Tutti gli articoli di Giancarlo Turra

Sono nato nell'anno in cui si sono sciolti i Beatles e vivo a Brescia. Da quando ero sedicenne, la musica è una ragione di vita e una passione sconfinata. Per alcuni anni ho scritto per le riviste "Il Mucchio" ed "Extra". Ho partecipato con altri tre amici e colleghi al volume "1000 dischi fondamentali" pubblicato da Giunti e allo speciale sui Cure per "Classic Rock". Benvenuti sul mio blog...

Classics revisited: il sogno del pescatore

Che faccenda dolcemente buffa, la vita. Basta un soffio a cambiare i nostri piani e il corso degli eventi. Lo sa bene chi, studiando la storia, si diverte con i “what if”, ucroniche riflessioni su come le cose sarebbero (state) se… Talvolta mi succede ripensando a vite che furono la mia. E allora ricordo. Ricordo una sera milanese nel tardo novembre 1989, assieme all’amico Luigi e tanti altri conosciuti decenni dopo via Internet. Ricordo un teatro Orfeo gremito in trepidante attesa. Ricordo il terzo concerto cui assistetti, tuttora indelebile sebbene legioni l’abbiano seguito.

Perché gli Waterboys furono magnifici. Perché da adolescente senti tutto in un modo che non torna, se non sotto forma di frammento o anelito. Perché Fisherman’s Blues è “larger than life” e chiunque lo può testimoniare. Rimetterlo sul piatto significa veder nascere un arcobaleno o sentire il brivido dell’Amore scorrere nel sangue. Gli occhi si inumidiscono. La bellezza che irradia da trent’anni sussurra “Così eravamo, così siamo ancora. Solo, con più saggezza ed esperienza”. Le credo.

sitting mike

Un po’ di cronaca… Dal 1982 l’edimburghese Mike Scott usa gli Waterboys a mo’ di paravento solistico, avendoli comunque consolidati attorno al polistrumentista Anthony Thistlethwaite e al tastierista Karl Wallinger. Due LP hanno scolpito – l’omonimo debutto più brillantemente di A Pagan Place – un suono epico ma arguto che in un singolo/manifesto Scott definisce big music. Il primo “what if”: non fosse entrato in scena Steve Wickham, in eterno avremmo catalogato i Ragazzi Acquatici come validi epigoni spectoriani degli U2. Mike invece accoglie quel magico fiddler irlandese ascoltato in un demo di Sinead O’Connor confezionato da Karl. Nell’autunno ’85 l’ottimo This Is The Sea è anticamera di grandezza, aprendo al folk uno stile maturo che verrà ripreso dagli Arcade Fire.

Quando Wallinger preferisce dedicarsi ai World Party, Wickham invita il capobanda sull’isola di smeraldo per qualche giorno. Vi soggiornerà alcuni anni in un prolungato carpe diem. Ecco l’altro “what if”: senza la musica sotto il cielo d’Irlanda, senza un sentire acustico, senza la scoperta delle radici intrapresa dagli artefici mai avremmo ascoltato Fisherman’s Blues. Nel 1988, un gruppo che somiglia a una carovana di zingari felici giunge nella quieta Spiddal. Scott allestisce lo studio nella casa sull’Atlantico raffigurata in copertina, lascia la porta aperta e affronta la tradizione. Un piede dentro e l’altro fuori dal solco, distilla il biennio di registrazioni (nel 2013, Fisherman’s Box svuoterà l’archivio con sei CD stracolmi) effettuate sulla baia di Galway, a Dublino, in California. Il risultato è indimenticabile.

fish blue

Sublimi, i cinquantadue minuti racchiusi tra il travolgente folk-rock della title-track e una breve, divertita cover di This Land Is Your Land. La prima facciata vive di contrasti che si rivelano subito complementari, siccome alla sensualità ruvida e minacciosa di We Will Not Be Lovers risponde una Strange Boat malinconica come il Dylan dietro l’angolo. World Party è raffinata però potente e la rilettura di Sweet Thing trasporta Astral Weeks dal cielo alla terra e ritorno, fiume emotivo che sfocia nella beatlesiana Blackbird tramite il violino improvvisatosi merlo mattiniero. Nondimeno è il lato B a dirsi Capolavoro nel Capolavoro: And A Bang On The Ear galoppa sulla Statale 61 collegando Nashville al Connemara; l’amarognola Has Anybody Here Seen Hank omaggia il Gigante Williams con parole e fatti; When Will We Be Married si porge popolaresca, guascona; When Ye Go Away è intrisa di crepuscolare romanticismo e Dunford’s Fancy un breve diversivo prima dell’apnea The Stolen Child, versi di Yeats declamati col poeta Tomás Mac Eoin lungo uno scenario qui elegiaco e là teso.

