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Low: elogio della discrezione

Con Drums And Guns abbiamo capito che possiamo mutare conservando il nostro spirito, cioè l’onestà e il presentarci per quello che siamo. Forse il vero beneficio dell’essere ancora in circolazione è aver compreso quanto conta la fedeltà a se stessi e che è lei a darti libertà creativa.” Così nel 2013 Alan Sparhawk mi spiegò quanto bene i Low conoscano i propri mezzi espressivi e quanto tale sicurezza priva di ostentazione si saldi in loro a un Talento puro. Questo ha permesso di superare lo slowcore che in larga parte plasmarono restando perfettamente riconoscibili: non importa se l’intenso tremolare di chitarra e voce incorpora un personale classicismo (indie) rock o accoglie la luce. Alan e Mimi Parker appartengono sempre – come un’altra coppia: Yo La Tengo – alla nobile schiatta dei Geni che raccontano lo scorrere del tempo e il mondo interiore ed esteriore.

double negative

Il natio Minnesota è infatti presenza tangibile in brani che, alla stregua delle tele di Rothko, rivelano infinite sfumature con un piede nella wilderness e l’altro nella civiltà. Microcosmi emozionali che vivono di istinto e ponderazione, chiedono impegno costante all’ascoltatore ancor più quando riflettono le scelte di chi li ha realizzati; ogni volta, invece di soccombere artisticamente a queste ultime, ripagano in tutto e per tutto. Così che oggi, dopo quasi venticinque anni di carriera, siamo di fronte a un passo coraggioso che affida la decostruzione e il riassemblaggio di uno stile a soluzioni estreme.

Un gesto da applaudire e idem l’esito, dove un’elettronica – cupa però mai algida e impiegata come strumento – sale in cattedra. Mi piace pensare che l’aura caliginosa in cui sono immerse le undici canzoni di Double Negative rappresenti una risposta al nuovo medioevo che attraversiamo. Perché poco a poco essa si apre e, in modo simile ai Dirtmusic, suggerisce una sorta di speranza. Perché ciò che era allusione ora è ossatura, carne, nervi. Perché con metodi prossimi al dub si avvolgono le composizioni in loop, filtri ed effettistica senza perdere di vista rigore e spontaneità.

low higher

Parla chiaro l’apertura tanto spiazzante quanto sensazionale di una Quorum che corteggia la illbient lungo una via di cocci vocali, scariche statiche, bassi risonanti. Neanche un secondo per rifiatare (la scaletta scorre senza pause, mantenendo alta la tensione ed enfatizzando la compattezza d’insieme) e Dancing And Blood vede i This Mortal Coil preferire la pece all’assenzio. Parrebbe di aver sbagliato disco, ma la vibrante meraviglia Fly indica che il senso melodico, la spiritualità e la comunicativa sono saldate al cambiamento. Che ogni elemento si (con)fonde e sostiene a vicenda.

Lì trovate un’altra possibile spiegazione per la bellezza di quel che segue: ingegnosa e minimale post-psichedelia (Dancing And Fire, Disarray), estasi aeriformi (Always Up), rumorismo armonico (Tempest; The Son, The Sun), ipotesi di un Laughing Stock griffato 4AD (Always Trying To Work It Out, Poor Sucker). Verso la fine, Rome (Always In The Dark) tira le fila e riassume vestendo Neil Young di panni tardo wave e sistemandolo sull’orlo del precipizio. Fermandosi un attimo prima della caduta, persuade definitivamente che il lavoro più complesso e ostico di questa band sia anche uno dei migliori. Tremate, tremate: i Low sono tornati.