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John (Hammond) canta Tom (Waits)

I dischi preferiti di ognuno sono indiscutibili come i piaceri personali. Vanno al di là dell’oggettività perché sono pezzi di anima, amici arrivati in un momento particolare che da allora tengono compagnia, esaltano, commuovono, fanno incazzare. Ognuno ha il proprio club, e sai che belle sorprese quando leggi le liste altrui, ché nella musica – come nella vita – c’è sempre da imparare. Nel mio circolo, dal 2001 tengo sempre lucida la poltrona di Wicked Grin, perché possiede una magia che di Tom Waits preleva lo spirito e adatta le (de)forme con l’abilità del sarto alle prese con stoffe pregiatissime. In Wicked Grin John Hammond rischia grosso, poiché rilegge canzoni pescate dal repertorio Island e dintorni, ovvero da un’epocale scavo tra le ossa del blues per incastrarci polka, tango, Kurt Weill, Captain Beefheart, rose e polvere da sparo. Fedele alla propria vocazione di interprete, come già con i padri delle dodici battute cava dai jeans qualcosa che schiva e schifa le maniere laccate e le mezze misure.

Giusto così, ché l’uomo sa il fatto suo. Nato il tredici novembre del 1942 a New York, è figlio dell’omonimo talent scout della Columbia col quale non crebbe, essendosi i genitori separati che lui era piccolo. Questione di DNA l’orecchio fino, si innamora della chitarra slide alle superiori e l’illuminazione definitiva arriva durante un concerto di Jimmy Reed. Un annetto di college in Ohio e addio libri, torna in città a suonare fino a notte fonda. In pieno folk revival, il ventenne è un nome di tutto rispetto che incide per la Vanguard, nel ’66 funge da intermediario tra uno sconosciuto Jimi Hendrix e Chas Chandler e infine abbraccia l’elettricità registrando con The Band, Duane Allman, Dr. John e Michael Bloomfield.

Avanti veloce all’inizio del nuovo secolo: reduce da un tris vincente di LP su Point Blank, ha un’idea meravigliosa. Prende una dozzina di gemme dal catalogo waitsiano, aggiunge il traditional gospel I Know I’ve Been Changed, chiama qualche amico – Augie Meyers, tastierista di Doug Sahm; il mago dell’armonica Charlie Musselwhite; Stephen Hodges e Larry Taylor, fidata sezione ritmica di Sua Stramberia – e poi sistema l’autore in regia. In realtà, lo lascia libero di gironzolare come un cane pastore affettuoso ma curioso che annusa, zompa e abbaia. Il bello della faccenda è che Hammond non rimane schiacciato sotto il peso di tanto ben del demonio, ma se ne appropria intrecciando una coperta ruvida e calda. Ti porta davanti a una palude che mostra quanto sia antico lo scheletro dei brani e poi ti invita a nuotarci dentro.

Fuor di metafora, è una geniale reinvenzione di invenzioni che getta sul piatto note di copertina scritte da T-Bone Burnett e l’amaro romanticismo dell’inedita Fannin’ Street, smussa le asperità vocali e schiarisce i toni senza che la profondità ci rimetta. Hammond sente ciò che canta e suona, che si tratti del John Lee Hooker sfrigolante evocato in Heartattack And Vine, ‘Til the Money Runs Out e Big Black Mariah o di cartoline scivolate dal cassetto di Walker Evans come Clap Hands, Buzz Fledderjohh e Get Behind The Mule. Nel mazzo di assi spuntano anche la flessuosa 2:19, una caracollante 16 Shells From A Thirty-Ought Six, il notturno latino Shore Leave, la spigliata Jockey Full Of Bourbon e una splendida Murder In The Red Barn, che traduce l’umore ispido di Bone Machine nel jazz noir appartenuto a Blue Valentine. Una scommessa vinta a mani basse, Wicked Grin. Un disco del cuore che pulsa come un cuore. Non serve aggiungere altro.

Phantom Band: Sono Pazzi Questi Scozzesi!

Da quando la produzione discografica ha assunto cadenze folli, è impresa davvero impossibile affrontare con serenità un ammasso sempre più annichilente di pubblicazioni. Ciò premesso, ogni tanto ti imbatti in nomi che un tempo avresti definito di culto come gli scozzesi Phantom Band, purtroppo spariti dalla circolazione che sono ormai sei anni. Se di scioglimento si tratta, consola che abbiano chiuso bottega all’apice della forma e del percorso artistico immacolato che intrapresero a Glasgow nei primi anni zero. Amici di lunga data, Duncan Marquiss e Greg Sinclair (chitarra), Gerry Hart (basso), Damien Tonner (batteria), Andy Wake (tastiere) e il cantante Rick Anthony si lanciano in jam informali per passare il tempo dopo un giro al pub. Mano a mano, iniziano a trascorrere sempre più tempo in sala, “trenta-e-qualcosa” con dalla loro il cinico disincanto dell’età in cui puoi ancora giocarti qualche chance ma la vita l’hai masticata. Di conseguenza, ragioni prima di aprire bocca o di scrivere canzoni.

Questo spiega in parte l’arguzia con la quale ricompongono modelli esistenti in fogge personali senza prendersi troppo sul serio. Cambiano nome di continuo (NRA, Los Crayzee Boyz, Tower of Girls, gli esilaranti Robert Redford e Robert Louis Stevenson) e si lasciano dietro un nastro, un CD-R e un’etichetta creata a bella posta battezzata “estrema nudità”. Doppiata la metà del decennio, optano per una definitiva ragione sociale sottolineando la natura enigmatica che fa bel paio con il tagliente nonsense e i concerti in maschera – che assecondano una ritualità pagana palese anche nelle trasfigurazioni folk e nell’approccio percussivo al ritmo – o in cui piazzano un’attrezzatura da body building sul palco invitando il pubblico a usarla. Sento sussurrare “Monty Phython” e “Bonzo Dog Band”, vedo sorrisi d’intesa. Bene. Sarebbe comunque mero colore se non ci fosse uno stile sostanzioso spremuto dalle collezioni di dischi e dalle epifanie della quotidianità, un assaggio del quale plana su un singolo per Trial & Error che nel 2007 persuade la Chemikal Underground a scritturare il gruppo.