Al dissolversi del quale, Woody Guthrie invita bonario a risalire in vetta. Insuperata, va da sé. Tempo ancora per il tour citato in apertura e l’apprezzabile svagatezza naif di Room To Roam. Fuori nel settembre 1990, prelude all’abbandono di Steve, in disaccordo sulla direzione di una band che presto si sbriciola. Da allora Scott ha perseverato con dischi inutili, pasticci e autoparodie ma gli voglio bene lo stesso. Anche se le lancette dell’orologio possono camminare all’indietro solo nella fantasia e nella memoria. Del resto, siamo anche ciò che siamo stati. Che faccenda dolcemente buffa, la vita.

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Kult Korner: Chuck E. Weiss, l’ultimo romantico di L.A.

Le amicizie contano eccome. Credo che chiunque abbia “conosciuto” l’oggetto di queste righe grazie a una canzone custodita nel meraviglioso debutto di Rickie Lee Jones. A suo tempo, l’unico difetto di Chuck E’s In Love per me era l’omissione del cognome che rotolava come un nichelino tra Foreign Affairs, Small Change e Nighthawks At The Diner. Ascoltandoli, fantasticavo su un poeta beat compagno di sbronze del primo Tom Waits e di Miss Jones. Che gioia scoprire poi in costui un vero talento e un uomo innamorato della musica e della vita.

Qualche passo indietro, se vi va. Nei primi fifties, Leo e Jeannette Weiss giungono a Denver (via Chicago) con il frugoletto Charles Edward. Mamma disegna cappelli mentre il babbo farà fortuna offrendo invenzioni alla Disney e progettando un attrezzo che leva il ghiaccio dal parabrezza delle auto. Quando Charles cresce, lo tengono buono con la batteria; rilevato un negozio di dischi, eccolo al bancone e a suonare nei locali. Una sera serve qualcuno che accompagni Lightnin’ Hopkins: quell’adolescente di origine ebrea se la cava così bene dietro tamburi e piatti che il bluesman se lo porta in tour, presto imitato da Willie Dixon, Muddy Waters, Dr. John.

sitting chuck

Del 1972 l’incontro casuale con Tom che cagiona il trasloco definitivo in California. A metà decennio, il venti-e-qualcosa risiede al mitico motel Tropicana: sgobba in cucina, ispira Sam Shepard, incide demo. L’arrivo di Rickie Lee crea un bizzarro triangolo misto d’amicizia fraterna, famiglia disfunzionale e amore bohémien. Waits e la bionda con basco e sigaro staranno assieme tre anni, dopo di che lei saluta i bassifondi, lui volta pagina a New York, l’altro seguita a bazzicare gli angoli della Città degli Angeli che rappresentano il suo liquido amniotico. Nell’81 la Select ricava da mezz’oretta scarsa di provini il delizioso The Other Side Of Town, svelando la scapigliatura e l’emotività stradaiole che ti aspetti da un tipo del genere.

Il tipo che si incazza perché non l’hanno interpellato e – incredibile a dirsi – è tuttora scontento della caliginosa Sparky, dei rock‘n’roll urbani Gina, Tropicana e Juvenile Delinquent, dell’indolente Luigi’s Starlite Lounge. Per tacer dei tasti pestati dal Dottore e della ripresa di Saturday Nite Fish Fry (Louis Jordan), del duetto con l’amica Jones in Sidekick e di una title-track che tratteggia quell’America che è condizione spirituale e mentale di ogni romantico che si rispetti. In quanto tale, Weiss schifa lo showbiz e, oltre a recitare, per undici anni squassa il palco del losangelino Central a botte di errebì. Quando il club perde quota, lo compra con Johnny Depp e il ribattezzato Viper Room diventa una mecca della giovane Hollywood anni ’90, finché River Phoenix non ci lascia le penne sul marciapiede di fronte. Dissolvenza.

