Tutti gli articoli di Giancarlo Turra

Sono nato nell'anno in cui si sono sciolti i Beatles e vivo a Brescia. Da quando ero sedicenne, la musica è una ragione di vita e una passione sconfinata. Per alcuni anni ho scritto per le riviste "Il Mucchio" ed "Extra". Ho partecipato con altri tre amici e colleghi al volume "1000 dischi fondamentali" pubblicato da Giunti nel 2012 e al successivo "1000 dischi fondamentali più cento di culto", edito sempre da Giunti nel 2019. Nel 2016 ho contribuito allo speciale sui Cure per "Classic Rock". Benvenuti sul mio blog...

I Clash escono di scena

Facciamo un gioco: si chiama “fingiamo che” ed è una versione a fin di bene della cancel culture. Consiste nel deliberare che alcuni dischi non siano mai usciti e che alcune carriere si siano concluse diversamente. Un fantasticheria non fa danno a nessuno e probabilmente rende per qualche minuto la vita più sopportabile. Un caso eclatante? Eccolo: l’ammasso di monnezza intitolato Cut The Crap non è mai esistito, la schifezza (“crap”) è stata tagliata (“cut”) sul serio e i Clash si sono sciolti al vertice, la sera della vigilia del carnevale di Notting Hill.

Vi piace? Fingiamo anche che la speculazione delle case discografiche sia punibile per legge. In questo modo Combat Rock avrebbe compiuto quarant’anni il 14 maggio scorso senza lo strascico della relativa “edizione speciale” disponibile in svariati formati (la cassetta! Un 45 giri a tiratura limitata!! I gadget!!! Minchia, che ridere…) che aggiunge una dozzina di inediti scelti dai membri superstiti. Il sentore, infatti, è di occasione sprecata che restituisce solo in minima parte il what if nascosto dietro il quinto album dei Clash.

Come è noto, l’idea originaria era di pubblicare un (altro) doppio dopo un triplo salto nel futuro. Roba da spaccare le gambe a chiunque, ma non all’ultima gang in città che, alle spalle alcune session londinesi, a fine ’81 entra agli Electric Lady Studios di New York per incidere Rat Patrol From Fort Bragg. Al quadro bisogna aggiungere due settimane di favolosi concerti nella Grande Mela con la Sugarhill Gang e Grandmaster Flash, le prove in uno squat londinese, il tour in Oceania ed estremo oriente. A casa iniziano le discussioni, il doppio viene accantonato e il missaggio affidato da Rhodes a Glyn Johns: scorcia ed elimina, si riduce tutto a un LP dal titolo diverso .

All’epoca il punk è un ricordo, eppure la sua anima idealistica vibra in chi ha mutato il corso della musica e della cultura popolare però non vuole sedersi sugli allori. Più punk di tutti e tra i più Grandi di sempre, i Clash hanno intrapreso un’evoluzione che li ha condotti dalla garageland al mondo. Un percorso dove ogni mossa – dettata da muscoli, istinto e cuore – reagisce alla precedente: il punk codificato nell’esordio, il tentativo di scavalcamento Give ‘em Enough Rope, la formidabile sintesi London Calling che intanto si apre alla Giamaica e alla musica nera, il superamento delle colonne d’Ercole con Sandinista!

Quale allora il ruolo di Combat Rock? Sulle prime parrebbe un ritocco della parabola del gruppo, il cui retroterra multiforme e complementare emerge nettamente. In realtà, le canzoni gettano ponti su un futuro che non sarà e, con stupefacente disinvoltura, colgono nuovi fermenti – il nascente hip-hop su tutti – per incorporarli in un composito DNA. Ne deriva un tessuto viepiù cangiante che al rock e alla blackness mescola folk, free jazz, atmosfere filmiche, ricerca etnica. Di nuovo, la fusione non scade in confusione: anzi, incarna l’essenza dell’uscita di scena dei Clash.

Perché alla fine ogni speculazione, diceria e congettura è spazzata via da brani policromi, trascinanti, capaci di “leggere” l’ascoltatore come di esaltarlo e sedurlo. Ci trovate Londra e Kingston, New York e il Vietnam, Scorsese e Coppola, poesia e umorismo. E parecchio altro, tra cui una fiducia commovente nel potere della musica che contribuisce a rendere fresco, oltre che bellissimo, quanto è compreso tra gli estremi del rockabilly morriconiano Know Your Rights e del quadretto in stile Randy Newman Death Is A Star.

Parliamo di un Bo Diddley modernizzato chez Motown (Car Jamming), di singoli perfetti che recapitano apocrifi Stones (Should I Stay Or Should I Go) e irresistibili boogie disco (Rock The Casbah), di stralunate rivisitazioni del reggae che insegnano trucchi a Damon Albarn (Red Angel Dragnet, Atom Tan), di fantastici incubi che condensano Apocalypse Now pensando già ai campionamenti (Straight To Hell), di electro-funk-rap stradaiolo e raffinato (Overpowered By Funk), di jazz libero in un’umida giungla (Sean Flynn), di filastrocche che dipanano satira e storia (Inoculated City), di dub costruito su lirismo e bassi squassanti (Ghetto Defendant, ospite nientemeno che Allen Ginsberg).

Incredibile ma vero, il riscontro commerciale è clamoroso grazie anche dal traino Rock The Casbah composto in gran parte dal batterista Topper Headon, nel frattempo caduto preda dell’eroina e sostituito. Qui l’inizio della fine: a supporto degli Who, nelle arene americane le crepe tra Joe e Mick divengono voragini, questi è cacciato e ci vorrà tempo per riappacificazioni e pubbliche ammende. Però – ricordate? – abbiamo fatto un patto, voi e io. Tutto questo non è mai successo: i Clash si sono salutati nel 1983 con un abbraccio e un sorriso, sapendo di aver compiuto la loro missione. Sapendo, per questo, di poter vivere da qui all’eternità.

Il futuro dietro l’angolo: Fontaines D.C.