A inizio 2009, l’esordio Checkmate Savage testimonia un ampio ventaglio di intuizioni a fuoco tra kraut-wave (The Howling) e James muscolari (Folk Song Oblivion), ipnosi folk-rock declinate post (Crocodile) e country-gospel modernizzato (Island), Beach Boys teutonici (Throwing Bones) e mutant-funk con venature surf e tribali (Burial Sounds). Facile prospettare un gioiello dietro l’angolo, e infatti nell’autunno 2010 The Wants recapita un capolavoro di avvincente complessità e canzoni che respirano. Ci trovate folk dalle movenze “motorik” (The None Of One), melodie struggenti che partono crepuscolari e arrivano limpide (Come Away In The Dark), post-punk in viaggio tra varchi spaziotemporali (Into The Corn, Everybody Knows It’s True), coltellate al revival new wave (Mr. Natural, Walls) e alla pavidità dell’indie più formulaico (A Glamour, O, Goodnight Arrow). Una voce dal timbro scuro, arrangiamenti policromi e strutture ardite confluiscono in un avant-pop ricco di passione. Una rarità, allora come ora.

Con Iain Stewart al posto di Tonner si suona in America ed Europa, prolungando l’attesa per il “difficile terzo album” fino al luglio 2014. Strange Friend supera la prova traslocando gli LCD Soundsystem oltremanica (The Wind That Cried The World) e i Love in Irlanda (Atacama), alternando garage-wave poppizzato (Clapshot) a ipotesi hard della Beta Band (Sweatbox) e ibridi tra Human League e Smashing Pumpinks (Doom Patrol).Tanto è il materiale accumulato nelle session che pochi mesi più tardi Fears Trending (spiritoso anagramma di Strange Friends…) svuota i cassetti, offrendo una Spectrelegs che manda al tappeto i Black Mountain, gli Harmonia incupiti di Tender Castle, una Local Zero da XTC sardonici, lo Scott Walker indeciso tra elettronica lo-fi e Morricone di Denise Hopper e Olden Golden. Ti aspetti un futuro di meraviglie e invece nisba. Durante l’ennesimo tour, in Francia la Phantom Band è derubata della strumentazione, le rimanenti date vengono cancellate e da allora i simpatici pazzoidi non hanno più suonato insieme. Tuttavia non dispero, ché alcuni membri sono ancora attivi in altri progetti e nel loro caso una rimpatriata porterebbe di certo cose buone. Ehi, ragazzacci, che ne dite di riprovarci?

Judy, Jerry e la cometa

Dei primi Settanta si sottolineano la fuga nel privato e il tramonto del sogno hippie. Il che è vero, com’è altrettanto vero che le cose iniziano a prendere una brutta piega già alla fine al decennio favoloso, quando – l’estate dell’amore un lontano ricordo – il sistema reagisce introducendo tonnellate di eroina e dichiarando fuorilegge l’LSD. Mentre in America ci sono rivolte e cadaveri ovunque, la musica cavalca l’onda emotiva. C’è chi riporta indietro le lancette a prima che la psichedelia esplodesse e guarda le radici con il senno del poi, chi organizza fughe su utopiche astronavi ribelli, chi getta messaggi in bottiglia via dalla pazza folla.

Vale la terza opzione per Judy Henske, Jerry Yester e Farewell Aldebaran, gioiello cosparso di polvere celeste con a monte una serie di congiunzioni per l’appunto astrali, tanto per cominciare l’amore tra due talenti. Soprannominata da Jack Nitzsche “la Regina dei Beatniks”, lei ha annullato la distanza tra Lenny Bruce e il Greenwich Village con High Flying Bird, 33 giri che nel 1964 anticipa i Byrds sul traguardo della commistione tra folk e rock. L’anno prima ha sposato Jerry, già nel Modern Folk Quartet e presto sostituto di Zal Yanovsky nei Lovin’ Spoonful. Quando costoro si sciolgono, produce gli Association del fratello Jim e l’immenso Tim Buckley di Goodbye And Hello e Happy Sad.

Nel ‘68 coniugi e neonata salutano New York e traslocano nella San Fernando Valley in un “coast to coast” dai risvolti professionali, siccome a gestire la Henske è Herb Cohen, pappa e ciccia con Frank Zappa. Il Baffo suggerisce alla ragazza di incidere per la sua etichetta Straight e qui entrano in gioco il caso e una buona dose di pragmatismo. Insieme a Yanovsky, Jerry sta supervisionando un LP di Pat Boone nello studio hollywoodiano di costui e decide di usarlo per mettere su nastro quanto ha composto con la consorte. Insieme ad alcuni amici – spiccano David Lindley e Solomon Feldthouse dei Kaleidoscope, l’alchimista Paul Beaver, Jerry Scheff, Larry Beckett – lavorano per mesi riascoltando il risultato la sera, tra una carezza alla figlia e una al gatto.

Per allestire le tessiture più adatte alle metafore poetiche di Judy, Yester si destreggia tra strumenti tradizionali e, con l’esperto Beaver, gestisce un arsenale di tastiere e aggeggi elettronici. Infine lo Zeitgeist è colto con un fantastico “a sé” che scommetterei memorizzato a dovere da Stereolab, Broadcast e compagnia, laddove l’unico possibile paragone coevo è con gli United States Of America. Eclettico nel dispiego di stili, Farewell Aldebaran – titolo pescato a caso nella “Encyclopaedia Britannica” da una Judy febbricitante – trova l’unità nell’indole sperimentale, in un clima di ansia (nemmeno troppo) latente, nel livello altissimo delle canzoni e nell’ugola che le intona, vibrante carezza metallica che mescola Odetta, Janis Joplin, Nico e Grace Slick.

Così il minaccioso rock avvolto in visioni di blues doorsiano Snowblind sfila accanto alla giostra sunshine pop Horses On A Stick e l’ombroso (post) folk Lullaby risponde a una St. Nicholas Hall da Nico che canta Leonard Cohen. Se Three Ravens è un dolce barocco guarnito con misura, la circolare Raider porta Neil Young e il raga sugli Appalachi e la teatrale Charity getta un pallido raggio di sole. In One More Time si aggirano spettri jazz, l’inno Rapture affascina a passo di spiritual bianco e la title-track sfiora l’ineffabile. Sistemata in chiusura, è una ballata inquieta e inquietante che scintilla come una cometa lungo folate di Moog e mellotron, il cuore malinconico e un canto d’altri mondi ottenuto sommando strati su strati di sovratoni.

