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L’alchimista tropicale Jorge Ben

Certi dischi entrano nella vita come le persone delle quali ti innamori: un caso colto al volo, l’irrazionale e irripetibile colpo di fulmine, la conoscenza comune che funge da tramite. Se parliamo di musica brasiliana, per me vale la terza opzione e anche qui ringrazio David Byrne. Comperata per cinquemila lire nei primi ‘90, la compilation Brazil Classics 1: Beleza Tropical (numero uno del catalogo Luaka Bop, tramite il quale l’ex Testa Parlante propone cose buone dal mondo) fu la pietra filosofale che mutò in oro quanto, stupidamente, associavo a oleografia. Nei miei venti-e-qualcosa fu una benedizione capire che dietro le cartoline c’erano autentiche meraviglie, e in tal senso Beleza Tropical parlò subito chiaro con il funk carioca Ponta De Lança Africano (Umbabarauma) e un’ipnosi che si impadronì di gambe e stomaco disegnando un’epifania coloratissima.

E multiforme è la carriera del suo artefice, Jorge Duilio Lima Menezes in arte Jorge Ben, che ha attraversato le rivoluzioni musicali/culturali del Brasile come un “a sé”. Dalla bossa nova al Tropicalismo passando per la Jovem Guarda, nel mio pantheon siede per il best seller África Brasil e per il meno celebrato – da noi: in madrepatria lo considerano giustamente un capolavoro – A Tábua De Esmeralda, gioiello di folkedelia oppiacea e surreale che discetta di alchimia, estasi amorosa e identità meticcia con la leggerezza di Italo Calvino. Andiamo con ordine, però. Jorge nasce il 22 marzo 1942 a Rio de Janeiro da un suonatore di pandeiro (una percussione simile al tamburello) e dalla donna di origini etiopi che gli donerà il nome d’arte. Affronta la povertà impratichendosi con lo strumento paterno e cantando in chiesa, militando giovanissimo nei Turma Do Matoso con Tim Maia e Roberto Carlos e imparando la chitarra elettrica da autodidatta.

Più avanti alterna le passioni per Joao Gilberto, il calcio e il rock’n’roll a esibizioni in locali jazz e bossa e nel 1963 la Philips lo persuade a pubblicare Mas Que Nada. Il successo del 45 giri impone di battere il ferro un album dopo l’altro, tuttavia l’artista vuole crescere seguendo l’istinto e i tempi. Attorno al ’65 lo “iê-iê-iê” traduce in Brasile la lezione beatlesiana scatenando polemiche tra generazioni che non si capiscono. Il ragazzo, piedi nella samba e lo sguardo al rock, è presenza gradita nel programma televisivo “O Fino da Bossa”. Quando accetta di esibirsi anche all’iconoclasta “Jovem Guarda” lo cacciano e lui aderisce al movimento “samba giovane” mentre Mas Que Nada vola nella classifica statunitense grazie alla cover di Sergio Mendes, imitato da José Feliciano (Nena Naná) e Herb Alpert (Zazueira).

Dopo un inevitabile litigio con la casa discografica, l’uomo per un po’ resta in disparte: pubblica poco ma bene – nel ‘67 lo splendido O Bidu, Silencio No Brooklin ne fa un idolo della scapigliatura tropicalista – e compone per altri finché Gilberto Gil e Cateano Veloso non lo riportano all’ovile. In coda al decennio mescola samba, rock, errebì e creatività libera in un eccelso LP omonimo che ospita il Trio Mocotó e Rogério Duprat vantando gemme della caratura di Descobri Que Eu Sou Um Anjo, País Tropical e Charles Anjo 45. Poi la dittatura cala la scure, gli amici finiscono in galera e in esilio. A Jorge va meglio: nonostante qualche canzone bandita dalle radio, a metà Settanta l’interesse per l’esoterismo sfocia in A Tábua De Esmeralda. Ispirata dall’alchimia sia nei temi che nell’incantata e incantevole fusione sonora, annunciata da un titolo che cita la tavola di smeraldo (il testo sapienziale più celebre fra gli scritti ermetici) e da una copertina trecentesca di Nicholas Flamel, questa dozzina di canzoni poggia melodie dolci e svagate su una fluida complessità che intreccia corde, percussioni, archi.

Le parole comunque faticano a rendere conto di un disco che come pochi altri riesce ad armonizzare gli opposti. Un disco che conquista con brani stralunati però ariosi – sì: da Paracelso alle prese con il pop – come Os Alquimistas Estão Chegando…, Eu Vou Torcer e Hermes Trismegisto E Sua Celeste Tábua De Esmeralda. Lo stesso O Homem Da Gravata Florida e quella sensualità esuberante intrisa di folk acidulo, per la Menina Mulher Da Pele Preta che parte sinuosa e arriva frenetica, per la gioiosa Minha Teimosia, Uma Arma Pra Te Conquistar, per le atmosfere alla Forever Changes di Zumbi, incentrata sul leader di una repubblica formata da schiavi fuggiaschi nel diciassettesimo secolo. Se Errare Humanum Est inscena una mini odissea spaziale con gli arnesi della psichedelia, Brother è ruvido gospel-rock cantato in inglese e Cinco Minutos riassume tutto in un bilico tra estasi e nervi scoperti che anticipa il Byrne solista. Sedotto a vita, frequenti questa bellezza enigmatica e cangiante decine di volte senza mai venirne davvero a capo. È magia pura, insomma.

Più “terreno” e altrettanto sensazionale, África Brasil nel ’76 rinsalda il cordone ombelicale con le origini rielaborando in maniera radicale tre vecchi brani (la title-track è Zumbi, che qui domicilia a Rio una Stax lisergica) e approfondendo lo studio sul ritmo, rafforzando le strutture e insistendo sull’elettricità. Aperte le danze con la fenomenale Ponta De Lança Africano (Umbabarauma), sgrana i groove samba-funk di O Filósofo, Camisa 10 Da Gávea e Meus Filhos, Meu Tesouro accanto a premonizioni di Talking Heads (Hermes Trismegisto Escreveu, Cavaleiro Do Cavalo Imaculado), disco sculettante (Taj Mahal: quattro anni prima era un’incredibile acid-jam; A História De Jorge), sentimentalismo profondo (O Plebeu, pescata dal secondo LP; Xica Da Silva). Un triennio e Rod Stewart si appropria del ritornello di Taj Mahal per l’atroce Do Ya Think I’m Sexy?, il brasiliano intenta causa e vince; negli anni ‘80 cambia nome in Jorge Ben Jor, onde evitare che le royalties dovute vengano erroneamente pagate a George Benson. Lo so, state ridendo. Mi aggrego alla dilagante, guascona ilarità annotando infine che il Nostro tuttora pubblica album, va in tour, scrive conto terzi e si gode la terza età da moderno alchimista che ha ottenuto fama e onori. Evviva.

