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Tempi draconiani: polaroid dal 2019

Come da grandi poteri derivano grandi responsabilità, così i tempi difficili richiedono scelte difficili. Dracone fu un legislatore ateniese noto per l’estrema severità ed ecco spiegato l’aggettivo che leggete qui sopra. Chiusa la parentesi “Rob Brezny”, vengo al punto: ci sono giorni nei quali il mondo pare prossimo al collasso. Tra fascismi, disastri ambientali, crisi economiche e sociali, sperare in un futuro decente equivale a osservare una linea sempre più sottile che, sull’orizzonte annebbiato, potrebbe anche rivelarsi un miraggio. Però non mi arrendo. Giammai.

Perché se iniziamo tutti a farlo è davvero la fine. Perché se l’attualità insegna qualcosa, è che certe decisioni quotidiane apparentemente trascurabili sono il punto di partenza per mutare accadimenti di portata globale. Casomai qualcuno stia storcendo il naso e cianciando di retorica, suggerisco di rileggere le note interne di Warehouse: Songs And Stories. Che una rivoluzione possa iniziare ogni mattina di fronte allo specchio del bagno è cosa nella quale credo da una vita e nella quale sempre crederò. E questo blog è il mio modo per offrire qualcosa che faccia vivere meglio, anche solo per qualche ora. Per questo, sentitevi liberi di commentare, suggerire, consigliare. Sono tutt’orecchi.

best 2019

Intanto, un anno nuovo porta seco il “meglio di” del suo predecessore, dunque non indugio oltre. Alla luce del sensazionale raccolto scorso pensavo che avrei faticato a radunare un po’ di dischi significativi, ma del 2019 conservo un tesoretto vivo, bello, eterogeneo. Ecco umanisti elettronici in nuovi mondi verdi, artigeni che assemblano la contemporaneità con il passato, ragazze che ci sbatacchiano chiappe e cervello, forme mutanti di folk, soul e pop… E poi: colorate nostalgie di avveniristici ieri, esempi di spontanea complessità, ritorni e rinascite. Al solito, non ha senso trarne predizioni che esulino dai gusti personali.

L’unica costante è che la sovrapproduzione rende irrilevante ogni “punto della situazione” poiché i punti sono cento e anzi mille. Con tutta la storia a portata di click, la prevalente concezione orizzontale del tempo ha creato uno schiacciamento che spazza via corsi e ricorsi. Nulla può più essere “in” o “out” e, in fondo, questo è l’unico aspetto positivo della faccenda. Per il resto, il sistema come lo conoscevamo ha un piede sull’orlo dell’entropia o di un azzeramento pre-palingenesi. Staremo a vedere cosa accadrà. Intanto, questi dischi contribuiscono a rischiare la vi(t)a e a tenere accesa la fiammella della speranza. Perché la lucha sigue e la musica l’accompagna. Felice 2020, care lettrici e cari lettori.

schroeder best 2019

CUORE DAL 2018

AA.VV. – 3×4

QUINDICI PORTATE 

Bonnie “Prince” Billy – I Made A Place

Deerhunter – Why Hasn’t Everything Already Disappeared

Fat White Family – Serfs Up

Steve Gunn – The Unseen Inbetween

Brittany Howard – Jaime

Little Simz – Grey Area

Mega Bog – Dolphine

Mercury Rev – Bobbie Gentry’s The Delta Sweete Revisited

Modern Nature – How To Live

Moon Duo – Stars Are The Light

Rustin’ Man – Drift Code

These New Puritans – Inside The Rose

Tropical Fuck Storm – Braindrops

Ultramarine – Signals Into Space

Vanishing Twin – The Age Of Immunology

SAPORI ITALIANI: Basement 3, Jennifer Gentle, Massimo Volume, Two Monkeys, Uzeda

L’ENOLOGO CONSIGLIA: Big Thief, Wilco

CHEF DELL’ANNO: Robert Forster

 

Goodbye and hello: dieci anni senza Vic

Credi che la vita sia comunque degna di essere vissuta? Lo spero… beh… è una domanda veramente dura, hai fatto bene a lasciarla per ultima… come saprai soffro di depressione da sempre. Però c’è così tanta bellezza da scoprire e la vita è quello che possediamo. Proprio dietro l’angolo possono esserci meraviglie a portata di mano. Adoro tutto ciò e cerco di metterlo nelle canzoni. E’ la forza che mi sorregge e che credo si rifletta nei miei dischi. Sì… è tutto lì, nelle rivelazioni.

Ultimamente mi capita spesso di pensare che per davvero, citando Jennifer Egan, il tempo sia un bastardo. Però sa anche dirsi galantuomo, se parliamo di Arte. Lui scorre imperturbabile, ma qualcosa di noi resta mentre ci arrangiamo a vivere. Il che significa anche scegliere una strada e, pur sapendo che non sarai l’unico a percorrerla, fregartene. E incamminarti. Sono trascorsi dieci anni da che intervistai Vic Chesnutt per “Extra”, poco prima che decise di farla finita, e il succo di quei discorsi lo leggete nello scambio di battute sopra riportato.

Nella mia, uh… “carriera” è un momento ineguagliato e ineguagliabile, anche se non ho più riascoltato la cassetta con la nostra chiacchierata. Il nastro è rimasto in un’altra casa e in un’altra vita, che mancano come può mancare ogni cosa che lascia il segno. I dischi, tuttavia, ho iniziato a riascoltarli solo dallo scorso luglio. Qualcosa è scattato e ho capito che nel frattempo si erano portati via un pezzo di me; adesso, un decennio tondo dopo, quel pezzo lo stanno restituendo. In punta di piedi, gli album tornano a popolare i miei giorni e insieme alterniamo lacrime e sorrisi.

king vic

E siccome i cerchi ogni tanto si chiudono, è di stretta attualità la pubblicazione per Jimenez di “Non fare stronzate, non morire”, memoir lucido e commovente scritto da Kristin Hersh. Leggetelo: vi farà male ma bene. Come le Canzoni di quest’uomo, che figura tra i più grandi songwriter di sempre perché ha cantato la vita. Ha colto le rivelazioni nascoste nel quotidiano, in lui, in noi. Ha preso gomitoli di emozioni e li ha srotolati in brani che sono una coltellata al cuore e ci ricordano di essere vivi. Di curare la memoria, perché altrimenti fingiamo di vivere. Non sia mai.