Uno dei mali peggiori del giornalismo musicale è il vizio di affibbiare etichette come “i nuovi Tizi” o “il nuovo Caio” e, in parallelo, di eleggere salvatori di un rock spacciato come defunto da trent’anni abbondanti ma in continua rigenerazione. La cosa ha complicato non poco la carriera – quando addirittura non ha tarpato le ali – a diversi artisti, caricandoli di eccessive attese e/o di un ruolo del quale non andavano in cerca. Un malcostume, lo si dica. E si dica che la tendenza a scovare hype a ripetizione si è acuita nell’era di internet, allorché tutto viene bruciato in pochi giorni quando non in poche ore. Per coloro ai quali interessa approfondire, il tempo e la familiarità aiutano invece a modellare la prospettiva, a ragionare e ponderare i giudizi. Insomma: i dischi vanno ascoltati e sentiti più volte, anche solo per rispetto verso chi li fa. Se siete frequentatori di questo blog, sapete che qui è così che funziona.

Venendo al punto, mi sono accostato libero da preconcetti al disco “del momento”, ovvero Skinty Fia dei Fontaines D.C. Fatto numero uno: il quintetto dublinese possiede talento in misura più che bastante a farsi notare. Fatto numero due: in anni di riciclo a oltranza, omologazione sfrenata e attenzione fin troppo rivolta soltanto al suono, i ragazzi scrivono canzoni che possono durare. Se sei tutto chiacchiere e velleità, nel giro di un paio di album diventi una macchietta tipo gli Oasis, ma non pare sia il caso dei Fontaines D.C. Tuttavia i Gallagher tornano utili per chiamare in causa lo spirito che aleggia su Skinty Fia, cioè il nume tutelare condiviso dei La’s di Lee Mavers.

Il cantato di Grian Chatten poggia infatti su quella tonalità insieme emotiva e indolente, aspra però melodica, sempre sul rasoio di una stonatura che non arriva mai; da par suo, la penna contiene inchiostri che profumano di fine anni Ottanta, di quando i Sixties rappresentavano un patrimonio da cui attingere senza timori reverenziali e da “correggere” con il post-punk. Se proprio volete un altro punto cardinale, gli House Of Love calzano a pennello e chi ha una certa età non avrà bisogno di ulteriori spiegazioni.

Al netto di ogni riferimento, Skinty Fia possiede spessore compositivo, sicurezza e peronalità tali da segnare un vertice per la formazione. In tal modo sigilla un cerchio, poiché tre dischi in altrettante stagioni comprimono su una nota alta un preciso decennio di storia del pop come solo nella nostra epoca è dato. E per il futuro, si vedrà. Intanto è il presente che conta e a mo’ di parentesi sistema i vertici nel memorabile indie wave gregoriano In Ár gCroíthe Go Deo e in una fragorosa ma cupa Nabokov.

Nel mezzo, una scaletta di impeto ragionato, rigore formale e standard quasi altrettanto elevato: I Love You porta con sé l’ipnosi stordente di Bossanova, i DNA di Mavers e Guy Chadwick sono tutt’uno nel gioiellino Jackie Down The Line e nella malinconia tesa di How Cold Love Is, lungo la sensualità cristallina di Roman Holiday cogli qualcosa di Echo & The Bunnymen. Se Big Shot e Bloomsday ipotizzano gli Stone Roses in vesti shoegaze, The Couple Across The Way è un folk crepuscolare e stranito e la title-track incede danzereccia ricordando i Campag Velocet ma pure i tardi Cure. La netta impressione è che, nel mentre diventano grandi, gli irlandesi possano presto sedersi tra i Grandi. Consideratelo un augurio.    

Brividi e mal di pancia in pillole, 4

Basement 3 – Naturalismo! (autoproduzione)

Gruppi italiani interessanti e dove trovarli… Per esempio a pochi chilometri da casa, nella pianura dove la pianura bresciana sfuma nel cremonese. Un contesto provinciale nell’accezione più felice possibile, cioè quella di luoghi che sorprendono con il senso di rivalsa verso la metropoli e la distanza critica. Pensate a Bristol o alle scene decentrate del rock americano alternativo come Chapel Hill e Olympia ed ecco: nei Basement 3 non trovate concessioni alle mode, sbiadite fotocopie di modelli esteri o vacuo dilettantismo un tanto al chilo. Il trio ha le idee chiare, suona senza batteria intrecciando con gusto e inventiva chitarre acustiche ed elettriche, basso ipnotico ed elettronica vintage.

Artigiani sul serio indipendenti, i Basement 3 trafficano con la psichedelia da prospettive post aperte alla contaminazione e in questo secondo album si allontanano senza strappi dal già pregevole esordio Permafrost Walkers del 2019 per approdare a una forma canzone personale e non classificabile in categorie troppo precise. Riconoscibili gli ingredienti, il sapore della ricetta è ogni volta intrigante: Tabula Rasa sono Kevin Ayers e Captain Beefheart che si incontrano in una bolla a gravità intermittente, Johnny Ray e Buy A House deliziano con folk-pop immediati e colmi di emozioni, l’articolata I Have No Mouth è una pagina luccicante vicina a Snakefinger – punto di riferimento inatteso e benvenuto che torna altrove – e Labord’s Chameleon Short Lifespan un gioiellino di estatica wavedelia. Se in Humphrey Bogart i Suicide esagerano con le anfetamine e si credono i Devo, Terminal 2 cita i Velvet Underground con uno space rock barocco però pure minimale. Eccentrico, Naturalismo!, ma con i piedi piantati in terra. Proprio come la provincia e i suoi talenti.

King Hannah – I’m Not Sorry, I Was Just Being Me (City Slang)

A volte le aspettative generate dai luoghi comuni possono spiazzare. Prendete Hannah Merrick e Craig Whittle, alias King Hannah: vengono da Liverpool ma non offrono pop chitarristico o new wave immersa nella psichedelia. In ogni caso, occorre fare dei distinguo poiché la Merrick ha origini gallesi e quantunque nei King Hannah latiti l’influenza di Echo & The Bunnymen e Teardrop Explodes, è altresì innegabile che la visionarietà sia per loro un elemento fondamentale. È psichedelia anche la loro, poggiata su un torpore oppiaceo da qualche parte tra vivissimi ricordi dello slowcore (Ants Crawling On An Apple Stork, Berenson) e gli incantesimi di Opal e Mazzy Star (All Being Fine, Go-Kart Kid) e tuttavia non finisce lì. Perché il duo mescola abilmente le carte ispirandosi al desolato Neil Young di metà anni Settanta (il capolavoro The Moods That I GetIn), all’eremita Jesse Sykes (la title-track, Big Big Baby), ai Portishead (Foolius Caesar), al cantautorato di P. J. Harvey (A Well-Made Woman) e Anna Calvi (It’s Me And You, Kid).