Futurafrica: Jon Hassell incontra i Farafina

Le etichette a volte sono odiose più dei paragoni. Provate ad appiccicarle agli artisti e loro faranno spallucce o vi guarderanno di traverso. Comunque un male necessario il tentativo di incasellare i dischi, che quando non sfora in ridicolaggini buone solo a soddisfare l’ego di chi le conia risulta piuttosto utile per spiegare un suono con le parole. Impresa comunque ardua, ve lo garantisco. Così come è difficile ingoiare senza una certa nausea il termine “world music”. Questione di prospettive, ecco: in America Lucio Battisti sta in quella sezione e su questo lato dell’oceano c’è Caetano Veloso. Fisime? Mica tanto, se uno dei messaggi “forti” dell’ultimo trentennio è il crossover proiettato oltre categorie e generi.

Volendo cercare la nascita per così dire “ufficiale” di questa attitudine, è ai Capolavori Sandinista! e Remain In Light che bisogna rivolgersi. Tra gli ospiti d’eccezione del secondo figurava Jon Hassell, poliedrico trombettista e compositore statunitense che vanta un ruolo importante di indagatore delle sonorità – perdonatemi una comoda scempiaggine… – “non occidentali”. Progettato e realizzato con l’altro genio Brian Eno nel 1980 in Fourth World, Vol.1: Possible Musics, il concetto stavolta sì sensato di musica del quarto mondo resta affascinante e ingegnoso.

Jon Hassel

Lo stesso dicasi per Flash Of The Spirit, collaborazione con i Farafina che chiudeva in modo perfetto la fusione fra spiritualismo atavico e tecnologia umanista. Vedeva originariamente la luce nell’88 e questo mese torna nei negozi grazie alla tak:til, marchio parallelo di quella Glitterbeat che molto va facendo per promuovere un meticciato sonoro sul serio contemporaneo. L’occasione è ghiottissima, perché sono musiche stupendamente possibili anche quelle messe su nastro a metà degli Ottanta, in un biennio nel quale si iniziava a respirare apertura mentale e con-fusione anche sulla scorta del lavoro compiuto da Peter Gabriel e di uno snodo fondamentale come Graceland di Paul Simon.

Supervisionati da Eno e Daniel Lanois, reduci non casuali dai panorami fisici e aeriformi di The Joshua Tree, i cinquanta minuti di Flash Of The Spirit consegnano un visionario post-jazz in bilico tra elettrico e cosmico che, memore di Terry Riley, si cimenta con ipotesi di ambient poliritmica. Sulla carta un controsenso e in realtà pura magia poiché l’operazione fu uno scambio alla pari dove l’occidentale non indossa i panni del turista o del colonizzatore ma si confronta umile e curioso con materie altre.

Flash-of-the-Spirit

Questioni di prospettive, scrivevo poco sopra: al proposito vale la pena ricordare l’iniziale scetticismo mostrato dall’ensemble del Burkina Faso verso il progetto. Per superarlo bastò entrare in studio e dialogare partendo dal proprio retaggio fino a incontrarsi in una terra non ancora mappata. I tamburi, le voci, il flauto e il balafon dell’ottetto africano costruiscono impalcature agili e solidissime, sulle quali sono poggiate tastiere atmosferiche e soprattutto una tromba che scivola da echi di Bitches Brew ai microtoni della tradizione indiana passando per My Life In The Bush Of Ghosts.

Benché rielaborato in sede produttiva avvalendosi della tecnologia digitale, il risultato non è freddo né cerebrale. Questa è musica da fruire nell’insieme che si porge nel contempo astratta e materica e che anche nei momenti più complessi ipnotizza, accarezzando lo spazio e respirando armoniosa. La sua inclassificabilità appartiene ai tempi in cui viviamo e al mondo ideale che disegna nella mente: un mondo felicemente contaminato, policromo, privo di barriere. Per questo motivo Flash Of The Spirit è una disco da conoscere e una lezione di vita, oltre che di stile. Ascoltare per credere.

Max Romeo, a rudie inna Babylon

Ognuno ha la folgorazione sulla via per Damasco, ma quel fenomeno di Max Romeo ne vanta almeno un paio. Sempre lui a transitare dalle dolcezze degli Emotions alle lubriche Pussy Watch Man e Wet Dream e da lì a una fiera militanza. Prima di etichettarlo come un furbacchione, considerate che: 1) ci mise la faccia politicamente rischiando assai; 2) la sua in realtà è una graduale presa di coscienza della distanza che separa Kingston dalla Madre Africa. Poi, beh, War Ina Babylon mette tutti d’accordo, no?

