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Tempi draconiani: polaroid dal 2019

Come da grandi poteri derivano grandi responsabilità, così i tempi difficili richiedono scelte difficili. Dracone fu un legislatore ateniese noto per l’estrema severità ed ecco spiegato l’aggettivo che leggete qui sopra. Chiusa la parentesi “Rob Brezny”, vengo al punto: ci sono giorni nei quali il mondo pare prossimo al collasso. Tra fascismi, disastri ambientali, crisi economiche e sociali, sperare in un futuro decente equivale a osservare una linea sempre più sottile che, sull’orizzonte annebbiato, potrebbe anche rivelarsi un miraggio. Però non mi arrendo. Giammai.

Perché se iniziamo tutti a farlo è davvero la fine. Perché se l’attualità insegna qualcosa, è che certe decisioni quotidiane apparentemente trascurabili sono il punto di partenza per mutare accadimenti di portata globale. Casomai qualcuno stia storcendo il naso e cianciando di retorica, suggerisco di rileggere le note interne di Warehouse: Songs And Stories. Che una rivoluzione possa iniziare ogni mattina di fronte allo specchio del bagno è cosa nella quale credo da una vita e nella quale sempre crederò. E questo blog è il mio modo per offrire qualcosa che faccia vivere meglio, anche solo per qualche ora. Per questo, sentitevi liberi di commentare, suggerire, consigliare. Sono tutt’orecchi.

best 2019

Intanto, un anno nuovo porta seco il “meglio di” del suo predecessore, dunque non indugio oltre. Alla luce del sensazionale raccolto scorso pensavo che avrei faticato a radunare un po’ di dischi significativi, ma del 2019 conservo un tesoretto vivo, bello, eterogeneo. Ecco umanisti elettronici in nuovi mondi verdi, artigeni che assemblano la contemporaneità con il passato, ragazze che ci sbatacchiano chiappe e cervello, forme mutanti di folk, soul e pop… E poi: colorate nostalgie di avveniristici ieri, esempi di spontanea complessità, ritorni e rinascite. Al solito, non ha senso trarne predizioni che esulino dai gusti personali.

L’unica costante è che la sovrapproduzione rende irrilevante ogni “punto della situazione” poiché i punti sono cento e anzi mille. Con tutta la storia a portata di click, la prevalente concezione orizzontale del tempo ha creato uno schiacciamento che spazza via corsi e ricorsi. Nulla può più essere “in” o “out” e, in fondo, questo è l’unico aspetto positivo della faccenda. Per il resto, il sistema come lo conoscevamo ha un piede sull’orlo dell’entropia o di un azzeramento pre-palingenesi. Staremo a vedere cosa accadrà. Intanto, questi dischi contribuiscono a rischiare la vi(t)a e a tenere accesa la fiammella della speranza. Perché la lucha sigue e la musica l’accompagna. Felice 2020, care lettrici e cari lettori.

schroeder best 2019

CUORE DAL 2018

AA.VV. – 3×4

QUINDICI PORTATE 

Bonnie “Prince” Billy – I Made A Place

Deerhunter – Why Hasn’t Everything Already Disappeared

Fat White Family – Serfs Up

Steve Gunn – The Unseen Inbetween

Brittany Howard – Jaime

Little Simz – Grey Area

Mega Bog – Dolphine

Mercury Rev – Bobbie Gentry’s The Delta Sweete Revisited

Modern Nature – How To Live

Moon Duo – Stars Are The Light

Rustin’ Man – Drift Code

These New Puritans – Inside The Rose

Tropical Fuck Storm – Braindrops

Ultramarine – Signals Into Space

Vanishing Twin – The Age Of Immunology

SAPORI ITALIANI: Basement 3, Jennifer Gentle, Massimo Volume, Two Monkeys, Uzeda

L’ENOLOGO CONSIGLIA: Big Thief, Wilco

CHEF DELL’ANNO: Robert Forster

 

Goodbye and hello: dieci anni senza Vic

Credi che la vita sia comunque degna di essere vissuta? Lo spero… beh… è una domanda veramente dura, hai fatto bene a lasciarla per ultima… come saprai soffro di depressione da sempre. Però c’è così tanta bellezza da scoprire e la vita è quello che possediamo. Proprio dietro l’angolo possono esserci meraviglie a portata di mano. Adoro tutto ciò e cerco di metterlo nelle canzoni. E’ la forza che mi sorregge e che credo si rifletta nei miei dischi. Sì… è tutto lì, nelle rivelazioni.

Ultimamente mi capita spesso di pensare che per davvero, citando Jennifer Egan, il tempo sia un bastardo. Però sa anche dirsi galantuomo, se parliamo di Arte. Lui scorre imperturbabile, ma qualcosa di noi resta mentre ci arrangiamo a vivere. Il che significa anche scegliere una strada e, pur sapendo che non sarai l’unico a percorrerla, fregartene. E incamminarti. Sono trascorsi dieci anni da che intervistai Vic Chesnutt per “Extra”, poco prima che decise di farla finita, e il succo di quei discorsi lo leggete nello scambio di battute sopra riportato.