Tutti insieme appassionatamente, sono i riferimenti di una bellezza che si svela con gli ascolti e che al tratto marcato preferisce i ricami. Una bellezza minimale ma robusta che sistema chitarre traslucide su groove secchi, ipnotici e colmi di dolceamaro intontimento acid-blues, così che le canzoni paiono sempre sul punto di esplodere e invece avvolgono nella coda di una cometa. Nel suo esperanto neo-psichedelico intessuto di atmosfere insieme coinvolte e distanti, I’m Not Sorry, I Was Just Being Me non ha paura di mostrare le influenze che si cuce addosso con personalità e affidandosi a una scrittura di alto livello. Soprattutto, sparge attorno a sé un romanticismo obliquo e meravigliato al quale presto scopri di non poter più rinunciare. In una parola: splendido.

Ree-vo – Dial ‘R’ For Ree-Vo (Dell’Orso)

La regola del “dimmi da dove vieni e ti dirò che musica fai” è viceversa assai utile per inquadrare T-Relly e Andy “Spaceland” Jenks. L’ascoltatore non faticherà a cogliere l’origine del duo attivo dietro la sigla Ree-vo grazie alla tagliente caligine che avviluppa i suoni e al tono colloso e rauco con cui si sgranano rime. Naturale, se provieni da Bristol e ti dai da fare con trip e hip hop: in fin dei conti, non c’è assolutamente nulla di sbagliato nell’avere dei modelli se li tratti come punti di partenza per approdi originali. Cosa che accade con i Ree-Vo, che vantano curriculum di tutto rispetto: T-Relly è un rapper stimato attivo socialmente e Andy è in giro dagli anni ’90, nei quali i suoi Alpha pubblicavano per l’etichetta dei Massive Attack e lui era tra i DJ che costoro si portavano in tour.

Da allora si è cimentato in collaborazioni e uscite discografiche di ampissime vedute, spaziando da nomi underground a un gigante come Mark Stewart. Di conseguenza, nella mezz’ora dell’e.p. Dial ‘R’ for Ree-Vo non vi è traccia di revival e, tra un remix e un originale, si chiude il cerchio che dai Dälek conduce a Pole. Pastoso e aggressivo ma dotato di umanità lo stile di Relly, le musiche vi si sposano nel migliore dei modi: parla chiaro in tal senso Protein, riletta da Kevin Martin alias The Bug in electro-hop scalciante ma sinuoso e da Rob Smith (metà dei concittadini Smith And Mighty) avvolgendo aromi giamaicani in nervosismi latenti. E se Groove With It avanza inesorabile su una fanfara maniacale, Monitoring The Attack Of The Tamarisk Munching Beetles è dub ipnotico e i minacciosi hip-hop mutanti Fires e Combat (Surgeon Remix) sbatacchiano per la collottola. Qui si smantella la tradizione per ricomporla con lo spirito di oggi, signore e signori. Restate sintonizzati.

Da costa a costa, la febbre di David Wiffen

Passami la bottiglia. Dammela. Ci sono un sacco di ragioni per svuotarla. Lenire il dolore, forse persino uccidermi. Giù un altro, vai.” Nella sua fredda lucidità, è un ritratto impietoso che oscilla tra l’ammissione di colpa e la rassegnazione di quando non ne puoi più e l’unica cosa che vorresti dire è “basta”. Ti aspetti che chi ha scritto queste parole (sistemandole su una musica al contrario briosa) abbia alle spalle una vita di cadute. Invece, More Often Than Not David Wiffen l’ha pubblicata poco prima di compiere trent’anni. Si trova su un album omonimo – secondo in ordine di pubblicazione, primo a essere stato registrato in studio – che poggia mezz’oretta di country e folk su una penna raffinata, sonorità elaborate e il baritono di David. Cercatelo, se amate Lee Hazlewood e Fred Neil.

Fuori nel 1971, non va da nessuna parte e l’artefice resterà un culto nonostante le riletture di Tom Rush e Byrds, di Jerry Jeff Walker e Ian & Sylvia, di Eric Andersen e persino Harry Belafonte. Più recentemente Cowboy Junkies, Jayhawks e Rich Robinson hanno omaggiato un talento consegnatosi in un (mica tanto) piccolo capolavoro di quella che oggi chiamiamo Americana. Citato nel novero de songwriter canadesi, in realtà David è nato in Inghilterra nel 1942 e ha attraversato l’Atlantico a sedici anni, dopo alcuni traslochi che dalla fattoria della zia – dove cresce con la madre mentre il babbo ingegnere è al fronte – lo hanno portato a Claygate. A scuola milita in un gruppo skiffle e in Canada bazzica le caffetterie del folk revival, spostandosi con l’autostop a Toronto, Edmonton, Calgary.

Da costa a costa, debutta su disco a Vancouver nel 1965 in circostanze singolari: lo invitano a una compilation dal vivo, il giorno dell’incisione è l’unico a presentarsi ed ecco un David Wiffen At The Bunkhouse Coffeehouse, Vancouver BC del quale non si accorge nessuno. Cambiati i tempi, gioca la carta del gruppo: combinano poco i Pacers, ma tramite i Children diventa amico di Bruce Cockburn e Richard Patterson. Li rincontra nei Three’s a Crowd, che nel ’68 consegnano un passabile pastiche di acid-folk barocco e sunshine pop in Christophers Movie Matinee, poi attraversano una serie di vicissitudini e rimpasti fino allo scioglimento. Mentre lotta contro l’alcool, David continua a esibirsi e nel ‘71 spunta un contratto con la Fantasy. Il resto lo sapete.

Anzi, no: due anni dopo il Nostro cala l’asso Coast To Coast Fever anche grazie alla United Artists e al valore aggiunto di Cockburn, che produce e maneggia le chitarre. Sulla copertina delle successive ristampe del disco, David è mollemente adagiato su una sedia, come un cowboy che riposa dopo un lungo viaggio. Adeguatamente oppiacee e rilassate, le atmosfere mescolano country, folk e rock dentro l’alone di stordimento dei primi anni Settanta, allorché la controcultura si allontana dalla realtà mentre torna alla tradizione con il senno del poi. Oltre a ciò, Coast To Coast Fever brilla per il concept implicitamente autobiografico e arrangiamenti asciutti ma attenti al dettaglio. Soprattutto per le canzoni: svelte a imprimersi e preziose di un timbro da crooner in blue(s) che le avvolge di malinconia crepuscolare e allo stesso tempo terrigna, virile, pure un po’ svagata.