Il suo artefice nasce Maxie Livingston Smith nel novembre 1944 e sgobba in una piantagione di canna da zucchero finché non vince un concorso canoro. Fresco maggiorenne, nella capitale assume il nome d’arte che sappiamo e fonda gli Emotions con Kenneth Knight e Lloyd Shakespeare. Ventiquattro mesi dopo vuole far da sé ma con Bunny Lee non lega. Tutt’altra storia con Perry: buttate giù parole su Hold You Jack di Derrick Morgan, “Scratch” costringe il ragazzo al microfono ed ecco. Benché non sia il debutto assoluto della slackness, la malandrina Wet Dream è talmente esplicita che anche nel Regno Unito afferrano la “velata” metafora. Favolosa faccia di bronzo, Romeo sostiene che parli di dormire sotto un tetto che perde acqua: la censura non abbocca, bandisce e così crea un caso. Il… sogno bagnato entra nei Top 10 entusiasmando gli skinhead albionici e inaugurando una moda proseguita con Wine Her Goosie, Mini Skirt Vision e Pussy Watch Man.

babylon

Imitato da una pletora di Tinto Brass della battuta in levare, Max guarda altrove investendo in un’etichetta e in un sound system. Al duplice fiasco replica con un pugno di singoli e poi arriva il 1972. In Giamaica si vota in un clima teso, acuito dal senso di apocalisse del rastafarianesimo. In carica dall’indipendenza, i conservatori rivaleggiano con il partito socialista guidato da Michael Manley. Mentre le fazioni si scontrano non per modo di dire, gli artisti prendono posizione ricorrendo sovente a simboli biblici. Soprannominato “Giosuè”, Manley riceve in dono lo spiritual rasta Let The Power Fall On I, da usare nella campagna elettorale dove il Nostro divide il palco con Bob Marley.

Il coevo Let The Power Fall vive di un analogo afflato e immaginatevi lo shock di chi aspettava nuove porno-guasconate. Il ciclo termina con la vittoria del PNP e No Joshua No, che prega il leader di mantenere le promesse. A metà decennio, Romeo abbraccia un misticismo condito d’iraconda rivalsa – in Giamaica i confini sono notoriamente labili – per Revelation Time, da avere possibilmente nella ristampa Blood & Fire espespansa intitolata Open The Iron Gate. Tuttavia nel ’76 sull’isola regna ancora il caos. Approfittando della crisi economica, con terrore e brutalità gli avversari cercano di scalzare il governo. Falliscono, per fortuna. E per fortuna Smith affida cronaca e speranze di quel periodo ad alcune canzoni.

70s Max

Di Sipple Out Deh Chris Blackwell fiuta il potenziale: remixa, ribattezza e le inquiete vibrazioni di War In A Babylon arrivano in Inghilterra. L’omonimo LP è un Capolavoro accostabile a Police & Thieves per temi e stile, per il lucido Perry anche qui ai comandi, per la disinvoltura con la quale la musica “parla” anche al pubblico rock. Soprattutto, per una trama oscura e fangosa – però anche solare, in qualche strano e geniale modo – che fonde splendidamente ritmi, fiati, ugola. Una penna al top consacra la perfezione delle ipnotiche One Step Forward e Smokey Room, dell’innodia pigramente malinconica di Uptown Babies Don’t Cry e Smile Out A Style, dell’imperiosa Chase The Devil e di una stellare title-track, della meditativa Norman e di una dolceamara Stealing In The Name Of Jah.

Solo discesa da qui. Il litigio col mentore ha come conseguenza il modesto Reconstruction, un trasloco a New York per scrivere musical (!) e partecipare a Emotional Rescue. Nell’81 proprio Keith Richards supervisiona Holding Out My Love To You: superiore ai predecessori I Love My Music e Rondos, comunque scolora davanti agli “scarti” dell’epoca d’oro recuperati in Meets Owen Gray At King Tubby’s Studio. Sarà la dancehall a scuotere l’uomo, che nei ’90 rientra in patria proponendo cose dignitose con Jah Shaka, Tapper Zukie e i romani Tribù Acustica giungendo al nuovo millennio tra riedizioni, concerti, nuovi dischi e persino la pace con “Testamatta” Perry. Lunga vita, Signor Pussy Watcher!

Yabby You e le profezie dub

Le difficoltà della vita… Ne sapeva fin troppo sull’argomento Vivian Jackson al secolo Yabby You. Qualche numero: classe 1946, sei tra fratelli e sorelle, a dodici anni lavorava in una fornace e dopo cinque era a tal punto malato che lo ricoveravano in ospedale. Il figlio di una fervente cristiana e di un seguace di Marcus Garvey – modelli di cui farà ottimo uso – ne usciva parzialmente storpio a una gamba, nondimeno per ogni tribolato giorno speso in terra ringraziava Gesù invece di Haile Selassie e tale singolarità gli guadagnò presto il soprannome “Jesus Dread”.

Che personaggio, Vivian! Da giovanissimo si immergeva tra le pagine della Bibbia e, adolescente, prendeva ad emulare il Nazareno aggirandosi per l’isola a discutere di religione e approdando in una setta di rastafariani radicali di Kingston, prima della malattia e dell’arrangiarsi a vivere dando consigli sulle puntate al cinodromo. Non si faceva però piegare da nulla, quest’uomo che quando non ragionava sulle sacre scritture letteralmente “sentiva” la musica emergere attorno a sé, come “qualcosa di strano dentro ai miei pensieri, un angelo che canta.” Tra mille sofferenze seguiva l’ispirazione della natura e con la profondità dell’anima rispondeva alle torture inflitte al corpo da una vita per lo più grama.

Prophesy of dub

Ventisei gli anni quando debuttava a 45 giri con Conquering Lion, un classico immediato per le cadenze, la produzione dello stregone King Tubby e l’introduzione, che tramite il suo “Be you, yabby yabby you” – secondo il diretto interessato, dettata da degli angeli dopo che un lampo e un tuono avevano squarciato il cielo – offriva il nome d’arte che sappiamo. Pietra miliare sulla quale molti torneranno (fra questi Big Youth, Augustus Pablo, Horace Andy), veniva raccolta nel ’75 assieme ad altri singoli in un omonimo LP roots. Metà della scaletta sarà trasfigurata un anno più tardi per King Tubby’s Prophesy Of Dub, capolavoro assoluto (di Vivian quanto del sodale) che tuttora stupisce per la forza della sua essenzialità.

