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Brividi e mal di pancia in pillole, 5

Thomas Dollbaum – Wellswood (Big Legal Mess)

Cocci del sogno americano: soprattutto di questo tratta la ruvida, scarna poesia di Thomas Dollbaum, cresciuto in Florida e domiciliatosi a New Orleans sette anni or sono. Ottenuto un master in letteratura, si guadagna il pane costruendo case nel frattempo scrive canzoni e, durante il blocco forzato della pandemia, inizia a fissarne alcune su nastro con l’amico Matthew Seferian. Calmatesi quel poco le acque, un pugno di sodali si unisce alle registrazioni in un hotel della Big Easy e ne risultano otto fotografie seppiate di quotidianità allo sbando, di personaggi che si arrangiano con il mestiere di stare al mondo. Collocate le storie da qualche parte tra Raymond Carver e Hubert Selby Jr., la musica commenta e sostiene con un taglio indie roots che fonde un giovane Springsteen a Richard Buckner e David Berman, mentre un timbro vocale profondo – però sommesso e seppellito nel mix – svela un osservatore delle esistenze altrui. Il moderno songwriter umanista lavora infatti sul contrasto tra delicatezza sonora e scabrosità del racconto lasciando aperto uno spiraglio di speranza. Sta esattamente lì una parte del fascino, laddove il resto ce lo mettono passione, arrangiamenti rigorosi ma curati, una calligrafia per nulla banale con apici nell’amarognola Work Hard, in una God’s Country insieme squadrata, sinuosa e acidula, nel mesto e traslucido inno Strange, nella meditativa Break Your Bones. Benvenuto, ragazzo.

Dream Syndicate – Ultraviolet Battle Hymns and True Confessions (Fire)

Argomento spinoso, le reunion. Mentre Wire e Feelies dispensano classe, nella maggioranza dei casi assistiamo a baracconate patetiche o almeno così è per me. Ma proprio perché al mondo c’è posto per tutti, mi tengo stretto chi annoda il passato e, guardando oltre, maneggia l’equilibrio sul quale poggia l’arte rock. Per i Dream Syndicate del nuovo secolo la questione era che fare dopo lo splendido The Universe: proseguire con la sperimentazione o ritornare alle canzoni? Siccome tertium non datur, la seconda opzione prevale in un album che negli episodi migliori offre cose belle e policrome come il classico mid tempo alla Wynn avvolto in echi ipnotici Where I’ll Stand, come una Beyond Control dal groove krauto e le atmosfere crepuscolari, come il Lou Reed di inizio ’70 modernizzato di The Chronicles Of You e tramutato in Neil Young nella ballata urbana Hard To Say Goodbye. Un’abbondante tacca sotto il resto, dal pop-rock Damian che cita Tom Petty faticando a decollare allo stiloso garage Straight Lines, passando per le routinarie When You Come Around e Trying To Get Over, una My Lazy Mind adeguatamente pigra e sudista, i Roxy Music di Stranded che si affacciano in Lesson Number One. A conti fatti, Ultraviolet Battle Hymns and True Confessions non si muove né avanti né indietro, ma di lato: a voi stabilire sia un pregio o un difetto. Argomento spinoso, le reunion…

Nina Nastasia – Riderless Horse (Temporary Residence)

La vita spesso gioca dei gran brutti tiri. Ne sa più che qualcosa la cantautrice americana Nina Nastasia, di ritorno sulle scene dopo quasi tre lustri con Riderless Horse, un album che alle spalle ha una storia drammatica responsabile sia del suo intimo significato che della prolungata pausa. Il disco porta con sé il peso della morte del marito Kennan Gudjonsson, suicidatosi dopo che la loro relazione era andata in frantumi. Cose che non dovrebbero mai succedere, ma alle quali cerchi di dare un senso meglio che puoi: ad esempio, esorcizzando la tragedia con la musica, che in questo modo finisce per essere il porto sicuro dove rientrare dopo una navigazione in mari di sofferenza. Per questo motivo affronti ciò che è stato e ciò che è con amici fidati – Steve Albini, Greg Norman – e una manciata di canzoni all’insegna della purezza nuda e confessionale. Canzoni nelle quali il senso di colpa si accompagna alla consapevolezza che bisogna comunque andare avanti. Canzoni da ascoltare d’un fiato, come fossero una lettera intessuta di lacrime e sorrisi. Ciò nonostante, risaltano la filastrocca Just Stay In Bed, una Nature prossima a Kristin Hersh, la dolce tensione di Ask Me e Go Away, una cristallina The Two Of Us, il rabbrividente lamento Trust. Tra ricordi, rimpianti e rinascita, una voce amarognola di disarmante leggiadria e arpeggi acustici si/ci tagliuzzano il cuore per farne coriandoli. E chissà che presto il cielo non si schiarisca.

Tomberlin – I Don’t Know Who Needs To Hear This… (Saddle Creek) La bolla social talvolta regala qualche bella sorpresa. Spulciando le liste di ascolto degli amici puoi imbatterti in nomi che non conoscevi e provare la gioia di quando setacciavi le recensioni sulla tua rivista preferita, con il vantaggio di non dover attendere settimane per toccare con orecchio ed ecco che quest’epoca avvilente qualche merito lo ha. Lo stesso vale per la (relativamente) recente ondata di cantautrici, un panorama assai interessante e composito quanto a stili ed età dove Sarah Beth Tomberlin – per comodità Tomberlin: classe 1996 domiciliata a Louisville, Kentucky, in tempi lontani tra gli epicentri del post-rock – non incarna un’altra Angel Olsen o la nuova Sharon Van Etten. È di più e di meglio, la ragazza, che arriva al secondo album in quattro anni mostrando una personalità significativa e trafficando con scheletri folk attuali sui quali innesta inquieta ambient urbana (Easy), elettronica umanista (Memory), spezie jazz (Unsaid, Collect Caller) e favolose ballate dal retrogusto acido (Stoned). Questi gli assi calati da un album che si mantiene su livelli altrettanto elevati nella delicatezza mai scontata di Born Again Runner, Tap e Sunstruck, in una Happy Accident malinconicamente muscolare, nella laconica Possessed e nella dolce ma svagata Idkwnth. Per quanto mi riguarda, Sarah Beth, sei una rivelazione. E ti dico che abbiamo tutti bisogno di ascoltare questo disco incantevole.