extremely cool

Bastano diciotto primavere per un “vero” LP? Certo, purché sia… Extremely Cool. A comprovare il titolo l’aiuto di Waits in regia e una scaletta sensazionale dallo zydeco Oh, Marcy allo stomp elettrizzato/elettrizzante Devil With Blue Suede Shoes passando per il quadrato roots-rock Jimmy Would, una notturna Deeply Sorry, il Beefheart apocrifo di Pygmy Fund. Un triennio e Old Souls & Wolf Tickets pesca da New Orleans l’attacco felpato Congo Square At Midnight e il festoso arrivederci Dixieland Funeral, sistemando nel bel mezzo Cuori di Bue speziati, marce gospel, ballate sornione, un Dylan inzuppato nel rockabilly. Concedersi poco e bene è la filosofia che, a metà anni zero, recapita lo sghembo 23rd & Stout: un filo meno riuscito dei predecessori, tuttavia consigliabile per il Tav Falco ispanico di Novade Nada, una stonesiana Piccolo Pete e l’inchino a Re Slim Harpo di Fake Dance. Come minimo.

Che gentiluomo, Chuck. Dopo aver soggiornato presso Rykodisc e Cooking Vinyl, l’avrei visto a suo agio nella confraternita Anti-: guarda caso, proprio lei benediva nel 2014 Red Beans And Weiss, riassunto di carriera sciccoso con copertina stile “umoristico pantheon” e contenuto in appassionato slalom tra talkin’ funk (That Knucklehead Stuff), bislacco esotismo (The Hink-A-Dink, Kokamo), Cramps ringiovaniti (Tupelo Joe), cartoline sotto sbornia spedite dal lato sbagliato però giusto del confine (Hey Pendejo), strapazzi di boogie, blues e jazz poetry. Chuck, so che non te ne frega niente, ma ci tengo a dirti che siamo tutti in love with you. A quando il prossimo show?

Retronow: Neneh Cherry, la donna dei miracoli

Dice il vero chi annota quanto gli ultimi tre lustri di pop rechino in maniera evidente il segno di Neneh Cherry. Per fortuna, ché con costei non ci si ferma alla musica e sa iddio che bisogno c’è, nel nuovo medioevo, di Bellezza multiculturale e con-fusa. Giusto per non far nomi, Santogold e M.I.A. non esisterebbero senza una diva arguta e sicura di sé. Una che mescola generi, stili, razze da che è al mondo. Una che, presentatasi col pancione a “Top Of The Pops”, si defilò a metà Novanta perché nella sua vita fa quel che vuole. Ad esempio, tornare nel 2012 con la saporita patata bollente The Cherry Thing causando stupore in certa critica, dimenticatasi della sua gioventù spesa a impastare free funk, rabbia e sensualità con ex membri del Pop Group. La distanza tra la ragazzina di I Am Cold e l’odierna cinquanta-e-qualcosa cancellata dallo splendido Homebrew e da un Talento fedele a sé in ogni mutazione, alzi comunque la mano chi quattro anni fa si aspettava Blank Project, che con Kieran Hebdan/Four Tet e Rocketnumbernine celava ingegno futurista ed emozioni sotto un’apparente distacco.

neneh album

Fatto è che in Neneh cuore e cervello dialogano sempre: il segreto sta lì e nella fervida risolutezza di spiazzare con motivi validi. Logico allora che il nuovo album Broken Politics scarti nettamente tramutando “retro” in “brand new”. Non un paradosso, siccome basta una canzone sui rifugiati che cuce Move With Me a Karmacoma a spiegare tutto. Ospite (guarda caso…) Robert “3D” Del Naja, Kong punta il dito con lucidità e, dopo l’apertura sul delicato folk al silicio – sapore benvenuto che torna altrove – di Fallen Leaves, trasmette lo spirito di ciò che seguirà: trip-hop mutante e riflessivo figlio della maturità e del desiderio di restare umani raccolto in dieci brani (più due interludi: uno rilegge i Last Poets) che guardano indietro col senno di ora. Hai detto niente. Parimenti significativo che, abbozzata col marito Cameron McVey, la scaletta sia stata perfezionata insieme a Kieran nei Creative Music Studio, fondati dal Karl Berger che decenni fa suonava proprio con il padre (adottivo) Don.