Nella mia, uh… “carriera” è un momento ineguagliato e ineguagliabile, anche se non ho più riascoltato la cassetta con la nostra chiacchierata. Il nastro è rimasto in un’altra casa e in un’altra vita, che mancano come può mancare ogni cosa che lascia il segno. I dischi, tuttavia, ho iniziato a riascoltarli solo dallo scorso luglio. Qualcosa è scattato e ho capito che nel frattempo si erano portati via un pezzo di me; adesso, un decennio tondo dopo, quel pezzo lo stanno restituendo. In punta di piedi, gli album tornano a popolare i miei giorni e insieme alterniamo lacrime e sorrisi.

king vic

E siccome i cerchi ogni tanto si chiudono, è di stretta attualità la pubblicazione per Jimenez di “Non fare stronzate, non morire”, memoir lucido e commovente scritto da Kristin Hersh. Leggetelo: vi farà male ma bene. Come le Canzoni di quest’uomo, che figura tra i più grandi songwriter di sempre perché ha cantato la vita. Ha colto le rivelazioni nascoste nel quotidiano, in lui, in noi. Ha preso gomitoli di emozioni e li ha srotolati in brani che sono una coltellata al cuore e ci ricordano di essere vivi. Di curare la memoria, perché altrimenti fingiamo di vivere. Non sia mai.

Di quel pomeriggio ricordo particolarmente questo: terminata la conversazione telefonica, Vic era fisicamente nella stanza. Per la forza di ciò che aveva detto e di una musica larger than life. Così che, riflettendo su quella giornata di novembre e sugli accadimenti successivi, mi sale una commozione incontrollabile, però anche una voglia di Bellezza eterna che apre gli occhi e spinge ad abbracciare il mondo. Sul gesto con il quale l’artista georgiano pose fine ai suoi giorni non esprimo giudizi. Nessuno dovrebbe. Il suicidio è una questione privata. E benché ci sforziamo di ignorarlo, il blues pesa in spalla dalla nascita e alcuni non lo reggono. Siamo umani e dobbiamo mostrare umanità. Così sia.

vic singing

Preferisco pensare agli amabili resti. A Canzoni meravigliose, sincere da schiantarti il cuore e figlie della franchezza e dell’umiltà dei veri Grandi. A un concerto milanese del marzo 2009, chiuso investendo Everybody Hurts di un’aura liberatoria tuttora conficcata in chi c’era. A quella voce, sottile e insieme robusta come un filo che ondeggia al ritmo del vento. A una poetica intima che si trasforma in sentire universale, per descrivere la quale sono stati tirati in ballo con piena ragione Frank Kafka ed Emily Dickinson. Insomma: Vic Chesnutt non era nato per categorie ferree. Apparteneva a un’epoca antica e a essa si sarebbe ricongiunto. Era un cantore accompagnato da un’ombra.

Non mi riferisco al flirt con la morte che lui stesso cantò: intendo l’enigma che conquistava consegnando un rebus da risolvere. Sembrava di non averlo perfettamente a fuoco, lui che come pochi si è lanciato oltre il muro tra performer e pubblico e svaniva dentro la musica, austera al punto da non poter levare una nota, un sospiro, un accordo. Tutto stava – starà per sempre – nella sua chitarra logora e nelle sue corde vocali: pathos e conforto, rabbia e tristezza, sogni e ricordi. Ultimamente penso alla luce che non si spegnerà mai, anche se ci ha negato la gioia di un happy end. Mi ripeto che di un uomo si conservano i gesti e le parole che ha regalato agli altri, non quelli che ha tenuto solo per sé. Grazie infinite, Vic.

Grant, Robert e tutti quelli che conosciamo

Ci sono mille maniere di vivere e spesso sono loro a scegliere (per) noi, illudendoci del contrario. Nella storia dei Go-Betweens non vi è mai stato nulla che possa essere ricondotto alla convenzionalità, per la semplice ragione che non si trattava “solo” di un gruppo. Se chiedete al critico preparato e serio, costui spiegherà con dovizia di particolari che sono stati una delle formazioni che ha raccolto meno in rapporto a quanto seminò, fondendo new wave e sixties-pop in una sfoglia emotiva da intellettuali in netto anticipo sugli Smiths.

L’appassionato puro e semplice, confermando tutto ciò, vi dirà che la band guidata da Robert Forster e Grant McLennan era qualcosa di unico. Il fantastico frutto di un’amicizia nata all’università e interrottasi tragicamente. Ed è soprattutto di questo che Robert parla in “Grant & Io”, memoriale fresco di pubblicazione in Italia per Jimenez Edizioni: dell’intreccio di due vite, osservato da quella rimasta qui mentre il peso dell’altra cresce ogni giorno.

Grant e io

Si tratta di letteratura, insomma. Robert – oltre a essere un eccelso songwriter – scrive di musica sulla rivista “The Monthly” con lo stile partecipato e attento che ritrovo qui. Lo stile che scandaglia i meccanismi dell’industria e le nervature di canzoni e album, che spiega l’ineffabile chimica tra due menti, che trasporta altrove nel tempo e nello spazio tenendoti al suo fianco. Di conseguenza, il primo consiglio è: comprate “Grant & Io” e leggetelo d’un fiato. Se non siete fan dei Go-Betweens, lo diventerete subito; se invece li seguite da sempre, già l’avrete divorato e allora vi abbraccio fraternamente.

L’altro consiglio: tenete a portata di mano i fazzoletti, perché ci si commuove. Per lo slancio di speranzosa gioventù e un divertito cinismo che trascolora in disillusione davanti allo showbiz; per il tempo che passa, con le occasioni perdute e la felicità di tornare a suonare insieme; per la forza che serve ad affrontare “il” distacco. Per addii, arrivederci, bohème, famiglia, litigi, sfascio. Per quel quiet heart che manca come l’aria.