Bellezza eccentrica, sublime e senza tempo al pari di un album del quale nel 1969 pochi si accorgo tranne il solito John Peel. Il culto cresce tra ristampe illegali, i panegirici di Richie Unterberger e la sospirata edizione ufficiale, pubblicata dalla Omnivore nel 2016. Tornando agli anni ’70, Judy e Jerry formano i più convenzionali Rosebud e poi divorziano. Poiché amo gli “happy end”, voglio credere che stiano ancora assieme felici e contenti in un altro universo. E che sia stata quella ruggente cometa ad accompagnarli là.

la lunga estate indiana degli Shiva Burlesque

Si porta dietro un nome importante, Grant Lee Phillips. Un nome intriso di storia e di drammi, quasi fosse un tentativo di suturare la ferita della guerra civile americana. Mi piace l’idea, come mi piace che a volte un destino di grandezza possa avverarsi: in fondo basta intendersi sul concetto di grandezza, che non sempre – di rado, in verità – si misura in copie smerciate e classifiche scalate. Con un battesimo che accorpa Robert E. Lee e Ulysses Grant, costui potevi da subito dirlo destinato a qualcosa di importante. Così è stato. Non solo in virtù dei Grant Lee Buffalo, ma anche per ciò che li ha preceduti: per il fascino che gli Shiva Burlesque sprigionavano nell’album d’esordio, sin da una copertina grondante misticismo psichedelico che preannunciava chissà quali caleidoscopi sonori.

Prima di poggiare la puntina sui solchi sapevi che Shiva Burlesque non sarebbe stato calligrafico o nostalgico. L’ascolto svelò subito un “a sé” decollato dalla bohème trance di Los Angeles e non da un Paisley Underground ormai dissolto. In retrospettiva è evidente che il gruppo costruì un ponte tra i due mondi, poggiando un terzo pilone in Inghilterra per mescolare flash acidi sixties e brume new wave in qualcosa che si è conficcato nel cuore. Non molti quelli disposti ad ascoltare, ma ognuno serba un posto speciale per un incantesimo inquieto che tuttora fluttua nel tempo e nello spazio.

Lungo la seconda metà degli eighties, il poco più che ventenne Phillips si trasferisce da Stockton a L.A. per incatramare tetti, studiare cinema all’università e riallacciare i contatti con l’amico e cantante Jeffrey Clark. Dividono uno scalcinato appartamento e abbozzano il progetto Tom Boys, scrivendo canzoni ispirate agli eroi adolescenziali David Bowie, Alice Cooper e Johnny Cash in una singolare mescolanza di lustrini e radici. Abbandonati dalla drum machine e dal bassista Rich Evac, diretto verso gli Psi-com del giovane Perry Farrell, rinascono Shiva Burlesque con la sezione ritmica di Joey Peters e James Brenner. Affinata la ricetta in piccoli locali di Hollywood, incidono un demo, nella primavera ‘87 si autofinanziano alcune session ai Radio Tokyo Studios e l’atmosfera rilassata di Venice Beach saluta un moderno acid-rock che persuade la Nate Starkman & Son. Entro un anno Shiva Burlesque è realtà.

Per modo di dire, ché occorre rimarcare come la sua natura evocativa appartenga più a un sogno che espande la mente. Tra gli estremi dell’inno leggiadro ma muscolare Indian Summer e di una Marysupermarket da Doors estatici trovi gemme come una desertica Two Suns, come i cupi Love spagnoleggianti di Work The Rat, come la The Lonesome Death Of Shadow Morton che plana da Heaven Up Here per spalancare un esotico, acustico cuore rivelatore e una citazione seminascosta. Se la visionaria The Black Ship se la gioca con il miglior Julian Cope, Water Lilies appoggia il jingle-jangle su un pulsare di basso alla Cure come fosse la cosa più semplice dell’universo, Morning impasta archi e corde in un cavalcata ribollente e Train Mystery delira come un convulso Stan Ridgway.

Malgrado tanta meraviglia, la band rimane in un limbo dove la critica si spella le mani, le vendite sono modeste e le college radio iniziano a puntare le antenne su Seattle e dintorni. A sottolineare lo stretto rapporto della formazione con la scena di Savage Republic e Red Temple Spirits è, nell’inverno 1990, la partecipazione alla raccolta di autori vari Viva Los Angeles II della romana Viva Records, cui è offerta l’incantevole ed esplicativa Arabesque. Nel frattempo è arrivato il violoncellista Greg Adamson e, dietro lo pseudonimo di Dick Smack, Paul Kimble rimpiazza Brenner al basso. Li ascoltate nel pregevole Mercury Blues, fuori in chiusura di annata per la Fundamental: un filino meno brillante la penna, Grant Lee prende gradualmente controllo in un alveo folk-rock qui vibrante (Sick Friend, Peace, Who Is Monalisa?) e là oppiaceo (Sparrow’s Song, Cherry Orchard, la title track).

Nulla cambia: le riviste seguitano ad apprezzare, il pubblico si nega e la tensione cresce. Il gruppo si separa al principio del decennio in cui Phillips conquista il proscenio spostando le lancette sui Settanta e su una meravigliosa Americana “deviata”: i primi due album dei Grant Lee Buffalo (in squadra anche Kimble e Peters) trasfigurano Mott The Hoople e Johnny Cash riallacciandosi all’educazione sonora di chi oggi vanta una dignitosa carriera solista. A proposito di cerchi che si chiudono, nel 1996 Clark imbarca Adamson e Brenner per il solistico, disteso Sheer Golden Hooks e dopo una pausa pluridecennale torna con If Is. In ogni caso, l’estatico show di Shiva resta qualcosa di irripetibile. Per chiunque.

Freakout nella prateria: Eleventh Dream Day

Nell’era di Internet, se non apri bocca a ogni minuto la gente si dimentica di te mentre chi bercia continuamente spesso possiede la consistenza artistica e umana del cartongesso. Anche per questo gli Eleventh Dream Day sono necessari: parlano solo quando ritengono di avere qualcosa di rilevante da dire e assecondando l’espressività con una perseveranza e una saldezza di intenti che meritano affetto. Lo stesso che proviamo per Yo La Tengo e Walkabouts, con i quali è possibile tracciare più di un parallelo, da linguaggi costruiti mescolando passato e presente all’eterna condizione di culto e alle discografie immacolate. Senza dimenticare che anche questa vicenda ruota attorno a una coppia lui/lei: Rick Rizzo canta e imbraccia la chitarra, Janet Beveridge Bean siede alla batteria pur non disdegnando il microfono.