Re Tubby taglia fino all’osso attorno a ritmi e strumenti per rafforzare la visionarietà di brani che, ispirati al vangelo di San Giovanni, rispecchiano la situazione sociopolitica giamaicana e mondiale. Nonostante il senso di minaccia dell’Apocalisse prossima ventura, il risultato è intimo e colmo di meditazione, oltre che prezioso per il trattamento e l’impiego dei fiati, delle chitarre e di un parterre di musicisti dove spiccano Aston “Family Man” Barrett, Robbie Shakespeare, Chinna Smith, Tommy McCook.

smokin' Yabby

Puntate la ristampa Blood And Fire del ‘94 che aggiunge le superbe Living Style e Greetings a una scaletta originale in toto meravigliosa, dall’onirica Version Dub alle ipnotiche giostrine Homelessness e Anti-Christ Rock, dalla melanconia di Robber Rock alla solarità sospesa di Love And Peace, passando per l’attacco ska che introduce la flessuosa innodia di Conquering Dub e le Zion Is Here e Hungering Dub da manuale della version. A cotanto splendore affiancate – come minimo – la fenomenale retrospettiva Jesus Dread 1972-1977 e lo scintillante Dub It To The Top: 1976-1979, ristampa di un LP del ’77 intitolato Yabby You Meets Michael Prophet: Vocal & Dub.

Entrambi sempre editi da Blood & Fire, pescano dal periodo d’oro di un uomo che non si sa come trovava anche tempo ed energia per produrre Big Youth, Dillinger e Willie Williams. Dopo aver cercato di istillare un po’ di misticismo nella mondanità sfrenata dello stile dancehall, lungo i Novanta l’aggravarsi della condizione fisica obbligherà Jackson a scegliere tra dischi (sempre meno) e concerti in cui dovrà reggersi con le stampelle. Spirito vivo come pochi altri, lasciava questo mondo il dodici gennaio di otto anni fa. Sia lodato in eterno per quanto ci ha offerto.

Kokono N° 1: trance world express

Nel cosiddetto “terzo mondo” si fa di necessità virtù. Ringraziate il colonialismo per tutto ciò e rinfrancatevi pensando a come questo modus vivendi si applichi anche alla musica. Oltre al dub mi vengono in mente i congolesi Konono N°1, soliti esibirsi per strada in danze e canti accompagnati da un arsenale di percussioni metalliche e di likembé, uno strumento autoctono – noto anche come thumb piano – nel quale sottili lamine fissate a un’estremità sono abbassate producendo una vibrazione al contempo dolce e tagliente.

A un certo punto la nutrita congrega si rendeva conto della necessità di un’amplificazione: se la saranno mica comprata? Figurarsi! La costruivano con materiali prelevati dalle discariche, così che i loro strumenti sono oggetti sul serio trovati alla faccia del dadaismo e degli Einstürzende Neubauten. Trovatemi altri che siano più DIY, indipendenti e attitudinalmente punk. Poi rintracciate qualcuno al contempo primordiale e futuribile, ipnotico con sensualità e sperimentale.

Congotronics

Lontanissimo da qualsiasi freddezza, il suono dei Kokono N°1 possiede bellezza, slancio e inventiva degne del rock, dell’elettronica e del jazz più fulgidamente sperimentali. Come per ogni artista che prevede il futuro, le loro radici si spingono molto indietro. Correva infatti l’anno 1966 quando il camionista e suonatore di likembé Mingiedi Mawangu allestiva la Orchestre Tout Puissant Likembe Konono Nº1. Appartenente ai Bazombo, un’etnia dislocata sul confine tra Angola e Repubblica Democratica del Congo, ne adattava la musica rituale, di solito eseguita con fiati ottenuti da zanne di elefante, e facendo i conti con la distorsione provocata dal soundsystem ricavava qualcosa di unico.

Nell’87 un brano con già nove anni sulle spalle appariva nella compilation francese Zaire: Musiques Urbaines A Kinshasa, nondimeno bisognava aspettare il nuovo secolo per veder uscire il nome dai circoli degli intenditori. Il produttore belga Vincent Kenis andava a stanarli e registrava per Crammed Discs l’epocale Congotronics del 2004, che lasciava a bocca aperta la stampa e il segno su chiunque, da Grizzly Bear ad Animal Collective e Andrew Bird passando per Bjork e Herbie Hancock, che in seguito collaboreranno con l’ensemble africano.

konono

Merito di una forza comunicativa che stordisce e affascina, sciogliendo brani lunghissimi che come maree frenetiche però benevole avvincono in un gioco instancabile di tensione e rilascio. Lasciando infine felici schiavi del ritmo e anche per questo li consiglio anche se della world music non vi importa nulla. Perdonatemi per aver usato quell’orrida parola, sapendo sin da ora che per innamorarvi basterà un ascolto e procurarsi i live Lubuaku e At Couleur Café e la successiva puntata in studio Assume Crash Position. Intanto Mingiedi cedeva lo scettro al rampollo Augustin ed usciva il doppio Tradi-Mods Vs Rockers, tributo con cover e remix cui partecipavano, tra i tanti, gente come Oneida, Deerhoof, Wildbirds & Peacedrums.

Morendo ottantacinquenne nel 2015, Mawangu padre si perdeva la partecipazione allo splendido From Kinshasa dei Mbongwana Star e l’apprezzabile Konono Nº1 Meets Batida. A metà dell’ottobre scorso purtroppo lo ha seguito anche Augustin, da tempo malato, e la torcia ora è nelle mani di suo figlio Makonda e del cantante Menga Waku. Rendetegli grazie ogni volta che darete in pasto allo stereo questa creatura che vi stringe a sé come un mantra stordente, come una danza contagiosa, come una trance mesmerica. Come una madre atavica che risiede nel nostro angolo più remoto, pronta a risvegliarsi ogni volta che lo vogliamo.

 

Il canto notturno di Nusrat

Non è un semplice disco né un disco semplice, Night Song. Lungo i ventuno anni trascorsi dalla pubblicazione per la Real World di Peter Gabriel, ha costantemente sottolineato un’alterità che di materico possiede giusto la bellezza suprema e indicibile con la quale mette in ginocchio, come un sogno a occhi aperti che ha deciso di concretizzarsi affinché potessimo ripeterlo infinite volte. Ed è, anche, un incontro tra istinto e razionalità che dialogano felici senza farne mistero.

