Archivi categoria: Retronow

Il futuro dietro l’angolo: Fontaines D.C.

Uno dei mali peggiori del giornalismo musicale è il vizio di affibbiare etichette come “i nuovi Tizi” o “il nuovo Caio” e, in parallelo, di eleggere salvatori di un rock spacciato come defunto da trent’anni abbondanti ma in continua rigenerazione. La cosa ha complicato non poco la carriera – quando addirittura non ha tarpato le ali – a diversi artisti, caricandoli di eccessive attese e/o di un ruolo del quale non andavano in cerca. Un malcostume, lo si dica. E si dica che la tendenza a scovare hype a ripetizione si è acuita nell’era di internet, allorché tutto viene bruciato in pochi giorni quando non in poche ore. Per coloro ai quali interessa approfondire, il tempo e la familiarità aiutano invece a modellare la prospettiva, a ragionare e ponderare i giudizi. Insomma: i dischi vanno ascoltati e sentiti più volte, anche solo per rispetto verso chi li fa. Se siete frequentatori di questo blog, sapete che qui è così che funziona.

Venendo al punto, mi sono accostato libero da preconcetti al disco “del momento”, ovvero Skinty Fia dei Fontaines D.C. Fatto numero uno: il quintetto dublinese possiede talento in misura più che bastante a farsi notare. Fatto numero due: in anni di riciclo a oltranza, omologazione sfrenata e attenzione fin troppo rivolta soltanto al suono, i ragazzi scrivono canzoni che possono durare. Se sei tutto chiacchiere e velleità, nel giro di un paio di album diventi una macchietta tipo gli Oasis, ma non pare sia il caso dei Fontaines D.C. Tuttavia i Gallagher tornano utili per chiamare in causa lo spirito che aleggia su Skinty Fia, cioè il nume tutelare condiviso dei La’s di Lee Mavers.

Il cantato di Grian Chatten poggia infatti su quella tonalità insieme emotiva e indolente, aspra però melodica, sempre sul rasoio di una stonatura che non arriva mai; da par suo, la penna contiene inchiostri che profumano di fine anni Ottanta, di quando i Sixties rappresentavano un patrimonio da cui attingere senza timori reverenziali e da “correggere” con il post-punk. Se proprio volete un altro punto cardinale, gli House Of Love calzano a pennello e chi ha una certa età non avrà bisogno di ulteriori spiegazioni.

Al netto di ogni riferimento, Skinty Fia possiede spessore compositivo, sicurezza e peronalità tali da segnare un vertice per la formazione. In tal modo sigilla un cerchio, poiché tre dischi in altrettante stagioni comprimono su una nota alta un preciso decennio di storia del pop come solo nella nostra epoca è dato. E per il futuro, si vedrà. Intanto è il presente che conta e a mo’ di parentesi sistema i vertici nel memorabile indie wave gregoriano In Ár gCroíthe Go Deo e in una fragorosa ma cupa Nabokov.

Nel mezzo, una scaletta di impeto ragionato, rigore formale e standard quasi altrettanto elevato: I Love You porta con sé l’ipnosi stordente di Bossanova, i DNA di Mavers e Guy Chadwick sono tutt’uno nel gioiellino Jackie Down The Line e nella malinconia tesa di How Cold Love Is, lungo la sensualità cristallina di Roman Holiday cogli qualcosa di Echo & The Bunnymen. Se Big Shot e Bloomsday ipotizzano gli Stone Roses in vesti shoegaze, The Couple Across The Way è un folk crepuscolare e stranito e la title-track incede danzereccia ricordando i Campag Velocet ma pure i tardi Cure. La netta impressione è che, nel mentre diventano grandi, gli irlandesi possano presto sedersi tra i Grandi. Consideratelo un augurio.    

Yard Act: art-pop in opposition

Nella rutilante giostra d’oltremanica c’è un momento in cui una band emerge sulle altre, trascende i meccanismi del mercato e, trasformandosi in comunicatore sociale, porta con sé il respiro dei tempi mentre se ne colloca al di fuori. È il fatidico attimo in cui l’attualità sfocia nell’universale e si congela nell’anello di una catena prestigiosa che dai Kinks alla Brexit si rigenera attraverso Jam e Specials, XTC e Blur, Art Brut e Arctic Monkeys, Fat White Family e Shame. E poiché epoche complesse comportano scelte severe, oggi Albione graffia, scalcia e si getta in cerebrali riscritture post rock, ma soprattutto convince quando conserva la perfezione del meccanismo pop a orologeria che ti esplode in faccia rivitalizzando le sinapsi.