neneh

Conseguenza ne è che l’intimismo di Broken Politics deriva, oltre che da passione e intelligenza, dai legami che uniscono. Il meditare su un politico che è personale e viceversa può pertanto camminare sicuro, a un passo lento poggiato su trame tenui e misurate che mescolano strumenti organici e sintetici, sapienza e comunicativa. Assicurando in tal modo lampi di genio come il sample di Ornette Coleman calato nel mezzo della danzabile Natural Skin Deep, come la stranita, minimale marcetta hip-dub Faster Than The Truth, come una Synchronised Devotion che, lungo ipotesi di Kate Bush in surplus di jazz e melanina, regala la dichiarazione d’intenti “non vivo di nostalgia, ma il segno di ogni cosa risuona”. Ecco, appunto. Se Black Monday rappresenta il carillon che a Bjork non riesce più e Deep Vein Thrombosis e Shot Gun Shack tessono mestizia vetrosa, il saluto/riassunto appartiene alla seduzione – perfetta nel porgersi tesa però pure malinconica – di Slow Release e Soldier. Tutto troppo bello per essere vero? Niente affatto: tutto bello e fottutamente reale. Casomai non l’aveste ancora capito, la Signora canta il Blue(s).

Classics revisited: Cars – dandy in the U.S.A.

Penso che per tutta la carriera un musicista scriva la stessa canzone e il suo scopo sia migliorarla.

Così parlò Mr. Ocasek, quando da un decennio andava dimostrando l’assioma suesposto e smantellando l’idea secondo la quale ciò che si smercia in milioni di copie sia spazzatura. Mica vero: insegna Simon Reynolds che esiste cultura media e cultura media. Per ogni Muse ci sono dei Radiohead e per ogni Foreigner dei Cars, ovvero gente capace di Canzoni che durano nel tempo e che scardinano i cliché. I Cars erano insomma come Andy Warhol: serialisti eleganti nello spazio palindromo dove art-pop confina con pop-art. Se non avete l’età per ricordare un nome che fu celeberrimo (e che ha influenzato Prince e Tom Petty; in tempi recenti, anche i primi e migliori Weezer, prodotti da Ric) o se li snobbate, concedete un ascolto a cinque LP freschi come solo il Pop più nobile sa essere. Casomai vogliate poi unirvi alla festa per il quarantennale dell’esordio e l’ingresso nella “Hall of Fame”, sarete benvenuti. Noi intanto iniziamo…

cars band

Senza far torto agli altri, il vero motore delle Automobili è Ric Ocasek. Genio ironico e poliedrico che ama anche libri e pennelli, nasce Richard Otcasek nel 1949 a Baltimora e molla l’università per fare il songwriter. Combina poco fino ai primi ’70, allorché a Cleveland incontra Benjamin Orzechowski. Per comodità chiamato Orr, bassista/cantante/star di un programma televisivo per teenager che si sposta con lui nei pressi di Boston; nel 1973 pubblicano un LP come Milkwood, robetta in scia agli America che cade nel vuoto. Con il tastierista Greg Hawkes e il chitarrista Elliot Easton girano come Cap’n Swing senza smuovere alcunché ma Ric non molla. Siamo ormai al ’76 quando l’esperto batterista Dave Robinson (Modern Lovers, DMZ, The Pop) arriva a trasfondere entusiasmo e svecchia l’immagine dei ribattezzati Cars. L’Elektra si interessa a questo culto bostoniano aggiudicandosi il suo primo complesso new wave. Come Elvis Costello, i ragazzi verranno colà inclusi in mancanza di caselle adatte; allo stesso modo, faranno Storia a sé.

