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Tra cinismo e umanità: Springtime

Nella storia della nostra musica, una regola non scritta – nondimeno piuttosto ricorrente – stabilisce che non tutti i supergruppi escono col buco. Che spesso la coabitazione di talenti è una faccenda complessa da gestire e può non avere esiti significativi. I contrasti di ego, un eccessivo senso di sicurezza, la comodità di offrire ciò che la gente si aspetta e cavarsela con il blasone stanno in costante agguato. Come ben sappiamo, basta poco per sprecare un’occasione, ma nulla di tutto ciò accade nell’omonimo album degli Springtime, pubblicato un paio di settimane or sono dall’americana Joyful Noise.

È infatti modernissimo il power trio “made in Oceania” in cui militano Gareth Liddiard (ex Drones, oggi in Tropical Fuck Storm), Jim White – già batterista nei sublimi pittori di malinconie Dirty Three – e il pianista Chris Abrahams dei maestri avant-garde The Necks. Tutta gente che ha costruito una carriera disdegnando le opzioni semplici e i cliché, sono artisti autentici che piacciono perché non stanno mai fermi, badano al sodo e offrono musica che dura nel tempo. Musica che nel caso specifico scava buchi nell’anima con cinismo e passione, istinto e razionalità: questi i pilastri “emotivi” che sorreggono Springtime e le sue canzoni in pellegrinaggio tra cadute nella cupezza e salvifici bagliori.

Sono canzoni che di primo acchito potrebbero risultare scontrose, per il modo in cui omaggiano le radici maltrattandole e per come camminano sul filo del rasoio fermandosi un passo prima dell’ipotetico sfascio. Ma date loro retta, e presto vi spiegheranno che esiste una zona intermedia dove le lucide riflessioni e il delirio immaginifico finiscono col confondersi. Su quella via lastricata di cocci e ruggine troverete martellanti richiami al Re Inkiostro dell’epoca d’oro (l’ipnotica, possente Will To Power), saggi di mestizia tremolante come un fantasma cordiale (la gemma Viaduct Love Suicide, vicina ai Black Heart Procession), folk trasfigurato a testa alta partendo dai classici (una splendida rilettura di She Moved Through The Fair).

Laddove la prolungata apnea jazz Jeanie In A Bottle si tuffa dove l’acqua è più scura, The Island alterna stasi, nevrosi e rumorismo, la cover di West Palm Beach omaggia Will Oldham con equilibrio e The Killing Of The Village Idiot chiude riassumendo l’estetica dell’intero progetto. Che altro aggiungere, se non che coraggio e talento vanno premiati sempre, e di questi tempi più che mai? Traete le vostre conclusioni mentre chiamo al banco dei testimoni la cartella stampa, che riporta commenti di un altro bel genio dello sconvolgimento come David Yow dei Jesus Lizard. Ne estraggo parole che racchiudono l’essenza e il valore di Springtime: “Potreste chiamarlo jazz, ma sarebbe una parola comunque poco adatta. La loro musica è sincera. È una cosa importante.” Verità di sofferto, laicissimo Vangelo che vi invito a toccare con orecchio.

I Breathless tra felicità e dolori del cuore

Dicono che alla fine ci si abitui anche alla Bellezza. Non ne sono così sicuro, a dirla tutta. Se a un certo punto l’incanto svanisce, le possibilità sono due: non era bellezza autentica, ma soltanto un abbaglio; altrimenti, le ho voltato le spalle e prima o poi me ne pentirò. Sono trascorsi più di trent’anni dal primo incontro con la musica dei Breathless, eppure ogni volta trova lei la via dell’anima e vi sistema il suo bagaglio di incanto ed emozione. E non avete idea della gioia, quando quasi nove anni fa mi trovai a intervistarli: da allora, non passa natale senza un biglietto d’auguri e un omaggio di uscita discografica. Quando si dice la signorilità…

Tutto quadra: più che dischi, questi sono tasselli di un mosaico del cuore che vanno posandosi dalla metà degli Eighties. Dei primi passi del quartetto britannico già vi ho riferito e idem delle loro imprese di fine millennio, ma torno nuovamente sull’argomento per riferire che a metà luglio la Tenor Vossa pubblicherà la ristampa del trentennale di Between Happiness And Heartache. Con l’usuale cura infusa in tali operazioni, il vinile (rosa) è ricavato dai master originali, vanta una grafica rimessa a nuovo, fotografie inedite di Kevin Westenberg e la possibilità di scaricare i brani in digitale con l’aggiunta del bonus Everything I See, ombroso dream pop che flette i muscoli come un David Sylvian più terreno. Ecco: la chiave interpretativa dell’album sta in due parole che diventeranno assai popolari in futuro.