Di quel pomeriggio ricordo in  particolare che, terminata la conversazione telefonica, Vic era fisicamente nella stanza. Per la forza di ciò che aveva detto e di una musica larger than life. Così che, riflettendo su quella giornata di novembre e sugli accadimenti successivi, mi sale una commozione incontrollabile, però anche una voglia di Bellezza eterna che apre gli occhi e spinge ad abbracciare il mondo. Sul gesto con il quale l’artista georgiano pose fine ai suoi giorni non esprimo giudizi. Nessuno dovrebbe. Il suicidio è una questione privata. E benché ci sforziamo di ignorarlo, il blues pesa in spalla dalla nascita e alcuni non lo reggono. Siamo umani e dobbiamo mostrare umanità. Così sia.

vic singing

Preferisco pensare agli amabili resti. A Canzoni meravigliose, sincere da schiantarti il cuore e figlie della franchezza e dell’umiltà dei veri Grandi. A un concerto milanese del marzo 2009, chiuso investendo Everybody Hurts di un’aura liberatoria tuttora conficcata in chi c’era. A quella voce, sottile e insieme robusta come un filo che ondeggia al ritmo del vento. A una poetica intima che si trasforma in sentire universale, per descrivere la quale sono stati tirati in ballo con piena ragione Frank Kafka ed Emily Dickinson. Insomma: Vic Chesnutt non era nato per categorie ferree. Apparteneva a un’epoca antica e a essa si sarebbe ricongiunto. Era un cantore accompagnato da un’ombra.

Non mi riferisco al flirt con la morte che lui stesso cantò: intendo l’enigma che conquistava consegnando un rebus da risolvere. Sembrava di non averlo perfettamente a fuoco, lui che come pochi si è lanciato oltre il muro tra performer e pubblico e svaniva dentro la musica, austera al punto da non poter levare una nota, un sospiro, un accordo. Tutto stava – starà per sempre – nella sua chitarra logora e nelle sue corde vocali: pathos e conforto, rabbia e tristezza, sogni e ricordi. Ultimamente penso alla luce che non si spegnerà mai, anche se ci ha negato la gioia di un happy end. Mi ripeto che di un uomo si conservano i gesti e le parole che ha regalato agli altri, non quelli che ha tenuto solo per sé. Grazie infinite, Vic.

Grant, Robert e tutti quelli che conosciamo

Ci sono mille maniere di vivere e spesso sono loro a scegliere (per) noi, illudendoci del contrario. Nella storia dei Go-Betweens non vi è mai stato nulla che possa essere ricondotto alla convenzionalità, per la semplice ragione che non si trattava “solo” di un gruppo. Se chiedete al critico preparato e serio, costui spiegherà con dovizia di particolari che sono stati una delle formazioni che ha raccolto meno in rapporto a quanto seminò, fondendo new wave e sixties-pop in una sfoglia emotiva da intellettuali in netto anticipo sugli Smiths.

L’appassionato puro e semplice, confermando tutto ciò, vi dirà che la band guidata da Robert Forster e Grant McLennan era qualcosa di unico. Il fantastico frutto di un’amicizia nata all’università e interrottasi tragicamente. Ed è soprattutto di questo che Robert parla in “Grant & Io”, memoriale fresco di pubblicazione in Italia per Jimenez Edizioni: dell’intreccio di due vite, osservato da quella rimasta qui mentre il peso dell’altra cresce ogni giorno.

Grant e io

Si tratta di letteratura, insomma. Robert – oltre a essere un eccelso songwriter – scrive di musica sulla rivista “The Monthly” con lo stile partecipato e attento che ritrovo qui. Lo stile che scandaglia i meccanismi dell’industria e le nervature di canzoni e album, che spiega l’ineffabile chimica tra due menti, che trasporta altrove nel tempo e nello spazio tenendoti al suo fianco. Di conseguenza, il primo consiglio è: comprate “Grant & Io” e leggetelo d’un fiato. Se non siete fan dei Go-Betweens, lo diventerete subito; se invece li seguite da sempre, già l’avrete divorato e allora vi abbraccio fraternamente.

L’altro consiglio: tenete a portata di mano i fazzoletti, perché ci si commuove. Per lo slancio di speranzosa gioventù e un divertito cinismo che trascolora in disillusione davanti allo showbiz; per il tempo che passa, con le occasioni perdute e la felicità di tornare a suonare insieme; per la forza che serve ad affrontare “il” distacco. Per addii, arrivederci, bohème, famiglia, litigi, sfascio. Per quel quiet heart che manca come l’aria.

R & G

Il tono rimane tuttavia sempre puntuale ma lieve, anche quando i protagonisti si incamminano su brutte strade. Scelta perfetta dettata dalla profondità dei sentimenti, che scatena empatia e commozione. Così l’epilogo, inevitabilmente amaro, tratteggiato in capitoli di bellezza malinconica che per l’autore immagino siano stati qualcosa di simile a una terapia o a una catarsi.

Nelle prime pagine, costui immagina che del libro si tragga un film e ne propone l’inizio. Non vi rovino la sorpresa, limitandomi ad annotare che ognuno può terminare quella pellicola come crede: il materiale non manca. Il mio finale è ambientato a Brisbane. C’è un uomo di mezz’età che all’alba cammina su un ponte, scelto non per caso. Guardandosi attorno tra le lame del sole nascente, in quel momento capisce che anni prima un gruppo proveniente da quei luoghi gli ha cambiato l’esistenza. Dissolvenza sulle note di Cattle And Cane. Grazie infinite, Grant & Robert.

Il futuro, che bella ipotesi

Terzo anno di blog alle spalle e terza lista di preferiti. Mai avrei pensato né sperato di spingermi così in là eppure eccoci, care lettrici e cari lettori, a tirare le fila di altri dodici mesi. Mesi che hanno offerto una vendemmiata copiosa e succosa come non ne ricordavo da lungi e tale da imporre scelte drastiche per il giochino del meglio di. Il finale di decennio è insomma esaltante non solo facendo la “tara” sull’attualità: iniziati in sordina, gli anni ‘10 hanno alzato testa e asticella tornando a versare umanità nella musica. Forse perché nella babele contemporanea ci si è resi conto che l’ironia post non basta più. Forse perché il tempo stringe. Forse perché si tratta di un’ultima fiammata o dell’ennesimo ciclico risveglio della bestia rock. Staremo a vedere.