Lunga la gestazione, The Cars può vantare tratti maturi e seducenti: ricami tecnologici, chitarre di un rock qui “roll” e là “hard”, ritmi asciutti, melodie che sgranano Buddy Holly sull’ironico singultare del damerino androide Brian Ferry. Equilibrio perfetto nell’innodia stilosa dei singoli Good Times Roll, My Best Friend’s Girl e Just What I Needed mentre I’m In Touch With Your World ipotizza dei Devo rasserenati, in Don’t Cha Stop respiri frenesia richmaniana e al David Byrne beat futurista di Bye Bye Love fa eco una Moving In Stereo memore di For Your Pleasure. Il successo rimanda di mesi un seguito che non deluderà. Ennesimo omaggio a Eno e Ferry, la copertina di Candy-O è del grafico di “Playboy” Alberto Vargas, laddove il contenuto centra nel ’79 platino e stadi tramite Let’s Go, rinfresca i Sessanta con You Can’t Hold On For Too Long e It’s All I Can Do, accasa Bolan nei Mysterians per Dangerous Type. Altrove porge una convulsa scheggia degna del primo lato di Low (la title-track) e Shoo Be Doo, in scia a quei Suicide che il leader si apprestava a supervisionare.

Panorama

Panorama chiude i Settanta reagendo al successo proprio con un’elettronica “rockista” introspettiva e cupa che reinterpreta le lezioni di Vega & Rev (Up And Down, i fifties mutanti di Getting Through) e dei fratelli Mael (il brano che intitola l’opera). Ciò mi spinge a considerarlo il capolavoro del quintetto e idem gioielli come una Running To You di nuovo strappata al Duca berlinese e la sospesa You Wear Those Eyes, come le sfrontate Don’t Tell Me No e Up And Down e il bubblegum intelligente Touch And Go. Splendore che vende meno dei predecessori e di Shake It Up, nell’autunno 1981 prosecuzione della vena modernista con apici in This Could Be Love, Since You’re Gone, nei T.Rex aggiornati della title-track, nella trasparente I’m Not The One. Frattanto Ocasek mette le mani sul secondo LP dei Suicide, su Rock For Light dei Bad Brains, sui Romeo Void e – toh! – sul Vega versione elettrobilly.

Dopo una pausa, alla fine del 1983 il gruppo riparte da Londra con John “Mutt” Lange. Heartbeat City farà il botto grazie alle hit planetarie You Might Think, Magic, Drive ed Hello Again, il video della quale è girato da Warhol chiudendo un cerchio. In tutta quell’esuberanza anni Ottanta a svettare sono nondimeno la raffinatezza d’insieme e, soprattutto, la sublime leggiadria di una malinconica traccia omonima. Ultima fiammata o forse presagio, ché nell’87 Door To Door è mediocre preludio alla fine della corsa. Ric l’unico a mantenere uno standard qualitativo degno, Orr cede nel 2000 alla pancreatite e un decennio più tardi si racconterà gustoso un Move Like This frutto di una estemporanea (?) rimpatriata. Dei New Cars, allestiti nel 2005 da Easton e Hawkes con Todd Rundgren e il caritatevole benestare del capo, confesso di non essermi accorto. Ero impegnato ad ascoltare un’ennesima volta dischi che, per citare Nick Lowe, sono puro pop per la gente di oggi. Anzi, no: di sempre.

 

Kult Korner: biciclette bianche sulla luna

Come più volte detto, la psichedelia è un mutante generato dal bisogno di abbandono dionisiaco. Prima del genere musicale esiste cioè un’attitudine radicata in noi, pertanto spetta a questioni formali distinguere tra loro Anthem For The Sun, Dig Your Own Hole e The Piper At The Gates Of Dawn. Ecco: a rendere unico lo stile acido “made in UK” è la vena favolistica – sognante però pure inquieta, venata di vaudeville e inzuppata nel pop – che potete udire tra le fronde del giardino in cui abitano tutti i cappellai matti. Da dietro il cancello che El Syd costruì, meraviglie propulse dall’LSD della caratura di See Emily Play e Paper Sun ci/si immergono nello sguardo stupefatto del fanciullino. Rivelazioni del bizzarro nascosto dentro le pieghe del quotidiano, luccicano avanti e indietro nel tempo e nel subconscio e, tra bucoliche beatitudini e vaneggiamenti urbani, disegnano un mondo “altro”. Un mondo dove ognuno conosce l’unico album dei Tomorrow che oggi è in tutti i sensi fresco cinquantenne.