Brividi e mal di pancia in pillole, 4

Basement 3 – Naturalismo! (autoproduzione)

Gruppi italiani interessanti e dove trovarli… Per esempio a pochi chilometri da casa, nella pianura dove la pianura bresciana sfuma nel cremonese. Un contesto provinciale nell’accezione più felice possibile, cioè quella di luoghi che sorprendono con il senso di rivalsa verso la metropoli e la distanza critica. Pensate a Bristol o alle scene decentrate del rock americano alternativo come Chapel Hill e Olympia ed ecco: nei Basement 3 non trovate concessioni alle mode, sbiadite fotocopie di modelli esteri o vacuo dilettantismo un tanto al chilo. Il trio ha le idee chiare, suona senza batteria intrecciando con gusto e inventiva chitarre acustiche ed elettriche, basso ipnotico ed elettronica vintage.

Artigiani sul serio indipendenti, i Basement 3 trafficano con la psichedelia da prospettive post aperte alla contaminazione e in questo secondo album si allontanano senza strappi dal già pregevole esordio Permafrost Walkers del 2019 per approdare a una forma canzone personale e non classificabile in categorie troppo precise. Riconoscibili gli ingredienti, il sapore della ricetta è ogni volta intrigante: Tabula Rasa sono Kevin Ayers e Captain Beefheart che si incontrano in una bolla a gravità intermittente, Johnny Ray e Buy A House deliziano con folk-pop immediati e colmi di emozioni, l’articolata I Have No Mouth è una pagina luccicante vicina a Snakefinger – punto di riferimento inatteso e benvenuto che torna altrove – e Labord’s Chameleon Short Lifespan un gioiellino di estatica wavedelia. Se in Humphrey Bogart i Suicide esagerano con le anfetamine e si credono i Devo, Terminal 2 cita i Velvet Underground con uno space rock barocco però pure minimale. Eccentrico, Naturalismo!, ma con i piedi piantati in terra. Proprio come la provincia e i suoi talenti.

King Hannah – I’m Not Sorry, I Was Just Being Me (City Slang)

A volte le aspettative generate dai luoghi comuni possono spiazzare. Prendete Hannah Merrick e Craig Whittle, alias King Hannah: vengono da Liverpool ma non offrono pop chitarristico o new wave immersa nella psichedelia. In ogni caso, occorre fare dei distinguo poiché la Merrick ha origini gallesi e quantunque nei King Hannah latiti l’influenza di Echo & The Bunnymen e Teardrop Explodes, è altresì innegabile che la visionarietà sia per loro un elemento fondamentale. È psichedelia anche la loro, poggiata su un torpore oppiaceo da qualche parte tra vivissimi ricordi dello slowcore (Ants Crawling On An Apple Stork, Berenson) e gli incantesimi di Opal e Mazzy Star (All Being Fine, Go-Kart Kid) e tuttavia non finisce lì. Perché il duo mescola abilmente le carte ispirandosi al desolato Neil Young di metà anni Settanta (il capolavoro The Moods That I Get In), all’eremita Jesse Sykes (la title-track, Big Big Baby), ai Portishead (Foolius Caesar), al cantautorato di P. J. Harvey (A Well-Made Woman) e Anna Calvi (It’s Me And You, Kid).

Tutti insieme appassionatamente, sono i riferimenti di una bellezza che si svela con gli ascolti e che al tratto marcato preferisce i ricami. Una bellezza minimale ma robusta che sistema chitarre traslucide su groove secchi, ipnotici e colmi di dolceamaro intontimento acid-blues, così che le canzoni paiono sempre sul punto di esplodere e invece avvolgono nella coda di una cometa. Nel suo esperanto neo-psichedelico intessuto di atmosfere insieme coinvolte e distanti, I’m Not Sorry, I Was Just Being Me non ha paura di mostrare le influenze che si cuce addosso con personalità e affidandosi a una scrittura di alto livello. Soprattutto, sparge attorno a sé un romanticismo obliquo e meravigliato al quale presto scopri di non poter più rinunciare. In una parola: splendido.

Ree-vo – Dial ‘R’ For Ree-Vo (Dell’Orso)

La regola del “dimmi da dove vieni e ti dirò che musica fai” è viceversa assai utile per inquadrare T-Relly e Andy “Spaceland” Jenks. L’ascoltatore non faticherà a cogliere l’origine del duo attivo dietro la sigla Ree-vo grazie alla tagliente caligine che avviluppa i suoni e al tono colloso e rauco con cui si sgranano rime. Naturale, se provieni da Bristol e ti dai da fare con trip e hip hop: in fin dei conti, non c’è assolutamente nulla di sbagliato nell’avere dei modelli se li tratti come punti di partenza per approdi originali. Cosa che accade con i Ree-Vo, che vantano curriculum di tutto rispetto: T-Relly è un rapper stimato attivo socialmente e Andy è in giro dagli anni ’90, nei quali i suoi Alpha pubblicavano per l’etichetta dei Massive Attack e lui era tra i DJ che costoro si portavano in tour.

Da allora si è cimentato in collaborazioni e uscite discografiche di ampissime vedute, spaziando da nomi underground a un gigante come Mark Stewart. Di conseguenza, nella mezz’ora dell’e.p. Dial ‘R’ for Ree-Vo non vi è traccia di revival e, tra un remix e un originale, si chiude il cerchio che dai Dälek conduce a Pole. Pastoso e aggressivo ma dotato di umanità lo stile di Relly, le musiche vi si sposano nel migliore dei modi: parla chiaro in tal senso Protein, riletta da Kevin Martin alias The Bug in electro-hop scalciante ma sinuoso e da Rob Smith (metà dei concittadini Smith And Mighty) avvolgendo aromi giamaicani in nervosismi latenti. E se Groove With It avanza inesorabile su una fanfara maniacale, Monitoring The Attack Of The Tamarisk Munching Beetles è dub ipnotico e i minacciosi hip-hop mutanti Fires e Combat (Surgeon Remix) sbatacchiano per la collottola. Qui si smantella la tradizione per ricomporla con lo spirito di oggi, signore e signori. Restate sintonizzati.