Si incontrano nei primi ‘80 a Louisville, Kentucky, da punk che hanno consumato Zuma (l’influenza del loner canadese verrà presto a galla) e maneggiano disinvolti folk, country e bluegrass. All’epoca la spinta propulsiva della new wave va esaurendosi e, attraverso il movimento neo-sixties, confluisce nel magma chiamato per comodità “college” e/o “alternative” rock. In quel filone i Nostri reciteranno da protagonisti ma per ora traslocano a Chicago, completano i ranghi con il bassista Douglas McCombs e la sei corde di Baird Figi, tengono concerti esaltanti mescolando Dream Syndicate, X, Television e Velvet Underground. Nel 1987 debuttano con un EP omonimo per la piccola Amoeba, discreto ma superato l’anno seguente dall’LP Prairie School Freakout: penna ed esecuzione impressionano Bettina Richards, A&R della Atlantic che avanza un’offerta subito accettata.

Tre gli assi per la major intervallati dal live Borscht e nessuno smuoverà cifre tali da consolidare il rapporto. A noi bastano e avanzano per un posto nel cuore, cominciando da un Beet che a fine decennio regala impennate stile Marquee Moon, tumulti prelevati da Fire Of Love e inchini ai Crazy Horse via Steve Wynn. Ancor più coeso di lì a ventiquattro mesi Lived To Tell, che aggiunge staffilate in punta di violoncello e folk crepuscolare, laddove nel ’93 El Moodio tira le fila del discorso dopo che Figi ha sbattuto la porta ed è stato sostituito da Matthew O’Bannon. Una prima stesura con la produzione di Brad Wood viene respinta dall’etichetta (riaffiorerà nel 2013 come New Moodio) e il disco è reinciso a New York. Incredibilmente, la genesi travagliata non scalfisce quello che molti – sottoscritto incluso; lo tallona Stalled Parade – reputano il capolavoro della formazione.

Trame espanse e piglio al contempo meditato e viscerale sorreggono una scaletta memorabile in toto: facendo torto al resto, menzione d’obbligo per una Makin’ Like A Rug da Pixies al top, per la traslucida epopea Rubberband, per il sinuoso slowcore di Honeyslide, per l’elastica e potente The Raft. Dopo tre lanci e altrettanti strike, le regole del baseball prevedono che il battitore avversario debba lasciare il campo di gioco. Tale è la sorte immeritata di chi, cacciato dall’Atlantic, si cura dei figli e prepara il rientro nel mondo indie assieme a John McEntire, con il quale intanto McCombs ha allestito i Tortoise.

Un anno ancora e la Atavistic benedice la psichedelia modernista tra asprezza e introspezione di Ursa Major, poi una pausa triennale permette a Rick di laurearsi. Janet si dà al country-folk con i Freakwater e Douglas approda con i Tortoise alla Thrill Jockey. Logica conseguenza che da fine Novanta sia l’etichetta fondata dalla Richards a ospitare il trio – Matthew ha dato forfait ed è purtroppo deceduto nel giugno 2020 – che in Eighth approfondisce la vena “post”. Separatisi nella vita, Rick e Janet hanno impieghi normali e l’etichetta assicura adeguato sostegno, ricambiato nel Duemila sistemando in Stalled Parade l’omonimo shoegaze acidulo, un Lou Reed giovane domiciliato sulla West Coast (Bite The Hand), accorate meditazioni (Valrico74, In The Style Of…) e robusti attestati di classe (Ice Storm, Interstate, Way Too Early On A Sunday Morning).

Scampate le rogne dello showbiz, da qui gli Eleventh Dream Day prediligono l’attività in studio con cadenze dilatate. Nel 2003, all’esordio solistico della Bean (attiva anche con Horses Ha; Rick vanta un paio di sortite con Tara Key degli Antietam) risponde la ristampa del primo album. Mi piace pensare che la riuscita di Zeroes And Ones sia dovuta anche alla maturità con la quale i non più ragazzi hanno osservato i loro inizi, e lo stesso vale per i successivi Riot Now! (2011), Works For Tomorrow (2015; segna l’ingresso di James Elkington, chitarrista con un’interessante carriera in proprio) e il recentissimo, splendido e relativamente più pacato Since Grazed, pubblicato solo in vinile per Comedy Minus One. Dischi che mostrano un gruppo al massimo della forma, lontano da nostalgia e cliché. Un gruppo che continua a osare tra la robustezza indie di sempre e una vocazione post divenuta ormai classica, tra rivisitazioni dei Go-Betweens e ipotesi di Jefferson Airplane nati dopo il punk, ballate sospese prossime ai Low e lezioni impartite agli Arcade Fire. Un gruppo da prendere a esempio.

Dio esiste e non è sordo: Allison Run

Attorno alla metà degli anni Ottanta il dibattito sul recupero dei sixties aveva assunto toni piuttosto accesi. La neopsichedelia costituiva in effetti il filone più interessante tra quelli emersi allo svanire del post-punk e nei suoi momenti migliori aveva poco di revivalistico. A conti fatti, ridottisi drasticamente i margini di espansione creativa, girano molti più cloni adesso e in qualsiasi ambito: gente anche brav(in)a ma dedita all’esercizio di stile, alla bella ma algida calligrafia, alla copia della copia. Con poche eccezioni, il sentore – specie tra le nuove leve – è di accademismo spinto. Prima che mi accusiate di nostalgia, pensate al marchio impresso dalla new wave sulle frange più innovative del movimento. E ricordate che anche chi da noi non trafficava con la “nuova musica cantata in italiano” a volte concepiva originali sintesi del decennio favoloso.

Ecco: gli scettici hanno a disposizione ulteriore materiale per ricredersi, poiché Spit/Fire e Spittle Records (distribuzione Goodfellas) hanno replicato per gli Allison Run lo sforzo già compiuto nel 2017 con Peter Sellers And The Hollywood Party. Risultato è l’imperdibile cofanetto Walking On The Bridge, tre CD che radunano l’integrale di questi pugliesi trapiantati a Bologna guidati dal talentuoso Amerigo Verardi. Portabandiera di una psichedelia davvero “neo” che non si accontentava di pantomime retrò, consumarono la loro storia tra 1985 e 1990, cioè in significativo (quasi) parallelo a Ghittoni e soci. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei: un culto artefice di musica splendida che racconta la propria epoca mentre se ne colloca al di fuori.