R & G

Il tono rimane tuttavia sempre puntuale ma lieve, anche quando i protagonisti si incamminano su brutte strade. Scelta perfetta dettata dalla profondità dei sentimenti, che scatena empatia e commozione. Così l’epilogo, inevitabilmente amaro, tratteggiato in capitoli di bellezza malinconica che per l’autore immagino siano stati qualcosa di simile a una terapia o a una catarsi.

Nelle prime pagine, costui immagina che del libro si tragga un film e ne propone l’inizio. Non vi rovino la sorpresa, limitandomi ad annotare che ognuno può terminare quella pellicola come crede: il materiale non manca. Il mio finale è ambientato a Brisbane. C’è un uomo di mezz’età che all’alba cammina su un ponte, scelto non per caso. Guardandosi attorno tra le lame del sole nascente, in quel momento capisce che anni prima un gruppo proveniente da quei luoghi gli ha cambiato l’esistenza. Dissolvenza sulle note di Cattle And Cane. Grazie infinite, Grant & Robert.

Il futuro, che bella ipotesi

Terzo anno di blog alle spalle e terza lista di preferiti. Mai avrei pensato né sperato di spingermi così in là eppure eccoci, care lettrici e cari lettori, a tirare le fila di altri dodici mesi. Mesi che hanno offerto una vendemmiata copiosa e succosa come non ne ricordavo da lungi e tale da imporre scelte drastiche per il giochino del meglio di. Il finale di decennio è insomma esaltante non solo facendo la “tara” sull’attualità: iniziati in sordina, gli anni ‘10 hanno alzato testa e asticella tornando a versare umanità nella musica. Forse perché nella babele contemporanea ci si è resi conto che l’ironia post non basta più. Forse perché il tempo stringe. Forse perché si tratta di un’ultima fiammata o dell’ennesimo ciclico risveglio della bestia rock. Staremo a vedere.

Di fatto, riemerge il desiderio di comunicare che – annotava Tolstoj a fine Ottocento – sta alla base dell’arte. Gioisco e rimango in ambito letterario citando William Faulkner, secondo il quale il passato non muore mai. Interpreto il tutto come una conferma che lo ieri è il propellente nella corsa verso un avvenire e non una zavorra colma di nostalgia canaglia. Sessant’anni di popular music lo dimostrano, siccome (a prescindere da linguaggi, epoche, stili) nel cuore e nella mente resta ciò che intreccia l’esistente con una visione ampia, cristallina. E con la forza con la quale racconta: lo stato del mondo, dei sentimenti, del tempo che scorre impietosamente o di se stesso, non importa. Importano il gesto e l’esito. Importa ricordare che senza radici non ci sono né tronco né rami.

magoo best 2018

Ragion per cui, in un elenco lievemente allargato per i suesposti motivi – e meno male che sugli scaffali c’è posto per tutti – trovate decostruzionismo dopo-rock, etnotronica militante, zibaldoni psichedelici, folk geneticamente mutato e modernamente classico, Grandi vecchi, giovani e di mezza età, Signore e Signorine che si beffano degli stereotipi. Traete le conclusioni che riterrete più consone, e magari poi ragioniamoci sopra assieme.

Intanto vi saluto con un paio di annotazioni. Low e Dirtmusic sono qualcosa di più che splendidi dischi. Rappresentano ciò che ci spinge a parlare di musica come di una forma di cultura viva. Sono la colonna spinale e sonora dei nostri giorni: simboli di un’era tribolata alla quale oppongono la propria Bellezza. E poi e infine: alcuni titoli appartengono ad artisti con l’età dei miei genitori e/o zii. Superata l’amarezza di cosa attende “in prospettiva” e l’intensità – talvolta quasi intollerabile – del passare al setaccio il proprio passato tramite le canzoni, sorrido. Ho la conferma che si può essere brand new e retro nello stesso istante, espanso oltre la finitezza della vita. E dunque, fratelli e sorelle, vi auguro un felice 2019.

turnable blonde

 

Del mio meglio, Vol. 2018

A Hawk And A Hacksaw – Forest Bathing

Neneh Cherry – Broken Politics

Ry Cooder – The Prodigal Son

Elvis Costello – Look Now

Dirtmusic – Bu Bir Ruya

Field Music – Open Here

Julia Holter – Aviary

Low – Double Negative

Nap Eyes – I’m Bad Now

Oneida – Romance

Red River Dialect – Broken Stay Open Sky

Ty Segall – Freedom’s Goblin

Spiritualized – And Nothing Hurt

Trembling Bells – Dungeness

Ryley Walker – Deafman Glance

 

Un mazzetto di ristampe

Gene Clark – Sings For You

Martin Newell – The Greatest Living Englishman

Tom Petty – An American Treasure

Peter Sellers & The Hollywood Party – The Early Years 1985-1988

Neil Young – Tonight’s The Night Live

 

Premio della critica “as time goes by”:

Marianne Faithfull – Negative Capability

Premio della critica “livin’ blues”: 

Mark Lanegan & Duke Garwood – With Animals

 

 

 

Buffalo Tom e Breeders: adult oriented indie rock

Fu un ritorno particolarmente gradito non solo per questioni di cuore, quel Three Easy Pieces che nel 2007 riportava i Buffalo Tom sulle scene. Ci sentivo tutta la grandezza della formazione americana senza che il passato divenisse presenza ingombrante o, peggio ancora, schiacciante. E pazienza se sette anni or sono Skins si raccontava episodio appena discreto nel quadro di una produzione dalla media elevata. Bene lo stesso, siccome non avevo nulla da chiedere agli artefici di Let Me Come Over, Capolavoro che da un quarto di secolo – festeggiato nel 2017 con ristampe e concerti – troneggia nei dischi della vita di tantissimi, chi scrive incluso. Tuttora scintillante, il suo matrimonio tra rock classico e prefissato indie fu l’evoluzione che stracciò la maligna etichetta “Dinosaur Jr. jr.” all’inizio affibbiata ai ragazzi in ragione di evidenti assonanze.