Arguzia e frusta: chi vi sovviene tra i nomi che ancora non ho chiamato in causa? Bravissimi, proprio la malanima Mark E. Smith, vivo più che mai da quando ha per forza di cose traslocato in un’altra dimensione. Il suo spirito ricorre tra le nuove leve britanniche, e non potrebbe essere altrimenti con la dura realtà dalla quale attingere: meno male che per qualcuno rappresenta un punto di partenza e non un paravento per mascherare la scarsa ispirazione.

Caso esemplare gli Yard Act, ragazzi di Leeds che si autodefiniscono minimalist rock group attesissimi al varco dell’album d’esordio in virtù di un hype creatosi piuttosto in fretta e pienamente giustificato, ché in due annetti si è avuto modo di apprezzare l’E.P. Dark Days e un vigoroso cazzotto sui denti sotto forma di vis polemica e di sonorità debitrici alla new wave e tuttavia sintonizzate su quanto accaduto nel frattempo e sull’attualità. Se proprio volete una definizione, questo è avant-pop di protesta conscio che la Parklife è terminata da un pezzo, che il neoliberismo infame merita solo le lame, che da William Hogarth ai Fall è il mezzo che cambia, mai il fine. Questioni che James (cantante della formazione completata dal bassista Ryan Needham, dal chitarrista Sam Shjipstone, da Jay Russell alla batteria) conosce a menadito.

Di certo, sa anche che condividere il cognome con quel mancuniano illustre può sembrare un segno del destino, finanche una benedizione. Staremo a vedere. Per adesso basta – avanza persino – un intrigante frullato di spigoli orecchiabili, cinismo umoristico e vetriolo umanista da intellettuale proletario tongue-in-cheek che racconta la vita. Per apprezzarne in pieno la forza espressiva, The Overload va infatti ascoltato prestando attenzione alle parole, perché qui il surrealismo racconta la realtà e rende viepiù preziose canzoni beffarde e appiccicose.

Canzoni come una title track che apre i giochi mescolando rap da pub, ritornello scippato al giovane Andy Partridge e chitarre spatolate però rifinite; come gli Happy Mondays che in Land Of The Blind preferiscono le pinte di scura all’ecstasy; come Payday, che mescola il funk candeggiato dei Gang Of Four con rivisitazioni di Madchester. Riferito della cura per arrangiamenti e dettagli che tiene lontano qualsiasi rischio di ripetitività, piacciono parecchio una sbilenca Rich che incede lungo memorie di P.I.L. e Liquid Liquid, gli Orange Juice incattiviti cresciuti con l’hip-hop di Dead Horse, una sardonica e arabeggiante Quarantine The Sticks che riassume John Lydon e un’articolata Tall Poppies che la imita avendo come oggetto giustappunto i Fall.

Cosa resta ancora? La scheggia alla Wire di Witness (Can I Get A?), i Franz Ferdinand in gita al manicomio in The Incident, gli LCD Soundsystem euforicamente ruvidi di Pour Another e 100% Endurance, sinuoso commiato un filo malinconico che grida “remix” a squarciagola. Diceva Totò che la somma fa il totale. Ecco, appunto. I miei omaggi, hip priests.

Tra cinismo e umanità: Springtime

Nella storia della nostra musica, una regola non scritta – nondimeno piuttosto ricorrente – stabilisce che non tutti i supergruppi escono col buco. Che spesso la coabitazione di talenti è una faccenda complessa da gestire e può non avere esiti significativi. I contrasti di ego, un eccessivo senso di sicurezza, la comodità di offrire ciò che la gente si aspetta e cavarsela con il blasone stanno in costante agguato. Come ben sappiamo, basta poco per sprecare un’occasione, ma nulla di tutto ciò accade nell’omonimo album degli Springtime, pubblicato un paio di settimane or sono dall’americana Joyful Noise.

È infatti modernissimo il power trio “made in Oceania” in cui militano Gareth Liddiard (ex Drones, oggi in Tropical Fuck Storm), Jim White – già batterista nei sublimi pittori di malinconie Dirty Three – e il pianista Chris Abrahams dei maestri avant-garde The Necks. Tutta gente che ha costruito una carriera disdegnando le opzioni semplici e i cliché, sono artisti autentici che piacciono perché non stanno mai fermi, badano al sodo e offrono musica che dura nel tempo. Musica che nel caso specifico scava buchi nell’anima con cinismo e passione, istinto e razionalità: questi i pilastri “emotivi” che sorreggono Springtime e le sue canzoni in pellegrinaggio tra cadute nella cupezza e salvifici bagliori.