Nel rigoglioso 1991, infatti, si parlava ancora di shoegaze, del quale i Breathless avevano in largo anticipo costruito le fondamenta mescolando post-punk e psichedelia in canzoni evocative che un magico equilibrio impedisce di risultare leziose o ridondanti. Con alla regia Drostan John Madden invece di John Fryer, il quarto LP Between Happiness And Heartache si affida a un approccio relativamente più grezzo senza perdere in ricercatezza. Vicino a un impatto “da live”, il suono racconta un’evoluzione che sterza dal morbido predecessore Chasing Promises superandolo di slancio. Scrittura, esecuzione e atmosfere dispiegano un pop raffinato e acuto pur restando sognanti lungo otto incantesimi dove le chitarre spiccano più del solito.

Tra ipotesi di Smiths che escono indenni dagli anni ’80 omaggiando i Joy Division con un cantante assai più espressivo (I Never Know Where You Are, You Can Call It Yours, Clearer Than Daylight) e i Galaxie 500 trasportati nella brughiera – questione di genitori comuni e affinità elettive – di Over And Over, la visionaria robustezza di Wave After Wave e All That Matters Now consegna sapienti variazioni della post-psichedelia tipica del gruppo. A sigillare un cerchio appena chiuso, la favolosa rilettura di Flowers Die degli Only Ones con ospite John Perry e un crescendo che sul serio lascia senza fiato. Sulla sua eco, le magistrali sferzate malinconiche di Help Me Get Over It scrivono la fine di un primo capitolo. Fino al 1999 i Breathless tacciono, poi tornano sulle scene a insegnare un paio di cose ai portabandiera del post e del drone-rock. Da allora, comunicano di rado e con invidiabile sicurezza. La stessa che li conserva in forma smagliante. Felicità, dolori del cuore e tutto quello che vi è in mezzo.

Madlib(itum)

I critici musicali preferiti sono un po’ come gli amici: piace averli attorno e non ti abbandonano nel momento del bisogno. Se il rapporto è di quelli che vanno avanti da anni, con loro ti confronti e ti scontri civilmente e a volte vai pure a Canossa. Con altri, a un certo punto, il dialogo invece si interrompe e addio. Quello che conta, alla fine, è essere aperti mentalmente, imparare il più possibile da chi ne sa e ragionare con la propria testa. Arrivando quasi al punto, come per chiunque altro, di Simon Reynolds non faccio un santino pur condividendone gran parte della visione. Specie quando a proposito della musica “made in UK” – ma il ragionamento vale per tutta la cultura, popolare e non – afferma che il meglio sta dove “bianco” e “nero” si mescolano.

Ecco: assieme al sentore di grandezza, questa è stata la prima reazione a Sound Ancestors. La seconda: scoprirsi subito in luoghi stranieri però familiari. Soprattutto, in luoghi che non conoscono confini. Poco da stupirsi, considerando che Otis Jackson Junior cammina un passo avanti al plotone con la disinvoltura di chi lavora costantemente attorno al talento, qui sbozzando e là levigando. Consapevole che il tempo scorre veloce portandosi via compagni, abitudini e pratiche, non è tipo da ripiegare sugli allori. Preferisce respirare l’epoca che sta attraversando, reagire e modellarla e se ciò comporta pubblicare decine di album con diverse ragioni sociali, nessun problema. Lo stesso per una collaborazione a distanza con Kieran Hebden A/K/A Four Tet, fan eccellente che ha chiesto una tonnellata di beat e bits cui mettere una cornice.

Con cura, Kieran ha indossato i panni del moderno Teo Macero trafficando con una materia prima piuttosto definita, sebbene bisognosa di briglie e contesto. Accordandosi alla lunghezza d’onda di Madlib – tutta scarti e deviazioni, discese e risalite – ha lasciato fluire la propria idea e ne è scaturito Sound Ancestors, un fantastico mutante che dallo scorso gennaio per comodità rubrichiamo alla voce “hip-hop”. In realtà, questa quarantina di minuti si fa beffe di ogni definizione: è grande musica, stop. È un caleidoscopio di suggestioni diverse baciato in fronte da un senso di unità che scaturisce dalla fusione stilistica e metodologica di cui parla Reynolds. Trasversale e storto, anche negli episodi più astrusi conserva la stringatezza, la forza comunicativa e il groove che permettono una The Call da Can del Duemila, i Portishead in overdose di melanina di Road Of The Lonely Ones, l’afrodub mentale Loose Goose, l’elettro-ipnosi The New Normal e un omonimo post-jazz così primitivo da risultare futuristico.