Anche quelli, infatti, erano a loro modo anni formidabili. Anni in cui essere indipendenti costava fatica e sacrifici, ma mettendoci anima e cuore affrontavi l’acid-pop britannico con lo stesso approccio evoluto di Television Personalities, Robyn Hitchcock e Julian Cope. Senza sfigurare, poiché queste canzoni intelligenti, raffinate e non di rado ironiche vantano una freschezza senza tempo. Gustando gli “extra” prelevati da concerti e demo e il prezioso libretto curato da Federico Guglielmi, ascolti il trio composto da Verardi, Alex Saviozzi e Mimo Rash muoversi sicuro con il nastro Lost In A Circle, partecipare al secondo volume di Eighties Colours e nell’87 debuttare su vinile con l’EP All Those Cats In The Kitchen tra estatiche fusioni di psichedelia, indie-pop chitarristico alla Smiths, echi post-punk.

Con l’arrivo del bassista Umberto Palazzo e di Sado Sabbetta alle tastiere, gli Allison Run si misurano a testa alta con Ceremony nel tributo Something About Joy; altri dodici mesi e l’unico, favoloso album God Was Completely Deaf garantisce loro un posto nel romanzo psichedelico grazie a gioielli come la stupefatta e stupefacente As We Grope, una Tangle Of Love che trasloca in California il caracollare urbano di Loaded e lo stranito carillon lisergicamente pop di Allison. Come minimo, e facendo un torto a tutto il resto. Apprezzati anche fuori dai confini nazionali, i ragazzi si sciolgono all’improvviso dopo aver inciso una cover di Edoardo Bennato. Di elevato spessore la carriera successiva di Amerigo con Lula, Lotus e in solitudine, laddove Umberto Palazzo compare nei primi Massimo Volume e poi fonda i Santo Niente. Vicende, queste, che ci portano dritti al 2020, in cui Walking On The Bridge lascia a bocca aperta con un pizzico di malinconia che scalda il cuore. Ma, più di ogni altra cosa, con meraviglie da incastrare nel nastro di Moebius che chiamiamo “attualità”. Commossi, applaudiamo.

Se hai stile è solo colpa tua. Un panegirico della Él Records

Sono sicuro che Oscar Wilde avrebbe amato la musica pop e soprattutto la Él. Forse avrebbe scritto un romanzo sull’argomento, dove tra motti sagaci e situazioni camp il protagonista scompare e, dopo qualche anno, torna sotto mentite spoglie per ricordare a tutti quanto era stiloso. Nella seconda metà degli anni Ottanta la Él pareva davvero sbucare da un bislacco universo parallelo con il suo (im)perfetto equilibrio tra senso dell’assurdo e decadentismo sarcastico, tra eccesso elevato ad arte e umoristico understatement. Era una cornucopia di squisita, eccentrica inglesità destinata a divenire culto, e del resto il fondatore Mike Alway vantava visione e gusto eccezionali.

Fattosi le ossa lavorando con i Soft Boys e organizzando concerti, nel 1980 Mike entra alla Cherry Red come talent scout scritturando Monochrome Set, Felt, Everything But The Girl, Marine Girls, Eyeless in Gaza. L’etichetta nasce nel 1985, quando il dandy londinese lavora anche per Blanco Y Negro, marchio parallelo frutto di un controverso accordo con il colosso Warner. Fregandosene delle leggi del mercato e delle frustrazioni che ne derivano, decide di dare ascolto ai suoi sogni in technicolor e voilà.

Mike Alway

La vita sarà breve – battenti chiusi entro un quadriennio con l’addio dei Felt – ma l’arte resta tuttora lunga. Una faccenda pazza ed estrema che folgorò chi se accorse ed ebbe risvolti importanti in Giappone, dove le stramberie trovano un terreno accogliente e dove Él accese la miccia della scena “Shibuya-kei” capeggiata dai Pizzicato Five. Un culto dalle fondamenta robuste che con largo anticipo conferì la dovuta dignità all’easy listening, alla library music e alle colonne sonore italiane dei ’60 e ’70, generi considerati tappezzeria sonora e sdoganati dalla critica soltanto nei medi Novanta. L’approccio profumava anche già di ghostalgia nel modo in cui ricontestualizzava frammenti estetici prelevati da epoche che guardavano fiduciose al domani.

Sgretolato dalla globalizzazione e dal turbocapitalismo, quell’innocente positivismo – lo stesso che ci osserva della copertina di Autobahn, per intenderci – ormai esiste nella nostra malinconica immaginazione, vicino al sorriso di Marcello Mastroianni e agli occhi di Edie Sedgwick, al Moplen e alla sedia Panton. Per questo la Él Records fu più di una curiosità. Fu un modo acuto di rendere accettabile l’eccesso. Fu il suono di un’eterna adolescenza dolce e sfrontata. Fu aristocrazia autoironica che se la ride del disastro incombente e del post-postmoderno. Fu qualcosa di troppo bello per durare a lungo.

Il logo

Bellissimo! Un breve excursus discografico

Senza del tutto recidere il cordone ombelicale con il passato, a metà anni zero Mike ha riesumato il nome specializzandosi in ristampe che puntano su un’estrosità in transito da Morricone a Gainsbourg passando per Gabor Szabo, Ravi Shankar, Edgard Varese… Giusto e coerente, diciamolo pure. E diciamo che di seguito trovate quanto merita possedere, meglio se in vinile per apprezzare vesti grafiche – curate in massima parte da Nick Wesolowski, batterista dei Monochrome Set scomparso un lustro fa – che sono importanti quanto il contenuto.

Primo avvertimento: il catalogo annovera qualche scivolone, perdonabile e comunque fisiologico se si traffica con l’anticonformismo spinto. Secondo e ultimo: chi all’epoca non c’era faticherà a cogliere in pieno l’impatto estetico/sonoro di una figura come King Of Luxembourg allorché U2 e Simple Minds dominavano la terra. Si era nel campo dell’ineffabile, allora come ora. Ora come allora, i dischi sono una goduria assoluta. (Ri)ascoltare per credere.  

Poker

The King Of Luxembourg

Fate arrangiare Marc Bolan da un Bacharach schizzato ed ecco il Re del Lussemburgo, A/K/A Simon Fisher Turner: pop star adolescente, collaboratore di Derek Jarman e, nello specifico, colui che incarnò alla perfezione l’estetica dell’etichetta. Royal Bastard è un Pin-Ups che “él-izza” brani altrui e in un elegante manifesto svela le radici del progetto, da una Poptones dei P.I.L. per voce e piano (!) alla spigliata Liar Liar dei Castaways, dalla Something For Sophia Loren griffata Henry Mancini alle frizzanti riprese di A Picture Of Dorian Gray, Happy Together e Valleri. Al pari riuscito il successivo Sir, concepito in combutta con Louis Philippe tra melodie e arditezze, echi di Van Dyke Parks e T.Rex, cambi d’umore e costume con apici nell’imprendibile Penny Was A Tomboy, in una Her Eyes Are A Blue Million Miles scippata a Beefheart, nel sarcastico e corale vaudeville The Virgin On The Rocks, nell’autoironia di Battle For Beauty.