Non rinunci a nulla, qui: non a favolose ipotesi di un James Taylor rustico (White Lines, scritta da Willie P. Bennett; il florilegio acustico Climb The Stairs), non alla sognante Skybound Station dall’incedere torpidamente folk-rock che, tra corde e percussioni, apre una vena di gospel bianco, non al Lucifer’s Blues attraversato da un sax soul che sul finale osa un’impennata jazz. Altrove, il caracollare e la slide della Up On The Hillside offerta da Cockburn ricordano Beggars Banquet, episodi pianistici come la vibrante You Need A New Lover Now cortesia di Murray McLauchlan e il commiato Full Circle – qualcosa di David Ackles, nel suo dramma trattenuto – non sfigurerebbero sui primi lavori di Jackson Browne e nei solchi del coevo Closing Time, la raccolta amarezza di Smoke Rings e una meditativa We Have Had Some Good Times stendono un ponte tra l’autore di The Dolphins e il Terry Reid di River.

E poi? Poi quella bellezza se la filano in quattro gatti. Wiffen si ritira guadagnandosi da vivere come autista e, vinta la battaglia contro l’alcolismo, nel 1999 ricompare con il discreto South Of Somewhere e nel 2015 recupera in Songs From The Lost And Found vecchi brani che credeva perduti. Da poco ha tagliato il traguardo degli ottant’anni e gli auguro tutto il bene possibile. Sappia che la sua febbre era buona e qualche cuore lo ha scaldato. Grazie infinite, amico.  

Sean O’Hagan, enigmista pop

È cosa nota che, dalla metà degli anni Ottanta, la spinta creativa in ambito rock rallenta il passo anche a causa di un differente approccio verso la storia. Pur continuando a costruire sulle basi dell’esistente, gli artisti si concedono con frequenza sempre maggiore giochi di citazioni più o meno esplicite, da un lato rimescolando il passato in ricette originali oppure gustose, dall’altro accontentandosi dell’esercizio di stile. Ripenso ad allora – per la cronaca, muovevo i primi, entusiastici passi nella popular music – e rispetto all’attualità mi sembra comunque un paradiso. Tuttavia, non sono qui per lamentarmi – dischi belli e importanti ne escono: la fatica, oggi, sta nella selezione – ma per lodare Sean O’Hagan e gli High Llamas.

Nel suo fantastico pop postmoderno, infatti, le citazioni sono una solida spina dorsale e un amabile rebus per critici e appassionati. Nello smaliziato divertimento creativo c’entra il fatto che Sean abbia anche scritto di musica e perciò non teme di riconoscere le proprie influenze. Senza fermarsi a questo, le incastra e amalgama giungendo in dimensioni parallele dove Smile è stato completato senza traumi e i Left Banke sono più famosi di Gesù, dove agli Steely Dan si dedicano corsi universitari e i compositori italiani di colonne sonore sono Dei dell’Olimpo. Una terra dei sogni, in tutti i sensi.

In principio c’erano i morbidi e discreti Microdisney, guidati con Cathal Coughlan tra l’Irlanda e Londra fino al tramonto degli eighties. Chiusa l’esperienza, Cathal fonda i Fatima Mansions e di O’Hagan sapete. All’inizio degli anni ‘90 l’E.P. Apricots si espande nell’album Santa Barbara, la squadra (in realtà, strumentisti attorno al capobanda) gioca bene ma il ragazzo è scontento. Ascolta Beach Boys, Left Banke, Van Dyke Parks, Kraftwerk, Neu! e li vorrebbe anche in ciò che sta scrivendo, perciò approfondisce le armonie vocali, il gusto per l’arrangiamento orchestrale, la scrittura che nasconde le complessità nella naturalezza. Con calma, arriva al segreto di, ehm… Fatima del pop d’autore.

La svolta è un concerto degli Stereolab: una chiacchierata con Tim Gane e Lætitia Sadier e Sean si aggrega come tastierista fino al ’94. L’entusiasmo lo spinge di nuovo sugli High Llamas, cui decide di donare una linfa che oggi diremmo intrisa di retromania. Quando sempre nel 1994 la piccola Target di Brighton pubblica Gideon Gaye, chi se ne accorge resta a bocca aperta: in mezzo a Britpop, grunge e crossover sbuca fuori una delizia di impasti strumentali ricchi però calibrati e di atmosfere nelle quali scorgi Brian Wilson e Burt Bacharach, Byrds e Steely Dan, Big Star e Piero Umiliani, il Van Dyke Parks di Song Cycle (omaggiato nell’uso del font Torino Italic Flair) e John Cale a Parigi nel 1919. Ci sono tutti, insieme e appassionatamente, per dimostrare che se c’è un cuore, retro significa anche brand new.

Poiché il gesto è spontaneo nella scintilla creativa e curatissimo nello sviluppo, dopo quasi tre decenni Gideon Gaye non mostra rughe. In eterno sarà un magnifico a sé in cui, tra alcuni siparietti col respiro del cortometraggio, sfilano la glassa agrodolce The Dutchman, gli XTC bucolici sotto cascate d’archi di Giddy And Gay, i Byrds che scambiano McGuinn con Fagen & Becker per Checking In, Checking Out, la library music lisergica Up In The Hills, il superbo quarto d’ora di Track Goes By in viaggio dal jingle-jangle a nevrosi motorik-jazz, l’incantato apocrifo wilsoniano The Goat Looks On e il suo gemello eterozigoto The Goat. Stupendo e, sì, imperdibile.

La critica gradisce, il disco viene riedito dall’Alpaca Park e persino dalla Epic. Anche se infine se li assicura la V2, gli High Llamas sono troppo eleganti e arguti per le masse indie. Gli album che seguono saranno di buona caratura, pur senza riuscire a sottrarre l’artefice dal culto né a eguagliare Gideon Gaye. Sapranno in ogni caso evitarne la fotocopia tra un’elettronica vintage che va e viene e il passaggio alla Duophonic, problemi economici che obbligano Sean a lavorare conto terzi e un paio di validi lavori solisti. Viene da pensare che un genio così meriterebbe ben altro, ma in fondo, come il suo Venerato Maestro anche lui non è stato fatto per questi tempi. E così sia.