Ammettiamolo: fu pigrizia ingenerosa e venne puntualmente smentita. E ammettiamo anche che il boom alternative appare oggi distante “ma anche” vicinissimo. Per gli echi che possiamo ascoltare ovunque, per i ritorni celebri – leggete più avanti al proposito – e per la mediocrità che spesso affligge le nuove leve. Dati nondimeno insufficienti a spiegare fino in fondo l’attualità di un impasto tra lirismo a squarciagola, chitarre stellari, innodia e romanticismo. C’è altro. C’è uno spirito che della nostalgia canaglia se ne frega e che, usando il linguaggio sonoro che trova più consono, si confronta con la maturità. Per questo non scadono in pantomima l’acustico sentire frustato d’elettricità e un’emotività che racconta il mondo tra le righe.

buffalo tom

Su tali pilastri il gruppo formatosi ad Amherst (lì nacque e visse Emily Dickinson: accarezzo l’idea che non si tatti di coincidenze) ha costruito una carriera che avrebbe meritato di più commercialmente. Tuttavia così va la vita e tocca farsene una ragione, in parte confortati dall’evidenza che costoro non hanno fatto la fine di sua mediocrità Evan Dando. E che mai la faranno. L’album numero nove Quiet And Peace suscita infatti paragoni attitudinali con i Teenage Fanclub e, quel che più conta, applausi: quando i tre pigiano sull’acceleratore (All Be Gone, Lonely Fast And Deep, Slow Down), quando dipingono robusti quadretti remiani (Roman Cars, Freckles), quando affrontano le radici nell’autografa See High The Hemlock Grows e in una The Only Living Boy In New York a firma Paul Simon. Alla voce compare Lucy Janovitz e, sì, è la figlia di Bill. Gesto colmo di significato, da veri Signori. Alzi la mano chi ne dubitava.

Aria di Novanta… contemporaneamente al trio del Massachusetts riecco anche le Breeders originali (a beneficio di giovanissimi e smemorati: le sorelle Kim e Kelley Deal; l’inglese Josephine Wiggs; il maschietto Jim Macpherson) rinvigorite a dovere. Dopo la riproposizione “live” dell’epocale Last Splash, dimostrano anch’esse di aver recuperato quell’alchimia che latitava negli ultimi album. Non avete idea del piacere di renderne conto o forse sì. Un piacere per certi versi simile al vedere Kim Deal confermata nel ruolo di autentico motore dei Pixies. Parlo del momento in cui la puntina si posò su Pod e sulla succitata venticinquenne replica. Sembra ieri e che favolosi scherzi gioca Cronos di tanto in tanto, considerando che bastano quegli splendori a cancellare il Black Francis solista e l’insensata reunion dei Folletti.

Breeders

Tornando al qui e ora, il rischio rimaneva il solito e cioè che le celebrazioni si risolvessero in un “come eravamo” patetico e privo di senso. Era esattamente l’inutilità di fondo il morbo che affliggeva Mountain Battles e Title Tk, lavori (di una band composta da Kim più mediocri comprimari: questa una plausibile spiegazione) apprezzabili per la determinazione ad allontanarsi dai cliché e viceversa deludenti nell’esito. Uno scolorito timbrare il cartellino che non si addice(va) a gente di blasone e talento siffatti e bravissima la diretta interessata a capirlo. La mezz’ora abbondante di All Nerve spiega già dal titolo un’urgenza libera di donare fresca linfa agli ingredienti di sempre: l’esecuzione ruvida e accurata; un melodiare sorto però pure a presa rapida; quella dinamica “loud/quiet” entrata nel lessico rock tramite i Nirvana.

Ascoltatela luccicare in Nervous Mary e Wait In The Car, in Skinhead #2 e Blues At The Acropolis: coppie che, rispettivamente, inaugurano e sigillano un LP solidissimo che va giù tutto d’un fiato e cresce con gli ascolti. Un LP che nel mezzo sistema oasi di obliqua dolcezza (la title-track, parente prossima di I Bleed; Dawn: Making An Effort, che “Spin!” dice perfetta per un film di David Lynch: concordo pienamente), sensualità ombrosa (Metagoth, Howl At The Summit), gomitoli che avvolgono inesorabilmente (l’apice Spacewoman, la crepuscolare ballata Walking With A Killer) e la fenomenale appropriazione di Archangel’s Thunderbird degli Amon Düül II. Di nuovo, come per i Buffalo Tom, è un brandello di storia sfidato ad armi pari, un altro cerchio chiuso. Sono altri applausi, soprattutto altra classe. Chapeau.