Bianco e nero che sfumano uno nell’altro… Eloquente al riguardo il campionamento degli Young Marble Giants che sorregge Dirtknock, ma ancor più i panorami e lo “spirito” di una scaletta composta da sole gemme. Menzione d’obbligo (oggi: domani chissà) per la There Is No Time (Prelude) sottratta a “Blade Runner” e l’esplicito omaggio del funk con anima bristoliana Two for 2 – For Dilla, per la black dadaista di One For Quartabê/Right Now e la ricostruzione etnica – i Can, ancora! – Duumbiyay, per una Theme De Crabtree che immagina Lee “Scratch” Perry alle prese con il trip-hop e la Hopprock che guarda perspicace a My Life In The Bush Of Ghosts. Roba sensazionale da ascoltare cento volte restando a bocca aperta, stupiti e ammirati. Roba con la quale i fuoriclasse confezionano i capolavori. Giustappunto.

L’umanesimo post-indietronico dei Notwist

Strana la vita e a volte anche i percorsi della popular music. Prendete i fratelli bavaresi Markus e Micha Acher, in arte Notwist. Ascolti il loro debutto omonimo del 1991 e ti travolge una tempesta post-hardcore punk; undici anni dopo, all’alba del nuovo secolo il capolavoro Neon Golden dispensa pastoralità mitteleuropea in sfoglie indie-pop impastate con l’elettronica e aromatizzate post-rock. Benissimo così: senza rinnegare le radici, si cresce e si cambia. Dicevo di una provenienza tedesca, con tutto quel che ne consegue in termini di retaggio. Ecco: nei Notwist il krautrock è un ingrediente che salta all’orecchio ma non più di altri, quasi un passaggio obbligato di cui bisogna tenere conto se ci si misura con certe sonorità. Da quella materia tuttora così attuale quando non avveniristica si può pescare all’infinito, e il nocciolo della questione sta nel cogliere soprattutto il messaggio.

Problema che non si pone con gli Acher e una carriera gestita all’insegna dell’iperattività, che oltre a una lunghissima concatenazione di impegni, progetti paralleli e collaborazioni li vede coinvolti in faccende altrettanto interessanti chiamate Village Of Savoonga, Tied & Tickled Trio, Lali Puna. Incredibile a dirsi, in tanto stakanovismo mai un passo mediocre da parte di chi iniziò sfogando la rabbia giovanile per sviluppare gradualmente la personale mescolanza perfezionata con Neon Golden. Nel 2008 The Devil, You + Me replicava da angolazioni più ombrose persuadendo giusto un filo meno del solito, mentre a rialzare l’asticella provvedeva entro sei anni Close To The Glass e dallo scorso gennaio Vertigo Days decreta la splendida mezza età della formazione.

Foto di Johannes Maria Haslinger

Micha e Markus non amano stare seduti sugli allori: con il nuovo arrivato Chico Beck, preferiscono convocare qualche collega (la jazzista Angel Bat Dawid, Juana Molina, l’ensemble fiatistico giapponese Zayaendo, Saya Ueno dei Tenniscoats) per lavorare su un canone del quale sono artefici, ma che tuttora considerano come una dimensione aperta. Dicotomia solo apparente e risolta in un disco dove latita il fastidioso approccio da “tutorial riccardone(rd)” delle nuove generazioni post e in sua vece trovi intuizioni brillanti, idee a fuoco, composizioni sviluppate da canovacci improvvisativi che si snodano lungo cambi d’umore e scenario.

Inframezzato da una manciata di funzionali interludi, c’è parecchio che valga la pena indagare tra i Gastr Del Sol alle prese con Cluster & Eno dell’iniziale Into Love/Stars e quelli viepiù bucolici del commiato Into Love Again: ad esempio, l’oscuro elettro-motorik Exit Strategy To Myself e una Where You Find Me irresistibilmente emotiva da Pavement , la malinconica e arguta orecchiabilità di Sans Soleil e il nervoso pop à la Stereolab di Al Sur. Se Ship trotta spedita dai panorami di Ege Bamyasi, Night’s Too Dark e Loose Ends potrebbero suscitare la benevola invidia del Damon Albarn solista; Into The Ice Age conduce un favoloso funk mutante in panorami jazz dapprima liquidi e infine tesi e l’elegante Oh Sweet Fire avviluppa il trip-hop dentro echi dub. Mi rendo conto di aver citato il programma quasi per intero e il motivo vi sarà chiaro. Impossibile annoiarsi con i Notwist: come dicono dalle loro parti, herzlichen Dank!