Louis Philippe

Dal monarca di Lussemburgo a quello di Normandia. Da là proviene Louis Philippe Auclair, pasticcere nel mondo “reale” e sopraffino autore/arrangiatore per la maison di Mike Alway. In un terzetto di album dediti a un pop raffinato e ricercato che però non viene mai a noia, Philippe coniuga un’inconfondibile francesità con la melanconia teen di Brian Wilson, del quale non a caso rilegge Guess I’m Dumb. Inaugurata nell’86 con Appointment With Venus e chiusa da Yuri Gagarin, la sua carriera è proseguita fuori del reame di Alway, ma il suo capolavoro rimane il pannello centrale del trittico: pubblicato nel 1988, Ivory Tower vanta classe cristallina e gioielli della caratura di Night Talk, Domenica, Chocolate Soldiers.

Would-Be-Goods

Mike Alway procurò alle sorelle Jessica e Miranda Griffin una backing band coi fiocchi – i Monochrome Set – per The Camera Loves Me. Mossa azzeccata che le rendeva delle stelline nel Sol Levante in virtù di deliziose ipotesi di Aztec Camera femminili con in tasca il santino delle Shirelles. Ideale compagno di soleggiati pomeriggi tardo primaverili, l’album ha probabilmente ispirato anche etichette come Marina e Apricot: ragione in più per mandarlo a memoria e pontificare su titoli come “Il taccuino di Cecil Beaton” e “Io e Velazquez”.

Momus

Il poliedrico genio scozzese Nicholas Currie (alias Momus) debutta da solista su Él un’efficace rinnovamento del cantautorato colto à la Leonard Cohen. Passato alla Creation, ne escogita la versione folktronica con altri ottimi lavori e nei ’90 fa intermittente ritorno da Mike Alway. Benché lontani dal kitsch, i suoi primi passi sono imperdibili: splendidi i 12” The Beast With Three Backs e il tributo a Jacques Brel di Nicky, memorabile l’LP Circus Maximus che in copertina lo ritrae nei panni di San Sebastiano, offrendo canzoni acustiche dal sentire languido e torbido rese ulteriormente preziose da testi di rara profondità.

Would-Be-Goods

Tris d’assi

Always

Pseudonimo dell’inglese Kevin Wright, intestatario dell’album Thames Valley Leather Club e di un paio di EP che trovano ispirazione nelle atmosfere più lineari dei Felt e in una certa emotività tipica della Postcard. Aggiungete al cocktail la grana vocale del giovane Tom Verlaine, shakerate e mandate giù d’un fiato un guitar-pop estatico e cristallino come si conviene.

Anthony Adverse

L’attrice e cantante Julia Gilbert (il nome d’arte deriva dall’omonima pellicola del 1936 di Mervyn LeRoy) si cimenta con colonne sonore immaginarie in tempi in cui giusto Barry Adamson e Bill Nelson si avventurano in analoghe imprese. Più dello slavato Spin edito nell’89, merita il debutto di un anno precedente Red Shoes, un “film per le orecchie” scritto e arrangiato da Monsieur Auclair. 

Marden Hill

In Cadaquéz i Marden Hill riportano alla luce le sonorità dei nostri Umiliani, Cipriani e Morricone. Tra fughe di tastiere e flauti, cori e coretti, acid jazz e lounge, la ricetta oggi può parere scontata ma non lo era nel 1988. Ascoltarli vi farà tornare ancor più indietro nel tempo, bambini ipnotizzati dal monoscopio che giocano fischiettando quel jingle che fa “bidibodibu, bidibodiye.”

Louis Philippe

Il mazzo

Se state ancora leggendo siete senza dubbio seguaci del “trash intellettuale”. Potrete quindi apprezzare i 12” di Shock Headed Peters I, Bloodbrother Be e Imp Of The Perverse e trovare interessante Choirboys Gas delle Bad Dream Fancy Dress, coatte appena uscite dal pub che intonano sguaiatezze sotto la supervisione di King Of Luxemboug. Fuori da ogni logica comunemente intesa anche A Perfect Action dei Perspico Acumine (Holdings)/Cavaliers, articolato su sonorità fra gotico, cameristico e funk da colonna sonora nostrana dei Settanta. Da avere infine i due tomi delle raccolte di singoli London Pavilion – in alternativa, un’analoga coppia postuma intitolata Bellissimo! – che, accanto ai nomi succitati, vedono sfilare Florentines, Gol Gappas, Mayfair Charm School, Cagliostra, Rosemary’s Children, James Dean Driving Experience…

I Cold Sun e la mistica psichedelica

Volevo che i Cold Sun piacessero alla gente del domani.” (Bill Miller)

Scava e riscava, nella miniera dei fab sixties qualche manufatto sorprendente e di pregio lo trovi ancora. Così fu una dozzina d’anni or sono per chi scrive con la psichedelia ombrosa e avveniristica concepita dai Cold Sun, una faccenda che – per citare il loro amico, compaesano nonché collega di scorribande soniche Roky Erickson – vive in un tempo tutto suo, nel quale la West Coast del ’67-’68 si salda alla New York del decennio successivo e, non contenta, lambisce territori abitati da Velvet Underground, Peter Hammill, Ash Ra Tempel. Curiosi? Seguitemi in quel di Austin, Texas, dove Bill Miller e Tom McGarrigle sono fan dei 13th Floor Elevators che con Mike Waugh (basso) e Hugh Patton (batteria) hanno fondato i Couldron, presto divenuti Amethysts. Miller è cresciuto nella cartina di tornasole emotiva del deserto adorando Del Shannon e Joe Meek e canta accompagnandosi con l’autoharp, arnese della tradizione folk appalachiana in teoria assai lontano dal rock.

Se non che gli Elevators hanno dato l’esempio suonando addirittura un’anfora e perciò, ispirato dal ronzante Clavioline di Meek, il ragazzo elettrifica e manipola (“Avevo in testa l’idea di un piano segato a metà, con pick-up magnetici come ricevitori a transistor e corde come antenne in parte antiche e in parte tipo vettori spaziali.”). Cavandone suoni che ricordano uno spettrale organo o pianoforti sull’orlo del collasso, scrive assieme a Tom canzoni complesse con referenti coevi nella gang di Roky (“Rappresentavano la massima espansione del formato rock fuori dal mainstream.”) e nei Velvet, per i quali i Nostri aprono alcune date locali. Il risultato è personale, avvolto in un bizzarro gotico “delle sabbie” e percorso dalla tensione estatica dei Television e di certa post-psichedelia. Siamo però al tramonto dei ’60 e, no, questa non è una puntata di “Ai confini della realtà”.