Perché la strumentazione è moderna però parca e in connubio con la tradizione; perché la chitarra di Michael Brook (ex Martha & The Muffins; collaboratore di Eno, Lanois, Fripp; raro esempio di virtuoso che non eccede e di produttore abile e misurato) insegue le volute vocali – ipnotico rapimento, mistico e sensuale – di Nusrat Fateh Ali Khan; perché questa è musica viva proprio in quanto pura e contaminata allo stesso tempo. Sarà lei a prenderti per mano, condurti alle imponderabili sommità emotive di Sweet Pain e Crest e abbandonarti in luoghi ignoti ma familiari, raggiante e turbato dall’immane presenza di Longing.

 

fateh

Forte di un retaggio antico sapientemente reinterpretato, l’ugola di Nusrat mescolava le delizie del qawwali (musica religiosa fondamentale nel sufismo) a una leggerezza e una presenza fisica che non si escludevano a vicenda. Questo uno dei segreti – gli altri un perenne stato di grazia e una rara apertura mentale – di chi portò l’improvvisazione khayal a livelli mai raggiunti, né prima né dopo. Una parte del repertorio classico indiano conobbe in tal modo uno sconvolgimento stilistico e metodologico, poiché quest’uomo si spingeva oltre le convenzioni legate a strutture e scale, rafforzando il genere con scambi tra culture distanti solo in teoria. Sì: in teoria non sei remixato dai Massive Attack e non duetti con Eddie Vedder senza un mirabile senso dell’equilibrio tra avanguardia e memoria. E meno male che c’è la pratica.

L’equilibrio di cui sopra era peraltro già evidente in Mustt Mustt, lavoro bellissimo che – sempre Gabriel e Brook dietro le quinte – nel 1990 imponeva definitivamente Nusrat al pubblico occidentale più attento. Presagio lussuoso di uno scrigno sublime che, tempo sei anni, conquistava l’immortalità attraverso struggimenti sottili e inquieti (Night Song, Lament), frenesie tanto liete quanto incontrollabili (Intoxicated), melanconiche progressioni che sfidano la gravità (My Comfort Remains). Splendori abbaglianti che collocano in secondo piano le difficoltà incontrate in corso d’opera da Brook, sobbarcatosi un faticoso e lunghissimo lavoro (con i mezzi di allora, da perderci sonno e senno) di taglia e cuci e sovraincisioni su/con le improvvisazioni del pakistano. Eppure tutto è naturale e fluido, come se fosse stato concepito, realizzato e colto al momento stesso della creazione.

night song

Anche la vaga nostalgia, eterea benché mai astratta, che avvolge queste “canzoni”, dove talvolta – frequentazione assidua insegna – il cantato scivola più rapido delle trame sonore con cui sta conversando. Uno scarto in realtà lievissimo, nondimeno l’anima ne riceve in cambio sottili tagli dai quali zampilla armonia invece che sangue. In quel momento si torna alla kora e all’elettronica umanista (da Salif Keita in gita sul Gange, grossomodo) dell’iniziale My Heart, My Life con diverso spirito. Ci si rende conto di essere al cospetto di qualcosa che trascende l’arte. Che davanti a noi è spalancata la porta di accesso su un mondo più sereno. Un mondo così pacifico che, a due decenni dalla prematura dipartita di Ali Khan, la spina raffigurata sulla copertina di Night Song è penetrata negli angoli più nascosti del cuore.

Desmond Dekker dal ghetto alla vetta

Non occorre appartenere ai fan terminali dei Beatles per essersi chiesti almeno una volta chi sia il protagonista di Ob-La-Di Ob-La-Da. Harry Young, estensore nel ’92 delle note di Rockin’ Steady: The Best Of Desmond Dekker, suggeriva tra le righe che si trattasse di questo Desmond. In effetti, McCartney ammise di aver preso titolo e ritornello da una frase che l’amico percussionista nigeriano Jimmy Emuakpor soleva ripetere e si sdebitò con un assegno per l’arcinoto “Ob-la-di ob-la-da, life goes on, bra”, specificando che Desmond pareva un nome assai caraibico. Sommato al fatto che Sir Paul apprezzava Dekker, che quel brano è praticamente uno ska e che in tale materia i Fab Four non erano digiuni, vi lascio trarre qualche conclusione.

Chiudo l’angolo “Sherlock Holmes” rivelando che la suddetta antologia Rhino è uno dei rifugi per quando l’anima necessita di luce ed energia. Pur essendo un valido punto di partenza, non è comunque la più completa delle raccolte dedicate a chi spianò la strada a Bob Marley e mise la Giamaica sulla ribalta pop internazionale. Tale ruolo spetta a Anthology: Israelites, doppio Trojan del 2001 che di Dekker copre la carriera pressoché in toto, nondimeno anche di angoli del cuore si vive.

striped desmond

Che film la vita di Desmond Adolphus Dacres, nato a Saint Andrew, Greater Kingston, il sedici luglio 1941. Da piccolo frequenta la chiesa con nonna e zia e gli inni lo aiutano ad affrontare la morte della madre. A quindici anni si guadagna il pane da saldatore: ringraziate i colleghi che, sentendolo cantare, lo incitano al professionismo. Fallisce le audizioni con Coxsone Dodd e Duke Reid ma va a segno con la Beverley di Leslie Kong, bizzarro personaggio giunto alla musica dall’industria alimentare.

Nonostante l’entusiastico sostegno del campione di casa Derrick Morgan, per un biennio fa anticamera, matura e nel ‘63 ripaga Leslie spedendo l’autografo saltellare di Honour Your Father And Mother in cima alla classifica isolana. Il dado è tratto: Sinners Come Home e Labour For Learning segnano l’adozione del nome d’arte e la mano è vinta da King Of Ska, giubilante attestazione di verità con ai cori i Maytals sotto mentite spoglie. Insegna il rhythm’n’blues che un’ugola suadente rende viepiù se ben sostenuta ed ecco entrare in scena i fratelli Howard, da qui in poi The Aces.