Sono canzoni che di primo acchito potrebbero risultare scontrose, per il modo in cui omaggiano le radici maltrattandole e per come camminano sul filo del rasoio fermandosi un passo prima dell’ipotetico sfascio. Ma date loro retta, e presto vi spiegheranno che esiste una zona intermedia dove le lucide riflessioni e il delirio immaginifico finiscono col confondersi. Su quella via lastricata di cocci e ruggine troverete martellanti richiami al Re Inkiostro dell’epoca d’oro (l’ipnotica, possente Will To Power), saggi di mestizia tremolante come un fantasma cordiale (la gemma Viaduct Love Suicide, vicina ai Black Heart Procession), folk trasfigurato a testa alta partendo dai classici (una splendida rilettura di She Moved Through The Fair).

Laddove la prolungata apnea jazz Jeanie In A Bottle si tuffa dove l’acqua è più scura, The Island alterna stasi, nevrosi e rumorismo, la cover di West Palm Beach omaggia Will Oldham con equilibrio e The Killing Of The Village Idiot chiude riassumendo l’estetica dell’intero progetto. Che altro aggiungere, se non che coraggio e talento vanno premiati sempre, e di questi tempi più che mai? Traete le vostre conclusioni mentre chiamo al banco dei testimoni la cartella stampa, che riporta commenti di un altro bel genio dello sconvolgimento come David Yow dei Jesus Lizard. Ne estraggo parole che racchiudono l’essenza e il valore di Springtime: “Potreste chiamarlo jazz, ma sarebbe una parola comunque poco adatta. La loro musica è sincera. È una cosa importante.” Verità di sofferto, laicissimo Vangelo che vi invito a toccare con orecchio.

I Breathless tra felicità e dolori del cuore

Dicono che alla fine ci si abitui anche alla Bellezza. Non ne sono così sicuro, a dirla tutta. Se a un certo punto l’incanto svanisce, le possibilità sono due: non era bellezza autentica, ma soltanto un abbaglio; altrimenti, le ho voltato le spalle e prima o poi me ne pentirò. Sono trascorsi più di trent’anni dal primo incontro con la musica dei Breathless, eppure ogni volta trova lei la via dell’anima e vi sistema il suo bagaglio di incanto ed emozione. E non avete idea della gioia, quando quasi nove anni fa mi trovai a intervistarli: da allora, non passa natale senza un biglietto d’auguri e un omaggio di uscita discografica. Quando si dice la signorilità…

Tutto quadra: più che dischi, questi sono tasselli di un mosaico del cuore che vanno posandosi dalla metà degli Eighties. Dei primi passi del quartetto britannico già vi ho riferito e idem delle loro imprese di fine millennio, ma torno nuovamente sull’argomento per riferire che a metà luglio la Tenor Vossa pubblicherà la ristampa del trentennale di Between Happiness And Heartache. Con l’usuale cura infusa in tali operazioni, il vinile (rosa) è ricavato dai master originali, vanta una grafica rimessa a nuovo, fotografie inedite di Kevin Westenberg e la possibilità di scaricare i brani in digitale con l’aggiunta del bonus Everything I See, ombroso dream pop che flette i muscoli come un David Sylvian più terreno. Ecco: la chiave interpretativa dell’album sta in due parole che diventeranno assai popolari in futuro.

Nel rigoglioso 1991, infatti, si parlava ancora di shoegaze, del quale i Breathless avevano in largo anticipo costruito le fondamenta mescolando post-punk e psichedelia in canzoni evocative che un magico equilibrio impedisce di risultare leziose o ridondanti. Con alla regia Drostan John Madden invece di John Fryer, il quarto LP Between Happiness And Heartache si affida a un approccio relativamente più grezzo senza perdere in ricercatezza. Vicino a un impatto “da live”, il suono racconta un’evoluzione che sterza dal morbido predecessore Chasing Promises superandolo di slancio. Scrittura, esecuzione e atmosfere dispiegano un pop raffinato e acuto pur restando sognanti lungo otto incantesimi dove le chitarre spiccano più del solito.