Di fatto, riemerge il desiderio di comunicare che – annotava Tolstoj a fine Ottocento – sta alla base dell’arte. Gioisco e rimango in ambito letterario citando William Faulkner, secondo il quale il passato non muore mai. Interpreto il tutto come una conferma che lo ieri è il propellente nella corsa verso un avvenire e non una zavorra colma di nostalgia canaglia. Sessant’anni di popular music lo dimostrano, siccome (a prescindere da linguaggi, epoche, stili) nel cuore e nella mente resta ciò che intreccia l’esistente con una visione ampia, cristallina. E con la forza con la quale racconta: lo stato del mondo, dei sentimenti, del tempo che scorre impietosamente o di se stesso, non importa. Importano il gesto e l’esito. Importa ricordare che senza radici non ci sono né tronco né rami.

magoo best 2018

Ragion per cui, in un elenco lievemente allargato per i suesposti motivi – e meno male che sugli scaffali c’è posto per tutti – trovate decostruzionismo dopo-rock, etnotronica militante, zibaldoni psichedelici, folk geneticamente mutato e modernamente classico, Grandi vecchi, giovani e di mezza età, Signore e Signorine che si beffano degli stereotipi. Traete le conclusioni che riterrete più consone, e magari poi ragioniamoci sopra assieme.

Intanto vi saluto con un paio di annotazioni. Low e Dirtmusic sono qualcosa di più che splendidi dischi. Rappresentano ciò che ci spinge a parlare di musica come di una forma di cultura viva. Sono la colonna spinale e sonora dei nostri giorni: simboli di un’era tribolata alla quale oppongono la propria Bellezza. E poi e infine: alcuni titoli appartengono ad artisti con l’età dei miei genitori e/o zii. Superata l’amarezza di cosa attende “in prospettiva” e l’intensità – talvolta quasi intollerabile – del passare al setaccio il proprio passato tramite le canzoni, sorrido. Ho la conferma che si può essere brand new e retro nello stesso istante, espanso oltre la finitezza della vita. E dunque, fratelli e sorelle, vi auguro un felice 2019.

turnable blonde

 

Del mio meglio, Vol. 2018

A Hawk And A Hacksaw – Forest Bathing

Neneh Cherry – Broken Politics

Ry Cooder – The Prodigal Son

Elvis Costello – Look Now

Dirtmusic – Bu Bir Ruya

Field Music – Open Here

Julia Holter – Aviary

Low – Double Negative

Nap Eyes – I’m Bad Now

Oneida – Romance

Red River Dialect – Broken Stay Open Sky

Ty Segall – Freedom’s Goblin

Spiritualized – And Nothing Hurt

Trembling Bells – Dungeness

Ryley Walker – Deafman Glance

 

Un mazzetto di ristampe

Gene Clark – Sings For You

Martin Newell – The Greatest Living Englishman

Tom Petty – An American Treasure

Peter Sellers & The Hollywood Party – The Early Years 1985-1988

Neil Young – Tonight’s The Night Live

 

Premio della critica “as time goes by”:

Marianne Faithfull – Negative Capability

Premio della critica “livin’ blues”: 

Mark Lanegan & Duke Garwood – With Animals

 

 

 

D’amore e altri delitti

Cantava Ian Curtis che l’amore può farci a pezzi. Del resto il Sentimento Sommo si è disegnato così: rugginoso come un coltello o lieve come il respiro in inverno, entra nella vita senza chiedere permesso e scombina tutto. Quando sparisce non lascia biglietti, perché presto o tardi ritornerà. Così non smettiamo di credere in lui, sebbene tra una visita e l’altra ci pieghiamo sotto ricordi tristallegri, sensazioni assenti, aspettative frantumate. Finché un bel giorno – fateci caso: quel dì non piove mai – i cocci si sono arrotondati, brillano e non fanno più sanguinare. Chissà che la prossima volta quel birbante non decida di fermarsi per sempre…

Da par loro, gli scrittori di canzoni ne sanno ben più di qualcosa. Hanno la (s)fortuna di raggiungere milioni di persone ragionando sulle sciagure sentimentali. Autentiche o romanzate, non importa. Conta che un vinile divenga il luogo dove l’esperienza personale trascolora in universale; conta che l’ascoltatore si riconosca e si senta meno solo. La tradizione delle pene d’amor perdute è tagliata su misura per il songwriting e, lungo una strada non a caso lastricata di capolavori, conduce là dove l’amore fa male però bene.

blood-on-the-tracks

Giusto allora iniziare un rapido excursus dall’uomo che più di ogni altro ha segnato il secolo scorso: in Blood On The Tracks Bob Dylan distillava rancore e lo convertiva in poesia tramite vertici come Tangled Up In Blue, Shelter From The Storm e Buckets Of Rain. In un Classico che sancisce il definitivo addio ai Sessanta, spostava l’accento da “noi” a “io” riflettendo su una tormentata separazione e affidando a versi che qui esplodono e là ripiegano su se stessi la gamma di sentimenti racchiusa tra l’amara If You See Her, Say Hello e una rabbiosa Idiot Wind. Condotto da una voce inimitabile e un tessuto strumentale spartano però efficacissimo, di rado il tuffo in un pozzo d’ira e nostalgica recriminazione è stato tanto meraviglioso.

In un 1975 che gronda scontento e riflusso anche Paul Simon transita sotto analoghe forche caudine. Del vendutissimo Still Crazy After All These Years bisogna nondimeno leggere i testi per capirlo, giacché gli strascichi del divorzio sono avvolti in un jazz-rock solo a tratti ombroso e amarognolo. Coppie che scoppiano e altre che si ricongiungono: nella dolce My Little Town si riaffaccia Art Garfunkel e non sarà tutta colpa di Freud, altrimenti come spieghi l’appiccicosa 50 Ways To Leave Your Lover e il gospel’n’roll Gone At Last, il sax che scartavetra Have A Good Time e un’immensa Silent Eyes che diverge dal tema affrontando l’Olocausto?

paul simon

La spiegazione si chiama “talento supremo”. Esperta navigatrice delle maree emotive, in carniere Joni Mitchell vanta almeno due capi d’opera ed è il secondo in ordine cronologico a raccattare frammenti di vita per conferirgli un senso. Nell’anno del bicentenario americano, la Signora del canyon percorre in auto la terra d’adozione e raccoglie gli appunti seminati in Hejira tra folk trasparente (Coyote, Amelia) e fantasmatico (A Strange Boy), metafore indecise tra sogno e realtà (Song For Sharon, Black Crow) o polaroid in jazz (Refuge Of The Road).