Brividi e mal di pancia in pillole, 3

Big Thief – Dragon New Warm Mountain I Believe In You (4AD)

In un’epoca complicata come questa è fondamentale permettere a un gruppo di crescere senza caricarlo di ruoli che spesso finisce col rifiutare. Diciamolo: il rock non ha bisogno di salvatori e, come ogni altra forma d’arte, è vivo e vegeto anche se ha conosciuto giorni migliori. Ma del resto neppure noi stiamo una favola, dunque… Venendo al punto, se nel 2019 Two Hands segnava un notevole progresso per l’idea di Americana osservata con lenti post-indie della formazione guidata da Adrianne Lenker, adesso si coronano ambizioni e tragitto con un disco “importante”. Alla faccia dell’ascolta-e-getta, vi sfilano venti brani – su un totale di quarantacinque, registrati in diversi momenti e località degli Stati Uniti – per un doppio che possiede i crismi della summa estetica.

Mi piace credere che il fervore creativo sia servito a impedire a un mondo prossimo al tracollo di intromettersi, perché la bellezza ci salverà. Forse. Di certo tiene viva la speranza e rende migliori i giorni. Cosa della quale i Big Thief sono consapevoli e lo stesso dicasi per le dinamiche umane che intrecciano al talento e per una maturazione da applaudire. Mai un momento fiacco o di routine in un lavoro compatto e allo stesso tempo policromo da centellinare con pazienza, così che la segnalazione di questo o quel brano è legata all’umore del momento. Oggi – domani chissà – scelgo le Throwing Muses alle prese con la ballata country in Change e una dolceamara Certainty, la robusta circolarità di Little Things e il moderno madrigale Heavy Bend, il nightmare pop di Blurred View e l’agreste Red Moon, la leggiadra No Reason e l’acusticheria Promise Is A Pendulum. Ora tocca a voi: spegnete tv, computer, telefono e fatevi accarezzare l’anima quanto più spesso potete. Ne vale davvero la pena.

Elvis Costello – The Boy Named If (EMI)

Elvis Costello è un Genio dall’inarrestabile logorrea e di questo suo piccolo difetto è al corrente, se in tempi ormai lontani – si era alla metà degli anni Ottanta – ammetteva pubblicamente di aver scritto troppe canzoni. Considerate che da allora Declan Patrick Aloysius Macmanus non se n’è stato con le mani in mano (anzi…) e traete le vostre conclusioni. In attesa che consegni un equivalente di Time Out Of Mind, quattro anni or sono mancava di pochissimo il bersaglio con il pop insieme solido e ricercato di Look Now. Stilisticamente più vario benché inferiore sotto il profilo compositivo, The Boy Named If si assesta comunque una tacca sopra quel Hey Clockface uscito nell’esatto mezzo, inscenando un sofisticato gioco di riferimenti a momenti specifici della carriera costelliana e della storia del rock.

Giusto per gettare sul piatto qualche nome, ecco gli Who e il Sir Douglas Quintet stabilire le coordinate per This Year’s Model, un Tom Waits ammorbidito presiedere alla policroma eccentricità di Spike, certi echi di soul dagli occhi blu rimandare a Punch The Clock, il pop barocco però minimale ricordarci che Imperial Bedroom è un capolavoro senza età. Tolte alcune lungaggini e l’inevitabile pizzico di mestiere, dalla girandola di (auto)citazioni emergono la malinconia della pianistica Paint The Red Rose Blue e del commiato Mr. Crescent, una title-track articolata e vigorosa, la marcetta tra New Orleans e la Londra del 1967 The Man You Love To Hate, l’orecchiabile tambureggiamento The Death Of Magic Thinking, una Penelope Halfpenny argutamente, sfacciatamente à la McCartney. Nonostante l’iperproduzione e gli esercizi di stile, il Signor McManus è uno che le canzoni sa scriverle eccome. Cosa buona e giusta tenerlo a mente.

Jake Xerxes Fussell – Good And Green Again (Paradise Of Bachelors)

Sempre un momento importante quello in cui decidi di camminare con le tue gambe. Un frangente dove trovi chi agisce d’istinto, chi soppesa e chi sente che è ora. Esempio recente Jake Xerxes Fussell: tre gli album prima di concedere una parca manciata di brani autografi, perché come accade nella pittura giapponese anche qui si diventa artisti dopo un processo di imitazione. In realtà, si tratta di una rispettosa e approfondita indagine di modelli, che vengono studiati con passione onde afferrarne i segreti e l’essenza. Per questo il chitarrista – e da oggi anche songwriter – del North Carolina ha affrontato le radici sul campo andando dritto alla fonte. Da bravo figlio di musicologi, ha seguito le orme dei genitori ma anche dell’enciclopedia vivente Ry Cooder, perché nella musica popolare non vi è inchiostro che non derivi dalla mescolanza di altri che lo hanno preceduto.

Di conseguenza, in Good And Green Again l’antiquariato sonoro finisce allorché si soffia via la polvere da manufatti preziosi per raccontare l’attualità: il passato non serve da semplice paravento, ma viene intrecciato con abilità stando alla giusta distanza cronologica. Parlano chiaro una splendida The Golden Willow Tree che si riallaccia alla tradizione albionica, la pacatezza vocale con qualcosa di Jim O’Rourke nel tono che canta storie e dipana emozioni, le atmosfere in prevalenza avvolgenti, gli intrecci elettroacustici, le misurate decorazioni degli arrangiamenti. Tutto classico però mai scontato o banale in una scaletta scintillante, che si impone alla distanza vantando altri apici nel delicato traditional Carriebelle e nel favoloso commiato Washington. Musica perfetta per attraversare l’inverno e, magari, spingersi già verso le classifiche di fine anno. Grazie, brother Jake.

