare per te”. Metti caso che qui “you” valga per voi… In fondo non conta se davvero il sipario calerà sul codice morse che a fondo corsa scaglia il titolo dell’album tra le stelle. Conta che scroscino applausi copiosi fino alle lacrime. Grazie del viaggio, Major Jason.

Classics revisited: l’acida tristezza dei Thin White Rope

Alcune di queste canzoni hanno dei magneti seppelliti dentro”. Le note interne del quarto LP dei Thin White Rope offrono un’autodefinizione – una delle tante possibili – bizzarra di uno stile unico. Stralunato ed epico, fisico però etereo come può esserlo un deserto reale e/o metaforico. Pur conoscendoli a memoria, riascolto spesso i loro dischi e ogni volta rimango ipnotizzato da policromie acid-rock e brume new wave, presidiate da un Johnny Cash in uggia perenne però non privo di umorismo. So di essere in buonissima compagnia nella convinzione che le canzoni dei Thin White Rope sono materiche come poche altre nella storia del rock.

Vivono dentro un turbine di brividi, esaltazione, visionarietà. Il tempo, galantuomo, non le ha minimamente intaccate e in questo senso sono faccenda assolutamente “di oggi” le recenti ristampe Frontier di quei cinque magici album. Con un pizzico di benevola invidia per chi vi si accosta da vergine, festeggio dedicando qualche riga a uno dei miei gruppi “della vita”. Un’ennesima volta, siccome al cuore non si comanda. Gli si dà ascolto e basta.

TWR

I luoghi in cui cresciamo… C’è chi li descrive a distanza, chi li tramuta in microcosmi narrativi, chi se ne fa ossessionare. Guy Kyser ha saputo riversarli in un’estetica che fonde la concretezza di Madre Terra con un istinto che la trascende. Una dinamica di opposti complementari che rappresenta il nocciolo stesso sia dei Thin White Rope che di quell’apparente desolazione capace di svelare ciò che siamo. Kyser, guarda caso, è venuto su a Ridgecrest, un’oasi tra Mojave e Death Valley lasciata nei primi ‘80 per studiare geologia a Davis.

Nella fervida scena della cittadina californiana, la “sottile corda bianca” – riferimento all’eiaculazione che dobbiamo a William Burroughs – si sbroglia quando i Lazy Boys in cui il ragazzo canta e suona la chitarra incassano il ritiro di Scott Miller, più propenso a scolpire diamanti pop nei Game Theory. La rifondazione vede aggiungersi a Guy e al batterista Joe Becker la sei corde di Roger Kunkel e il bassista Kevin Staydohar, che nell’83 porta via Joe nei fantastici True West.

Axis

Decisivo il demo della primavera 1984 che persuade la Frontier a pubblicare Exploring The Axis nel mezzo del decennio. Grazie alla lunga gavetta, l’incantesimo – intrecci di ritmica minimale però arguta, spirali chitarristiche in serrato dialogo, voce rauca e virile che detta cambi d’umore – si racconta perfetto. Una psichedelia aromatizzata roots consegna i Quicksilver Messenger Service nelle braccia dei Television attraverso gli strappi di Soundtrack e l’incalzante Down In The Desert, l’onirica Disney Girl e le psicosi della title-track, le The Real West e Dead Grammas On A Train che riscrivono il country con le nevrosi del dopo punk.

In visibilio, la stampa parla di post-psichedelia: a inizio ‘87 Moonhead ribadisce il concetto comprimendo rabbia, cupezza, echi kraut e anticipi di stoner. I classici istantanei a questo giro sono il sublime folk lunare Thing, una contorta Take It Home, la slanciata Wire Animals, l’accecante Not Your Fault. Almeno. Sostituito Tesluk con John Von Feldt, la routine tour/disco/tour conduce al 1988 del difficile terzo album. In The Spanish Cave supera l’ostacolo con il terso struggimento July, una frenetica Elsie Crashed The Party, la Timing che spedisce Beefheart in un illividito Marquee Moon. Al narcotico blues Astronomy replicano il devastante frontale tra Hawkwind e Mad River (con citazione finale di Link Wray…) di It’s O.K. e una Red Sun che seppellisce i Love e Morricone sotto colate di lava.