Nel 1970 la band incide negli studi della Sonobeat un master che il capo dell’etichetta vuole piazzare alla Columbia come ha appena fatto con Johnny Winter. Tuttavia non si va oltre le registrazioni e il quartetto, ribattezzatosi Cold Sun, resiste fino al ’73 e poi si trasforma negli Aliens, chiudendo un primo cerchio a fianco dell’Erickson solista. Nel frattempo Michael Ritchey, bassista nell’ultima line-up, recupera i nastri che sedici anni dopo proporrà a Rich Haupt e Mike Migliore della Rockadelic. Le mascelle sul pavimento dallo stupore, costoro chiedono il “si stampi” a Bill, che dalla California in cui si è trasferito concede un’esigua tiratura che va subito esaurita. Ormai materia per collezionisti danarosi, nel 2008 la World In Sound la sistema sul CD Dark Shadows aggiungendo due brani dal vivo risalenti al 1972.  

Se la psichedelia è il vostro pane, procuratevelo. Sarebbe da pazzi rinunciare alla South Texas che decora country-rock in vena di blues acido con un assolo singhiozzante, a una For Ever da Black Sabbath strafatti e persuasi di essere i Grateful Dead, all’ottundente ipnosi Twisted Flower, alle dodici battute declinate secondo Lou Reed & Sterling Morrison di See What You Cause. Spetta comunque agli episodi più dilatati decollare lungo traiettorie imprendibili: un’inquieta Fall fa strame di Easter Everywhere con parentesi qui meditative e là febbrili, l’ansiogena allucinazione Ra-Ma mescola del garage mutante all’amaro lirismo del krautrock, in Here In The Year i Van Der Graaf Generator smantellano Ride Into The Sun con accelerazioni, oasi rumoriste, aperture liriche in anticipo su Tom Verlaine. Avanti veloce all’aprile 2011: i Cold Sun salgono sul palco dello “Psych Fest” di Austin prima di Erickson e dell’attrazione principale, i Black Angels. Un altro cerchio chiuso, e il momento nel quale Bill Miller è giunto fisicamente nel futuro in cui la sua mente aveva sempre vissuto.

Pioneers over P(op): dB’s

La “nostra” musica abbonda di grandi artisti che la sorte confina a patrimonio di pochi. Esemplare la vicenda dei dB’s, un cocktail di sfortuna e scelte errate subite dai diretti interessati allorché di “indie” si viveva mettendoci sudore e anima. Qualcuno lo spieghi agli emaciati fighetti che ci ammorbano con le loro minestrine riscaldate: non potranno capire, ma tant’è. Tornando al punto, i dB’s pagarono lo scotto di essere fra i primi a coniugare sixties e new wave, plasmando il suono chitarristico americano degli ’80 senza cavarne monetariamente che briciole. Resta in ogni caso il gruzzolo di dischi che nel cuore custodisce due capolavori cult cui il tempo ha dato ragione. Non è poco. Come i loro fan R.E.M., i dB’s sono figli della provincia: Winston-Salem, North Carolina.

All’interno dell’intricata scena locale, a metà degli anni ’70 il cantante/chitarrista Peter Holsapple fa parte dei Little Diesel, intestatari di un disco dove alla batteria siede Will Rigby e in regia c’è Chris Stamey. Quest’ultimo smercia power pop garagista negli Sneakers assieme a Will e a Mitch Easter, futuro Let’s Active e produttore di Murmur e Reckoning. Nel ’77 si salutano, Stamey va a New York e corona un sogno suonando per Alex Chilton e pubblicando l’abbagliante Chris Bell di I Am The Cosmos/You And Your Sister. Nel frattempo incide (I Thought) You Wanted To Know e di lì a un annetto ne fa un 45 giri aggiungendo If And When, ritmica del fantasioso Rigby più il compaesano bassista Gene Holder. Lasciatosi alle spalle gli H-Bombs con Easter e un breve soggiorno a Memphis, in ottobre anche Peter si unisce a Chris Stamey & The dB’s.

Accorciato il nome, i ragazzi investono nell’attività di studio molto del denaro ricavato dai concerti. Una parte del materiale riaffiora nel ’93 grazie alla Rhino su Ride The Wild TomTom, dove l’ibrido tra solarità anni Sessanta, piglio del decennio successivo e nevrosi contemporanee è già definito. Retrogusto popedelico, echi di Move e Badfinger e la Trinità Beatles/Byrds/Big Star fanno il resto, nondimeno il disinteresse per le penne complementari di Chris e Peter dura fino al 1980, quando la Shake pubblica il 7” Black And White/Soul Kiss e il gruppo è messo sotto contratto dalla Albion. Mixato da Easter con l’ennesimo rimando remiano di un giovane Scott Litt, nel gennaio ’81 Stands For Decibels è realtà. Britannica la casa discografica, in madrepatria l’album si trova solo d’importazione ed è un peccato per uno stile che, ipotizzando Chilton a capo degli XTC, sferraglia beat modernista (Dynamite, Tearjerkin’), sparge aromi barrettiani su Pet Sounds (She’s Not Worried) e colora di tonalità pastello i Gang Of Four (The Fight).

Non valgono meno l’esotico mutant funk Cycle Per Second, una Big Brown Eyes che media Cars e Zombies, il Lennon strapazzato da Bad Reputation e preda di smanie Feelies per I’m In Love. Apice assoluto nella naturale complessità di Moving In Your Sleep, commiato dove Brian Wilson si aggira per le stanze semibuie di Sisters Lovers. Concluso un lungo giro dell’Europa, con Litt si lavora al secondo album nei prestigiosi Power Station e successivamente in Inghilterra, agli studi Air di George Martin dove l’incuriosito Paul McCartney fa capolino durante il missaggio di Repercussion. Avrà gradito il soul candeggiato Living A Lie, i Knack cupi della giostrina We Were Happy There, i Big Star post-punk di Happenstance e In Spain; non gli saranno sfuggiti il romantico latineggiare di From A Window To A Screen, la sferzante malinconia di Amplifier, una flamencata Storm Warning; si sarà invaghito di irresistibili compendi autoriali come Ask For Jill e Ups And Downs e del ruvido babà I Feel Good (Today). Un classico suggella inducendo a ripartire: preceduta dalla soffusa Nothing Is Wrong, la trascinante melodia di Neverland sarà spesso ripresa dai R.E.M. Di fatto, nel 1982 ne costituisce un evidente prototipo.