 

 

 

D’amore e altri delitti

Cantava Ian Curtis che l’amore può farci a pezzi. Del resto il Sentimento Sommo si è disegnato così: rugginoso come un coltello o lieve come il respiro in inverno, entra nella vita senza chiedere permesso e scombina tutto. Quando sparisce non lascia biglietti, perché presto o tardi ritornerà. Così non smettiamo di credere in lui, sebbene tra una visita e l’altra ci pieghiamo sotto ricordi tristallegri, sensazioni assenti, aspettative frantumate. Finché un bel giorno – fateci caso: quel dì non piove mai – i cocci si sono arrotondati, brillano e non fanno più sanguinare. Chissà che la prossima volta quel birbante non decida di fermarsi per sempre…

Da par loro, gli scrittori di canzoni ne sanno ben più di qualcosa. Hanno la (s)fortuna di raggiungere milioni di persone ragionando sulle sciagure sentimentali. Autentiche o romanzate, non importa. Conta che un vinile divenga il luogo dove l’esperienza personale trascolora in universale; conta che l’ascoltatore si riconosca e si senta meno solo. La tradizione delle pene d’amor perdute è tagliata su misura per il songwriting e, lungo una strada non a caso lastricata di capolavori, conduce là dove l’amore fa male però bene.

blood-on-the-tracks

Giusto allora iniziare un rapido excursus dall’uomo che più di ogni altro ha segnato il secolo scorso: in Blood On The Tracks Bob Dylan distillava rancore e lo convertiva in poesia tramite vertici come Tangled Up In Blue, Shelter From The Storm e Buckets Of Rain. In un Classico che sancisce il definitivo addio ai Sessanta, spostava l’accento da “noi” a “io” riflettendo su una tormentata separazione e affidando a versi che qui esplodono e là ripiegano su se stessi la gamma di sentimenti racchiusa tra l’amara If You See Her, Say Hello e una rabbiosa Idiot Wind. Condotto da una voce inimitabile e un tessuto strumentale spartano però efficacissimo, di rado il tuffo in un pozzo d’ira e nostalgica recriminazione è stato tanto meraviglioso.

In un 1975 che gronda scontento e riflusso anche Paul Simon transita sotto analoghe forche caudine. Del vendutissimo Still Crazy After All These Years bisogna nondimeno leggere i testi per capirlo, giacché gli strascichi del divorzio sono avvolti in un jazz-rock solo a tratti ombroso e amarognolo. Coppie che scoppiano e altre che si ricongiungono: nella dolce My Little Town si riaffaccia Art Garfunkel e non sarà tutta colpa di Freud, altrimenti come spieghi l’appiccicosa 50 Ways To Leave Your Lover e il gospel’n’roll Gone At Last, il sax che scartavetra Have A Good Time e un’immensa Silent Eyes che diverge dal tema affrontando l’Olocausto?

paul simon

La spiegazione si chiama “talento supremo”. Esperta navigatrice delle maree emotive, in carniere Joni Mitchell vanta almeno due capi d’opera ed è il secondo in ordine cronologico a raccattare frammenti di vita per conferirgli un senso. Nell’anno del bicentenario americano, la Signora del canyon percorre in auto la terra d’adozione e raccoglie gli appunti seminati in Hejira tra folk trasparente (Coyote, Amelia) e fantasmatico (A Strange Boy), metafore indecise tra sogno e realtà (Song For Sharon, Black Crow) o polaroid in jazz (Refuge Of The Road).

Sulla sponda opposta dell’Atlantico il colosso Richard Thompson ha sempre sfoggiato una rara chiarezza di visione, sia nei Fairport Convention che da solo e con la (ex) consorte Linda. Del mazzo di LP editi con costei è l’ultimo a figurare nel club dei lonely hearts. Composto due anni prima ma temporaneamente accantonato, nell’82 Shoot Out The Lights sanguina folk-rock severo ed elegante, profetizzando l’allontanarsi del duo in un botta e risposta di ugole e corde magiche. Più che altrove, nella vespertina Just The Motion, nella dolente Did She Jump Or Was She Pushed e nell’innodica Wall Of Death.

 beck[1]

A volte ci si (ri)costruisce un domani vestendo ricordi e speranze con colori che paiono antichi e invece trattengono con sé la modernità. A inizio millennio Beck sorprendeva con la quiete apparente di Sea Change, meditare sulla separazione da Winona Ryder che chiudeva temporaneamente in un cassetto lo stupefatto cinismo della Generazione X e le mirabolanti contaminazioni rifugiandosi in alvei elettroacustici (The Golden Age, It’s All In Your Mind) e ossimori sonori (Lost Cause), in orchestrazioni spedite dietro ai moti dell’anima (Paper Tiger, Lonesome Tears) e reinvenzioni drakiane (Round The Bend, Side Of The Road). Sintesi perfetta di antico e moderno che consegnava un apice in seguito mai più raggiunto.

Annotazione che vale anche per Jason Pierce, rientrato ventuno anni fa nella Storia – già vi erano stati gli Spacemen 3 – con Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space. Parte integrante del DNA di Mr. Spaceman è la caparbietà con la quale esorcizza crisi esistenziali e di salute attraverso il potere catartico del suono. Essendo il presupposto di Ladies And Gentlemen… l’addio dell’Astronauta a Kate Radley, fidanzata e tastierista della band che gli aveva preferito il clone Richard Ashcroft, l’alterazione mentale si fonde all’afflizione in un album immane e unico. Psichedelia che si fa gospel che si fa wall of sound spectoriano sul confine (im)possibile dove Philip Glass produce gli MC5 e i Suicide nascono a New Orleans, scaglia nel più alto dei cieli melodie di una bellezza che sbrindella l’anima.

Ladies-and-Gentlemen-We-Are-Floating-in-Space_1[1]

Il ritorno sulla terra sarà relativamente più agevole accostandosi a Domestica, che nel 2000 esemplificava al mondo l’emocore, evoluzione ultima del punk piegata nella sincerità confessionale dell’hardcore. In un ambito assai affollato, i Cursive – band del Nebraska che ruota intorno al cantante Tim Kasher – si sono ritagliati un ruolo primario soprattutto in ragione di questo terzo LP. Strutture complesse, canto espressionista e oblique allegorie incentrate sul disfarsi della vita coniugale compongono un intenso rosario di canzoni. Come spie nella casa dell’amore che non c’è più, gioielli della caratura di The Martyr e A Red So Deep sigillano il genere un attimo prima che si trasformi in baggianata per adolescenti.