Thin White Rope

Gli Ottanta agli sgoccioli, si chiude una fase del “nuovo rock” americano: cresciuto l’interesse delle major verso questo non genere, i grandi nomi compiono il salto. Nel 1990 l’adulto splendore di Sack Full Of Silver esce su licenza per la BMG porgendo moderno folk-rock (On The Floe), chiaroscuri mesmerici (Whirling Dervish: cenni di medio oriente e prateria strapazzata; Triangle Song: un crescendo che leva il fiato; gli MC5 rabbuiati di Diesel Man) e le seduzioni figlie di She Brings The Rain del brano omonimo. A proposito di Can: il nuovo arrivato Matthew Abourezk stratifica magistralmente le trame percussive e più che altrove in un’immane rilettura di Yoo Doo Right.

silver

Alla fine di una sfibrante tournee, The Ruby Sea riporta i quattro nell’alveo indipendente. Nell’aria la rassegnazione è palpabile e più delle allucinazioni hardeliche – comunque magnifiche quella che dona il titolo all’album e Midwest Flower – spetta a episodi riflessivi del calibro di Puppet Dog, Bartender’s RagChristmas Skies e della dolcissima Up To Midnight (saldata ai sibili di Hunter’s Moon: ancora opposti che si bilanciano come nella natura umana) incarnare lo spirito di un’opera pregevole rimasta però schiacciata dai pesi massimi dell’autunno 1991.

La separazione sarà in seguito sancita dal doppio live The One That Got Away, ovviamente imperdibile e lo stesso valga per gli EP (impreziositi da illuminanti cover) sistemati a inframezzare i 33 giri e per la raccolta di ritagli Spoor. Da allora le mosse di Rogen e Guy in ambito musicale sono state defilate e poco significative, ma non importa. I Thin White Rope sono una voce più presente che mai. Una voce di Bellezza inquieta, romantica e malinconica indenne alle offese di Crono. Una Bellezza che ci rapì per sempre, laggiù nel deserto.

 

 

Classics Revisited: De La Soul is de la style

Un fulmine a cielo sereno cui segue un rinfrescante acquazzone. Questo fu nella primavera 1989 l’avvento dei De La Soul, che con attitudine ed estetica freak ribaltarono un hip-hop fino a quel momento severa militanza o cronaca del ghetto. Non sapendo come definirli, di Pasemaster Mase, Posdnuos e Trugoy The Dove (yogurt scritto alla rovescia: capito che aria tirava?) la critica scrisse che facevano hippie hop. Tutto sommato rese l’idea, laddove è impossibile spiegare a chi non c’era lo scossone che avvolse rime e sample in acid-soul, funkadelia, umorismo surreale, fluorescenze alla Keith Haring.

Rappresentò un’alternativa al materialismo, alla violenza e alla misoginia del rap – dalle quali peraltro certo becero rock non era/è esente – che contribuì a sgretolare la residua diffidenza dei visi pallidi verso il genere. Già basterebbe, ma c’è di più. C’è un Three Feet High And Rising tuttora classico, futuribile e a sé. Se non è un miracolo questo, Fratelli e Sorelle, ditemi voi cosa lo è.

de la 3

Oltre all’ineffabile Genio, vedo delle radici in un fattore sociologico evidenziato dalla stampa statunitense. Gli anni ’70 videro una migrazione massiccia di famiglie afroamericane dal centro alle periferie di New York: di conseguenza, nella noia dei sobborghi l’immaginazione dei tre di cui sopra galoppava a briglia sciolta restando sintonizzata sulla Grande Mela. Come per il primo indie-rock, il decentramento fu la lente per osservare fenomeni e mode alla giusta distanza e ripensarli. Immagino i ragazzi che nella loro cameretta sgranano parole su vinili ipoteticamente “da bianchi” e se ne appropriano; che al liceo si fanno le ossa così presto e bene da essere notati da Prince Paul degli Stetsasonic, che li introduce nella tribù Native Tongues, assicura un contratto con la Tommy Boy e produce l’album d’esordio.

Pronti, via, Capolavoro. Tra lezioni di francese trasformate in trasmissioni radio marziane e siparietti parlati di un finto quiz televisivo, Three Feet High And Rising – titolo ispirato alla canzone di Johnny Cash – inscena un favoloso “ready made” sonoro. Grazie al detournement del campionamento, porta la materia che lo compone in contesti diversi, ne muta significati e significanti e si erge a pietra miliare. Alieno dai tratti somatici familiari che ingloba e mischia ogni cosa con levità del tocco ed economia delle forme, non discrimina tra Funkadelic, Steely Dan e Turtles. Basta che funzionino per arguti assemblaggi dadaisti e per l’aura melodica sfolgorante prossima a un’idea sixties del pop.