Tra ipotesi di Smiths che escono indenni dagli anni ’80 omaggiando i Joy Division con un cantante assai più espressivo (I Never Know Where You Are, You Can Call It Yours, Clearer Than Daylight) e i Galaxie 500 trasportati nella brughiera – questione di genitori comuni e affinità elettive – di Over And Over, la visionaria robustezza di Wave After Wave e All That Matters Now consegna sapienti variazioni della post-psichedelia tipica del gruppo. A sigillare un cerchio appena chiuso, la favolosa rilettura di Flowers Die degli Only Ones con ospite John Perry e un crescendo che sul serio lascia senza fiato. Sulla sua eco, le magistrali sferzate malinconiche di Help Me Get Over It scrivono la fine di un primo capitolo. Fino al 1999 i Breathless tacciono, poi tornano sulle scene a insegnare un paio di cose ai portabandiera del post e del drone-rock. Da allora, comunicano di rado e con invidiabile sicurezza. La stessa che li conserva in forma smagliante. Felicità, dolori del cuore e tutto quello che vi è in mezzo.

Madlib(itum)

I critici musicali preferiti sono un po’ come gli amici: piace averli attorno e non ti abbandonano nel momento del bisogno. Se il rapporto è di quelli che vanno avanti da anni, con loro ti confronti e ti scontri civilmente e a volte vai pure a Canossa. Con altri, a un certo punto, il dialogo invece si interrompe e addio. Quello che conta, alla fine, è essere aperti mentalmente, imparare il più possibile da chi ne sa e ragionare con la propria testa. Arrivando quasi al punto, come per chiunque altro, di Simon Reynolds non faccio un santino pur condividendone gran parte della visione. Specie quando a proposito della musica “made in UK” – ma il ragionamento vale per tutta la cultura, popolare e non – afferma che il meglio sta dove “bianco” e “nero” si mescolano.

Ecco: assieme al sentore di grandezza, questa è stata la prima reazione a Sound Ancestors. La seconda: scoprirsi subito in luoghi stranieri però familiari. Soprattutto, in luoghi che non conoscono confini. Poco da stupirsi, considerando che Otis Jackson Junior cammina un passo avanti al plotone con la disinvoltura di chi lavora costantemente attorno al talento, qui sbozzando e là levigando. Consapevole che il tempo scorre veloce portandosi via compagni, abitudini e pratiche, non è tipo da ripiegare sugli allori. Preferisce respirare l’epoca che sta attraversando, reagire e modellarla e se ciò comporta pubblicare decine di album con diverse ragioni sociali, nessun problema. Lo stesso per una collaborazione a distanza con Kieran Hebden A/K/A Four Tet, fan eccellente che ha chiesto una tonnellata di beat e bits cui mettere una cornice.

Con cura, Kieran ha indossato i panni del moderno Teo Macero trafficando con una materia prima piuttosto definita, sebbene bisognosa di briglie e contesto. Accordandosi alla lunghezza d’onda di Madlib – tutta scarti e deviazioni, discese e risalite – ha lasciato fluire la propria idea e ne è scaturito Sound Ancestors, un fantastico mutante che dallo scorso gennaio per comodità rubrichiamo alla voce “hip-hop”. In realtà, questa quarantina di minuti si fa beffe di ogni definizione: è grande musica, stop. È un caleidoscopio di suggestioni diverse baciato in fronte da un senso di unità che scaturisce dalla fusione stilistica e metodologica di cui parla Reynolds. Trasversale e storto, anche negli episodi più astrusi conserva la stringatezza, la forza comunicativa e il groove che permettono una The Call da Can del Duemila, i Portishead in overdose di melanina di Road Of The Lonely Ones, l’afrodub mentale Loose Goose, l’elettro-ipnosi The New Normal e un omonimo post-jazz così primitivo da risultare futuristico.

Bianco e nero che sfumano uno nell’altro… Eloquente al riguardo il campionamento degli Young Marble Giants che sorregge Dirtknock, ma ancor più i panorami e lo “spirito” di una scaletta composta da sole gemme. Menzione d’obbligo (oggi: domani chissà) per la There Is No Time (Prelude) sottratta a “Blade Runner” e l’esplicito omaggio del funk con anima bristoliana Two for 2 – For Dilla, per la black dadaista di One For Quartabê/Right Now e la ricostruzione etnica – i Can, ancora! – Duumbiyay, per una Theme De Crabtree che immagina Lee “Scratch” Perry alle prese con il trip-hop e la Hopprock che guarda perspicace a My Life In The Bush Of Ghosts. Roba sensazionale da ascoltare cento volte restando a bocca aperta, stupiti e ammirati. Roba con la quale i fuoriclasse confezionano i capolavori. Giustappunto.