L’orizzonte che abbiamo perduto. Una lista per il 2021

Finché possiamo dire: “quest’è il peggio”, vuol dir che il peggio ancora può venire.” (Re Lear; atto IV, scena I).

Hai voglia a consolarti con l’evidenza che di fronte a un bivio prevale quasi sempre il disastro. Lo stesso dicasi per accettare il fatto che delle scelte sbagliate ci accorgiamo per lo più a cose fatte. Lottare contro eventi fuori dal controllo è un impegno faticoso e prostrante che ci sbatte in faccia la nostra impotenza: eppure, proprio perché la dignità umana va onorata, dobbiamo proseguire il cammino, scansare i colpi, leccarci le ferite e provare a costruire oasi di pace e bellezza.

Non so voi, ma certe volte mi sento sfinito da un mondo trasformatosi in un incubo. Tiro il fiato, mi affido a qualcosa che sparga attorno un po’ di luce, e benedico la decisione presa circa un lustro fa di rallentare e voltare le spalle alla smania di ascoltare/leggere/vedere l’impossibile “tutto”. Parlo della bulimia che spinge la gente a ingurgitare dischi e liquidarli dopo tre ascolti per poi vomitare sentenze. No, grazie. Dalle passioni desidero profondità e impegno, perché questo è ciò che offro. Di conseguenza, qui avete sinora trovato – e troverete sempre e comunque – liste di fine anno succinte però essenziali.

Tornando alla stretta attualità, il “tempo sospeso” della pandemia che ho trascorso a modificare il quotidiano in una lotta di resistenza mi ha anche aiutato a riportare il senso dell’umano davanti a ogni cosa. L’arte, intanto, lo sostiene come può. Forse è anche per questo che dalle uscite targate 2021 ho scremato musica ancor più del solito lontana dall’autocompiacimento e dall’effimero. C’è inoltre un filo rosso – astratto ma non troppo – che lega tra loro i dischi: una “ghostalgia 2.0” dove il senso di malinconia deriva dall’assenza materiale (chi non c’è più: troppi) però anche percettiva, figlia della difficoltà a concepire un presente e un domani sereni.

La dozzina qui sotto è pervasa da questo umore, tuttavia colma un po’ di vuoto e tampona qualche fragilità. Come già detto, ho ricambiato questi titoli (più alcuni altri rimasti esclusi) con attenzione, dedizione, ascolti frequenti. Come è giusto che sia. Come facevamo quando i soldi erano pochi, le ore infinite e i dischi segnavano momenti e spazi di ogni giorni. Le cose non sono cambiate, tranne che per l’irripetibile stupore che età ed esperienza hanno in parte attenuato ma per lo più modificato. A lui resto grato, come sono infinitamente grato a tutte/i voi per il sostegno al blog. Buon anno nuovo.

My dirty dozen

Ryan Adams – Wednesdays

Beautify Junkyards – Cosmorama

Clairo – Sling

Eleventh Dream Day – Since Grazed

GY!BEG_d’s Pee AT STATE’S END!

Low – Hey What

Madlib – Sound Ancestors

Mega Bog – Life, And Another

Notwist – Vertigo Days

Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp – We’re OK. But We’re Lost Anyway

Springtime – Springtime

Suuns – The Witness

Oldies but goldies

AA.VV. – Paura

Can – Live In Stuttgart 1975  

Bob Dylan – Springtime In New York: The Bootleg Series, Vol. 16, 1980-1985

Rogér Fakhr – Fine Anyway

Jazz Butcher – Dr Cholmondley Repents: A-Sides, B-Sides And Seasides

Stereolab – Electrically Possessed: Switched On Volume 4

Italians do it better

Amerigo Verardi – Un sogno di Maila

Premio della critica

Chris Eckman, James McMurtry

Brividi e mal di pancia in pillole, 2

Ryan Adams – Wednesdays (Pax-AM)

Lo so: Wednesdays era stato reso di pubblico dominio alla fine del 2020 in forma “liquida”, ma siccome per certe cose sono all’antica considero ancora valida la pubblicazione fisica, che nello specifico risale allo scorso marzo. So anche che di Ryan Adams si è disquisito parecchio in ragione di pessime vicende legate ad abusi e molestie che lo segneranno a vita con tutto quel che ne consegue sul prosieguo della sua carriera. E sono al corrente che nel frattempo Adams ha pubblicato un altro disco meno riuscito, che rappresenta il pannello centrale di una trittico rimaneggiato per i problemi di cui sopra. Annotato ciò, senza dimenticare che l’essere umano può non viaggiare alle medesime altezze dell’artista e bisogna farsene una ragione, a me è il secondo che interessa. Mi interessa dire che considero Wednesdays tra i vertici della sua vasta produzione e uno dei migliori dischi dell’anno in ambito “Americana” e dintorni. Uno dei più intensi, anche: raccolto, malinconico e tuttavia generoso di melodie e delicatezza anche quando flette i muscoli, scorre privo di cedimenti dall’iniziale I’m Sorry And I Love You dove Neil Young si crede John Lennon al suggello di morbida circolarità Dreaming You Backwards. Anche se il resto non vale meno, menzione d’obbligo anche per la Band sudista di Birmingham, il folk struggente di Mamma, la crepuscolare I’m Sorry And I Love You. Per me, basta e avanza. Soprattutto, questo è ciò che conta.