Corre il 1965 quando i bittaroli londinesi Four Plus One fanno fiasco con un 45 giri per EMI e divengono The In Crowd. Onorata così la hit di Dobie Gray, proseguono gli inchini ai Maestri neri con alcuni 45 giri che affiancano riletture di Otis Redding e James Brown agli autografi mod-isti del cantante Keith “West” Hopkins. Passi avanti importanti l’arrivo alla sei corde di Steve Howe – sì: l’onanista incallito degli Yes – e concerti di spalla a Who, Yardbirds e Hollies, la svolta giunge a fine ’66 con il nuovo batterista John Alder, per gli amici Twink. Immerso nella controcultura, aiutato dal tonico del Dottor Hofmann e da Revolver, costui “espande” gli orizzonti della combriccola lungo l’anfetaminico ponte tra due epoche chiamato freakbeat. Poi vede i Pink Floyd all’UFO Club, capisce che il futuro è adesso e adesso è ora di decollare. Ribattezzatisi giustappunto Tomorrow, i ragazzi adattano il guardaroba e avvolgono i brani di West in distorsioni e digressioni misurate.

LP

L’entusiasmo di Joe Boyd e John Peel saluta nel maggio ’67 il singolo My White Bicycle, classico raggiante e isterico come il migliore dei trip possibili. Incastonato su riverberi chitarristici, nastri rovesciati e ritmica puntuale, questa ode agli anarchici olandesi Provo vede nel ruolo di ingegnere del suono Geoff Emerick, eccelso scudiero di George Martin scomparso mentre ultimavo queste righe. Regia e tastiere sono appannaggio del tedesco Mark Wirtz, figura controversa che in primavera supervisiona un LP chez Abbey Road a una porta di distanza dal Sergente Pepe.

Twink e il bassista John “Junior” Wood giudicheranno scarso il risultato ma non dategli retta, poiché cedono a una giustificata acredine. A metà anno Grocer Jack – robetta cucita dal burattinaio teutonico per il solo Keith – centra la seconda piazza in classifica e la EMI focalizza altrove l’attenzione. In autunno l’innodia in anticipo su Lennon di Revolution si ferma sul fondo dei Top 40. Nel febbraio Sessantotto Tomorrow non può più cogliere l’attimo, tuttavia si assicura l’eternità con una Bellezza policroma che fonde piglio energico ed estasi visionaria.

tomorrow colours

In mezzo agli assi già calati su 7”, il lato A sistema la cartolina Colonel Brown, l’India swingin’ di Real Life Permanent Dream, il proto brit-pop Shy Boy. Girato il vinile, la frenetica The Incredible Journey Of Timothy Chase e il minuetto Auntie Mary’s Dress Shop perfezionano il sapore di fiaba allucinata con un vigore sconosciuto a tanti leziosi epigoni. Preludio squisito alla cover di Strawberry Fields Forever, relativamente più scarna e poggiata su una sfoglia emotiva tetra, stralunata. Magnificenza che quasi oscura il Lewis Carroll lisergico di Three Jolly Little Dwarfs, la torrida Now Your Time Has Come, una stellare ed esplicativa Hallucinations. Quasi.

Le parrucche freak ormai nei supermercati, i quattro si salutano. Di Howe sapete, Junior forma con Twink gli effimeri Aquarian Age e Keith lavorerà nella pubblicità. Unico a mantenere un profilo alto, Adler partecipa a S.F. Sorrow e cerca di scuotere Barrett dal torpore, pubblica il folle Think Pink e con i Pink Fairies forgia l’anello di congiunzione tra hippie e (proto) punk. Genio tanto misconosciuto quanto abile a inventare il… domani, gli dobbiamo parecchio. Spargete la voce.

Retronow: Low – elogio della discrezione

Con Drums And Guns abbiamo capito che possiamo mutare conservando il nostro spirito, cioè l’onestà e il presentarci per quello che siamo. Forse il vero beneficio dell’essere ancora in circolazione è aver compreso quanto conta la fedeltà a se stessi e che è lei a darti libertà creativa.” Così nel 2013 Alan Sparhawk spiegò quanto bene i Low conoscano i propri mezzi espressivi e quanto tale sicurezza priva di ostentazione si saldi in loro a un Talento puro.