Con loro e la house band dell’etichetta il ragazzo compone e infila un successo dietro l’altro negli estremi della travolgente Get Up Edina e dell’esuberante sentimento di This Woman. Nel ’67 Morgan lo vuole nel 45 giri Tougher Than Tough incentrato sui rude boys, giovani disoccupati che applicano il mito dei malavitosi americani alla dura quotidianità del ghetto. Lo ska prende nota: un po’ per sviluppo naturale e un po’ per agevolare le danze ai rudies, conferisce più spazio al basso, rallenta le cadenze e muta nel rocksteady.

desmond anthology

Estrazione e vocazione tengono il Nostro lontano da lidi proto gangsta però non impediscono a una 007 (Shanty Town) dal placido e irresistibile caracollare di renderlo un’icona in madrepatria e nella proletaria scena mod d’Inghilterra. Affacciatasi colà nei Top 15, essa cagiona una prima visita trionfale mentre si batte il ferro rovente con soul in levare (Keep A Cool Head, Rudy Got Soul) e messaggi stilosi (Unity, It’s A Shame, Wise Man), embrionale consapevolezza roots (Pretty Africa), echi errebì (Mother Long Tongue) e vibranti ombre (Fu Manchu).

Uomo da singoli, “Des”. Somma prova la Israelites, che – riarrangiata a misura del palato bianco – nel 1969 conquista le chart europee e americane. Ironia della sorte, dietro alla metafora della schiavitù ebraica in Egitto c’è il dramma della deportazione degli africani nel nuovo Mondo. A causa dell’accento fuori dai Caraibi nessuno capisce ma tutti si abbandonano a una carezzevole melanconia che è pianto trattenuto di ataviche sofferenze. Pur centrando ancora il bersaglio artisticamente (soprattutto con le filastrocche It’s Not Easy e A It Mek e il perfetto incastro di corde e fiati Rude Boy Train) Dekker non arriverà più così in alto. L’approssimarsi dei ‘70 segna il trasferimento definitivo nel Regno Unito e il successo – vergato da Jimmy Cliff, altro protetto di Leslie – della You Can Get It If You Really Want sfavillante ottoni e istantaneo appeal.

dekkah a singin'

Rarità nel contesto giamaicano, Desmond resta fedele a un marchio discografico fino all’agosto ’71, quando all’improvviso Kong muore per attacco cardiaco. Perso il mentore, l’uomo va in pezzi; terrorizzato, si prende una pausa, poi pubblica mediocrità fino allo ska revival. Il contratto con la Stiff porta Black & Dekker, che mescola vecchio e nuovo con i Rumour di Graham Parker, laddove nel 1981 è Robert Palmer a supervisionare Compass Point. Nulla di paragonabile non solo ai vecchi tempi, ma anche ai tanti concerti di un individuo pessimamente gestito dai manager che nell’84 dichiara bancarotta. Nuovo silenzio fino al 1990, allorché uno spot televisivo che utilizza Israelites spinge a tornare con avanzi degli Specials. Nostalgia, certo, eppure da me non leggerete nulla di male su un colosso che ci lasciava sessantaquattrenne, pronto per l’ennesimo tour. Ob-la-di, ob-la-da, life goes on, bro’…

African Head Charge: world dub explosion!

Tra Giamaica, Africa e Albione si dipana una fitta rete di influenze che quel genio di Adrian Maxwell Sherwood ha dispiegato benissimo con il marchio ON-U Sound. Soprattutto tramite African Head Charge, Dub Syndicate e New Age Steppers, formazioni che plasmarono il futuro passando per lo più inosservate a causa del famigerato gusto medio non ancora pronto. Guardandosi indietro, Adrian di rabbia ne avrebbe, ché l’unica cosa mancata alla sua creatura – così unica che la si considera uno stile a sé; così tipica che nei ‘90 i negozi inglesi avevano una sezione a essa dedicata; così “avanti” che le uscite recavano impressa una data di dieci anni posteriore: nessuna presunzione – è giustappunto il successo.

Intendo il successo di allievi straordinari come Massive Attack, inconcepibili senza questo crossover stilistico e vocazionale figlio dell’apertura mentale del post-punk. Lo stesso per Screamadelica e Millions Now Living…, per le dilatazioni degli Him e le cupezze illbient. Per Orb e XX, come no. Autentico monumento sonoro al multiculturalismo, la ON-U Sound precorse il nostro oggi intrecciando passato e presente: con l’unione fra tribalismo e tecnologia, fra atavici rituali e moderne ansie, gli African Head Charge ne incarnano l’anima più profonda. Gli scettici si procurino Environmental Holes & Drastic Tracks, box che l’anno scorso ne raccoglieva i primi quattro lavori aggiungendo un dischetto di rarità e inediti. Avranno di che stupirsi. A lungo.

Bonjo and Adrian

Galeotti Brian Eno e David Byrne… La scintilla un intervista con l’ex Roxy in cui si colse la frase “visione di un’Africa psichedelica” a proposito di My Life In The Bush Of Ghosts, Capo d’opera che scoperchiò i cervelli di Mr. Sherwood e Bonjo Iyabinghi Noah, ovvero il rastaman Burnell Ralston Anderson giunto a Londra a fine ’60 con un talento per le percussioni nyabinghi. Costui sgobba per Dandy Livingstone e milita nei Foundations finché un amico lo introduce nell’estrema sinistra del reggae britannico, dove conosce Adrian, intento a fondare un’etichetta lontana dalle convenzioni. Bonjo suona con svariati nomi della scuderia e acquisisce sicurezza, poi con il mixologist vara gli African Head Charge, ensemble “aperto” perfetto per allestire lunghe jam nel Berry Street, studio di Adrian che è l’autentico buco sottoterra spiritosamente omaggiato sull’LP d’esordio e utilizzato come strumento a tutti gli effetti.

Fortuna vuole che quella tana possegga una peculiare risonanza, una sorta di cupezza trafitta da tiepidi raggi di sole che impediscono alle atmosfere di diventare eccessivamente tetre. Questo uno dei segreti, gli altri essendo immaginazione, estro e lo sperimentalismo naturale scaturito da anime affini. Ricetta esibita nell’81 aprendo My Life In A Hole In The Ground con Elastic Dance: battito minimale danzabile e scacciapensieri che ronza su un’onda anomala di synth la rendono attualissima come la Far Away Chant cantata da Prince Far I, un’ipnotica Family Doctoring e la cantilena Stebeni’s Theme. Riferimenti trasfigurati: Albert Ayler in Stone Charge, il Bosforo per Primal One Drop, l’eco robusta di Soon Over Babaluma dentro Hole In The Roof.