Brividi e mal di pancia in pillole, 3

Big Thief – Dragon New Warm Mountain I Believe In You (4AD)

In un’epoca complicata come questa è fondamentale permettere a un gruppo di crescere senza caricarlo di ruoli che spesso finisce col rifiutare. Diciamolo: il rock non ha bisogno di salvatori e, come ogni altra forma d’arte, è vivo e vegeto anche se ha conosciuto giorni migliori. Ma del resto neppure noi stiamo una favola, dunque… Venendo al punto, se nel 2019 Two Hands segnava un notevole progresso per l’idea di Americana osservata con lenti post-indie della formazione guidata da Adrianne Lenker, adesso si coronano ambizioni e tragitto con un disco “importante”. Alla faccia dell’ascolta-e-getta, vi sfilano venti brani – su un totale di quarantacinque, registrati in diversi momenti e località degli Stati Uniti – per un doppio che possiede i crismi della summa estetica.

Mi piace credere che il fervore creativo sia servito a impedire a un mondo prossimo al tracollo di intromettersi, perché la bellezza ci salverà. Forse. Di certo tiene viva la speranza e rende migliori i giorni. Cosa della quale i Big Thief sono consapevoli e lo stesso dicasi per le dinamiche umane che intrecciano al talento e per una maturazione da applaudire. Mai un momento fiacco o di routine in un lavoro compatto e allo stesso tempo policromo da centellinare con pazienza, così che la segnalazione di questo o quel brano è legata all’umore del momento. Oggi – domani chissà – scelgo le Throwing Muses alle prese con la ballata country in Change e una dolceamara Certainty, la robusta circolarità di Little Things e il moderno madrigale Heavy Bend, il nightmare pop di Blurred View e l’agreste Red Moon, la leggiadra No Reason e l’acusticheria Promise Is A Pendulum. Ora tocca a voi: spegnete il telefono e fatevi accarezzare l’anima quanto più spesso potete. Ne vale davvero la pena.

Elvis Costello – The Boy Named If (EMI)

Elvis Costello è un Genio dall’inarrestabile logorrea e di questo suo piccolo difetto è al corrente, se in tempi ormai lontani – si era alla metà degli anni Ottanta – ammetteva pubblicamente di aver scritto troppe canzoni. Considerate che da allora Declan Patrick Aloysius Macmanus non se n’è stato con le mani in mano (anzi…) e traete le vostre conclusioni. In attesa che consegni un equivalente di Time Out Of Mind, quattro anni or sono mancava di pochissimo il bersaglio con il pop insieme solido e ricercato di Look Now. Stilisticamente più vario benché inferiore sotto il profilo compositivo, The Boy Named If si assesta comunque una tacca sopra quel Hey Clockface uscito nell’esatto mezzo, inscenando un sofisticato gioco di riferimenti a momenti specifici della carriera costelliana e della storia del rock.

Giusto per gettare sul piatto qualche nome, ecco gli Who e il Sir Douglas Quintet stabilire le coordinate per This Year’s Model, un Tom Waits ammorbidito presiedere alla policroma eccentricità di Spike, certi echi di soul dagli occhi blu rimandare a Punch The Clock, il pop barocco però minimale ricordarci che Imperial Bedroom è un capolavoro senza età. Tolte alcune lungaggini e l’inevitabile pizzico di mestiere, dalla girandola di (auto)citazioni emergono la malinconia della pianistica Paint The Red Rose Blue e del commiato Mr. Crescent, una title-track articolata e vigorosa, la marcetta tra New Orleans e la Londra del 1967 The Man You Love To Hate, l’orecchiabile tambureggiamento The Death Of Magic Thinking, una Penelope Halfpenny argutamente, sfacciatamente à la McCartney. Nonostante l’iperproduzione e gli esercizi di stile, il Signor McManus è uno che le canzoni sa scriverle eccome. Cosa buona e giusta tenerlo a mente.

Jake Xerxes Fussell – Good And Green Again (Paradise Of Bachelors)

Sempre un momento importante quello in cui decidi di camminare con le tue gambe. Un frangente dove trovi chi agisce d’istinto, chi soppesa e chi sente che è ora. Esempio recente Jake Xerxes Fussell: tre gli album prima di concedere una parca manciata di brani autografi, perché come accade nella pittura giapponese anche qui si diventa artisti dopo un processo di imitazione. In realtà, si tratta di una rispettosa e approfondita indagine di modelli, che vengono studiati con passione onde afferrarne i segreti e l’essenza. Per questo il chitarrista – e da oggi anche songwriter – del North Carolina ha affrontato le radici sul campo andando dritto alla fonte. Da bravo figlio di musicologi, ha seguito le orme dei genitori ma anche dell’enciclopedia vivente Ry Cooder, perché nella musica popolare non vi è inchiostro che non derivi dalla mescolanza di altri che lo hanno preceduto.

Di conseguenza, in Good And Green Again l’antiquariato sonoro finisce allorché si soffia via la polvere da manufatti preziosi per raccontare l’attualità: il passato non serve da semplice paravento, ma viene intrecciato con abilità stando alla giusta distanza cronologica. Parlano chiaro una splendida The Golden Willow Tree che si riallaccia alla tradizione albionica, la pacatezza vocale con qualcosa di Jim O’Rourke nel tono che canta storie e dipana emozioni, le atmosfere in prevalenza avvolgenti, gli intrecci elettroacustici, le misurate decorazioni degli arrangiamenti. Tutto classico però mai scontato o banale in una scaletta scintillante, che si impone alla distanza vantando altri apici nel delicato traditional Carriebelle e nel favoloso commiato Washington. Musica perfetta per attraversare l’inverno e, magari, spingersi già verso le classifiche di fine anno. Grazie, brother Jake.

Soul of a man: Syl Johnson

Non è colpa mia. Mica sono uno iettatore, che vi credete: la sfortuna è solo un nome che usiamo per esorcizzare gli scherzi del destino. Però, sentite qui: alla fine dello scorso mese mi accingevo a programmare una nuova serie del blog dedicata alla musica nera, che ho chiamato “Soul Shots” prendendo in prestito il titolo di una collana di antologie tematiche edite dalla Rhino nei tardi Ottanta. Come primo pezzo (in realtà terzo, essendo gli altri “retroattivi”) avevo deciso di spendermi su un nome che, suo malgrado, non si cita spesso. Mentre buttavo giù appunti e riascoltavo dischi, Syl Johnson lasciava questa terra all’età di anni ottantacinque a breve distanza dal fratello maggiore Jimmy, bluesman di vaglia. Mi è tornato in mente il periodo in cui scrissi di Vic Chesnutt e Alex Chilton e loro morirono poco dopo. Ho ricordato le affettuose prese in giro del direttore Federico Guglielmi e dei colleghi di “Extra” e de “Il Mucchio”.  