3 feet high

Tutto stupendo, inaudito e da qui in poi regola del gioco. Incluso l’eclettismo che ormai diamo per scontato e che nasce pure nei solchi di questo fondamentale, caleidoscopico rompicapo. Ascoltare per credere l’irresistibile My, Myself And I, le appiccicose Eye Know e Jenifa Taught Me, il caracollare stordito di Tread Water, una Magic Number palese modello per Brimful Of Asha dei Cornershop.

Altrove Eye Know porge soul pop cristallino, Change In Speak arrotonda gli spigoli di James Brown e Ghetto Thang sculetta sinuosa; Potholes In My Lawn riporta in auge lo yodel clintoniano campionando gli War, Sly Stone si aggira nella programmatica D.A.I.S.Y. Age e Say No Go poggia su I Can’t Go For That di Hall & Oates. Chiuso il cerchio con Jungle Brothers e Q-Tip nel downbeat venato jazz di Buddy, sono a bocca aperta. Ogni volta. Tuttavia…

de la trio

Tuttavia i De La Soul ottengono un successo troppo immediato (disco d’oro più primo posto nella chart R&B e ventiquattresimo nella generale) e pagano la causa intentatagli dai Turtles per un campione non autorizzato, destinata a riverberarsi sull’hip-hop tutto in termini di ritorno alla strumentazione “vera” e di ritardi nelle pubblicazioni per ottenere i regolari premessi. Sin dal seguito De La Soul Is Dead il trio inizierà ad arrancare con uscite mediocri e snaturando la leggerezza.

E’ la ferrea legge dell’hip-hop, bellezza. Poco male, alla luce di un disco sul serio rivoluzionario, nella scia del quale Arrested Development, New Kingdom, Shape Of Broad Minds, Mos Def e decine d’altri spiegheranno le vele. Senza vanagloria, i diretti interessati lo affermavano chiaro e tondo quasi trent’anni fa: “Siamo gente che vuol fare le cose per prima e vedrete molti seguirci.” Così è stato. E gloria sia.

Kult Korner: Moffs – cose lisergiche dall’Australia

Australia, anni ’80. Una generazione esce dal punk immaginando il day after e, come chiunque in giro per il globo, inventa un ibrido di tradizione e contemporaneità. In un panorama colmo di band talentuose, nutro affetto particolare per i Moffs, che non si accontentarono di applicare la filologia a Chocolate Watchband, Standells e compagnia. Con intelligenza concepirono invece una psichedelia davvero “neo”, che dei fab sixties recuperava estetica e sonorità, ma soprattutto l’atteggiamento moderno e libero con cui acid-rock, esotismi, progressive e new-wave erano fusi in un linguaggio atemporale proprio perché figlio di epoche diverse.

Conoscenza della storia e apertura mentale appartengono a Tom Kazas (cantante/chitarrista di origine greca che attualmente si cimenta con la folktronica cosmico danzabile nei Loonaloop) sin dagli inizi del decennio, allorché bazzicava la scena “mod” di Sydney con l’amico bassista David “Smiley” Byrnes (dopo i Moffs è stato nei Lazarus, ha pubblicato un LP solista e ora fa il produttore). Nel 1983 incontrano il tastierista Nick Potts e i Moffs – storpiatura umoristica di moths, “falene” – nascono quando arriva l’esperto batterista Alan Hislop.

moffs green

Dopo alcuni mesi trascorsi a scrivere, i quattro iniziano a tenere concerti su concerti. In studio entrano una prima volta per le sei ore notturne bastanti a registrare il nastro – non sfugga l’ironia del titolo – 11 To 5. Dall’insieme già assai maturo emergono l’organo rutilante e la chitarra surf di Horto, l’azzeccatissima cover di Tomorrow Never Knows, l’estasi acid-pop Get The Picture. Una delle cinquecento copie stampate atterra sulla scrivania del prestigioso marchio Citadel, che nella primavera ’85 accoglie il gruppo e non sarà più abbandonato.