AHC box

Dodici mesi ed Environmental Studies approfondisce la fusione tra dub e impro. Il parterre di musicisti – tra gli altri: l’esperto batterista Style Scott, Steve Beresford, l’ex Pop Group Bruce Smith – spiega l’attitudine generale e la persuasività del mutant-rocksteady Beriberi, della cinematica Crocodile Hand Luggage, del maestoso orientaleggiare di Dinosaur’s Lament, del jazz libero High Protein Snack. Terzo album in altrettanti calendari, Drastic Season è inciso ai Southern Studios avvalendosi del digitale: il suono si spezzetta viepiù in un taglia e cuci burroughsiano, acuisce gli spigoli (splendida eccezione l’estasi davisiana Fruit Market) avventurandosi in territori ostici o alien(at)i. Alle azzeccate ipotesi di Pere Ubu afro-caraibici replicano lo scintillante apocrifo Can di Timbuktu Express e una disturbata Depth Charge.

Conscio di non potersi spingere oltre senza incappare nell’autismo, il gruppo volta pagina approdando sul palco e a vibranti suggestioni etniche. A un lustro dall’esordio Off The Beaten Track disegna paesaggi di dub tribale multi-mondista che faranno scuola. Il ritmo accoglie linearità e l’ipnosi emerge dall’intersecarsi tra percussioni, loop e campionamenti. Nell’aria profumata d’India dalla title-track e abitata da eccelse sarabande stonate, vibrano una Language & Mentality che assolda Albert Einstein nel ruolo di MC, il didgeridoo di Down Under Again, la filmica Some Bizarre e il violino tzigano che percorre Over The Sky.

AHC Praise

Nessun seguito fino al 1990, l’attesa ripagata dal sublime Canto Libero di Songs Of Praise. Insieme terrigno e mistico, integra registrazioni sul campo a un pulsare ritmico-melodico che sottrae l’etnomusicologia a musei e accademie. In Cattle Herders Chant una chitarra highlife si annoda alla chiamata e risposta vocale, Orderliness, Godliness… e My God sono reggae tutti giungla e chiesa, Hymn immagina Paul Simon nelle pieghe di Sandinista!. Ancora: Free Chant caracolla su spiagge brasiliane, Hold Some More trattiene la sabbia del Ténéré, Gospel Train e Chant For The Spirits preconizzano il blues contaminato di quei Little Axe che proprio da una costola degli Africani nasceranno.    

Al capolavoro risponde nel ‘93 In Pursuit Of Shashamane Land, completando con somma eleganza l’arrotondamento delle forme. Dopo di che Bonjo mette su famiglia in Ghana e pubblica senza Sherwood per i problemi economici attraversati dalla On-U Sound. Tuttavia la magia latita e il duo si ritrova nel 2005: African Head Charge sono in tour con gli Asian Dub Foundation, Adrian troneggia alla consolle e si confeziona Visions Of A Psychedelic Africa, fuori cinque anni dopo tallonato nel 2011 da Voodoo Of The Godsent. Intatte classe e bellezza, entrambi si esprimono con linguaggi che provengono dal passato e restano tuttora futuristici. Incredibili a dirsi, meravigliosi ad ascoltarsi.

Mulatu Astatke, Re dell’ethio-jazz

Hai un bel lamentarti che non si fanno più dischi come una volta. C’entra nulla il fattore generazionale che, a una certa età e con la relativa montagna di ascolti sul groppone, impedisce il palesarsi dello stupore. Evidenza è che trovo sempre meno gente capace di prendersi dei rischi con intuito e idee. Troppi intellettualoidi in giro ad autocompiacersi con la giacchetta sulle spalle, ma per fortuna qualcuno ancora trasmette emozioni, spedisce neuroni in collisione, ridisegna la percezione delle cose. Correva il 2009 quando il terzo volume della serie Inspiration Information accostava l’etiope Mulatu Astatke agli Heliocentrics. Da un pilastro del jazz africano e una congrega inglese dedita al trip-hop retrofuturista, l’etichetta Strut cavava un favoloso incrocio culturale e sonoro dalle radici spinte assai indietro nel tempo. Lo comprova il fatto che Astatke sia rimasto a lungo appannaggio degli specialisti in materia “etno” e dei pochi rimasti folgorati dalla collana Ethiopiques. Finché…

Finché quel gran genio di Jim Jarmusch non ne utilizzò alcuni brani a commento della tenera e surreale pellicola “Broken Flowers”. Stati Uniti ed Europa convocavano Mulatu per collaborazioni e tour culminati nel giugno 2008 in memorabili esibizioni a Londra e Glastonbury. Gli astanti furono investito da una corrente che fondeva stimoli cerebrali e fisicità, come immagino sia stato, mutatis mutandis, di fronte a Funkadelic e Can, a Talking Heads e al Miles Davis della svolta elettrica. Logico, se ripercorro anche solo per sommi capi la storia di Astatke: primo musicista etiope a viaggiare all’estero, nei ‘60 prende come modello Duke Ellington – nel ’73 suonerà col proprio Venerato Maestro al cospetto di Haile Selassie – voltando le spalle all’ingegneria aeronautica e gettandosi giovanissimo nella scena jazz londinese. A New York frequenta (di nuovo, primo fra gli africani) il Berklee College Of Music. Il 1969 lo vedeva rimpatriare per sviluppare con pazienza e passione un idioma che unisse jazz, tecnologia, tradizione.

Portrait of the Ethiopian Jazz Musician Mulatu Astatke, 2009

Tra organo elettrico e wah-wah, tra le armonie autoctone e il sax colossale del conterraneo Getatchew Mekuria, infine trova un filo conduttore: “Servivano le persone giuste per rendere noto l’ethio-jazz in modo corretto. Ethiopiques e Jim Jarmusch hanno fatto sì che ciò fosse realtà.” Anni dopo, spetta ancora alla capitale britannica benedire una sinergia disegnata in cielo: per una data gli Heliocentrics fungono da backing band al Nostro sfoggiando la perfetta conoscenza del repertorio.