John Murry – The Stars Are God’s Bullet Holes (Submarine Cat)

Tre mani di carte e nessuna sconfitta per chi nel 2013 consegnava con The Graceless Age uno fra i dischi più struggenti del decennio. Anche all’altezza del difficile terzo album – baciato da un titolo magnifico come “le stelle sono i fori di proiettile di dio” – un quarantunenne infine sereno continua a scavare in una personale idea di cantautorato. Tuttavia non si sottrae alla regola secondo la quale l’artista felice centra il bersaglio con meno precisione: supervisionato da John Parish – misurato, il suo “tocco, ma avvertibile – il rock d’autore di Murry qui lascia entrare un po’ di luce però convince solo in parte. Ad esempio, nelle Oscar Wilde (Came Here To Make Fun Of You) e Ones + Zeros da American Music Club rilassati, nel Greg Dulli maturo evocato da Perfume & Decay, nei Lambchop dei bei tempi con coda ambient noise del gioiellino Die Kreutser Sonata, nell’alveo elettro-rock che avvolge Yer Little Black Book, nel glam da Beck sotto codeina di You Don’t Miss Me. Canzoni di buon peso che portano via metà di una scaletta completata con un breve siparietto strumentale, una discreta cover di Ordinary World e un pugno di episodi sotto l’elevata media cui siamo stati finora abituati. Ne deriva una transizione in tutti i sensi onesta per un cavallo di razza con meno lividi sull’anima ma pur sempre capace della zampata di classe. Anche se The Graceless Age era un’altra e ben più memorabile faccenda, si merita sette più e una pacca sulla spalla.

St. Vincent – Daddy’s Home (Loma Vista)

Con i dovuti distinguo, St. Vincent è diventata una versione “concreta” di Bjork. Nel senso che, senza (s)cadere nella fredda autoreferenzialità, possiede l’abilità di sorprendere restando riconoscibile e di trafficare con il pop sullo spartiacque tra innovazione e immediatezza. Lo fa con la disinvoltura di chi sette anni or sono entrava con un favoloso album omonimo – lei assisa sul trono: legittimamente – in una maturità. Una, non “la”. Perché con i camaleonti si hanno sempre delle sorprese e infatti Daddy’s Home, dichiaratamente ispirato ai primi anni Settanta, sterza verso sonorità più “organiche”. Stavolta la ragazza sorprende fingendosi convenzionale, sistemando a monte del gesto una sofferta scintilla autobiografica e tenendosi stretta la convinzione che costruirsi una personalità significa anche cucire tra loro diversi passati. Tuttavia, mentre guarda dentro e attorno a sé, per qualche motivo inciampa in episodi piuttosto opachi sotto il profilo compositivo o che hanno una certa aria da esercizio di stile. Non succede nel funk alla Bowie sotto botta colombiana di Pay Your Way In Pain, nel groove sinuoso di Down, nel gospel urbano e acidulo The Melting Of The Sun e in una manciata di apprezzabili slalom tra Prince, Beck e P.J. Harvey. Materiale sufficiente a tamponare le incertezze e confermare un talento imprendibile e imprevedibile. Un talento per il quale il futuro è sempre un ipotesi fino al prossimo ch-ch-ch-change.

Teenage Fanclub – Endless Arcade (Pema)

Quando scrive che il tempo è un bastardo, Jennifer Egan ha assolutamente ragione. Incurante di tutto, lui dà ma più che altro prende – anzi: strappa – senza chiedere il permesso. Amici, giorni, ricordi… Ecco: anni fa, ai gruppi rock non era concesso di invecchiare e loro stessi lo facevano con scarsa grazia. Nondimeno, a un certo punto i “vecchi” hanno iniziato a dare giri di pista alle nuove generazioni, per lo più incapaci di infondere vita nei loro esercizi di stile. Questi i confini entro cui si muove l’undicesimo album dei Teenage Fanclub, il primo senza il bassista Gerard Love. In quella che da sempre era una democrazia, dal punto di vista compositivo l’assenza del pilastro si palesa in toni ancor più malinconici e meditati, sui quali ha influito in buona misura anche il recente divorzio di Norman Blake. Abbassato il volume e ridimensionati i distorsori, il gusto melodico ispirato alle “quattro grandi B” – Byrds, Badfinger, Beatles, Big Star – veste un folk-rock urbano cucito da quelle armonie vocali e contrappuntato dalle tastiere del nuovo arrivato Euros Childs, già nei favolosi Gorky’s Zygotic Mynci. Forme ed esecuzione sono perfette per atmosfere crepuscolari e dolceamare che dispiegano la maturità autoriale con fare discreto e si impongono con gli ascolti. Come fossero discorsi di vecchi amici attorno al fuoco, si incamminano sulla via che porta al club dei cuori infranti. Bastardo o meno, c’è un tempo per ogni cosa.

Brividi e mal di pancia in pillole, 1

Durante un raro momento di lucidità mi sono reso conto che da un po’ non creavo una nuova rubrica per “Turrefazioni”. Cogliendo la palla al balzo, ho scelto di assecondare il mio approccio alla contemporaneità improntato a rigide selezioni e a una metodologia vecchio stile, lontana dal senti-e-getta attuale. Così, da questo primo appuntamento apro una finestra periodica dedicata a dischi usciti nell’anno in corso che, per vari motivi, non tratto in articoli più lunghi. In ogni caso, tiro le fila delle reazioni suscitate da ascolti attenti e ripetuti, per l’appunto comprese nell’ampio spettro tra il brivido e i bruciori di stomaco. La cadenza delle “pillole” resta legata alla valanga di pubblicazioni che ci sommerge quotidianamente e al tempo utile per selezionare e poi ascoltare più attentamente possibile. Altro non mi resta da dire, se non ringraziare Shaun Ryder per il “campionamento” del titolo. Buona lettura.

Chills – Scatterbrain (Fire!)