Sulla sponda opposta dell’Atlantico il colosso Richard Thompson ha sempre sfoggiato una rara chiarezza di visione, sia nei Fairport Convention che da solo e con la (ex) consorte Linda. Del mazzo di LP editi con costei è l’ultimo a figurare nel club dei lonely hearts. Composto due anni prima ma temporaneamente accantonato, nell’82 Shoot Out The Lights sanguina folk-rock severo ed elegante, profetizzando l’allontanarsi del duo in un botta e risposta di ugole e corde magiche. Più che altrove, nella vespertina Just The Motion, nella dolente Did She Jump Or Was She Pushed e nell’innodica Wall Of Death.

 beck[1]

A volte ci si (ri)costruisce un domani vestendo ricordi e speranze con colori che paiono antichi e invece trattengono con sé la modernità. A inizio millennio Beck sorprendeva con la quiete apparente di Sea Change, meditare sulla separazione da Winona Ryder che chiudeva temporaneamente in un cassetto lo stupefatto cinismo della Generazione X e le mirabolanti contaminazioni rifugiandosi in alvei elettroacustici (The Golden Age, It’s All In Your Mind) e ossimori sonori (Lost Cause), in orchestrazioni spedite dietro ai moti dell’anima (Paper Tiger, Lonesome Tears) e reinvenzioni drakiane (Round The Bend, Side Of The Road). Sintesi perfetta di antico e moderno che consegnava un apice in seguito mai più raggiunto.

Annotazione che vale anche per Jason Pierce, rientrato ventuno anni fa nella Storia – già vi erano stati gli Spacemen 3 – con Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space. Parte integrante del DNA di Mr. Spaceman è la caparbietà con la quale esorcizza crisi esistenziali e di salute attraverso il potere catartico del suono. Essendo il presupposto di Ladies And Gentlemen… l’addio dell’Astronauta a Kate Radley, fidanzata e tastierista della band che gli aveva preferito il clone Richard Ashcroft, l’alterazione mentale si fonde all’afflizione in un album immane e unico. Psichedelia che si fa gospel che si fa wall of sound spectoriano sul confine (im)possibile dove Philip Glass produce gli MC5 e i Suicide nascono a New Orleans, scaglia nel più alto dei cieli melodie di una bellezza che sbrindella l’anima.

Ladies-and-Gentlemen-We-Are-Floating-in-Space_1[1]

Il ritorno sulla terra sarà relativamente più agevole accostandosi a Domestica, che nel 2000 esemplificava al mondo l’emocore, evoluzione ultima del punk piegata nella sincerità confessionale dell’hardcore. In un ambito assai affollato, i Cursive – band del Nebraska che ruota intorno al cantante Tim Kasher – si sono ritagliati un ruolo primario soprattutto in ragione di questo terzo LP. Strutture complesse, canto espressionista e oblique allegorie incentrate sul disfarsi della vita coniugale compongono un intenso rosario di canzoni. Come spie nella casa dell’amore che non c’è più, gioielli della caratura di The Martyr e A Red So Deep sigillano il genere un attimo prima che si trasformi in baggianata per adolescenti.

Chiude il cerchio Justin Vernon/Bon Iver, ennesimo cantautore nascosto dietro una sigla “da gruppo” che un decennio fa debuttava con lo scintillio For Emma, Forever Ago. Oggi Justin per lo più suscita sbadigli, ma all’inizio fu un moderno Thoreau disilluso dall’amore che leniva le ferite nei boschi del Wisconsin. Dopo alcuni mesi in parte spesi a spaccare legna e camminare per “svuotarsi” fisicamente, offriva saggi di post-folk minimale e accorato che trascinano dentro l’essere umano. Incurante di epoche e mode, è un’opera destinata a durare nel tempo come le altre che ho radunato qui, per testimoniare quanto soffrire lasci tracce indelebili e come queste cicatrici, in qualche bizzarra e fascinosa maniera, ci possano cullare. Anche se only love can break your heart, buon San Valentino a tutti…

 

Il mondo senza Mark E. Smith

Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.” (F.S. Fitzgerald)

Nella mia breve carriera di giornalista ho scritto solo uno di quegli articoli che passano sotto il nome di “coccodrilli”. Fu per il Grandissimo Bert Jansch e accettai di buon grado nonostante l’impaccio e una certa difficoltà latente. Il fatto è che vivo il lutto in maniera profondamente riservata. Nella vita credo non vi sia dolore più grande del distacco, dell’andare avanti con le spalle più pesanti senza qualcuno di importante. Ora il mondo è un luogo viepiù triste e noioso perché Mark Edward Smith non è più tra noi.

Non starò a ripetere quanto già saprete: i dettagli di cronaca mi interessano poco o nulla. Conta che mi senta scombussolato e confuso al punto da fare un’eccezione. Conta che lo spirito più punk di sempre sia scomparso poco prima di superare i sessant’anni. Conta che non uscirà mai più un nuovo disco della sua (e solo sua) band. Abbiamo una certezza in meno, insomma. Un album dei Fall fresco di stampa era una sicurezza come Lucy che toglie il pallone quando Charlie Brown sta per calciare o il nubifragio che arriva dopo aver lavato l’auto.

young mes

Così la vita ci aveva illuso fino a ieri mattina. Nondimeno tocca farsene una ragione: i musicisti invecchiano e scopri che da quel punto di vista non sono semidei e che il tempo sottrae un mattone dopo l’altro alla diga del rock‘n’roll. Il groppo alla gola non accenna a diminuire, anche se la rabbia è in parte lenita dall’accettazione che le cose vanno così. Quello che davvero sconvolge è la frattura interiore creata dalla scomparsa “fisica” e dal fatto che, grazie a un dischetto metallico e a un tondo di plastica più largo, questa gente rimarrà viva finché non toccherà a me. Che scherzi giocano Arte e Destino, eh?

Ad esempio, l’amarcord che lascia addosso un dispiacere stridente, strani graffi sotto pelle, il passato che torna avvolto in una nebbia luccicante. Tuttavia in questa giostra una certezza la posseggo: cinico sin nel midollo – sospetto però che sotto la corazza nascondesse un peculiare romanticismo – Mark scatarrerebbe con il suo accento nordico e lo sguardo da monello ingegnoso su questo e su ogni altro ricordo che leggerete. Farsi sbeffeggiare un’ultima volta da uno dei miei (anti) eroi, comunque, val bene una manciata di righe ed ecco.