Tuttavia la sfiga non esiste eccetera eccetera. È la vita che è così: un blues che componiamo ogni giorno, una nota alla volta, e lungo il percorso saltano fuori faccende che non sai spiegare. Venendo al punto, se l’universo black è per voi una passione, saprete chi è Syl Johnson. In caso contrario, per spiegarlo al volo basta la canzone che nel 1970 lo consegnava alla storia, Is It Because I’m Black? Scritta riflettendo su secoli di angherie dell’uomo bianco, è un manifesto di orgogliosa, profonda disperazione che a tratti apre un barlume di rivalsa e speranza; sette minuti e mezzo di soul immerso in cupe acque blues che afferrano il cuore e non lo mollano più, la ritmica di una fissità che ti avvolge, le chitarre che sferzano meste oppure scorticano l’anima, una voce che appartiene a ogni nero che soffre. Da sempre, ma non per sempre.

A un indimenticabile capolavoro riletto da Ken Boothe e campionato dal Wu-Tang Clan, Sylvester Thompson non arriva di punto in bianco. Nato nel 1938 (ma altre fonti dicono due anni prima) a Holly Springs, Mississippi, trasloca con la numerosa famiglia a Chicago, seguendo il padre che ha mollato i campi di cotone per la fabbrica. Siamo nel 1950: il vicino di casa è un tredicenne che passa le giornate in veranda suonando la chitarra, il suo nome è Sam Maghett e sarà noto come Magic Sam. Anche il nostro ragazzo suona la chitarra, entrando nel giro blues cittadino come Jimmy e un altro fratello bassista, Mack. Grazie a Shakey Jake Harris, zio del Magico Sam, dal ’55 è richiestissimo e appare al fianco di Junior Wells, Howlin’ Wolf, Jimmy Reed e molti altri.

Durante una session per la Vee-Jay gli offrono di incidere da solista. Syl torna a casa, scrive un paio di brani e confeziona un demo in una di quelle cabine per registrare la voce su vinile all’epoca ancora popolari. Quando è sull’autobus, per strada l’occhio gli cade sugli uffici della King. Qualcosa gli dice di scendere alla fermata più vicina e offrire il vinile a Ralph Bass. Questi lo ascolta e chiama il suo capo Syd Nathan a Cincinnati. Ragazzo, hai un contratto discografico, però devi cambiare nome e voilà. Nel triennio 1959-1962 incide quattordici facciate per la sussidiaria Federal, ma non si smuove granché fino al ’67 e all’approdo alla Twilight, che cambia nome in Twi-night tenendo a battesimo due LP e una manciata di singoli.

Il Syl Johnson imprescindibile – soulman di stampo sudista, eppure innegabilmente urbano – sta lì, e più che altrove nella raccolta Charly del 1993 Is It Because I’m Black?. Sta ovviamente nel brano omonimo e nella pepita in stile Stax della malandrina Dresses Too Short, nel James Brown relativamente rilassato di Different Strokes e nella travolgente hit Come On Sock It To Me, nel dilatato funk metropolitano Right On e in quello viceversa sinuoso e trapunto di ottoni Walk A Mile In My Shoes. Ci trovate un’esuberanza a mezza via tra Otis Redding e Mr. Dynamite (Going To The Shack, Get Ready, I Feel An Urge), seduzione ribalda con impresso sopra “made in Memphis” (Same Kind Of Thing), anticipazioni del miele di Philly (One Way Ticket To Nowhere, Kiss by Kiss, Thank You Baby), funk che non fa prigionieri (I’ll Take Care Of Homework), cartoline spedite a Curtis Mayfield (Concrete Reservation) e a Isaac Hayes (I’m Talkin’ ‘Bout Freedom). Un ben di dio, ecco.

Nel frattempo ha preso corpo un rapporto di amicizia e collaborazione con Willie Mitchell, che occasionalmente ha spedito Syl in studio con la house band che ascolteremo nei dischi di Al Green. Naturale che nel ’71 l’artista si accasi alla Hi, centrando di lì a quattro anni un bel successo con Take Me To the River, straclassico vergato da un Green in bilico tra sacralità e sensualità assieme a Mabon Hodges. Di quel periodo costituisce un buon compendio l’esplicativa The A Sides, laddove negli anni Ottanta Johnson pubblica per il suo marchio Shama, apre una catena di ristoranti e la nazione hip-hop campiona a più riprese Different Strokes. Nel 1992 Syl viene a saperlo, intenta e vince cause per i diritti d’autore, torna a incidere. Quieti anni, gli ultimi sono illuminati dal box antologico The Complete Mythology e dal documentario Syl Johnson: Any Way the Wind Blows e il resto è cronaca. A contare, in ogni caso, è la storia dell’anima di un uomo. Perché se l’anima di qualsiasi uomo ha un colore, quello è il blu. Altrimenti, qualcosa di più scuro.

Yard Act: art-pop in opposition

Nella rutilante giostra d’oltremanica c’è un momento in cui una band emerge sulle altre, trascende i meccanismi del mercato e, trasformandosi in comunicatore sociale, porta con sé il respiro dei tempi mentre se ne colloca al di fuori. È il fatidico attimo in cui l’attualità sfocia nell’universale e si congela nell’anello di una catena prestigiosa che dai Kinks alla Brexit si rigenera attraverso Jam e Specials, XTC e Blur, Art Brut e Arctic Monkeys, Fat White Family e Shame. E poiché epoche complesse comportano scelte severe, oggi Albione graffia, scalcia e si getta in cerebrali riscritture post rock, ma soprattutto convince quando conserva la perfezione del meccanismo pop a orologeria che ti esplode in faccia rivitalizzando le sinapsi.

Arguzia e frusta: chi vi sovviene tra i nomi che ancora non ho chiamato in causa? Bravissimi, proprio la malanima Mark E. Smith, vivo più che mai da quando ha per forza di cose traslocato in un’altra dimensione. Il suo spirito ricorre tra le nuove leve britanniche, e non potrebbe essere altrimenti con la dura realtà dalla quale attingere: meno male che per qualcuno rappresenta un punto di partenza e non un paravento per mascherare la scarsa ispirazione.