Nell’era di Internet abbiamo perso il senso “verticale” del tempo e il controllo sulle reunion, che troppo spesso oscillano tra il superfluo e il patetico. Meno male che qualche eccezione conferma la regola: per esempio i Dream Syndicate e, su un piano più di culto, i neozelandesi Chills. C’è un valido motivo: la band è espressione del talento di Martin Phillipps, il quale voleva essere Syd Barrett, Roger McGuinn e Ian Curtis tutti insieme appassionatamente e c’è riuscito eccome. Dal 1980 questo artigenio non ha mai smarrito il tocco magico che con Scatterbrain sistema un altro pregevole tassello, dove gli ingredienti sono i soliti ma la scrittura si “apre” un filo più che negli immediati predecessori. Chissà che c’entri qualcosa il film “The Chills: The Triumph And Tragedy Of Martin Phillipps” che due anni fa raccontava le vicende del nostro antieroe con disarmante franchezza. Doversi rivedere – e rivedere il passato – può aver acceso qualche altra scintilla e allora parlerebbe chiaro Monolith, eloquente gioiellino collocato in apertura di programma. Per capirci tra fan, è una Pink Frost che sostituisce il pozzo di malinconia con un prudente ottimismo, conducendo in un universo parallelo dove Julian Cope è uno dei Seeds. Annotato che la grafica è opera niente meno che di David Costa, gustatevi l’ennesima dose di dolceamaro indie-pop d’autore che miscela folk-rock, new wave e psichedelia “morbida” con rara maestria. Grazie, Martin: ci risentiamo tra tre anni. Se ti va, anche prima…

Dry Cleaning New Long Leg (4AD)

Formazioni come i Dry Cleaning risultano utili da un punto di vista “speculativo”, perché stimolano a ragionare sul peso delle formule nell’attualità della popular music e su quanto possa reggere un suono non sostenuto da un’adeguata scrittura. Ciò premesso, dal 2018 il quartetto britannico ha gestito la sua carriera alternando uscite di breve formato a un’intensa attività concertistica interrotta dalla pandemia. Nel frattempo, ha lavorato con cura sull’attesissimo album d’esordio e, allorché si registrano dischi all’insegna del “tanto per”, l’intenzione è assai lodevole. Non così il risultato, dove l’ennesima riapparizione del post-punk cerca di sottrarsi a un passato ingombrante (senza scomodare i pesi massimi, basta il paragone con certi nomi dei “nostri” anni Dieci ed è tutto dire) ricorrendo al consolidato repertorio di scorticamenti, obliquità e storture che abbiamo ascoltato infinite volte con tutt’altra verve, sicché gli interessanti testi sgranati da Florence Shaw – pensate a una Laurie Anderson scazzata: pure troppo per i miei gusti – sono inanellati su un rosario di luoghi comuni per lo più smunti e incolori. Costituiscono belle eccezioni la sensualità funk sbiancata alla Au Pairs di Strong Feelings, l’ipnotico minimalismo di Leafy, i Polyrock irrobustiti di More Big Birds e la No Wave declinata math e space di Every Day Carry. Canzoni di buonissimo livello con le quali una volta si sarebbe confezionato un 12”, mentre il resto scivola via senza artyparty.

GY!BE – G-d’s Pee AT STATE’S END! (Constellation)

Compagni che non ti deludono mai, i GY!BE. Li hanno disegnati così: sicuri dei propri mezzi etici ed estetici, fedeli a una solidissima linea, determinati a tratteggiare l’apocalisse attorno a noi con dischi che mostrano uno spirito sempre più umano. Perfetto, poiché c’è un gran bisogno di puntare il dito e di sperare in un domani. Soprattutto, di combattere per esso con ogni mezzo necessario. Perché non basta mettere dei disegni di bottiglie molotov in copertina se l’antagonismo si ferma lì. Ma questo, lo sappiamo bene, non è il caso di chi offre oasi di pace bellicosa e intenzioni che divengono sempre prassi. Come questo nuovo album, intenso apice di un percorso ripreso quasi dieci anni fa insistendo per l’appunto sull’umanità e sforbiciando un pochino le durate di composizioni al solito mercuriali, densissime e imprendibili. Qualcosa che, nello specifico, spinge a escogitare descrizioni fantasiose – tanto per cambiare, abbastanza velleitarie – come “King Crimson e Amon Düül II che ospitano i Savage Republic a Pompei”, salvo sistemare a fondo corsa uno struggente congedo di liturgico afflato avendo già intervallato un altro oceano sonoro – indeciso tra la mestizia nervosa degli Earth, un’elegia da Spacemen 3 terrigni e fughe motorik – con un oscuro e sospeso folk urbano. Sempre uguale ma sempre diversa, la musica del collettivo canadese è un essere vivente che cresce con i suoi artefici e con chi ascolta. È Arte unica, suprema e meravigliosa. Arte da tenere stretta al cuore.

Ryley Walker – Course In Fable (Husky Pants)

Nonostante l’esito poco persuasivo, fa comunque piacere che Ryley Walker si sia messo alle spalle un periodo umanamente complicato. Lungo la seconda metà dello scorso decennio, infatti, la sua parabola di moderno cantautore ha mostrato un talento cristallino, abilissimo nello spremere un succo personale e gustoso da tanti frutti, che fossero l’Americana, le contaminazioni folk a cavallo tra anni Sessanta e Settanta, un “post” dapprima attitudine e poi anche forma. Splendori come Golden Sings That Have Been Sung e Primrose Green erano arditi e baciati in fronte da una naturalezza di scrittura e impaginazione che attualmente appartengono a pochi. Ecco: il difetto di Course In Fable va cercato proprio in un diffuso virtuosismo spacciato per eclettismo, nel tortuoso zigzagare tra inutili orpelli che altrove scivola in una rilassata monotonia poco adatta ai cavalli di razza. A conti fatti, la presenza in regia di John McEntire lasciava presagire qualcosa di più di un catalogo di stilemi della Chicago che fu e di deprecabili strizzate d’occhio al progressive. Senza l’ironia e la classe di un Jim O’Rourke, il disco finisce per impantanarsi a metà del guado e meno male che – forse conscio di farla spesso fuori dal vaso – il ragazzo recupera lucidità porgendo un po’ di romanticismo che respira, emozionato ed emozionante. In attesa della prossima mossa, si salva in corner permettendo di assolvere Course In Fable con un sei e mezzo e una pacca sulla spalla. Quanto al domani, si vedrà.