Chiude il cerchio Justin Vernon/Bon Iver, ennesimo cantautore nascosto dietro una sigla “da gruppo” che un decennio fa debuttava con lo scintillio For Emma, Forever Ago. Oggi Justin per lo più suscita sbadigli, ma all’inizio fu un moderno Thoreau disilluso dall’amore che leniva le ferite nei boschi del Wisconsin. Dopo alcuni mesi in parte spesi a spaccare legna e camminare per “svuotarsi” fisicamente, offriva saggi di post-folk minimale e accorato che trascinano dentro l’essere umano. Incurante di epoche e mode, è un’opera destinata a durare nel tempo come le altre che ho radunato qui, per testimoniare quanto soffrire lasci tracce indelebili e come queste cicatrici, in qualche bizzarra e fascinosa maniera, ci possano cullare. Anche se only love can break your heart, buon San Valentino a tutti…

 

Il mondo senza Mark E. Smith

Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.” (F.S. Fitzgerald)

Nella mia breve carriera di giornalista ho scritto solo uno di quegli articoli che passano sotto il nome di “coccodrilli”. Fu per il Grandissimo Bert Jansch e accettai di buon grado nonostante l’impaccio e una certa difficoltà latente. Il fatto è che vivo il lutto in maniera profondamente riservata. Nella vita credo non vi sia dolore più grande del distacco, dell’andare avanti con le spalle più pesanti senza qualcuno di importante. Ora il mondo è un luogo viepiù triste e noioso perché Mark Edward Smith non è più tra noi.

Non starò a ripetere quanto già saprete: i dettagli di cronaca mi interessano poco o nulla. Conta che mi senta scombussolato e confuso al punto da fare un’eccezione. Conta che lo spirito più punk di sempre sia scomparso poco prima di superare i sessant’anni. Conta che non uscirà mai più un nuovo disco della sua (e solo sua) band. Abbiamo una certezza in meno, insomma. Un album dei Fall fresco di stampa era una sicurezza come Lucy che toglie il pallone quando Charlie Brown sta per calciare o il nubifragio che arriva dopo aver lavato l’auto.

young mes

Così la vita ci aveva illuso fino a ieri mattina. Nondimeno tocca farsene una ragione: i musicisti invecchiano e scopri che da quel punto di vista non sono semidei e che il tempo sottrae un mattone dopo l’altro alla diga del rock‘n’roll. Il groppo alla gola non accenna a diminuire, anche se la rabbia è in parte lenita dall’accettazione che le cose vanno così. Quello che davvero sconvolge è la frattura interiore creata dalla scomparsa “fisica” e dal fatto che, grazie a un dischetto metallico e a un tondo di plastica più largo, questa gente rimarrà viva finché non toccherà a me. Che scherzi giocano Arte e Destino, eh?

Ad esempio, l’amarcord che lascia addosso un dispiacere stridente, strani graffi sotto pelle, il passato che torna avvolto in una nebbia luccicante. Tuttavia in questa giostra una certezza la posseggo: cinico sin nel midollo – sospetto però che sotto la corazza nascondesse un peculiare romanticismo – Mark scatarrerebbe con il suo accento nordico e lo sguardo da monello ingegnoso su questo e su ogni altro ricordo che leggerete. Farsi sbeffeggiare un’ultima volta da uno dei miei (anti) eroi, comunque, val bene una manciata di righe ed ecco.

MESV

Giusto così, poiché la sua essenza era badare al sodo e su tale presupposto ha costruito un jukebox ribelle minimale e aspro. Mescolanza di kraut, sixties e art-rock, il caracollare ritmico in apparenza monotono, la chitarra tagliente e la tastiera che spatola due note sorreggevano il teatro della crudeltà partecipata del Signor Smith, seduto nell’angolo del pub a mugugnare. Questo fantastico equilibrio tra irruenza e avanguardia rappresenta l’anello di congiunzione tra Monks, Can, Beefheart, rockabilly e Canterbury – avant-garage si definivano i Pere Ubu: in questo caso vale eccome – e vanta infiniti tentativi di imitazione e l’adorazione di John Peel.

Pienamente giustificata, perché siamo al cospetto di un Genio. Di uno che, raccolta la fiaccola da Ray Davies tramite taglienti ritratti di britishness e una magistrale rilettura di Victoria, ha dimostrato che si può essere intellettuali proletari pur fregandosene di gloria, onori, ricchezza. Entrare nella Storia della musica popolare e contribuire a modellarla è il vero riscatto sociale. Alla faccia di tutto e di tutti. Stammi bene ovunque tu sia, hip priest.

La regola del sette: my best of 2017

Hai voglia a lamentarti come un vecchio barbogio, rimpiangendo epoche non così lontane – o forse sì? – nelle quali ogni settimana uscivano dischi della madonna. Siccome col tempo e l’età diventiamo tutti più esperti e smaliziati e il rock ha da lungi completato il proprio ciclo evolutivo, succede spesso. Magari senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Poi arriva il fatidico anno. Quello col numero magico, che smentendo una nota canzoncina non è tre ma sette.