MESV

Giusto così, poiché la sua essenza era badare al sodo e su tale presupposto ha costruito un jukebox ribelle minimale e aspro. Mescolanza di kraut, sixties e art-rock, il caracollare ritmico in apparenza monotono, la chitarra tagliente e la tastiera che spatola due note sorreggevano il teatro della crudeltà partecipata del Signor Smith, seduto nell’angolo del pub a mugugnare. Questo fantastico equilibrio tra irruenza e avanguardia rappresenta l’anello di congiunzione tra Monks, Can, Beefheart, rockabilly e Canterbury – avant-garage si definivano i Pere Ubu: in questo caso vale eccome – e vanta infiniti tentativi di imitazione e l’adorazione di John Peel.

Pienamente giustificata, perché siamo al cospetto di un Genio. Di uno che, raccolta la fiaccola da Ray Davies tramite taglienti ritratti di britishness e una magistrale rilettura di Victoria, ha dimostrato che si può essere intellettuali proletari pur fregandosene di gloria, onori, ricchezza. Entrare nella Storia della musica popolare e contribuire a modellarla è il vero riscatto sociale. Alla faccia di tutto e di tutti. Stammi bene ovunque tu sia, hip priest.

La regola del sette: my best of 2017

Hai voglia a lamentarti come un vecchio barbogio, rimpiangendo epoche non così lontane – o forse sì? – nelle quali ogni settimana uscivano dischi della madonna. Siccome col tempo e l’età diventiamo tutti più esperti e smaliziati e il rock ha da lungi completato il proprio ciclo evolutivo, succede spesso. Magari senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Poi arriva il fatidico anno. Quello col numero magico, che smentendo una nota canzoncina non è tre ma sette.

A partire dai Sixities, quella dozzina di mesi rappresenta uno snodo epocale o comunque regala mietiture importanti, e, benché con esiti logicamente non paragonabili all’Età d’Oro, anche il calendario che presto leverò dalla parete ha offerto cose sostanziose, finanche sopra la media dell’ultimo lustro. Che non se ne possano trarre conclusioni o vaticini è cosa alla quale abituarsi mentre navighiamo nel mare magnum della sovrapproduzione e inseguiamo le nostre comete preferite. Il futuro è da sempre un’ipotesi, a maggior ragione oggi.

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Pertanto assecondo di nuovo il giochino bonariamente nerd di stendere un elenco che riassuma la mia annata, sperando che contenga la “filosofia” con la quale cerco musica. In caso contrario, voglio essere esplicito: mi piace quella che lascia il segno sul cuore e/o sul cervello; quella che vive in luoghi fantastici, dove ragione e sentimento dialogano e si scontrano solo per volersi ancor più bene. Quella musica lì, ecco.

Nel 2017 ne ho rinvenuta di diversa fattura, lanciata oltre le barriere stilistiche e racchiusa in lezioni di gusto, intelligenza, stile. Faccende bellissime che hanno contribuito a farmi dimenticare lavori deludenti e insignificanti, ma che soprattutto spiegano una volta di più quanto non possa darsi un senso all’attualità della “cosa rock” se si prescinde dalla memoria. La nostra e la sua.

Steve mcqueen

E se il nuovo millennio insegna qualcosa, è proprio che nell’eterno presente figlio del tempo orizzontale di Internet nulla è più fuori moda o “hip”; che in un bacino così sconfinato, guardarsi indietro significa di conseguenza guardarsi attorno e pure avanti; che bisogna distillare il mondo, l’esperienza e il vissuto nelle canzoni. Perché queste ultime sono ciò che resterà ai posteri.

Così, quando credi di aver ascoltato tutto, spunta un altro inaudito a elargire brividi, eccitazione, gioia come quando ogni settimana eccetera eccetera. Bene: vi ho tediato a sufficienza. Le liste potete leggerle qui di seguito. Nel prendermi un paio di settimane di vacanza, vi abbraccio con affetto. Che la forza (soul sonica) sia con voi!

cannot choose

 

Una leccornia al mese

Algiers – The Underside Of Power

Black Angels – Death Song

Mark Eitzel – Hey Mr. Ferryman

GY!BE – Luciferian Towers

Heliocentrics – A World Of Masks

Gun Outfit – Out Of Range

LCD Soundsystem – American Dream

Michael Head & The Red Elastic Band – Adios Señor Pussycat

Magnetic Fields – 50 Song Memoir

Randy Newman – Dark Matter

Tinariwen – Elwan

Shannon Wright – Division

 

La crema del resto

Michael Chapman – 50

Steve Earle – So You Wannabe An Outlaw

Feelies – In Between

Robyn Hitchcock – s/t

Chris Forsyth & The Solar Motel Band – Dreaming In The Non-Dream

Moonlandingz – Interplanetary Class Classics

Thurston Moore – Rock ‘n’ Roll Consciousness

John Murry – A Short History Of Decay

Slowdive – s/t

Mavis Staples – If All I Was Was Black

Jane Weaver – Modern Kosmology

Wire – Silver/Lead 

 

Il mazzetto di saporite ristampe

AA.VV. – Hustle! Reggae Disco

Basement 5 – 1965-1980/In Dub

Dub Syndicate – Ambience In Dub 1982-1985

Ralph McTell – All Things Change: The Transatlantic Anthology 1967-1970

Neil Young – Hitchhiker

Impronte nella neve fresca: slowcore e dintorni

C’è stato un momento, pressappoco all’alba dei Novanta, in cui il mondo ha preso a correre velocissimo. Dentro la nostra gabbia quotidiana ci sentivamo criceti e leoni: volevamo scendere dalla giostra, ma a trattenerci era l’annuncio di un futuro così luminoso che – cantavano satiricamente pochi anni prima i Timbuk 3 – avremmo dovuto portare gli occhiali da sole per guardarlo. Non è andata così. Tutto è franato un giorno di settembre del 2001, benché il gioco avesse da tempo rivelato la sua natura. Le carte erano truccate. Ci avevano fottuto. Di nuovo. Tuttavia, una ciambella di salvataggio galleggiava intorno a noi. Nella musica c’era chi andava controcorrente rallentando le cadenze, rarefacendo i suoni, tagliando con robusto minimalismo canzoni giunte nel nostro giardino segreto.

Canzoni simili ai racconti di Raymond Carver, dove pare che non accada nulla e invece, sotto la superficie dell’apparenza, in punta di piedi ti assalgono cento sfumature. Ho provato a inanellarle brevemente, lungo un percorso appropriatamente vago e confuso, siccome questi sono discorsi del cuore per eccellenza e l’emotività senza freni ha un prezzo. Quest’ultima infonde vita a dischi che confortano come una passeggiata tra brume autunnali, ad attimi in cui sei cullato però pure scosso da risacche, bordoni, sussurri più rumorosi delle grida. Lo slowcore è un rifugio sonoro dell’anima, un momento di introspezione oscillante e precaria ma sincera.