Isole nella corrente: addio, 2020!

Ora che i “nostri” anni dieci si sono chiusi con un bisesto assurdamente funesto, possiamo dirci la verità. La svolta ipertecnologica ha cambiato le nostre vite, però non nel senso che credevamo o speravamo: invece di unire, alla fine ci ha diviso. Parallelamente alla nascita di nuovi sistemi di fruizione della musica – arte immateriale che necessita da sempre di un medium che la “congeli” oltre il momento dell’esecuzione – il nuovo millennio ha compiuto un progressivo isolamento dell’individuo. Pur cercando di evitarlo, ci troviamo dietro/dentro scudi più o meno virtuali mentre la cultura pop si frammenta ancor più in parrocchiette separate una dall’altra come vasche dei pesci.

Lì in mezzo ci siamo noi, isole nella corrente che sarebbe giusto tornassero a formare un continente e in qualche modo si può, come accenno in chiusura. Nel panorama sopra descritto, intanto, chi è ossessionato dall’essere à la page soccombe alla bulimia e trincia giudizi; altri selezionano, ponderano, ricordando come si stava meglio quando si credeva di stare peggio e annotano la scarsa persistenza di tante opere fresche d’uscita.

best 2020

Sarà successo anche a voi di realizzare che tante pubblicazioni odierne lasciano in testa solo vaghe tracce. Così l’estrema frammentazione mostra il suo volto e sorge un dubbio: colpa dell’attenzione che si riduce o di una congenita mediocrità? Assodato il naturale ridursi dei margini di progresso creativo mano a mano che passano i decenni, è un fatto che la sovrapproduzione appiattisca la media. Come è un fatto che si reagisca guardando a epoche meno affollate e più ricche di contenuti, mentre nostalgia rima con retromania e rischiamo di sminuire anche quanto di bello e significativo vede la luce. Il quesito, insomma, resta aperto. 

Certo è che la Bellezza vada preservata, perché forse ci salverà. Per questo servono prudenza e giudizio nel contestualizzare i dischi. Bisogna ascoltarli davvero, a lungo e con attenzione. Questo l’approccio che spiega il mio fior da fiore 2020, dritto da un setacciare meticoloso che opero anche in altri aspetti della vita. Meno è più: più soddisfatti, più felici, magari anche un poco più sereni. Sappiatemi dire, dilette lettrici e diletti lettori. Nell’attesa, vi abbraccio più calorosamente che mai.

japanese best 2020

My Bunch Of Sweeties

Algiers – There Is No Year

Terry Allen – Just Like Moby Dick

Dream Syndicate – The Universe Inside

Bob Dylan – Rough & Rowdy Ways

Bill Fay – Countless Branches

Flaming Lips – American Head

Gurubanana/Nana Bang – Ear Refill/Life Of An Ant

Heliocentrics – Infinity Of Now

Holy Fuck – Deleter

Mourning (A) BLKstar – The Cycle

Run The Jewels – 4

Wire – Mind Hive

Blasts From The Past

Allison Run – Walking On The Bridge

Free Design – Are Free: The Original Recordings 1967-72

Jon Hassell/Farafina – Flash Of The Spirit

Ennio Morricone – Morricone Segreto

Tom Petty – Wildflowers & All The Rest

Prince – Sign o’ The Times (super deluxe)

Tempi draconiani: polaroid dal 2019

Come da grandi poteri derivano grandi responsabilità, così i tempi difficili richiedono scelte difficili. Dracone fu un legislatore ateniese noto per l’estrema severità ed ecco spiegato l’aggettivo che leggete qui sopra. Chiusa la parentesi “Rob Brezny”, vengo al punto: ci sono giorni nei quali il mondo pare prossimo al collasso. Tra fascismi, disastri ambientali, crisi economiche e sociali, sperare in un futuro decente equivale a osservare una linea sempre più sottile che, sull’orizzonte annebbiato, potrebbe anche rivelarsi un miraggio. Però non mi arrendo. Giammai.

Perché se iniziamo tutti a farlo è davvero la fine. Perché se l’attualità insegna qualcosa, è che certe decisioni quotidiane apparentemente trascurabili sono il punto di partenza per mutare accadimenti di portata globale. Casomai qualcuno stia storcendo il naso e cianciando di retorica, suggerisco di rileggere le note interne di Warehouse: Songs And Stories. Che una rivoluzione possa iniziare ogni mattina di fronte allo specchio del bagno è cosa nella quale credo da una vita e nella quale sempre crederò. E questo blog è il mio modo per offrire qualcosa che faccia vivere meglio, anche solo per qualche ora. Per questo, sentitevi liberi di commentare, suggerire, consigliare. Sono tutt’orecchi.

best 2019

Intanto, un anno nuovo porta seco il “meglio di” del suo predecessore, dunque non indugio oltre. Alla luce del sensazionale raccolto scorso pensavo che avrei faticato a radunare un po’ di dischi significativi, ma del 2019 conservo un tesoretto vivo, bello, eterogeneo. Ecco umanisti elettronici in nuovi mondi verdi, artigeni che assemblano la contemporaneità con il passato, ragazze che ci sbatacchiano chiappe e cervello, forme mutanti di folk, soul e pop… E poi: colorate nostalgie di avveniristici ieri, esempi di spontanea complessità, ritorni e rinascite. Al solito, non ha senso trarne predizioni che esulino dai gusti personali.