L’umanesimo post-indietronico dei Notwist

Strana la vita e a volte anche i percorsi della popular music. Prendete i fratelli bavaresi Markus e Micha Acher, in arte Notwist. Ascolti il loro debutto omonimo del 1991 e ti travolge una tempesta post-hardcore punk; undici anni dopo, all’alba del nuovo secolo il capolavoro Neon Golden dispensa pastoralità mitteleuropea in sfoglie indie-pop impastate con l’elettronica e aromatizzate post-rock. Benissimo così: senza rinnegare le radici, si cresce e si cambia. Dicevo di una provenienza tedesca, con tutto quel che ne consegue in termini di retaggio. Ecco: nei Notwist il krautrock è un ingrediente che salta all’orecchio ma non più di altri, quasi un passaggio obbligato di cui bisogna tenere conto se ci si misura con certe sonorità. Da quella materia tuttora così attuale quando non avveniristica si può pescare all’infinito, e il nocciolo della questione sta nel cogliere soprattutto il messaggio.

Problema che non si pone con gli Acher e una carriera gestita all’insegna dell’iperattività, che oltre a una lunghissima concatenazione di impegni, progetti paralleli e collaborazioni li vede coinvolti in faccende altrettanto interessanti chiamate Village Of Savoonga, Tied & Tickled Trio, Lali Puna. Incredibile a dirsi, in tanto stakanovismo mai un passo mediocre da parte di chi iniziò sfogando la rabbia giovanile per sviluppare gradualmente la personale mescolanza perfezionata con Neon Golden. Nel 2008 The Devil, You + Me replicava da angolazioni più ombrose persuadendo giusto un filo meno del solito, mentre a rialzare l’asticella provvedeva entro sei anni Close To The Glass e dallo scorso gennaio Vertigo Days decreta la splendida mezza età della formazione.

Foto di Johannes Maria Haslinger

Micha e Markus non amano stare seduti sugli allori: con il nuovo arrivato Chico Beck, preferiscono convocare qualche collega (la jazzista Angel Bat Dawid, Juana Molina, l’ensemble fiatistico giapponese Zayaendo, Saya Ueno dei Tenniscoats) per lavorare su un canone del quale sono artefici, ma che tuttora considerano come una dimensione aperta. Dicotomia solo apparente e risolta in un disco dove latita il fastidioso approccio da “tutorial riccardone(rd)” delle nuove generazioni post e in sua vece trovi intuizioni brillanti, idee a fuoco, composizioni sviluppate da canovacci improvvisativi che si snodano lungo cambi d’umore e scenario.

Inframezzato da una manciata di funzionali interludi, c’è parecchio che valga la pena indagare tra i Gastr Del Sol alle prese con Cluster & Eno dell’iniziale Into Love/Stars e quelli viepiù bucolici del commiato Into Love Again: ad esempio, l’oscuro elettro-motorik Exit Strategy To Myself e una Where You Find Me irresistibilmente emotiva da Pavement , la malinconica e arguta orecchiabilità di Sans Soleil e il nervoso pop à la Stereolab di Al Sur. Se Ship trotta spedita dai panorami di Ege Bamyasi, Night’s Too Dark e Loose Ends potrebbero suscitare la benevola invidia del Damon Albarn solista; Into The Ice Age conduce un favoloso funk mutante in panorami jazz dapprima liquidi e infine tesi e l’elegante Oh Sweet Fire avviluppa il trip-hop dentro echi dub. Mi rendo conto di aver citato il programma quasi per intero e il motivo vi sarà chiaro. Impossibile annoiarsi con i Notwist: come dicono dalle loro parti, herzlichen Dank!

Beautify Junkyards: cartoline dal cosmo interiore

Come ogni musica popolare che si rispetti, il folk è un nastro di Möbius che più si avvolge su se stesso, più appare diverso. E come i personaggi di cui narrano certe tradizioni, rinasce ciclicamente nuovo ma antico: conosce le radici e per questo motivo andrà lontano mescolando presente e passato, memoria e ambizioni, nostalgia e fantasticherie. Di tutto ciò e molto altro è intessuto il policromo arazzo dei Beautify Junkyards, portoghesi in circolazione da un decennio freschi della pubblicazione di Cosmorama, quarto pannello di una serie che partiva nel 2012 con un’opera omonima di brani altrui in larghissima parte provenienti dal folk britannico d’antan. Una scelta che sin dall’inizio indicava le affinità elettive, l’estetica e il retroterra della formazione guidata dal cantante/tastierista João Branco Kyron.