Questo ha permesso di superare lo slowcore che in larga parte plasmarono restando perfettamente riconoscibili: non importa se l’intenso tremolare di chitarra e voce incorpora un personale classicismo (indie) rock o accoglie la luce. Alan e Mimi Parker appartengono sempre – come un’altra coppia: Yo La Tengo – alla nobile schiatta dei Geni che raccontano lo scorrere del tempo e il mondo interiore ed esteriore.

double negative

Il natio Minnesota è infatti presenza tangibile in brani che, alla stregua delle tele di Rothko, rivelano infinite sfumature con un piede nella wilderness e l’altro nella civiltà. Microcosmi emozionali che vivono di istinto e ponderazione, chiedono impegno costante all’ascoltatore ancor più quando riflettono le scelte di chi li ha realizzati; ogni volta, invece di soccombere artisticamente a queste ultime, ripagano in tutto e per tutto. Così che oggi, dopo quasi venticinque anni di carriera, siamo di fronte a un passo coraggioso che affida la decostruzione e il riassemblaggio di uno stile a soluzioni estreme.

Un gesto da applaudire e idem l’esito, dove un’elettronica – cupa però mai algida e impiegata come strumento – sale in cattedra. Mi piace pensare che l’aura caliginosa in cui sono immerse le undici canzoni di Double Negative rappresenti una risposta al nuovo medioevo che attraversiamo. Perché poco a poco essa si apre e, in modo simile ai Dirtmusic, suggerisce una sorta di speranza. Perché ciò che era allusione ora è ossatura, carne, nervi. Perché con metodi prossimi al dub si avvolgono le composizioni in loop, filtri ed effettistica senza perdere di vista rigore e spontaneità.

low higher

Parla chiaro l’apertura tanto spiazzante quanto sensazionale di una Quorum che corteggia la illbient lungo una via di cocci vocali, scariche statiche, bassi risonanti. Neanche un secondo per rifiatare (la scaletta scorre senza pause, mantenendo alta la tensione ed enfatizzando la compattezza d’insieme) e Dancing And Blood vede i This Mortal Coil preferire la pece all’assenzio. Parrebbe di aver sbagliato disco, ma la vibrante meraviglia Fly indica che il senso melodico, la spiritualità e la comunicativa sono saldate al cambiamento. Che ogni elemento si (con)fonde e sostiene a vicenda.

Lì trovate un’altra possibile spiegazione per la bellezza di quel che segue: ingegnosa e minimale post-psichedelia (Dancing And Fire, Disarray), estasi aeriformi (Always Up), rumorismo armonico (Tempest; The Son, The Sun), ipotesi di un Laughing Stock griffato 4AD (Always Trying To Work It Out, Poor Sucker). Verso la fine, Rome (Always In The Dark) tira le fila e riassume vestendo Neil Young di panni tardo wave e sistemandolo sull’orlo del precipizio. Fermandosi un attimo prima della caduta, persuade definitivamente che il lavoro più complesso e ostico di questa band sia anche uno dei migliori. Tremate, tremate: i Low sono tornati.

Perfetti ma non troppo: Tim Rose, long time man

Se vi state domandando chi sia Tim Rose, suggerisco un esperimento. Estraete dallo scaffale Your Funeral, My Trial, puntate Long Time Man e ascoltate più volte. Infine, cercate in rete l’originale e, toh, avrete la radice primeva del Re Inchiostro che intinge nella pece una favolosa murder ballad apocrifa. Nel pittoresco bestiario del rock Tim è qualcosa di poco noto e singolare: non si rovinò come Hardin, non sparì come Fred Neil, non esplose a contatto con la realtà come Buckley. Dotato di una penna con lampi di vaglia, fu per lo più un terrigno e carnale interprete – nell’epoca in cui l’autore si imponeva: forse questo spiega il persistente oblio – che impastò folk, rock, blues e soul da viso pallido con l‘ugola ne(g)ra. Però di veramente bello gli riuscì un solo disco. Però patì l’assenza di un Hazlewood o uno Spector che l’avrebbero aiutato a ottenere gloria, onori e altre meraviglie. Però ci sono un pugno di canzoni da conoscere e custodire e una vicenda che è una storia americana. Nel bene e nel male.