Uno nessuno cento Dylan

Dal giorno in cui si salvò con una capriola e un salto dalla motocicletta, alla sua maniera Il Bardo ci ha regalato un Capolavoro per ogni decennio. Lungo una sceneggiatura di squilibrato rigore, abbiamo inghiottito Selfportrait per scaldarci con l’amore che non è più di Blood On The Tracks, ricevuto in dote la magnificenza di Oh Mercy dopo le immersioni nell’acqua santa e guardato lo spessore di Time Out Of Mind schiacciare tanti passi svogliati. Il gioco delle contraddizioni appartiene di diritto all’unico artista che, sfaccettato all’inverosimile, è transitato dalla musica popolare alla letteratura da Maestro indiscusso. Non si incasella Dylan: è mercurio selvaggio. Come potresti, con chi si nasconde dietro le maschere perché – ipse dixit all’epoca della Rolling Thunder Revue – chi le indossa non può mentire?

Lo spiegò alla perfezione Todd Haynes, affidando a Cate Blanchett il ruolo dell’unico Bob iconograficamente fedele dello splendido “Io non sono qui”: Jokerman è una matassa impossibile da sbrogliare, dunque bisogna lasciarsene avvolgere ed è così che cogli il fascino dei “qualcosa” ancora da capire a distanza di anni, dell’estrema e dichiarata multiformità, del gusto della sorpresa. Tant’è vero che la mano di carte da applauso tardava ad arrivare in un ventennio nel quale ci siamo scervellati, accontentati e (in parallelo con Neil Young) soprattutto affidati agli archivi. Eravamo quasi prossimi alla rassegnazione, finché…

bobby

Finché Rough And Rowdy Ways non ha consegnato i primi autografi dal 2012. Canzoni di ricercata asciuttezza strumentale, vocalità densa e parole che pesano tonnellate. Parole intrecciate ai suoni perché questa è musica che farebbe uno Shakespeare contemporaneo, un pistolero sagace che affida lo spirito di un’epoca a universali profondi da perdercisi dentro. Poesia? Vedo il diretto interessato sorridere sornione nel momento in cui – Giano bifronte che cita Whitman – apre il disco affermando di contenere moltitudini e confessandosi “man of contradictions”. Il che, nello specifico, significa modellare il canone occidentale e incastrarne gli ingranaggi in brani che raccontano l’uomo e la Storia. Nell’intervista al “New York Times” che ha preceduto l’album, infatti, Zimmie spiega che le canzoni nascono da sole e poi confidano sulla sua voce. Pensa a se stesso come un mezzo, non come un messaggio.

Tra certezze vestite da inquietudini e viceversa, ecco piovere blues vibranti (False Prophet, Crossing The Rubicon), valzer mitteleuropei ricamati di pedal steel (My Own Version Of You è Mary Shelley nei solchi di Rain Dogs), errebì romantici aromatizzati doo-wop con rimandi a Jacques Offenbach (I’ve Made Up My Mind To Give Myself To You), omaggi che trottano tristallegri (Goodbye Jimmy Reed). Quanto al folk eternamente reinventato, lo trovate nella delicatezza ambientale di I Contain Multitudes e in una coheniana Mother Of Muses, nella favolosa e laconica Black Rider e nel crepuscolare commiato Key West (Philosopher Pirate). Quando la “Wasteland” di Murder Most Foul – sistemata su un dischetto separato, a osservare più che a tirar le fila – avvolge con un’amarezza cameristica tra Randy Newman e John Cale, capisci che Rough And Rowdy Ways scintilla qui e ora. Che è un labirinto in cui perdersi e riflettere, perché sbaglia chi in Bob Dylan cerca risposte: soffiano nel vento, le malandrine, e acchiappale tu se sei capace. A settantanove anni, Bob continua a porre domande e a sciogliersi dalle catene come Houdini. Sa che il poeta è un fingitore. Noi, invece, ancora dobbiamo farcene una ragione.

Giovani, romantici Breathless

Dominic Appleton è il mio cantante vivente preferito. La sua voce è triste e stupenda, come le melodie che intona.