Formazione che nel volgere di un triennio si spingeva un passo oltre con gli autografi di The Beast Shouted Love e poi, a una ricetta intrigante e aromatizzata di Tropicalismo, aggiungeva il passaggio alla Ghost Box (etichetta specializzata nella “hauntologia” britannica che ha intelligentemente ampliato il raggio d’azione) e l’arrivo di Helena Espvall dagli incantevoli Espers. Altri tre calendari e The Invisible World Of confermava il valore di un altro anello della catena che comprende Stereolab, Movietone, Pram, Broadcast e Vanishing Twin. Cioè di quei gruppi che in modi diversi disegnano paesaggi immaginari e costruiscono universi paralleli con brandelli di passati mai vissuti in prima persona.

Attitudine che nel caso specifico si fonde al talento per intrecciare elettrico e acustico, atmosfere filmiche ed esotismo, psichedelia ed elettronica retronuova in qualcosa che non soccombe al revival. In una personalità che nello sfuggente e mercuriale Cosmorama – il titolo si riferisce ad apparecchi ottocenteschi con cui osservare immagini panoramiche ingrandite e in rilievo: mi pare significativo – trova l’apice di maturità e allo stesso tempo un catalogo di possibili evoluzioni. Con la nuova cantante Martinez, qualche ospite (l’arpista Eduardo Raon; Nina Miranda, ex trip-poppettara con gli Smoke City; Alison Bryce, già nelle meteore neo-folk The Eighteenth Day Of May) e le idee al solito chiare, i lusitani consegnano il loro disinvolto equilibrio stilistico a una scaletta impeccabile.

Non rinunci a niente, qui, dalla magnifica Dupla Exposição che trasferisce i Can nei solchi di A Saucerful Of Secrets tra bagliori di colonne sonore horror dei ’70, ai trip-hop latini (e lisergici, e folk…) di Reverie e del brano omonimo, dal capolavoro The Sphinx – Isabelle Antena ostaggio degli Air: vi va? – al carnevale dal retrogusto malinconico di Parangolé. Se A Garden By The Sea incede con un passo da marcia classicheggiante ma non nasconde un cuore cosmico, The Collector cala un fantastico asso elettro-bossa in dub e l’inquieta Zodiak Klub tratta il krautrock come solo ai Laika riusciva. Infine, Vali è il madrigale misterioso e mistico che non può mancare, Deep Green si porge con trasognata grazia e il commiato The Fountain tira appropriatamente le fila del discorso. Magia nella magia, canzoni capaci di confortare e inquietare in egual misura diventano a un certo punto stanze di una casa stregata dalla quale non vuoi uscire. Preparatevi a gettare via la chiave.

Uno nessuno cento Dylan

Dal giorno in cui si salvò con una capriola e un salto dalla motocicletta, alla sua maniera Il Bardo ci ha regalato un Capolavoro per ogni decennio. Lungo una sceneggiatura di squilibrato rigore, abbiamo inghiottito Selfportrait per scaldarci con l’amore che non è più di Blood On The Tracks, ricevuto in dote la magnificenza di Oh Mercy dopo le immersioni nell’acqua santa e guardato lo spessore di Time Out Of Mind schiacciare tanti passi svogliati. Il gioco delle contraddizioni appartiene di diritto all’unico artista che, sfaccettato all’inverosimile, è transitato dalla musica popolare alla letteratura da Maestro indiscusso. Non si incasella Dylan: è mercurio selvaggio. Come potresti, con chi si nasconde dietro le maschere perché – ipse dixit all’epoca della Rolling Thunder Revue – chi le indossa non può mentire?

Lo spiegò alla perfezione Todd Haynes, affidando a Cate Blanchett il ruolo dell’unico Bob iconograficamente fedele dello splendido “Io non sono qui”: Jokerman è una matassa impossibile da sbrogliare, dunque bisogna lasciarsene avvolgere ed è così che cogli il fascino dei “qualcosa” ancora da capire a distanza di anni, dell’estrema e dichiarata multiformità, del gusto della sorpresa. Tant’è vero che la mano di carte da applauso tardava ad arrivare in un ventennio nel quale ci siamo scervellati, accontentati e (in parallelo con Neil Young) soprattutto affidati agli archivi. Eravamo quasi prossimi alla rassegnazione, finché…

bobby

Finché Rough And Rowdy Ways non ha consegnato i primi autografi dal 2012. Canzoni di ricercata asciuttezza strumentale, vocalità densa e parole che pesano tonnellate. Parole intrecciate ai suoni perché questa è musica che farebbe uno Shakespeare contemporaneo, un pistolero sagace che affida lo spirito di un’epoca a universali profondi da perdercisi dentro. Poesia? Vedo il diretto interessato sorridere sornione nel momento in cui – Giano bifronte che cita Whitman – apre il disco affermando di contenere moltitudini e confessandosi “man of contradictions”. Il che, nello specifico, significa modellare il canone occidentale e incastrarne gli ingranaggi in brani che raccontano l’uomo e la Storia. Nell’intervista al “New York Times” che ha preceduto l’album, infatti, Zimmie spiega che le canzoni nascono da sole e poi confidano sulla sua voce. Pensa a se stesso come un mezzo, non come un messaggio.