A partire dai Sixities, quella dozzina di mesi rappresenta uno snodo epocale o comunque regala mietiture importanti, e, benché con esiti logicamente non paragonabili all’Età d’Oro, anche il calendario che presto leverò dalla parete ha offerto cose sostanziose, finanche sopra la media dell’ultimo lustro. Che non se ne possano trarre conclusioni o vaticini è cosa alla quale abituarsi mentre navighiamo nel mare magnum della sovrapproduzione e inseguiamo le nostre comete preferite. Il futuro è da sempre un’ipotesi, a maggior ragione oggi.

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Pertanto assecondo di nuovo il giochino bonariamente nerd di stendere un elenco che riassuma la mia annata, sperando che contenga la “filosofia” con la quale cerco musica. In caso contrario, voglio essere esplicito: mi piace quella che lascia il segno sul cuore e/o sul cervello; quella che vive in luoghi fantastici, dove ragione e sentimento dialogano e si scontrano solo per volersi ancor più bene. Quella musica lì, ecco.

Nel 2017 ne ho rinvenuta di diversa fattura, lanciata oltre le barriere stilistiche e racchiusa in lezioni di gusto, intelligenza, stile. Faccende bellissime che hanno contribuito a farmi dimenticare lavori deludenti e insignificanti, ma che soprattutto spiegano una volta di più quanto non possa darsi un senso all’attualità della “cosa rock” se si prescinde dalla memoria. La nostra e la sua.

Steve mcqueen

E se il nuovo millennio insegna qualcosa, è proprio che nell’eterno presente figlio del tempo orizzontale di Internet nulla è più fuori moda o “hip”; che in un bacino così sconfinato, guardarsi indietro significa di conseguenza guardarsi attorno e pure avanti; che bisogna distillare il mondo, l’esperienza e il vissuto nelle canzoni. Perché queste ultime sono ciò che resterà ai posteri.

Così, quando credi di aver ascoltato tutto, spunta un altro inaudito a elargire brividi, eccitazione, gioia come quando ogni settimana eccetera eccetera. Bene: vi ho tediato a sufficienza. Le liste potete leggerle qui di seguito. Nel prendermi un paio di settimane di vacanza, vi abbraccio con affetto. Che la forza (soul sonica) sia con voi!

cannot choose

 

Una leccornia al mese

Algiers – The Underside Of Power

Black Angels – Death Song

Mark Eitzel – Hey Mr. Ferryman

GY!BE – Luciferian Towers

Heliocentrics – A World Of Masks

Gun Outfit – Out Of Range

LCD Soundsystem – American Dream

Michael Head & The Red Elastic Band – Adios Señor Pussycat

Magnetic Fields – 50 Song Memoir

Randy Newman – Dark Matter

Tinariwen – Elwan

Shannon Wright – Division

 

La crema del resto

Michael Chapman – 50

Steve Earle – So You Wannabe An Outlaw

Feelies – In Between

Robyn Hitchcock – s/t

Chris Forsyth & The Solar Motel Band – Dreaming In The Non-Dream

Moonlandingz – Interplanetary Class Classics

Thurston Moore – Rock ‘n’ Roll Consciousness

John Murry – A Short History Of Decay

Slowdive – s/t

Mavis Staples – If All I Was Was Black

Jane Weaver – Modern Kosmology

Wire – Silver/Lead 

 

Il mazzetto di saporite ristampe

AA.VV. – Hustle! Reggae Disco

Basement 5 – 1965-1980/In Dub

Dub Syndicate – Ambience In Dub 1982-1985

Ralph McTell – All Things Change: The Transatlantic Anthology 1967-1970

Neil Young – Hitchhiker

Moonlandingz: mad dogs and Englishmen

Sono Pazzi Questi Post-Poppettari. Solo parafrasando Obelix trovo il modo di iniziare a raccontare Interplanetary Class Classics, l’esordio su LP dei Moonlandingz. Esordio faccio per dire, siccome trattasi di un progetto partorito dalle menti malate di Lias Saoudi a/k/a Johnny Rocket e Saul Adamczewski (dei favolosi Fat White Family) più quegli Adrian Flanagan e Dean Honer (poco) noti al mondo come Eccentronic Research Council. Tipi tosti dotati di estro e creatività superiori alla media d’oltremanica, hanno pensato di trasformare in realtà una band immaginaria presentata in un album concept dagli stessi Eccentronic. L’unione fa la forza? Assolutamente sì!

moon ladz

Tanto vale dirlo subito: Interplanetary Class Classics è una sarabanda di sintetizzatori, chitarre e ritmi motorik dove non si cazzeggia dietro velleità artistoidi. Ci sono le canzoni e un suono intrigante il giusto. Pochi ascolti e dall’ingannatrice patina kitsch emergono gli attributi, l’attitudine post-modernista, le disinvolte sintesi stilistiche. E ancora:  registrazioni supervisionate da/con Sean Lennon, ospiti Phil Oakey (!), Yoko Ono (!!) e Randy Jones alias il cowboy dei Village People (!!!). Senza la sostanza tutto rimarrebbe comunque una curiosità per stuzzicare i barbuti malvestiti che lamentano come l’indie-rock non sia più quello di una volta. Certo, di quando loro frequentavano la prima elementare…

Non voglio però sottrarre ulteriore spazio a un lavoro ottimo che, traendo vigore e senso dall’armonizzazione di estremi, cammina sicuro sul filo tra realtà e finzione, tra politica ed escapismo, tra sguazzate nel camp e calci in faccia. Insomma, ciò che avrei voluto sentire dai Primal Scream dopo More Light o dai Kills in un’intera carriera. Badando al sodo, questo bollente infuso glam-techno-pop – spesso danzabile: alla batteria chiude il cerchio Ross Orton, già negli Add N To (X) – possiede un’anima che appartiene ad apocalittici che mai si integreranno, come fosse un BBC Radiophonic Workshop festaiolo fondato nel ’77 a Sheffield da Fall e Sparks.