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Ho scritto “Novanta”, nondimeno c’è un punto più lontano in cui si gettano dei semi. Sono le lamine sottili di Velvet Underground, tra il folk urbano (e)statico delle Candy Says e Pale Blue Eyes, delle Jesus e I’m Set Free che rispondevano all’elettroshock White Light/White Heat. Risalgo lo scaffale fino al White Album, Capolavoro misto dello scibile rock disponibile e di futuristici slanci in un clima di stridori e inquietudini: sul lato A del secondo vinile, il fragoroso hardcore-punk Helter Skelter si spegne su una danza di spettri che è tra gli apici di George Harrison. La lenta melanconia di Long, Long, Long propaga brividi nell’aria con il riverbero finale di un’anima che contempla se stessa.

Poco dopo, dall’altra metà del cielo, Yoko Ono risponde con la Listen, The Snow Is Falling poi riletta dai Galaxie 500, mentre i Big Star di Third/Sister Lovers si confronteranno con abissi trafitti da schegge di sole in Holocaust, Blue Moon, Kanga Roo. Nel mezzo, Neil Young pubblica il modernissimo On The Beach, dove nella title-track fa i Karate meglio dei Karate con due decenni di anticipo. Rivela anche di aver bisogno di una folla di gente, ma di non poterla affrontare di giorno in giorno. Prenderà la strada per allontanarsi, anche se non sa dove.

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E’ un passo chiave. La fuga temporanea serve a sospendere i giudizi e a ritrovarsi per sfuggire categorie troppo rigide. Ognuno ha un sistema: negli ‘80 alcuni riscrissero la psichedelia in meraviglie che oggi tornano spesso, ad esempio nel dream-pop più nobile. David Roback, asperse polveri iridescenti con Rain Parade e Opal, con la cantante Hope Sandoval tratteggia nei Mazzy Star marmorei incantesimi che dipingono il velluto newyorchese di venature paisley. Materia bellissima da accostare per importanza e valore a The Trinity Sessions, che consegna alla storia i fratelli canadesi Timmins (Margo, una Nico delle praterie; Michael, chitarrista e autore; Peter, batterista: insieme si chiamano Cowboy Junkies).

In una chiesa di Toronto basta un giorno per immortalare tremuli country-blues da prime ore del mattino, riscrivere classici (Walkin’ After Midnight, Dreaming My Dreams With You, Sweet Jane) che legano i Velvet a Hank Williams e porgere autografi come To Love Is To Bury e Misguided Angel. Magici come le circostanze che li plasmarono e come la coeva mistura di new wave e sixties perfezionata dai bostoniani Galaxie 500 in ballate acidule, crescendo e tessiture chitarristiche già di gusto post. Di tre favolosi LP, soprattutto On Fire possiede stupore (solo a prima vista) letargico che farà proseliti.

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Anni di mutazioni, quelli, in cui anche il cantautore si scompone dentro/dietro un alter ego: Mark Eitzel indica la via e riscrive la tradizione con gli American Music Club (da avere almeno California e Mercury) giocando a nascondino col pubblico ma non con i sentimenti. Così che, quando appariranno Spiderland e Frigid Stars, provando a battezzare la quieta rivoluzione qualcuno escogiterà la definizione che sapete. Palesando come Slint e Codeine non soffocassero affatto l’emotività, ma la tenessero alla giusta distanza per meglio affrontarla in un teatro di palpiti rallentati e collere momentanee, reagendo – nel caso dei Low, dichiaratamente – a certo roboante grunge d’accatto e a troppo finto indie. Ecco lo snodo dove le onde crescono raccolte. Dove l’attenzione è colta abbassando il volume.

Andando in tal modo contro un cliché – avete presente “Spinal Tap”, no? – allorché il rock già viveva un possibile dopo, nel quale sonorità scheletriche confinano con il sadcore fino a cancellare la demarcazione. Maestri i succitati Low che, dal freddo e taciturno Minnesota, intessono una discografia immacolata (pescate I Could Live In Hope o Long Division, prodotti da Kramer, già braccio destro dei Galaxie 500; poi i più maturi The Curtain Hits The Cast e Secret Name) di una lentezza e un minimalismo progressivamente “aperti” senza smarrire intimità, sia negli stupendi Things We Lost In The Fire e Trust che in opere successive, più elaborate ma pur sempre belle con anima. Acquerelli cui non levi una nota o un soffio di rullante come The Blue Moods Of Spain, bagliore ineguagliato dall’artefice stesso Josh Haden a/k/a Spain ispirandosi al retaggio jazz di famiglia, al soul, al Buckley navigatore stellare.

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Singolare assai anche Mark Kozelek, l’uomo taciturno dietro Red House Painters e Sun Kil Moon. Capace di comparire defilato nel film “Quasi Famosi” di Cameron Crowe e rifare in acustico gli AC/DC, pubblicava nel ’93 con il primo alias una splendida coppia di LP omonimi. Di pregio anche il resto della produzione prima di un progressivo esaurirsi della vena tra sovrapproduzione e perdita di smalto, benché il primo disco – uscito in maggio e soprannominato Rollercoaster per la foto in copertina – rappresenti il vertice di un’arte cristallina, virilmente mesta; l’altro, pubblicato in autunno e noto per la medesima ragione come Bridge, ha il merito di avvolgere in moviola I Am A Rock, peana all’isolamento come forma di autodifesa vergato da Paul Simon. E’ un cerchio chiuso assai significativo: prima dell’avventura Sun Kil Moon (qui gli apici si chiamano Ghosts Of The Great Highway e Benji) Kozelek stava erigendo un ponte per legioni di devoti. Tra costoro, il californiano Jeff Martin ovvero Idaho vanta classe e gusto che trovano completezza in Three Sheets To The Wind, asso da calare accanto ai più spettrali Spokane, guidati da Rick Alverson in Little Hours lungo un dedalo di sottolineature cameristiche e sofferto ponderare.