Tra certezze vestite da inquietudini e viceversa, ecco piovere blues vibranti (False Prophet, Crossing The Rubicon), valzer mitteleuropei ricamati di pedal steel (My Own Version Of You è Mary Shelley nei solchi di Rain Dogs), errebì romantici aromatizzati doo-wop con rimandi a Jacques Offenbach (I’ve Made Up My Mind To Give Myself To You), omaggi che trottano tristallegri (Goodbye Jimmy Reed). Quanto al folk eternamente reinventato, lo trovate nella delicatezza ambientale di I Contain Multitudes e in una coheniana Mother Of Muses, nella favolosa e laconica Black Rider e nel crepuscolare commiato Key West (Philosopher Pirate). Quando la “Wasteland” di Murder Most Foul – sistemata su un dischetto separato, a osservare più che a tirar le fila – avvolge con un’amarezza cameristica tra Randy Newman e John Cale, capisci che Rough And Rowdy Ways scintilla qui e ora. Che è un labirinto in cui perdersi e riflettere, perché sbaglia chi in Bob Dylan cerca risposte: soffiano nel vento, le malandrine, e acchiappale tu se sei capace. A settantanove anni, Bob continua a porre domande e a sciogliersi dalle catene come Houdini. Sa che il poeta è un fingitore. Noi, invece, ancora dobbiamo farcene una ragione.

Giovani, romantici Breathless

Dominic Appleton è il mio cantante vivente preferito. La sua voce è triste e stupenda, come le melodie che intona.

Così parlò decenni fa Ivo Watts-Russell, fondatore e cervello della 4AD. Non esagerava, poiché erano stima e amicizia reciproche a far in modo che i promettenti Breathless lavorassero con John Fryer, il produttore che aveva da poco scolpito la compiutezza estetica dei Cocteau Twins. Ulteriore prova dell’onestà intellettuale di Ivo il fatto che Dominic comparirà nel secondo e terzo volume del progetto This Mortal Coil anche se il gruppo da lui guidato non pubblicherà mai per la sua etichetta. Tu chiamale, se vuoi, affinità elettive. Punk nello spirito e nella pratica, i Breathless infatti ricorrevano subito all’autoproduzione tramite il marchio Tenor Vossa per poter evitare il lato oscuro dello showbiz. Comunque inverosimile pensarli delle star nei medi Ottanta, siccome è solo in epoche relativamente recenti che una traduzione piuttosto annacquata e formulaica del dream pop ha conquistato le classifiche.

Sì, perché ci fu un tempo in cui ciò che chiamavamo shoegaze seppe incarnare un suadente anello di congiunzione tra il post-punk e la psichedelia. Mi piace credere che siano stati gli Smiths a forgiarlo con  How Soon Is Now?, capolavoro dove chitarre sibilanti e voce mesta sballottavano il cuore e il cervello con lo stesso piglio energico e visionario dei Breathless, da par loro dei talenti purissimi capaci di condurre Tim Buckley tra i solchi di un A Saucerful Of Secrets supervisionato da Brian Eno. Se cercate i progenitori dei “guarda scarpe” dovete rivolgervi anche a loro, per questioni cronologiche ma soprattutto per l’anima romantica che li colloca in una bolla atemporale.

FB_IMG_1587983347328

Similmente agli A.R. Kane, gentiluomini e gentildonna sono un culto con basi solidissime che in un attimo ridimensiona i moderni epigoni. Eventuali scettici e neofiti si procurino The Glass Bead Game, il loro LP d’esordio reso ora di nuovo disponibile in un CD Tenor Vossa splendidamente suonante. Annotato che della ristampa in vinile si occupa la 1972 e che alla scaletta originale è stato aggiunto un brano dell’antecedente EP Two Days From Eden, mi limito a ricordare che qui nasce un’alchimia sonora di fascino ed eloquenza non comuni. Del resto navigati, i quattro, poiché Appleton aveva militato con l’amico chitarrista Gary Mundy negli A Cruel Memory e figurava alle tastiere in The Sitting Room di Anne Clark. Conosciuta la bassista Ari Neufeld e accettato l’invito a entrare nella sua band, l’intesa si rivelava tale che entrambi immediatamente fondavano i Breathless convocando Mundy e il batterista Tristram Latimer Sayer. Dopo un paio di singoli e il succitato EP, incidevano questo 33 giri in diretta per conferire “tiro” a brani di livello elevatissimo.