Così parlò decenni fa Ivo Watts-Russell, fondatore e cervello della 4AD. Non esagerava, poiché erano stima e amicizia reciproche a far in modo che i promettenti Breathless lavorassero con John Fryer, il produttore che aveva da poco scolpito la compiutezza estetica dei Cocteau Twins. Ulteriore prova dell’onestà intellettuale di Ivo il fatto che Dominic comparirà nel secondo e terzo volume del progetto This Mortal Coil anche se il gruppo da lui guidato non pubblicherà mai per la sua etichetta. Tu chiamale, se vuoi, affinità elettive. Punk nello spirito e nella pratica, i Breathless infatti ricorrevano subito all’autoproduzione tramite il marchio Tenor Vossa per poter evitare il lato oscuro dello showbiz. Comunque inverosimile pensarli delle star nei medi Ottanta, siccome è solo in epoche relativamente recenti che una traduzione piuttosto annacquata e formulaica del dream pop ha conquistato le classifiche.

Sì, perché ci fu un tempo in cui ciò che chiamavamo shoegaze seppe incarnare un suadente anello di congiunzione tra il post-punk e la psichedelia. Mi piace credere che siano stati gli Smiths a forgiarlo con  How Soon Is Now?, capolavoro dove chitarre sibilanti e voce mesta sballottavano il cuore e il cervello con lo stesso piglio energico e visionario dei Breathless, da par loro dei talenti purissimi capaci di condurre Tim Buckley tra i solchi di un A Saucerful Of Secrets supervisionato da Brian Eno. Se cercate i progenitori dei “guarda scarpe” dovete rivolgervi anche a loro, per questioni cronologiche ma soprattutto per l’anima romantica che li colloca in una bolla atemporale.

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Similmente agli A.R. Kane, gentiluomini e gentildonna sono un culto con basi solidissime che in un attimo ridimensiona i moderni epigoni. Eventuali scettici e neofiti si procurino The Glass Bead Game, il loro LP d’esordio reso ora di nuovo disponibile in un CD Tenor Vossa splendidamente suonante. Annotato che della ristampa in vinile si occupa la 1972 e che alla scaletta originale è stato aggiunto un brano dell’antecedente EP Two Days From Eden, mi limito a ricordare che qui nasce un’alchimia sonora di fascino ed eloquenza non comuni. Del resto navigati, i quattro, poiché Appleton aveva militato con l’amico chitarrista Gary Mundy negli A Cruel Memory e figurava alle tastiere in The Sitting Room di Anne Clark. Conosciuta la bassista Ari Neufeld e accettato l’invito a entrare nella sua band, l’intesa si rivelava tale che entrambi immediatamente fondavano i Breathless convocando Mundy e il batterista Tristram Latimer Sayer. Dopo un paio di singoli e il succitato EP, incidevano questo 33 giri in diretta per conferire “tiro” a brani di livello elevatissimo.

Forte della sapiente post-produzione di Fryer, dal 1986 un wall of sound maestoso senza eccessi intreccia chitarre, tasti e voci su ritmi marziali però sciolti e un basso pulsante (Across The Water, See How The Land Lies), trasforma i Gemelli Cocteau nei Joy Division con un orecchio rivolto ai corrieri cosmici e l’altro di già al post-rock (All My Eyes And Betty Martin, Every Road Leads Home, Touchstone), spedisce gli A Certain Ratio in gita su Marte (Sense Of Purpose) e porge wavedelia evocativa e seducente (Count On Angels, Monkey Talk) . Smentendo il titolo del disco e dell’omonimo romanzo di Hermann Hesse che lo ispirò, queste perle non sono affatto di vetro. Sono i primi abbaglianti gioielli di una carriera immacolata e apprezzata da pochi. A voi il compito di spargere la voce.

Bentornati al medicine show

Benché zoppicante e rattoppata, la democrazia è il sistema di governo nel quale viviamo e conviene averne la massima cura, perché tra tante altre cose garantisce la libertà di pensiero ed espressione. Ognuno può più o meno pensarla come vuole su qualsiasi tema, dalla nazionale di calcio alle famigerate reunion. Tema spinoso e complesso, quest’ultimo, poiché se Wire e Feelies tuttora dispensano lezioni di ingegno, più spesso che no assistiamo a faccende patetiche per le quali risulta difficile spendere elogi o un minimo di benevolenza. Almeno così è per il sottoscritto, considerando che al mondo esiste pure chi si inebria di nostalgia canaglia e problemi non ha.