Caso esemplare gli Yard Act, ragazzi di Leeds che si autodefiniscono minimalist rock group attesissimi al varco dell’album d’esordio in virtù di un hype creatosi piuttosto in fretta e pienamente giustificato, ché in due annetti si è avuto modo di apprezzare l’E.P. Dark Days e un vigoroso cazzotto sui denti sotto forma di vis polemica e di sonorità debitrici alla new wave e tuttavia sintonizzate su quanto accaduto nel frattempo e sull’attualità. Se proprio volete una definizione, questo è avant-pop di protesta conscio che la Parklife è terminata da un pezzo, che il neoliberismo infame merita solo le lame, che da William Hogarth ai Fall è il mezzo che cambia, mai il fine. Questioni che James (cantante della formazione completata dal bassista Ryan Needham, dal chitarrista Sam Shjipstone, da Jay Russell alla batteria) conosce a menadito.

Di certo, sa anche che condividere il cognome con quel mancuniano illustre può sembrare un segno del destino, finanche una benedizione. Staremo a vedere. Per adesso basta – avanza persino – un intrigante frullato di spigoli orecchiabili, cinismo umoristico e vetriolo umanista da intellettuale proletario tongue-in-cheek che racconta la vita. Per apprezzarne in pieno la forza espressiva, The Overload va infatti ascoltato prestando attenzione alle parole, perché qui il surrealismo racconta la realtà e rende viepiù preziose canzoni beffarde e appiccicose.

Canzoni come una title track che apre i giochi mescolando rap da pub, ritornello scippato al giovane Andy Partridge e chitarre spatolate però rifinite; come gli Happy Mondays che in Land Of The Blind preferiscono le pinte di scura all’ecstasy; come Payday, che mescola il funk candeggiato dei Gang Of Four con rivisitazioni di Madchester. Riferito della cura per arrangiamenti e dettagli che tiene lontano qualsiasi rischio di ripetitività, piacciono parecchio una sbilenca Rich che incede lungo memorie di P.I.L. e Liquid Liquid, gli Orange Juice incattiviti cresciuti con l’hip-hop di Dead Horse, una sardonica e arabeggiante Quarantine The Sticks che riassume John Lydon e un’articolata Tall Poppies che la imita avendo come oggetto giustappunto i Fall.

Cosa resta ancora? La scheggia alla Wire di Witness (Can I Get A?), i Franz Ferdinand in gita al manicomio in The Incident, gli LCD Soundsystem euforicamente ruvidi di Pour Another e 100% Endurance, sinuoso commiato un filo malinconico che grida “remix” a squarciagola. Diceva Totò che la somma fa il totale. Ecco, appunto. I miei omaggi, hip priests.

Movietone: il mare dentro

Il Movietone è una tecnica inventata quasi cent’anni fa per registrare immagini e sonoro in sincronia. Anche se fu scelto per caso, trovo che si leghi bene alle suggestioni evocate da una formazione che con Stereolab e Pram appartiene al club degli “Hauntologi” ante litteram, indagatori del monoscopio atavico della memoria che ognuno possiede. Con diverse sfumature, sono i capostipiti della tradizione che, passando attraverso i Broadcast e il “giro” Ghost Box, sfocia nell’attualità di Vanishing Twin e Beautify Junkyards: “Non saprei dire se la nostra musica sia cinematica o evochi un passato immaginario. Se accade, è una fortunata coincidenza. In ogni caso, molte canzoni sono ispirate dai film: Jean Luc Godard ha influenzato profondamente il silenzio e la struttura dei brani, e anche la scena con la casa che esplode in ‘Zabriskie Point’.“ Sono trascorsi anni, ma i Movietone li ricordo nitidamente che iniziano un concerto da punti diversi del locale coinvolgendo gli astanti in un magico gioco. Penso ai significati del verbo “play” e tutto quadra.

Del resto quadrava anche nei medi anni Novanta a Bristol, dove Kate Wright (che ringrazio per le dichiarazioni che leggete qui), Rachel Brook e Matt Elliott militano nei Lynda’s Strange Vacation: “Ci incontravamo ai concerti e frequentavamo la Cotham, una scuola superiore vicina al caffè dove ci ritrovavamo abitualmente e al negozio di dischi dove lavorava Matt Elliott.” Oltre al Brit-pop, impazza un trip-hop del quale nella nuova avventura trattengono la lentezza e il senso per le atmosfere, benché i loro gusti – eterogenei ma in fondo complementari – vadano dai Velvet Underground a Nick Drake e Tim Buckley passando per krautrock, shoegaze, new wave, indie-noise, jazz, tropicalismo, slowcore e altro ancora. Di sì vasto campionario, nel loro suono rinvenite scaglie e aromi impastati con una malinconia da spiagge di inizio/fine stagione, quando con poca gente intorno e un clima più fresco ti rilassi per davvero.

Nella “mini scena” di Bristol parallela a Massive Attack e dintorni, l’iperattivo trio – Rachel era nei Flying Saucer Attack, Matt opera anche come Third Eye Foundation – accoglie alla batteria Matt Jones A/K/A Crescent e il marchio cittadino Planet battezza i primi passi: “Matt Jones rispose a un annuncio e presero i Crescent. Siccome cercavano una band con ragazze, io e Rachel formammo i Movietone e fu naturale coinvolgere gli altri. Alcuni di noi andavano all’università e appena possibile tornavamo a Bristol per le prove: in treno lavoravo sulle canzoni, che si adattavano al paesaggio che vedevo dal finestrino.“ Lungometraggio e colonna sonora virtuali in un colpo solo, insomma, offerti con inventiva già dalla “quiete rumorosa” del 45 giri She Smiled Mandarine Like/Orange Zero.