Sul volo che lo riporta ad Addis Abeba, in valigia il pianista custodisce un CD con tracce nuove incise assieme a loro; a casa scrive le partiture di tastiere e vibrafono e integra l’apporto vocale e strumentale di Dawit Gebreab e Yezina e Mesafnit Nagash: “Ho sempre desiderato inserire strumenti della mia cultura nel jazz. Credo di aver imparato sperimentando negli anni Sessanta: volevo esplorare le strutture modali con un diverso senso di armonia e assoli. Ho cercato costantemente di tenere la mente aperta e aver suonato con tanti grandi musicisti di diversa estrazione ha aiutato.

Inspiration Information

Ai primi di settembre del 2008 i due universi si mescolano, sempre a Londra. Da allora Inspiration Information Vol.3 è un Capolavoro primordiale e futurista di suggestioni orchestrali, fanfare spagnoleggianti, archi disco, ritmi insieme moderni e atavici. Guarda a tal punto indietro da spingersi avanti senza risultare mai ostico o slegato. Anzi. Addis Black Widow brucia il funk di Isaac Hayes sui panorami di Entroducing; Mulatu riporta all’origine la fissità di James Brown; Blue Nile trafigge ottoni sensuali con una chitarra profumosa di Bristol e blues. Esketa Dance è sinuosa ed ebbra come un Mingus redivivo, Chinese New Year aggiorna la grammatica jazz tra corde di contrabbasso e violino.

Ovunque anime e background degli artefici si liquefanno con una magia che abbatte ogni barriera. Nel 2010, Mulatu Steps Ahead aggirerà la ripetizione di un momento unico scivolando lungo trombe davisiane, trame di percussioni e piano, bordate fiatistiche e violini africaneggianti. Quattro anni or sono, Sketches Of Ethiopia osservava il Duca e Gil Evans dall’Acrocoro Etiopico con nuovi sodali. Il momento critico nella carriera di un Artista è il seguito a un Capo d’Opera. Una regola che, evidentemente, non vale per tutti.

Orlando Julius, Mr. Super Afro

Abbiamo bisogno di tornare alle nostre radici e abbinargli originalità. Questo è l’unico modo di fare le cose. Sempre.” (Orlando Julius, 2016)

Ottenuta l’indipendenza definitiva dagli inglesi nel 1960, sei anni più tardi la Nigeria cadeva sotto una dittatura militare fortemente accentratrice. Da lì iniziava lo stillicidio di guerre civili, colpi di stato ed elezioni farsa che costituisce la realtà quotidiana di una terra colma di petrolio – la cui estrazione con metodi desueti e fortemente inquinanti ha devastato il delta del Niger – gestito da note multinazionali con joint venture in cui il governo locale detiene la maggioranza. Capito come gira il mondo?

Consolatevi pensando che colà si è sviluppato un panorama musicale fiorente e ricco di contatti con gli Stati Uniti. Ed è proprio una peculiare lettura del soul che viene in mente ascoltando Orlando Julius, soprattutto i due folgoranti CD editi da Vampisoul un decennio fa e intitolati Super Afro Soul. Sono la fotografia coloratissima del periodo ’66-’72, in cui il ventitreenne altosassofonista Julius Aremu Olusanya Ekemode (Orlando un soprannome ispirato da un noto attore connazionale) esordiva su Polygram dopo una lunga gavetta.

Orlando Julius

Accompagnato dai Modern Aces, stampava un LP (intitolato per l’appunto Super Afro Soul) che sprigionava una stupefacente mescolanza tra il highlife importato dal Ghana, le influenze jazz lascito di Charlie Parker e John Coltrane e le suggestioni elargite da Smokey Robinson, Temptations, Otis Redding. Qualcosa che somiglia a una versione più percussiva e ipnotica – in formazione conga, bongo e l’agigdigbo impiegato nei rituali Kokoma – del rhythm‘n’blues e che ebbe un successo immediato nei club di Lagos. Non solo: taluni affermano che l’impatto di quel trentatré giri abbia contribuito a preparare il terreno all’imporsi del funk in America. Chissà.

In retrospettiva un po’ lo percepisci nell’avanguardistica mistura di cui sopra, in contorti assoli che irrompono dentro gioiosi bombardamenti fiatistici di marca Stax, lungo tappeti ritmici battenti e magnetici, in una vocalità ieratica però calda. Cose comunque impossibili a sentirsi in qualsiasi brano occidentale coevo, come del resto certe chitarre insieme serpeggianti e grattate e una Ijo Soul che, sgomitando tra Hold On I’m Coming e I Feel Good, culmina in un saggio di spiccata unicità. Così, grazie ai successi Jagua Nana, Topless e Ololufe, Julius viveva da star fino all’arrivo di Fela Kuti, già trombettista occasionale nei Modern Aces…

Orlando Julius on stage

Rispecchiando l’evoluzione della black music, i successivi Orlando’s Idea e Ishe indagavano il funk con la nuova formazione degli Afro Sounders. Espansa la durata, i brani cedevano alle benefiche tentazioni funkedeliche perfettamente esemplificate dalla Psychedelic Afro Shop che della fase rappresenta il cardine. Esaurita quella vena, Orlando emigrava oltreoceano: con gli Umoja apriva concerti di Marvin Gaye, Curtis Mayfield e Isaac Hayes vedendosi scippare il merito di una Going Back To My Roots largamente basata sulla sua Ashiko. Di nuovo in madrepatria nel dicembre 1998, allestiva la Nigerian All-Stars band e un forum per musicisti.

Nel nuovo millennio fioccavano poi le ristampe e il passaparola su un genio che tuttora può vantare una forma smagliante: in attesa di godervelo sul palco, procuratevi l’ottimo Jaiyede Afro uscito su Strut nel 2014. Con i britannici Heliocentrics, la Leggenda offre un appassionato compendio stilistico ripescando una manciata di inediti accanto alla rilettura di In The Middle dal repertorio di Mr. Dynamite. Sempre indifferente al tempo e alle mode, questa musica è una festa per lo spirito e la mente dove la sinuosa title-track, il “suono totale” à la Bitches Brew di Alafia e Aseni e una Sangodele tesa e levitante distillano materia pulsante, indispensabile. Orlando (is) Magic!