Fiducia ripagata come meglio non si potrebbe: l’ipnosi marziale Another Day In The Sun sistema tasti liquidi e chitarre a incorniciare un’indimenticabile melodia, laddove (otto miglia più su, l’aria rarefatta echeggiante Another Girl, Another Planet e Here Come The Warm Jets) Clarodomineaux fotografa Barrett che flette i muscoli e folkeggia. L’eccelso 45 giri giunge in cima alla classifica indie nazionale incassando il plauso di John Peel e “Bucketfull Of Brains”. L’insoddisfatto Potts sbatte però la porta e oggi lo trovate in progetti anticonvenzionali chiamati The Gruntled e Wayward.

look down

L’arrivo di Mick Duncan sigilla l’annata e un “mini” omonimo dove la meravigliosa Look To Find sistema El Syd nei Byrds, A Million Year Past lo trasporta sul Bosforo, I Once Knew e The Meadownsong porgono stiloso psico-prog e I’ll Lure You In avvolge in aromi di California e brughiere. Altra prima piazza più capolino nei Top 20 generalisti, nondimeno il tour seguente lascia sul campo Alan e Mick, rimpiazzati dal Byrnes minore, Andrew, e da Damon Giles. Nel maggio ‘87 Flowers/By The Breeze recapita un discreto vecchio brano e pregiato viluppo elettroacustico volto a oriente.

Dimissionario Damon, si rischia lo scioglimento, tuttavia il fan Scott Barnes porta l’entusiasmo che in autunno sfocia nel 7” della leggiadra The Traveller e del Re Cremisi lisergico di Quaker’s Drum. Lungo il primo trimestre 1988 i ragazzi si concentrano sulle registrazioni del sospirato LP e gli dice benissimo. Labyrinth racchiude puro Genio, dilatando con gusto e senso della dinamica rari strutture e atmosfere in transito dal tenue al concitato. Svettano l’articolata visionarietà di Tapestry, i flessuosi incastri di I Am Surprised, la malinconica The Grazing Eyes, il miraggio che si accende in cavalcata Desert Sun, una progressista e filmica Stealing Cake To Eat The Moon e non vale di certo meno il resto.

the collection

Pagina fulgida del grande romanzo psichedelico, Labyrinth sarà anche il canto del cigno. Alla Citadel non hanno fondi per un giro europeo che possa espandere il bacino di utenza e aumentare le vendite, così i Moffs, stanchi di tribolazioni e magri riconoscimenti, traccheggiano tra dissapori vari consegnando l’ultima gemma in una rilettura di Eight Miles High. Significativamente, si separano nell’89 mentre il “nuovo hard” sta divorando incensi e collanine. La loro dimensione di culto è custodita alla perfezione in The Collection, doppio CD Feel Presents che nel 2008 recuperava l’integrale discografico ed era motivo di una breve reunion “live”. Anche questo è stile, care lettrici e cari lettori. Adesso, tutti insieme, turn on, tune in, drop out!

Classics revisited: quando John Hiatt cavalca da re

Avrete notato anche voi che quasi nessuno si sottrae dal rimarcare quanto la vita faccia schifo. Fossimo un filo più empatici verso le altrui autentiche sciagure, forse vedremmo certe nostre quisquilie dileguarsi come neve al sole. C’è da provarci, almeno, mentre ci nutriamo l’anima con dischi, libri e film. Pensando a Mr. John Hiatt trovo queste banali annotazioni quotidiane perfette, poiché la coppia di LP che ne rappresenta l’apice ha alle spalle un percorso drammatico. Benché di tali sofferenze rechino i segni poco più che in tralice, Bring The Family e (in misura assai minore) Slow Turning sono pura catarsi sonora e anche lì sta tanta della loro bellezza.