Fra i due estremi ci sono poi artisti che riannodano i fili che furono con il senno di quanto accaduto nel frattempo. Da questa delicata operazione può nascere un equilibrista che cammina disinvolto sul filo tra ieri e oggi. Tuttavia non sempre la si azzecca al primo tentativo. Nel caso dei Dream Syndicate “anni dieci”, il fresco di stampa The Universe Inside indica che How Did I Find Myself Here? These Times siano stati i passaggi intermedi per giungere a uno stile che non si arrendesse alla rievocazione. Gesto da applaudire anche solo per la serietà e il rispetto verso se stessi e il pubblico, non vi pare?

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Un gesto necessario, anche. Perché se in line-up c’è un chitarrista abile (Jason Victor) ma diverso dai predecessori, devi adattare il linguaggio sonoro. E allora accogli in pianta stabile il vecchio amico tastierista Chris Cacavas e, forte della comprovata solidità ritmica di Mark Walton e Dennis Duck, convochi un fiatista e un percussionista. Entri in studio, attacchi la spina e vedi cosa succede. Succede che infine (ti) trovi. Succede che sposti le chitarre un passo indietro, però conservi la ruvida meraviglia della neopsichedelia impastandone il lato più free con jazz cosmico e krautrock. Steve Wynn è pur sempre il curioso onnivoro che cantava del blues di John Coltrane ed ecco che, mutatis mutandisThe Universe Inside vive della febbrile creatività e della grandezza autoriale appartenute a The Medicine Show. 

Registrato in diretta e successivamente “montato” ispirandosi al lavoro di Teo Macero con Miles Davis, il disco svela subito la rivoluzione in The Regulator, venti minuti di sensazionale cavalcata motorik dentro una giungla urbana di chitarre, voci, sax e il sitar dell’ospite Stephen McCarthy. Grossomodo, un’ipotesi di Can che in California mescolano On The Corner e Velvet Underground, risacche e impennate, codeina e anfetamine. Non vale meno il resto, dall’ombrosa ballata The Longing al groove acido misto country siderale di Apropos Of Nothing passando per quella ipnosi vibrante che in Dusting Off The Rust guida un funk-jazz elettrizzato ed elettrizzante. Approdo conclusivo The Slowest Rendition, tesa astrazione con l’eco di For Your Pleasure nell’aria. C’è stato un tempo per giorni di vino e rose e un tempo per storie di fantasmi. Adesso abbiamo un universo interiore nel quale perderci. Roba da non credersi. Roba da medicine showmen.

Come te nessuno mai: Isobel Campbell

A volte, per rifarsi una vita non c’è altra soluzione che andarsene. Infili la porta con la valigia in mano e, senza guardarti troppo indietro, arrivederci e grazie dei ricordi. Regola aurea per chiunque, in particolare per la categoria di artisti che cerca costantemente l’evoluzione nella continuità. Un equilibrismo delicato e per nulla facile che può implicare scelte anche piuttosto drastiche, come quella presa da Isobel Campbell che nel 2002 mollava allo zenit creativo i Belle & Sebastian co-fondati poco più che adolescente. Ecco: a mio modesto avviso, la macchina indie-pop per eccellenza dell’ultimo quarto di secolo – i veri eredi “post postmoderni” degli Smiths – ha iniziato a imballarsi con la defezione sua e di Stuart David.

Il punto però non è questo. Il punto è che la ragazza ha intrapreso in tutta calma una carriera degna di rispetto, dapprima con quei Gentle Waves in cui figuravano anche membri dell’ex gruppo e successivamente, preso il coraggio fra le mani, mettendoci il nome. A tre dischi con Mark Lanegan aggiungo il paio pubblicato in solitudine e, con un certo stupore, realizzo che dall’ultima missiva di tempo ne è trascorso un bel po’. La Campbell non è comunque stata con le mani in mano: dopo il trasloco a Los Angeles e le nozze con il produttore Chris Szczech, lavorava su There’s No Other terminandolo nel 2016. Succedeva però che l’etichetta originaria nel frattempo falliva e il progetto rimaneva invischiato nei relativi strascichi legali, finché la Cooking Vinyl soccorreva la cantautrice, ormai prossima al crollo psicologico, con un nuovo contratto e il supporto necessario agli ultimi ritocchi.