Classe 1940, Timothy Alan Patrick Rose cresce in Virginia ereditando l’amore per la musica dalla nonna, pianista nei cinema del muto, e da una zia cantante d’opera. Influenze utili allorché, chitarra e banjo in spalla, entra nel mondo dello spettacolo dopo un picaresco percorso che lo ha condotto in seminario, in banca, nell’aviazione militare e nella marina mercantile. Venti-e-qualcosa, in svariate formazioni incrocia colleghi di belle speranze: John Phillips, Scott McKenzie, Jake Holmes. La prima faccenda seria sono i Big Three con quella Cass Elliot e John Brown (poi James Hendricks): tra ’62 e ’63, pubblicano due album folk di buon successo prima di sciogliersi per divergenze artistiche. Tim si ritrova solo sui palchi newyorchesi e nell’autunno 1966 è adocchiato da David Rubinson, firma con la CBS e il primo 45 cade nel vuoto. Senza scomporsi, David manda in studio Jay Berliner, Felix Pappalardi e Bernard Purdie a sgobbare su un intero LP seguendo gli arrangiamenti del Nostro.

smilin' Tim

Il singolo che lo traina è una Hey Joe che dalle sprintate letture di Leaves, Love e Byrds si trasforma in epica moviola. Tesa e collerica, così aderisce perfetta al testo e l’esempio verrà raccolto subito da Jimi Hendrix e, anni dopo, di nuovo dal fan Nick Cave. Introduzione fenomenale a un Tim Rose che dal ‘67 brilla per vigore, compattezza, varietà: I’m Gonna Be Strong gira Kurt Weill in bolero soul e la delizia barocca You’re Slipping Away From Me immagina una Nancy Sinatra maschia; King Lonely The Blue imbocca l’autostrada 61 parcheggiando sotto al Brill Building mentre I Gotta Do Things My Way e Where Was I?, Fare Thee Well I Got A Loneliness spargono rhythm ‘n’ blues vibrante, robusto e strapazzato con gli arnesi del rock. La seduzione senza scampo di Long Time Man è contrappuntata da Come Away Melinda e da una voce che spegne il pathos in un vuoto apocalittico. Morning Dew è letteralmente strappata all’autrice Bonnie Dobson con strofe leggiadre, sferzare di ritornello, canto inerpicato su un cielo di pause teatrali e rimbombi “wall of sound”. Speziato il tutto con un po’ di melodramma pop, il gioco (non) è fatto.

Tim Rose album

Il visibilio di Albione è infatti intenso ma breve. Un tour con la Aynsley Dunbar Retaliation stupisce le platee mentre il malinconico folk Long Haired Boy è già l’ultimo centro. Qualcosa si rompe, subito. In coda ai ’60, per produrre il rock screziato d’ebano di Through Rose Colored Glasses si interessa George Harrison ma poi rinuncia. Il discreto risultato non lascia tracce e idem Love: A Kind of Hate Story. Tim rientra in patria, alternando i concerti alla guida di voli charter finché rimedia un contratto con – da non credersi! – l’etichetta di “Playboy”. La quarta fatica è ancora omonima e un altro fiasco: Hugh Heffner capisce di tette & culi però zero di dischi e in Europa non distribuisce. Nel 1974 un uomo prostrato riattraversa l’oceano per una tournee con lo sfattone Hardin e vedere Joe Cocker raccogliere consensi e danari con le sue intuizioni.

Quattro anni di mediocrità e frustrazioni dopo, alza bandiera bianca. A New York si sposa, fa il muratore, canta jingle pubblicitari; conseguita la laurea in storia, diventa broker di Wall Street e poco per volta abbandona musica e borsa, bottiglia e matrimonio. Avanti veloce al 1996. Il devoto Cave gli scrive per esprimere gratitudine ed ecco un documentario, tour e i vecchi album che riappaiono nei negozi accanto a materiale nuovo. Il destino tuttavia srotola fili amari. Sedici anni fa Tim Rose festeggiava il compleanno in ospedale per un’operazione all’intestino. Il cuore lo tradiva il dì seguente e da allora riposa a Brompton. Il giaciglio, sobrio, porta scritto “american troubadour”. Sottoscrivo. Per me il “terzo Tim” resterà per sempre l’adorabile smargiasso che, sigaro in bocca, si pensa per un attimo in vetta al mondo.