L’unica costante è che la sovrapproduzione rende irrilevante ogni “punto della situazione” poiché i punti sono cento e anzi mille. Con tutta la storia a portata di click, la prevalente concezione orizzontale del tempo ha creato uno schiacciamento che spazza via corsi e ricorsi. Nulla può più essere “in” o “out” e, in fondo, questo è l’unico aspetto positivo della faccenda. Per il resto, il sistema come lo conoscevamo ha un piede sull’orlo dell’entropia o di un azzeramento pre-palingenesi. Staremo a vedere cosa accadrà. Intanto, questi dischi contribuiscono a rischiarare la vi(t)a e a tenere accesa la fiammella della speranza. Perché la lucha sigue e la musica l’accompagna. Felice 2020, care lettrici e cari lettori.

schroeder best 2019

CUORE DAL 2018

AA.VV. – 3×4

QUINDICI PORTATE 

Bonnie “Prince” Billy – I Made A Place

Deerhunter – Why Hasn’t Everything Already Disappeared

Fat White Family – Serfs Up

Steve Gunn – The Unseen Inbetween

Brittany Howard – Jaime

Little Simz – Grey Area

Mega Bog – Dolphine

Mercury Rev – Bobbie Gentry’s The Delta Sweete Revisited

Modern Nature – How To Live

Moon Duo – Stars Are The Light

Rustin’ Man – Drift Code

These New Puritans – Inside The Rose

Tropical Fuck Storm – Braindrops

Ultramarine – Signals Into Space

Vanishing Twin – The Age Of Immunology

SAPORI ITALIANI: Basement 3, Jennifer Gentle, Massimo Volume, Two Monkeys, Uzeda

L’ENOLOGO CONSIGLIA: Big Thief, Wilco

CHEF DELL’ANNO: Robert Forster

Goodbye and hello: dieci anni senza Vic

Credi che la vita sia comunque degna di essere vissuta? Lo spero… beh… è una domanda veramente dura, hai fatto bene a lasciarla per ultima… come saprai soffro di depressione da sempre. Però c’è così tanta bellezza da scoprire e la vita è quello che possediamo. Proprio dietro l’angolo possono esserci meraviglie a portata di mano. Adoro tutto ciò e cerco di metterlo nelle canzoni. E’ la forza che mi sorregge e che credo si rifletta nei miei dischi. Sì… è tutto lì, nelle rivelazioni.

Ultimamente mi capita di pensare che per davvero, citando Jennifer Egan, il tempo sia un bastardo. Però sa anche dirsi galantuomo, se parliamo di Arte. Lui scorre imperturbabile, ma qualcosa di noi resta mentre ci arrangiamo a vivere. Il che significa anche scegliere una strada e, pur sapendo che non sarai l’unico a percorrerla, fregartene. E incamminarti. Sono trascorsi dieci anni da che intervistai Vic Chesnutt per “Extra”, poco prima che decise di farla finita, e il succo di quei discorsi lo leggete nello scambio di battute sopra riportato.

Nella mia, uh… “carriera” è un momento ineguagliato e ineguagliabile, anche se non ho più riascoltato la cassetta con la nostra chiacchierata. Il nastro è rimasto in un’altra casa e in un’altra vita, che mancano come può mancare ogni cosa che lascia il segno. I dischi, tuttavia, ho iniziato a riascoltarli solo dallo scorso luglio. Qualcosa è scattato e ho capito che nel frattempo si erano portati via un pezzo di me; adesso, un decennio tondo dopo, quel pezzo lo stanno restituendo. In punta di piedi, gli album tornano a popolare i miei giorni e insieme alterniamo lacrime e sorrisi.

king vic

E siccome i cerchi ogni tanto si chiudono, è di stretta attualità la pubblicazione per Jimenez di “Non fare stronzate, non morire”, memoir lucido e commovente scritto da Kristin Hersh. Leggetelo: vi farà male ma bene. Come le Canzoni di quest’uomo, che figura tra i più grandi songwriter di sempre perché ha cantato la vita. Ha colto le rivelazioni nascoste nel quotidiano, in lui, in noi. Ha preso gomitoli di emozioni e li ha srotolati in brani che sono una coltellata al cuore e ci ricordano di essere vivi. Di curare la memoria, perché altrimenti fingiamo di vivere. Non sia mai.

Di quel pomeriggio ricordo in  particolare che, terminata la conversazione telefonica, Vic era fisicamente nella stanza. Per la forza di ciò che aveva detto e di una musica larger than life. Così che, riflettendo su quella giornata di novembre e sugli accadimenti successivi, mi sale una commozione incontrollabile, però anche una voglia di Bellezza eterna che apre gli occhi e spinge ad abbracciare il mondo. Sul gesto con il quale l’artista georgiano pose fine ai suoi giorni non esprimo giudizi. Nessuno dovrebbe. Il suicidio è una questione privata. E benché ci sforziamo di ignorarlo, il blues pesa in spalla dalla nascita e alcuni non lo reggono. Siamo umani e dobbiamo mostrare umanità. Così sia.

vic singing

Preferisco pensare agli amabili resti. A Canzoni meravigliose, sincere da schiantarti il cuore e figlie della franchezza e dell’umiltà dei veri Grandi. A un concerto milanese del marzo 2009, chiuso investendo Everybody Hurts di un’aura liberatoria tuttora conficcata in chi c’era. A quella voce, sottile e insieme robusta come un filo che ondeggia al ritmo del vento. A una poetica intima che si trasforma in sentire universale, per descrivere la quale sono stati tirati in ballo con piena ragione Frank Kafka ed Emily Dickinson. Insomma: Vic Chesnutt non era nato per categorie ferree. Apparteneva a un’epoca antica e a essa si sarebbe ricongiunto. Era un cantore accompagnato da un’ombra.

Non mi riferisco al flirt con la morte che lui stesso cantò: intendo l’enigma che conquistava consegnando un rebus da risolvere. Sembrava di non averlo perfettamente a fuoco, lui che come pochi si è lanciato oltre il muro tra performer e pubblico e svaniva dentro la musica, austera al punto da non poter levare una nota, un sospiro, un accordo. Tutto stava – starà per sempre – nella sua chitarra logora e nelle sue corde vocali: pathos e conforto, rabbia e tristezza, sogni e ricordi. Ultimamente penso alla luce che non si spegnerà mai, anche se ci ha negato la gioia di un happy end. Mi ripeto che di un uomo si conservano i gesti e le parole che ha regalato agli altri, non quelli che ha tenuto solo per sé. Grazie infinite, Vic.