Una bellezza che ha consegnato al plauso di critica, colleghi e fan un nome viceversa sconosciuto al grande pubblico. Non le sue canzoni, però. Tra i tantissimi che lo hanno interpretato o riletto sfilano Bob Dylan, Eric Clapton, Willy De Ville, Bonnie Raitt, Joe Cocker, Willie Nelson, Emmylou Harris, Iggy Pop. Consideratelo un risarcimento – inclusi i meritati diritti d’autore: di sola gloria non si vive – per ciò che l’uomo nato a Indianapolis nel 1952 ha patito.

old hiatt

Da bambino John perde a breve distanza un fratello maggiore suicida e il padre per malattia. Trova conforto in Presley, Cohen e Dylan come in Otis, Mississippi John Hurt e Odetta, appoggiando insomma il folk al soul e al blues e, sventuratamente, appoggiando alla bottiglia il ragazzo impacciato e grassoccio che a diciotto anni molla tutto e va a Nashville. Per venticinque dollari la settimana scriverà conto terzi duecentocinquanta brani, compresa la Sure As I’m Sitting Here nel ’74 hit dei Three Dog Night e lasciapassare per un contratto con la Epic. L’era del ghost writer termina rivelando già il destino: Hangin’ Around The Observatory e Overcoats piaciucchiano guisto alla stampa e tanti saluti.

A spasso per un lustro, Hiatt si trasferisce in California, ascolta Elvis Costello e Graham Parker, riconosce un idem sentire e raccoglie intuizioni preziose. In coda al decennio passa alla MCA ma Slug Line e Two Bit Monsters cadono nel vuoto. Siamo al 1982: Across The Borderline, vergata con Ry Cooder e Jim Dickinson, fa sì che David Geffen lo assoldi. Pasticciato da Tony Visconti All Of A Sudden, spetta a Riding With The King (in parte supervisionato da Nick Lowe e inciso con i Rockpile) rendere una prima giustizia laddove Warming Up To The Ice Age segna la fine della corsa.

family

Il colpo è durissimo. Lasciate moglie e figlia, John prende a distruggersi con alcool e droghe e ce la farebbe di sicuro, non fosse che la consorte si uccide e qualcosa scatta. Con la piccola Lily oggi cantautrice, Hiatt torna a Nashville, si ripulisce e butta giù Canzoni intessute di autobiografia. Quando è ora di offrirle al mondo, Lowe chiama Jake Riviera della britannica Demon: stanziati trentamila verdoni, chiede a Hiatt chi desideri in studio. “Ry Cooder, Nick Lowe, Jim Keltner” la risposta e la formazione che in quattro giorni incide Bring The Family.

La passione e l’onestà confessionale di un’anima redenta, un’ugola da nero modernamente bianco e la misurata maestria dei musicisti asservono una penna in stato d’assoluta grazia, dal trascinante rhythm’n’rock Memphis In The Meantime alla sublime dichiarazione pianistica Have A Little Faith In Me, dall’acustico cantar d’amore Learning How To Love You alla Your Dad Did raffinatamente sfrontata nel citare Street Fighting Man, dalle accorate Lipstick Sunset e Stood Up alla gioia di una Thank You Girl sull’asse Stones/Creedence/Springsteen e del MacManus in combutta con Jagger e Richards per Thing Called Love, dal sinuoso Al Green candeggiato di Alone In The Dark al crepuscolo Tip Of My Tongue.

 younger hiatt

Più che canzoni, sono ritratti di un individuo che ha attraversato l’inferno, si è cucito le ferite da sé e, ragionando con maturità sul più elevato dei sentimenti, ha scolpito un capolavoro. Ovvio che il confronto con il comunque pregevole successore Slow Turning sia privo di senso. Non potendo contare sul dream team di cui sopra, Hiatt si affida all’esperto produttore Glyn Johns e ai Goners, formazione guidata dal chitarrista Sonny Landreth che lo accompagna anche sul palco. Tra oasi blues e gospel, attinge da Exile On Main Street e Willie And The Poor Boys sfumando l’urbano nell’agreste (la title-track, Drive South, Trudy And Dave) e alternando la briglia sciolta (Tennessee Plates, Ride Along) a magnifiche ballate (Icy Blue Heart, Feels Like Rain).

Il ciclo si chiude sul bello stile di Stolen Moments e il mediocre tentativo chiamato Little Village di ripetere nel 1992 l’intesa con lo studio legale Cooder, Keltner & Lowe. Da allora John ha consegnato un gruzzolo di lavori mica male e qualche zampata degna del fuoriclasse, uscendo spesso e volentieri dal suo ranch in Tennessee per suonare dal vivo. Stasera si esibirà in un giardino liberty adibito a parco pubblico che dista mezz’ora da casa mia. Sapete dove trovarmi.