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Meno male, ché altrimenti ci saremmo persi una delizia nella quale una certa rilassatezza venata di malinconia che è la cifra stilistica della scozzese rappresenta anche la catarsi “postuma” del percorso di cui sopra. I tredici brani registrati a L.A. con il marito seguono infatti la bussola del sunshine pop e delle mutazioni folk a cavallo tra anni ’60 e ’70, tuttavia affidandosi al solido approccio creativo (nello specifico: un orecchio teso alla modernità comunque classica di Mojave 3 e Mazzy Star) che ha permesso ai Mercury Rev lo squisito The Delta Sweete Revisited. Parlano chiaro le atmosfere che sin dalla copertina richiamano la psichedelia light e gli arrangiamenti curati nel dettaglio che contraddistinguono un folk-pop orchestrale di elevata seduzione melodica e dai toni twee d’ordinanza.

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Svelato il gioco con l’iniziale luccichio City Of Angels, nel prosieguo la ricetta è arricchita con l’elettronica vintage di recente adottata dal Moon Duo (Ant Life), bossanova felicemente svagata (Rainbow), vibranti pennellate gospel (The Heart Of It All) e soul (Hey World). Ne deriva un sostanzioso babà retromaniaco frutto di passione ed esperienza che non risulta mai banale né melenso. Che addirittura consegna un poker di piccoli capolavori tramite la rilettura di Runnin’ Down A Dream di Tom Petty dove Margo Guryan si dà al krautrock, una The National Bird Of India dipinta con pastelli lisergici, la sinuosa ma pure mesta Boulevard e il delicato commiato Below Zero. There’s No Other è un perfetto compagno per attraversare l’inverno, accogliere la primavera e durare nel tempo. Congratulazioni, cara Isobel.

Giorni di un domani passato: Bill Fay

La storia della musica popolare è attraversata anche da artisti che in qualche modo riescono a modellare la malasorte. Bill Fay è uno di loro. Ed è uno per il quale il termine superculto sembra cucito su misura, essendo rimasto patrimonio di pochissimi fino al nuovo millennio, allorché David Tibet e fan divenuti valenti discepoli come Jim O’Rourke, Marc Almond e Jeff Tweedy lo riportavano sotto i riflettori. Si poté così constatare l’attualità e il peso del suo folk-rock ombroso e progressista, sia grazie alle ristampe dei primi due LP che alla coppia di lavori del “ritorno al futuro” editi lo scorso decennio dall’americana Dead Oceans. Tutta di alto profilo la discografia di costui, benché smilza in ragione della trentennale assenza dalle scene causata dall’annullamento del contratto con la Deram. Consegnato nel ’71 il Dylan post-apocalittico del magnifico Time Of The Last Persecution, l’etichetta licenziava Bill per le scarse vendite e lui, in tutta risposta, mollava lo showbiz e si guadagnava il pane da impiegato.

Bill-Fay

Non smetteva di scrivere, suonare e incidere, per fortuna. E per fortuna, prossimo alle settantasette primavere, è ancora tra noi a gioire di un po’ di gloria. Sorge allora spontaneo un parallelo con Michael Chapman: simili destini, l’acuta trasfigurazione del folk, una fiera determinazione che li sorregge e li guida. Caratteristiche che ritroviamo anche in Countless Branches, album che il cantautore londinese pubblica oggi e che del tutto nuovo non è. Poi spiego meglio, ma ora mi preme sottolineare che con esso si celebra mezzo secolo da un altro trentatré giri, cioè l’omonimo esordio di Fay rievocato in foto promozionali che trasportano al qui e ora lo scatto di copertina e, più simbolicamente, in un titolo significativo come “rami infiniti”, che mi piace pensare alluda alla tradizione – al folk! – che cambia restando se stessa.

Dicevo di un piccolo distinguo: la scaletta proviene dal taccuino degli appunti del songwriter, tuttavia parole e melodie sono di nuova ispirazione. Ancora sfuggente dopo tutti questi anni, l’uomo sarebbe da applaudire anche solo per l’intelligenza e la caparbietà del gesto, non fosse l’esito emozionante più che mai. La decina di pezzi offerta da Countless Branches (cui è da aggiungere una manciata di versioni elettriche, ripescaggi e inediti dell’edizione “deluxe”) trova nell’essenzialità e nell’estrema concisione la ragione d’essere. Confermati Joshua Henry in regia e il cast di strumentisti, i toni sono minimali e raccolti, gli ambienti occupati dal pianoforte, da una chitarra scarna e dalla voce dolente di Bill. Sistemata un’occasionale batteria qui e laggiù un lieve tocco di archi e fiati, l’arredo rimane comunque improntato allo stretto necessario per non distrarre dall’intensità delle composizioni.