Forte della sapiente post-produzione di Fryer, dal 1986 un wall of sound maestoso senza eccessi intreccia chitarre, tasti e voci su ritmi marziali però sciolti e un basso pulsante (Across The Water, See How The Land Lies), trasforma i Gemelli Cocteau nei Joy Division con un orecchio rivolto ai corrieri cosmici e l’altro di già al post-rock (All My Eyes And Betty Martin, Every Road Leads Home, Touchstone), spedisce gli A Certain Ratio in gita su Marte (Sense Of Purpose) e porge wavedelia evocativa e seducente (Count On Angels, Monkey Talk) . Smentendo il titolo del disco e dell’omonimo romanzo di Hermann Hesse che lo ispirò, queste perle non sono affatto di vetro. Sono i primi abbaglianti gioielli di una carriera immacolata e apprezzata da pochi. A voi il compito di spargere la voce.

Bentornati al medicine show

Benché zoppicante e rattoppata, la democrazia è il sistema di governo nel quale viviamo e conviene averne la massima cura, perché tra tante altre cose garantisce la libertà di pensiero ed espressione. Ognuno può più o meno pensarla come vuole su qualsiasi tema, dalla nazionale di calcio alle famigerate reunion. Tema spinoso e complesso, quest’ultimo, poiché se Wire e Feelies tuttora dispensano lezioni di ingegno, più spesso che no assistiamo a faccende patetiche per le quali risulta difficile spendere elogi o un minimo di benevolenza. Almeno così è per il sottoscritto, considerando che al mondo esiste pure chi si inebria di nostalgia canaglia e problemi non ha.

Fra i due estremi ci sono poi artisti che riannodano i fili che furono con il senno di quanto accaduto nel frattempo. Da questa delicata operazione può nascere un equilibrista che cammina disinvolto sul filo tra ieri e oggi. Tuttavia non sempre la si azzecca al primo tentativo. Nel caso dei Dream Syndicate “anni dieci”, il fresco di stampa The Universe Inside indica che How Did I Find Myself Here? These Times siano stati i passaggi intermedi per giungere a uno stile che non si arrendesse alla rievocazione. Gesto da applaudire anche solo per la serietà e il rispetto verso se stessi e il pubblico, non vi pare?

baja-The-Dream-Syndicate-2-cChris-Sikich

Un gesto necessario, anche. Perché se in line-up c’è un chitarrista abile (Jason Victor) ma diverso dai predecessori, devi adattare il linguaggio sonoro. E allora accogli in pianta stabile il vecchio amico tastierista Chris Cacavas e, forte della comprovata solidità ritmica di Mark Walton e Dennis Duck, convochi un fiatista e un percussionista. Entri in studio, attacchi la spina e vedi cosa succede. Succede che infine (ti) trovi. Succede che sposti le chitarre un passo indietro, però conservi la ruvida meraviglia della neopsichedelia impastandone il lato più free con jazz cosmico e krautrock. Steve Wynn è pur sempre il curioso onnivoro che cantava del blues di John Coltrane ed ecco che, mutatis mutandisThe Universe Inside vive della febbrile creatività e della grandezza autoriale appartenute a The Medicine Show. 

Registrato in diretta e successivamente “montato” ispirandosi al lavoro di Teo Macero con Miles Davis, il disco svela subito la rivoluzione in The Regulator, venti minuti di sensazionale cavalcata motorik dentro una giungla urbana di chitarre, voci, sax e il sitar dell’ospite Stephen McCarthy. Grossomodo, un’ipotesi di Can che in California mescolano On The Corner e Velvet Underground, risacche e impennate, codeina e anfetamine. Non vale meno il resto, dall’ombrosa ballata The Longing al groove acido misto country siderale di Apropos Of Nothing passando per quella ipnosi vibrante che in Dusting Off The Rust guida un funk-jazz elettrizzato ed elettrizzante. Approdo conclusivo The Slowest Rendition, tesa astrazione con l’eco di For Your Pleasure nell’aria. C’è stato un tempo per giorni di vino e rose e un tempo per storie di fantasmi. Adesso abbiamo un universo interiore nel quale perderci. Roba da non credersi. Roba da medicine showmen.