A metà ’90 invece Paula Frazer dei Tarnation definisce in Gentle Creatures arazzi di tremolii vocali e twang country che insegneranno un paio di cose a Marissa Nadler, tra gorgheggi strappati al cielo e le slide decelerate perfette per i sogni che David Lynch tramuta in incubi. Di allora ricordo altri scontri col passato: gli Acetone che nel mini I Guess I Would lacerano in psichedelia decelerata Border Lord di Kris Kristofferson; i losangelini Radar Bros., che tinteggiano la sorridente e oppiacea rilassatezza dei Pink Floyd del primo dopo-Barrett (penso soprattutto all’incantevole estasi di Fearless) con i pastelli di Brian Wilson e le tonalità seppiate loro contemporanee; i Karate, bravi per tre album di meditazioni emocore e poi persi in irritanti solipsismi; i Bedhead che, recanti sin dal nome la pace torpida del Texas provinciale, dipanano intimista e fascinoso math-rock.

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Fasciato di confortante melanconia, lo slowcore è musica da cameretta che piacerebbe al protagonista del brano di Simon, recluso e trincerato dietro libri e dischi. Però, siccome tutti crescono, anche lo “stile lento” è uscito dal guscio per confrontarsi col mondo e con le radici. Per esempio i misconosciuti Souled American, pionieri dell’Illinois che a fine ‘80 dilatavano country e folk dentro orizzonti sonnacchiosi e narcolettici. Album culto come Fe, Flubber e Around The Horn sono di certo noti ai Rex, crocevia tra i R.E.M. bucolici, i Codeine (da lì proveniva il batterista Doug Scharin) e Red Red Meat. Questi ultimi sono in parte ospiti del loro 3, scrigno meraviglioso che scalda sin nell’angolo più recondito.

Toccando le corde smosse dal post-folk umanista di Ghost Tropic, testamento artistico di Jason Molina, uscito nel 2000 a nome Songs: Ohia e inciso nel “fatidico” Nebraska affidando il retaggio sonoro del Grande Paese a un limbo di ipnotiche meditazioni ambientali. Anima lacerata, Jason se ne andava nemmeno quarantenne vittima dell’alcolismo. In lui riconosco un’anima che non è riuscita a scappare dal proprio destino e dai propri fantasmi. Fantasmi che altri hanno viceversa esorcizzato, forse fuggendo per un po’ e poi tornando ad affrontare una folla di gente ogni giorno. A volte, purtroppo, le canzoni non bastano per salvare una vita dal tormento. E così sia.

Spalare l’acqua col forcone: “un” mio meglio del 2016

Come da decenni, la musica mi ha costantemente accompagnato lungo gli scorsi dodici mesi. Musica vecchia e nuova, dove per “nuova” vale l’accezione di “pubblicata nel 2016”, siccome da parecchio spetta a infiniti ieri il compito di creare i diademi dell’attualità. Che in un marasma ipertrofico e confuso ancora escano dischi belli mi pare di per sé una gran bella notizia. L’altra è che “Turrefazioni” – vicino a compiere un anno: di già! – e il momentaneo ritorno alla scrittura per la carta stampata mi hanno risospinto con ulteriore entusiasmo verso tanti suoni del passato.

Gli scaffali seguitano ad attirarmi con canti di sirena cui non ho motivo di resistere, mentre penso a certi dischi che crescono con chi li ascolta, come fossero degli esseri viventi. So di amarli anche – a volte, soprattutto – per questo. Mi domando anche che opinione avrò tra dieci anni di quanto ho estrapolato dal 2016. La bocca mi si piega in un sorriso che subito si trasforma in bonaria, omerica risata. Si spiega così quel “un” dove di norma ci starebbe l’articolo determinativo.

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Sì, sono anch’io fermamente convinto che non abbia più alcun senso inseguire qualcosa che da solo colga lo spirito dell’abisso entropico che passa sotto il nome di quotidianità. Per la semplice ragione che quel qualcosa non può più esistere. Viviamo uno Zeit con infiniti Geist, come insegna Simon Reynolds. E nell’epoca di Internet, quando la percezione del tempo trascorso possiede una forma orizzontale e non più circolare e tutto è disponibile simultaneamente, nulla è fuori moda o avanguardistico.

Quanto un album sia datato o databile potrò insomma affermarlo in futuro. E poi smentirmi in capo a un altro valzer di clessidre. Mi pare dunque più sensato cercare musica che ora rimanga nell’aria, nella testa, nel cuore. Che dello scibile rock dia delle interpretazioni il più possibile argute e personali. Vogliamo parlare di relativismo, come fanno persone più serie del sottoscritto? E sia.

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Me la tengo comunque stretta, questa direzione confusa e più spirituale che stilistica. Perché mi conduce ancora dove l’ascolto significa fuga dai luoghi comuni. Dove mi aspettano scosse emotive e canzoni conficcate nell’anima, a far bene e anche un po’ male. Faccende rare, oggi. Non un caso che a donarle sia stata nel 2016 gente in circolazione da mo’. Di costoro, qualcuno nel frattempo non è più tra noi. Addirittura.

Le liste qui di seguito credo parlino chiaro: ve le affido senza ulteriormente sproloquiare, sperando che il giochino non vi annoi. Perché questi elenchi non sono che ameni trastulli per serate con gli amici. E pubblico i mei “solo” adesso perché, nonostante il mezzo secolo anagrafico si approssimi, resto un punk rognosetto. Se vale la pena, remo controcorrente e di conseguenza voto per una vita più lenta. La bellezza merita di essere goduta con calma e fino in fondo, così da rinnovarne l’incanto a ogni incontro. Ma se state leggendo queste righe, sono tutte cose che condividiamo. Anche di ciò vi ringrazio, augurandovi un felice 2017 con…

Dieci dal duemilasedici

Afro-Haitian Experimental Orchestra – s/t

David Bowie – Blackstar

Nick Cave & Bad Seeds – Skeleton Tree

Leonard Cohen – You Want It Darker

Field Music – Commontime

Nap Eyes – Thought Rock Fish Scale

Angel Olsen – My Woman

Suuns – Hold/Still

Ryley Walker – Golden Sings That Have Been Sung

Lucinda Williams – Ghosts Of Highway 20

I pugnaci contendenti

Charles Bradley – Changes

Billy Bragg & Joe Henry – Shine A Light

Cavern Of Anti Matter – Void Beats/Invocation Trex

Drones – Feelin Kinda Free

Lee Fields & Expressions – Special Night

PJ Harvey – The Hope Six Demolition Project

Heron Oblivion – s/t

Ray LaMontagne – Ouroboros

Morgan Delt – Full Phase Zero

Motorpsycho – Here Be Monsters

Hope Sandoval & Warm Inventions – Until The Hunter

Teenage Fanclub – Here

Yussef Kamaal – Black Focus

M. Ward – More Rain

 