Tuttavia l’ennesimo tour è causa di stanchezza e l’etichetta lamenta le vendite esigue di un LP che, uscito sul Vecchio Continente in ritardo con copertina e scaletta differenti, ha confuso i pochi interessati. Chris abbandona, nell’83 gli altri firmano per la Bearsville ma in Like This latitano magia e smalto e problemi di distribuzione vanificano il buon riscontro presso le radio universitarie. Ventiquattro mesi di stallo e la I.R.S. pubblica il modesto The Sound Of Music, dopo di che Holder getta la spugna, il successo di Document – prodotto, colmo dei colmi, da Scott Litt… – prosciuga le forze promozionali dell’etichetta e il successore Paris Avenue vedrà la luce solo a metà anni ‘90.

Si chiude nel 1988: Holsapple offre i propri servigi a R.E.M. e Hootie & The Blowfish, fonda i Continental Drifters con la moglie Sue Cowsill e pubblica in proprio mentre Stamey produce (Whiskeytown e Le Tigre tra i tanti) e porta avanti un’apprezzabile carriera solista. Fino al 2005, quanto di più simile a una reunion sarà l’ennesimo bel disco ignoto ai più: opera di Peter e Chris, il terso folk-pop di Mavericks vede la luce in un 1991 mirabile all’eccesso. Per riallacciare i fili con tutti i membri originali bisognerà attendere il 2012 del godibilissimo Falling Off The Sky; poi, l’aprile scorso, ecco che in Our Back Pages Holsapple & Stamey si rileggono con classe. A voi ora il compito di fare un po’ di giustizia.

Nick Haeffner in tempo per il tè

La natura di un cult record è sfuggente e curiosa. Dove sta il segreto di dischi che, mancato il successo, esercitano un’influenza sotterranea ma persistente e vantano fan che li considerano un pezzo delle proprie vite? Forse nella sconsiderata genialità che si fonde con una dimensione “moderatamente collettiva”, intrecciando la coperta di Linus sotto la quale ci riconosciamo tra carbonari salvati da un pezzo di vinile. Anche per questo tanti ricordano la neopsichedelia con profonda emozione e vi racconteranno che una parte di quel movimento approdò su lidi sixties mai esistiti. Che colse lo spirito di un’epoca vissuta di riflesso, rendendola una faccenda attuale.

Accadeva dappertutto, da Los Angeles a St. Albans, Hertfordshire. Colà Nick Haeffner (classe 1959) cresce con Beatles e Stones, Leonard Cohen e Incredible String Band, Led Zeppelin e Fairport Convention. A sedici anni imbraccia la chitarra da autodidatta e a venti scrive canzoni per sé e per tali Clive Pig & The Hopeful Chinamen. Il concittadino Phil Smee, che dirige la piccola etichetta Waldo’s, li affianca in scuderia ai punkettari The Bears e quando costoro diventano Tea Set, Nick entra nei ranghi come chitarrista. Una session per John Peel attrae l’attenzione di Hugh Cornwell degli Stranglers e la EMI finanzia un singolo. Nondimeno, l’inesperto quartetto e un Hugh troppo meticoloso dilapidano il budget in un mezzo disastro e il gruppo si scioglie.

 

Fortuna vuole che Nick mantenga i contatti con Smee, frattanto specializzatosi nel recupero di manufatti anni Sessanta con il marchio Bam Caruso: questi soppesa i brani ed espande la visuale del ragazzo passandogli dischi di John Cale, Captain Beefheart, Nick Drake, Van Dyke Parks, Beach Boys. Nei medi ‘80 Phil decide di arricchire il catalogo con qualche novità e un 33 giri di Haeffner è la scelta più naturale. Le registrazioni sono spalmate su nove mesi, approfittando dei ritagli di tempo e facendo di necessità virtù con pochi amici e il produttore Brian Marshall. Chiare le idee e sufficienti i mezzi, nel 1987 The Great Indoors può stupire da gioiello che, ben presente la new wave, distilla i DNA di Ayers, Barrett e Drake pur non fermandosi lì e costruendo un universo a sé, indenne al tempo e alle mode. Un universo difficile da raggiungere fino allo scorso anno, quando la spagnola Hanky Panky ha ripubblicato il disco in un doppio CD colmo di rarità e inediti. 

Il piatto forte restano comunque i dieci brani originali, che dalla copertina in perfetto stile psichedelico conducono lungo un’arcadia eccentrica da osservare a occhi spalancati. Tutti e tre, ovviamente. Ci si perde dentro strumentali bucolici (la bossanova omonima; You Know I Hate Nature, che scivola da Bryter Later con ironia) e l’irresistibile pop acidulo di The Sneaky Mothers e The Master risvegliandosi con l’Africa mutant alla Brian Eno di Breaths – cover degli Sweet Honey On The Rock – e una Don’t Be Late in cui un Barrett rasserenato capeggia i Love; e se in Furious Table i Can trafficano con storture wave-funk, i Devo albionici di The Earth Movers precorrono Jacco Gardner. Un delizioso aroma di britishness aleggia ovunque e più che altrove nei due apici collocati quasi in chiusura, il lisergico bignè beatlesiano Back In Time For Tea e l’acusticheria malinconica Steel Grey.

 

Tutto molto bello e che si perderà nel nulla. Le vendite dell’album bastano giusto a pareggiare i costi, il nostro eroe tiene pochissimi concerti e a inizio 1988 la Bam Caruso fallisce. Subentra la Demon, non interessata a un seguito del quale esistono già il titolo (uno spiritoso Dali Parton), alcuni demo e l’ipotetica supervisione di Andy Partridge; peccato, perché quanto riaffiora dalla ristampa meritava una sorte diversa. Dopo una comparsata con gli Psychic TV, invece, Haeffner accantona la musica e termina gli studi. Fino all’estate 2017 insegna arte e cinema all’università, scrive saggi e cura mostre, poi lascia il lavoro e nel 2019 ecco un disco nuovo, significativamente intitolato A New Life Awaits You. Bene, ora che Nick è tornato, vado a mettere su la teiera e preparare torte e pasticcini. Tra poco arrivano i nostri chuckaboo Alice e il Cappellaio Matto. Da gentleman, ci tengo a fare bella figura.