Moonlandingz

Sulla scrittura la ghenga ha lavorato bene, saldandola all’innata vena di sana follia per assestare gustose spallate alla piattezza. Black Hanz minaccia rutilante e cingolata con arguta trasversalità pop tra Clinic e Black Angels; The Strangle Of Anna è definita dai diretti interessati la “formula vincente Velvet/Mary Chain/ABBA”, e va benissimo se scambiamo una figurina con Suicide e Raveonettes; The Rabies Are Back vede Matt Johnson e Mark E. Smith rifare Shoulder Pads in overdose di vitamine. Se Lufthanza Man è un pacco bomba da (La) Düsseldorf che invece di esplodere si scioglie in una coda di archi, lo zozzissimo (occhio al testo…) elettro-blues bolaniano Glory Hole vede i Soft Cell spargere sordidezze con Cowboy Randy in un infimo locale notturno.

Là, dove i battenti sono aperti dai lustrini e dai fumi di benzina di Vessels e la nottata offre le pochade I.D.S., Sweet Saturn Mine e Neuf De Pape. Il mattino incipiente, ci si saluta sul riassunto The Cities Undone, la Ono e Oakey a intonare mantra noise-funk su una cavalcata memore di Tomorrow Never Knows. Stordito e ammirato, cedo infine la parola ad Adrian: “L’album è una celebrazione di chi è ai margini. Vogliamo raggiungere persone che cercano una voce nell’oscurità e una discoteca malmessa che gli riaccenda il fuoco nell’anima”. Missione compiuta, ragazzi.

La sofferta maturità dei Tinariwen

Proprio quando temevamo l’approssimarsi dei cliché, i nostri ribelli preferiti ci hanno preso in contropiede. Ammesso e non concesso che dei Tinariwen ci si possa stancare, gli ultimi Tassili ed Emmaar indicavano la volontà di allontanarsi da formule artisticamente vincenti ma in nessuno caso limitative. Ulteriore segno di grandezza da parte di un collettivo che unisce la fiera protesta a canzoni sferzanti e visionarie; da parte di gente che mai ciancerà di rivolta in un hotel a cinque stelle perché i proiettili li ha sentiti fischiare vicinissimi. Da questo punto di vista, la band africana incarna la massima riportata nella busta di Warehouse: Songs And Stories secondo cui la rivoluzione inizia da una consapevolezza interiore.

Per questo motivo i loro dischi, così inscindibili da vicende drammatiche reali, si appiccicano all’anima e vibrano e scuotono come di rado accade. Dicono che sia una delle qualità del Genio; tra le altre, ci metterei il muoversi costante attorno alla propria cifra autoriale. Penso a Bob Dylan, a James Brown, ad Ali Farka Touré: la conferma non si fa attendere. Per una questione di prospettive, infatti, i Tinariwen sperimentano “contaminandosi” con l’occidente mentre (come ognuno, ovunque, in qualsiasi epoca) cercano il dialogo con le radici e il presente. Una ricerca che per loro chiude un cerchio riportando il rock dove tutto è iniziato, perché le persone dimenticano la storia ed è prima di tutto nelle menti che certi confini si formano.

Tinariwen

Ragion per cui, anche se da decenni combattono per rivendicare spazio in una terra nella quale non abitano dal 2014 perché occupata da fondamentalisti islamici che attentano alla loro vita, i Tinariwen seguitano a proporre un messaggio di integrazione splendido per come – in maniera simile agli Specials – le questioni artistiche assumono profondi valori umani. Una cosa cui non siamo più abituati che rappresenta l’elemento per così dire “intimo” di Elwan, settimo album il cui titolo significa “elefanti” e nondimeno nulla vi è di monolitico in brani che, realizzati lontano da casa per le suesposte ragioni, affrontano le difficoltà alternando riflessioni e speranze.

La cronaca mi impone di riferire che in tre le occasioni e altrettanti luoghi si è lavorato alla scaletta, benché la compattezza sia tale da cancellare cesure tra quanto registrato negli studi Rancho De La Luna (non per caso situati nel ténéré americano Joshua Tree…) con Matt Sweeney, Kurt Vile e Mark Lanegan, in un’oasi marocchina insieme a giovani musicisti locali e un ensemble gnawa, infine sul suolo francese. Annotazioni di un certo peso, queste, poiché una scelta frutto della stretta necessità acquisisce un senso altro, indicando come il mondo possa rivelarsi un’unica spianata di (apparente) desolazione e quanto le differenze scompaiano là dove ci si smarrisce allo scopo di ritrovarsi.

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Elwan segna al tempo stesso l’immersione nella carica ritmica delle percussioni e in una meditabonda malinconia di chitarre e voci, lungo un sentiero che avvolge nelle corali Hayati e Talyat, che trascina con l’impeto spagnoleggiante di Assàwt, che dipana l’onirica psichedelia della Nànnuflày con ospite un Lanegan debitamente misurato. Nel resto di un programma che altrove consolida e sintetizza un linguaggio sonoro unico, esaltano esempi di orgogliosa mestizia – quindi di blues nell’accezione più piena – come Fog Edaghàn, Arhegh Ad Annàgh e Nizzagh Ijbal, la crepuscolare Ittus, una Sastanàqqàm che detona funk delle sabbie possente, ancestrale, elegantissimo. Musica da sentire con il cuore prima che con la mente. Musica più del solito meravigliosa. Accomodati, maturità. Sei la benvenuta.