Nel 1996 replica l’umbratile gemma Mono Valley/Under The 3000 Foot Red Ceiling, anticipando un LP omonimo ruvido e naif ma complessivamente riuscito. Oltre alle ripescate Orange Zero e Mono Valley piacciono la velvetiana Chance Is Her Opera, il folk ombroso Green Ray e quello cristallino Late July, l’estatica 3 AM Walking Smoking Talking. Entro un biennio Day And Night lascia affiorare la voce della Wright, lima gli spigoli ed è il capolavoro di chi frattanto è passato alla Domino: “Matt Jones aveva acquistato un otto piste con il quale incidemmo gran parte del disco. Ha il suono che preferisco, le canzoni posseggono spazialità e credo trattenga la nostra essenza.” Un insieme minimale, raccolto e attento all’intarsio benedice l’incanto Blank Like Snow, il jazz-folk Sun Drawing, la sinuosa Night Of The Acacias ispirata da Alice Coltrane e i viluppi di Noche Marina. Se Blank Like Snow plana da un rasserenato Pink Moon, Useless Landscape, Summer e l’ipnotica The Crystallisation Of Salt At Night padroneggiano il lessico di Mark Hollis.

Scrosciano gli applausi, tuttavia non sono da meno i successori The Blossom Filled Streets e The Sand And The Stars. Il primo compensa nel 2000 il forfait di Elliott con nuovi compagni, una tavolozza espansa e panorami in cui è dolce naufragare: “Fu un disco molto personale, con testi importanti e composizioni difficili da concretizzare per la complessità strumentale.“La costa britannica diventa uno stato della mente popolato da inquietudini (Hydra, 1930’s Beach House), ricami (Star Ruby, Night In These Rooms) e stratificazioni (Year Ending, il brano omonimo). The Sand And The Stars chiude una pausa triennale spesa sugli altri progetti disegnando una mappa dell’anima del gruppo, sia nell’artwork che nella scelta di suonare davanti al mare: “Il feeling generale è più ampio. Invitammo degli amici in una casa sulla scogliera e registrare al buio sulla sabbia fu di grande ispirazione, nonostante il problema di portare contrabbasso e batteria lungo un sentiero ripido.

Accanto ai classici acquerelli (In Mexico, We Rode On, la title-track) sfilano i Galaxie 500 albionici di Ocean Song, una popolaresca Pale Tracks, lo splendore sospeso Snow Is Falling, la polaroid Near Marconi’s Hut e la festa mesta Beach Samba. E poi stop, fine delle trasmissioni. Concluso l’impegno contrattuale c’è chi mette su famiglia, chi si occupa d’altro e il tempo non basta: le strade si dividono artisticamente e gli amici rimangono tali. Lo sguardo fisso in un orizzonte dove acqua e cielo si confondono, non resta che aggiungere al quadro l’ultima pennellata The Movietone Peel Sessions 1994-1997, edito in questi giorni dalla Textile. Perché questa non è “solo” bellissima musica, questa, ma un’oasi di riservata bellezza in cui rifugiarsi. Qualcosa di necessario, in tempi bui.

L’orizzonte che abbiamo perduto. Una lista per il 2021

Finché possiamo dire: “quest’è il peggio”, vuol dir che il peggio ancora può venire.” (Re Lear; atto IV, scena I).

Hai voglia a consolarti con l’evidenza che di fronte a un bivio prevale quasi sempre il disastro. Lo stesso dicasi per accettare il fatto che delle scelte sbagliate ci accorgiamo per lo più a cose fatte. Lottare contro eventi fuori dal controllo è un impegno faticoso e prostrante che ci sbatte in faccia la nostra impotenza: eppure, proprio perché la dignità umana va onorata, dobbiamo proseguire il cammino, scansare i colpi, leccarci le ferite e provare a costruire oasi di pace e bellezza.

Non so voi, ma certe volte mi sento sfinito da un mondo trasformatosi in un incubo. Tiro il fiato, mi affido a qualcosa che sparga attorno un po’ di luce, e benedico la decisione presa circa un lustro fa di rallentare e voltare le spalle alla smania di ascoltare/leggere/vedere l’impossibile “tutto”. Parlo della bulimia che spinge la gente a ingurgitare dischi e liquidarli dopo tre ascolti per poi vomitare sentenze. No, grazie. Dalle passioni desidero profondità e impegno, perché questo è ciò che offro. Di conseguenza, qui avete sinora trovato – e troverete sempre e comunque – liste di fine anno succinte però essenziali.

Tornando alla stretta attualità, il “tempo sospeso” della pandemia che ho trascorso a modificare il quotidiano in una lotta di resistenza mi ha anche aiutato a riportare il senso dell’umano davanti a ogni cosa. L’arte, intanto, lo sostiene come può. Forse è anche per questo che dalle uscite targate 2021 ho scremato musica ancor più del solito lontana dall’autocompiacimento e dall’effimero. C’è inoltre un filo rosso – astratto ma non troppo – che lega tra loro i dischi: una “ghostalgia 2.0” dove il senso di malinconia deriva dall’assenza materiale (chi non c’è più: troppi) però anche percettiva, figlia della difficoltà a concepire un presente e un domani sereni.

La dozzina qui sotto è pervasa da questo umore, tuttavia colma un po’ di vuoto e tampona qualche fragilità. Come già detto, ho ricambiato questi titoli (più alcuni altri rimasti esclusi) con attenzione, dedizione, ascolti frequenti. Come è giusto che sia. Come facevamo quando i soldi erano pochi, le ore infinite e i dischi segnavano momenti e spazi di ogni giorni. Le cose non sono cambiate, tranne che per l’irripetibile stupore che età ed esperienza hanno in parte attenuato ma per lo più modificato. A lui resto grato, come sono infinitamente grato a tutte/i voi per il sostegno al blog. Buon anno nuovo.

My dirty dozen

Ryan Adams – Wednesdays

Beautify Junkyards – Cosmorama

Clairo – Sling

Eleventh Dream Day – Since Grazed

GY!BEG_d’s Pee AT STATE’S END!

Low – Hey What

Madlib – Sound Ancestors

Mega Bog – Life, And Another

Notwist – Vertigo Days

Orquestre Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp – We’re OK. But We’re Lost Anyway

Springtime – Springtime

Suuns – The Witness

Oldies but goldies

AA.VV. – Paura

Can – Live In Stuttgart 1975  

Bob Dylan – Springtime In New York: The Bootleg Series, Vol. 16, 1980-1985

Rogér Fakhr – Fine Anyway

Jazz Butcher – Dr Cholmondley Repents: A-Sides, B-Sides And Seasides

Stereolab – Electrically Possessed: Switched On Volume 4

Italians do it better

Amerigo Verardi – Un sogno di Maila

Premio della critica

Chris Eckman, James McMurtry