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Di conseguenza, non risultano affatto intimorenti la delicata afflizione di Salt Of The Earth, l’ipotesi di un Oh Mercy cameristico realizzata in Time’s Going Somewhere e How Long, How Long e una Your Little Face che veste Will Oldham con la stoffa dell’ultimo Cohen. La spiritualità e l’espressività che trattengono sono qualità rare, come sottolineano la dolceamara In Human Hands e gli “inni sommessi” Filled With Wonder Once Again e Love Will Remain, la pura commozione di una One Life da giovane Tom Waits e il laconico intimismo di I Will Remain Here e della title-track. Un avviso: più che con “semplici” canzoni, qui abbiamo a che fare con pagine di prezioso crepuscolarismo d’autore. Il consiglio è di custodirle con cura, perché ve ne innamorerete seduta stante.

Le maschere di un poeta: Bonnie “Prince” Billy

La vetta più alta che l’artista può raggiungere è lo status di classico. Del modello un po’ monello che, sancito un prima e un dopo, conserva lo spirito della propria epoca allorché lo trascende. E nell’Olimpo c’è anche chi ha fatto di inafferrabilità virtù e spesso sono costoro gli Dei e le Dee che affascinano in maggior misura. Questo il segreto dell’inesistenza di un “vero” Bob Dylan, di un Neil Young che alterna la quiete ai mari di elettricità, delle metamorfosi con le quali Tom Waits, Bjork e PJ Harvey ricavano Arte dallo scorrere del tempo. Sono maschere di vita che riflettono chi le indossa e raccontano storie. Così, anche con Will Oldham ogni pretesa di considerare definitiva un’identità si riduce a mera presunzione.

Venendo al qui e ora, da dieci anni avevo la netta impressione che il Principino fosse dedito al cazzeggio d’autore. Prima che gridiate a lesa maestà, lasciatemi spiegare: dallo zenit I See A Darkness, Will ha girato attorno alla sua cifra stilistica con genialità, estro e classe; intatte le emozioni e l’arguzia, seguitava a consegnare canzoni di alto livello. Tuttavia, da The Wonder Show Of The World la brillantezza è venuta meno e le uscite seguenti – scintillante eccezione l’album con i Trembling Bells – parevano nascondere un blocco dello scrittore o la precoce senilità. Comunque, proprio quando stavo per consegnarlo a un mestiere che non gli si confà, Mr. Oldham mi ha fregato. Dicevi delle maschere, scusa?

BPB

I Made A Place contiene infatti i primi nuovi autografi dal lontano 2011 (dodici più Mama Mama, traditional di retrogusto tex-mex) e indica la maturità di chi è diventato padre conservando – ritrovando? – le illogiche del poeta fingitore. Di chi utilizza mezzi tradizionali (country a bagno in folk e rock; arrangiamenti asciutti, attenti all’intarsio e con azzeccati risvolti fiatistici) per giocare con l’abbraccio tra musica e parole, trattate come amanti appassionati dal Maestro che indica una direzione conducendo altrove. Forse verso il luogo cui allude il titolo/sciarada dove un “have” appare e scompare dalla confezione: difficile stabilirlo, perché – giova ribadirlo – a contare è l’enigma in sé. Lo stesso vale per l’esistenza: complicata, misteriosa, disseminata di spazi grigi generosi di epifanie. E, va da sé, per un disco idealmente riassunto da Look Backward On Your Future, Look Forward To Your Past e la sua idea di passato e futuro che si scambiano i ruoli soppesando i massimi sistemi.

made a place

L’acusticheria scherzosa memore di Woody Guthrie è uno dei tanti gioielli in una scaletta solidissima e svelta a imprimersi in testa, dal Gram Parsons a capo dei Waterboys di New Memory Box, The Devil’s Throat e Squid Eye a una title-track insieme trasognata e acidula, passando per l’aura albionica anni ‘70 di Dream Awhile, una This Is Far From Over metà Bryter Layter e metà Astral Weeks e il soul celtico in jazz di Nothing Is Busted. Culmine un trittico finale lungo il quale gli spettri amichevoli di ance e voci che avvolgono The Glow Pt.3 conducono alla scintillante lamina emotiva Thick Air e a una sospesa, tersa Building A Fire. Una delle sequenze migliori mai allestite da Oldham vive di un’intensità che lascia senza parole, laddove il resto porge dolcezza e melanconie che scaldano l’anima nel profondo. Perché così è la vita e così s’ha da cantarla. Bentornato Prince Billy, ma chissà se davvero sei stato via.