Un mazzetto di gustose ristampe

AA.VV. – Nigeria Soul Fever

African Head Charge – Environmental Holes & Drastic Tracks 81-86

Terry Allen – Juarez e Lubbock (On Everything)

Game Theory – The Big Shot Chronicles e Lolita Nation

Colin Newman – A To Z

Pink Floyd – Early Years 1967-72 Cre/ation

Italiani (senza mambo): His Clancyness, Two Monkeys, The Union Freego

Thyme Perfumed Gardens-10: Shiva’s Headband

In quest’ultimo viaggio – tranquilli: di psichedelia scriverò ancora, spesso e volentieri – tra giardini odorosi d’incenso e menta piperita mi trovo in squisita compagnia: “Suonammo in jam con gli Shiva’s Headband, che ascoltavo tantissimo. Erano fantastici.” Così Roky Erikson, illustrissimo concittadino dello Spencer Perskin che, mezzo secolo meno un anno fa, fondava uno tra i segreti meglio “auto custoditi” dei ’60. Un asso bizzarro e obliquo che costituisce una sensazionale mano da “Texas Hold’em” con 13th Floor Elevators, Conqueroo e Golden Dawn, la cui la posizione è nondimeno defilata sia rispetto ai nomi succitati che a un country che si rigenerava mescolandosi con il rock.

Come in una vecchia pellicola hollywoodiana, scorrono rapidissimi un bel po’ di calendari ed eccomi agli anni Ottanta, in cui accanto al Paisley Underground alcuni riscoprivano le radici americane e spesso tra loro i volti si confondevano. Dallo scaffale rispolvero formazioni coeve che rappresentavano fantastici “a sé” e tratteggiavano già ipotesi di post-rock. Da Black Sun Ensemble, Always August e Camper Van Beethoven un filo iridescente risale tra cielo e terra, tra tradizione e futuro. Amali, pazzi texani.

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Chissà che c’era nell’acqua in quei giorni ed è una domanda assolutamente retorica, perché sappiamo tutti quale fosse l’andazzo. A prescindere dal contesto, sotto la Stella Solitaria si è sempre prodotta grandissima musica: non costituiva eccezione la seconda metà del ’67 in cui Perskin, violinista ventiquattrenne di estrazione classica, allestiva una band con la moglie e cantante Susan più alcuni amici: Bob Reed alla chitarra, il bassista Kenny Parker, Jerry Barnett dietro la batteria, il tastierista Shawn Siegel. Perfetto il nome, suggerito dalla consorte in omaggio alla divinità hindu che, responsabile del cambiamento, distrugge il vecchio portando vita nuova. Basta poco a questa congrega di fissati con gli armadilli per svettare nel panorama locale e crearsi un seguito di fan che si estende all’intero stato.

Fungono da spalla a diversi nomi importanti, attraendo l’attenzione della Capitol che li scrittura e domicilia a San Francisco. Agli sgoccioli del decennio, sulla Baia gli Shiva’s Headband non si ambientano e soggiornano giusto il tempo di confezionare un trentatré giri nel vecchio studio dei Grateful Dead. Take Me To The Mountains non è solo l’esordio di un ensemble destinato al culto ma anche il primo LP pubblicato da un gruppo di Austin. I non molti dollari ricavati sono colà investiti in un locale autogestito, l’Armadillo World Headquarters (spulciate nella busta interna di London Calling per una sorpresa…) utile a promuovere la scena cittadina.

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Siamo anni prima del SXSW e ciò indica quanto Spencer avesse – ha tuttora – le idee chiare. Affiora alla mente il senso di comunità che da allora è transitato, attraverso certe frange del primo hardcore-punk, ai Godspeed You! Black Emperor. Medesima la volontà di non essere incasellati e/o dominati dall’industria ed ecco cosa dichiarava costui nel ’92: “Quel che faccio è indirizzare nell’arte le mie tendenze rivoluzionarie. Sparo note invece di proiettili, provando a espandere le coscienze.” Se vi pare un vecchio barbogio, passate oltre. Io vedo un individuo orgoglioso che si è guadagnato da vivere senza svendere i propri ideali.

Ma la musica, vi domanderete? Vale la pena conoscerla, benché – caso analogo ed eclatante: i Mystery Trend – dal punto di vista formale la psichedelia c’entri pochissimo. Esclusi un paio di brani, la intuisci nei dettagli (una chitarra acidula, un violino che profuma di Europa dell’est…) e specialmente nell’umore. Il disco infatti sembra commentare un risveglio graduale però mai completo da un trip eccellente, così che la realtà resta sempre un filo distorta e i cowboy sono cosmici e mooolto rilassati.

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Take Me To The Mountains appartiene al 1970 per come vagabonda lungo un confine cronologico – ed estetico: quello di un country-rock sui generis – fino a fondersi nel tramonto di un’era. Per questo mi piace e mi piace concludere questa cavalcata tra scampoli lisergici e roots dopo aver iniziato nella prima lu tata con una sovrapposizione tra garage e acid-sound. Sono insieme estatiche e terrigne canzoni come My Baby (scorrazzare per le praterie in vaghi vapori garagisti) e il brano omonimo, piuttosto classico se il violino svisasse con meno fantasia; come il gustoso, autoesplicativo Homesick Armadillo Blues e la Ripple offerta da Siegel, tagliata da una solista concisamente liquida e da un ilare kazoo. Laddove in North Austin Strut Janis Joplin si pacifica in un alveo di echi fifties ed Ebeneezer immagina una versione tzigana dei Jefferson Airplane.

Ancora: l’inquieta, esotica ballata Song For Peace incarna l’apice e l’episodio più autenticamente psych del programma e Come With Me la dici nervosa però pure armonica nei suoi incastri tra batteria e archetto; e se Good Time (Parker l’autore) delizia di incongruo e favolistico pop barocco, Kaleidoscoptic tira le fila con decisione spruzzata di mestizia. Non se ne accorge quasi nessuno di tanta bontà: succede che Jim Franklin, grafico di fiducia del gruppo, sistema in un angolo della confezione la minuscola scritta “passera”, qualcuno la nota e il disco viene censurato e reimmesso sul mercato con immaginabili conseguenze. Una risata ci seppellirà, fratelli. Ascoltatela riverberarsi nell’aria insieme a Song For Peace e, come direbbe David Crosby, lasciate sventolare la bandiera freak…