 

 

 

Perfetti ma non troppo: Joni Mitchell sui prati sibilanti

Non se la passa benissimo, oggi, la Signora del canyon. Dopo la poliomielite di gioventù e le più recenti artriti e parassitosi allucinatorie, tre anni fa la rinvenivano incosciente tra le mura domestiche a causa di un aneurisma cerebrale dal quale si sta ancora riprendendo. Le auguro ogni bene e non avete idea di quanto faccia piacere leggere che ha rifiutato l’autorizzazione a un biopic con protagonista Taylor Swift (a tutto c’è un limite, sì) e che, fotografata per una campagna pubblicitaria, ha chiesto che sul viso le lasciassero ogni ruga. A qualunque età un peperino è un peperino… Pazienza se dal 1991 del lampo isolato Night Ride Home, soffocata da rancori e amarcord Joni Mitchell pubblica poco e male. C’è stato un tempo in cui plasmò il cantautorato femminile con inarrivabile maestria. Tanto basta al cuore e alla Storia.

Joni smoking

Da sempre l’artista canadese maneggia anche pennelli e colori. La cogli, una mano che sgocciola alla Pollock e ipotizza un Hopper umanista in canzoni spesso concepite come quadri o, insegna la metafora dell’epocale Blue, come tatuaggi. In questo fiume di colori che trattengono qualcosa di noi e che assieme a noi invecchiano, per un certo periodo Joni si è cimentata con l’astrattismo ottenendo i risultati migliori al primo tentativo, l’ingiustamente trascurato The Hissing Of Summer Lawns. Che questo LP sia oggetto di adorazione da parte di eminenti colleghi – per non far nomi: Prince, Kate Bush, Bjork – significa molto alla luce di un linguaggio troppo fuori dagli schemi per il 1975 in cui vide la luce.

hissing cover

Oggi, che al dopo-rock abbiamo ormai fatto l’abitudine, si può infatti apprezzare in pieno il diretto successore di Court And Spark, di suo un trentatré giri belloccio e di notevole successo che fu fonte di insensate accuse di commercializzazione. Punta sul vivo, Joni rispose con i fatti. Convocati i fidi L.A. Express e qualche ospite (“Skunk” Baxter, Larry Carlton, James Taylor, Nash e Crosby) cavò dal cilindro un post-songwriting di fascino ambiguo e curatissimo nei dettagli. Uno stile che, similmente all‘Africa traslocata sulle colline di Beverly Hills della copertina, si dipana con spirito lynchiano (la foto interna ritrae l’artefice in un’amniotica piscina con un aspetto che non sai se rilassato oppure inerte…) lungo le dissonanze del quotidiano. Di conseguenza la musica richiede attenzione e ripetuti passaggi per svelare strutture scagliate oltre le convenzioni da un saldo centro di gravità e da una forza comunicativa affatto comune.

Joni by Norman-Seeff

Questo sono la cover di Centerpiece che improvvisa emerge e riaffonda nella stranita Harry’s House, una In France They Kiss On The Main Street che veste di abiti West Coast il fluido jazz-rock degli Steely Dan, la The Jungle Line che omaggia Henri Rousseau – toh: un pittore! – e preconizza Julia Holter e Volta tra sibilar di moog e tamburi Burundi. Se la tensione sfiora il pelo dell’acqua in Eddie And The Kingpin e Don’t Interrupt The Sorrow vaga nei tropici, la melanconia avant-pop di Shades Of Scarlett Conquering e dell’omonima trama di ritmi e fiati risponde alla sonata meticcia The Boho Dance e al cristallo folk Sweet Bird. Quando tutto termina sull’ambient gospel per voci e sintetizzatore ARP – meraviglia da far invidia a Brian Eno – di Shadows And Light, capisci che chi chiedeva altre Raised On Robbery stava negando alla Mitchell il diritto di evolversi. Sorridi e ricominci da capo, sedotto e ipnotizzato.

Sull’onda della fama, in novembre The Hissing Of Summer Lawns debutta al quarto posto in classifica ma precipita subito. Non se ne preoccupa minimamente la Nostra, appena passata – cito testualmente – “dal reparto hit a quello dell’arte” in virtù di un’opera sul serio perfetta ma non troppo, cioè quel tanto che basta a centrare un’arguzia mai autocompiaciuta. Attraversati i prati estivi, Joni Mitchell si metterà in viaggio sulle “strade blu” d’America e nell’anno del bicentenario concepirà Hejira. Sarà l’ultimo suo Capolavoro.